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Posts Tagged ‘joseph ratzinger’

Per la prima parte, vedere qui.

Arriva poi il 1978. Il 6 agosto, festa della Trasfigurazione, si chiude la scena terrena del pontificato di Paolo VI. Viene chiamato a succedergli il card. Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I. 33 giorni di Pontificato, il suo, ma riesce – pur in questo brevissimo lasso di tempo – a fare anche lui un accenno alla tematica che stiamo trattando. Il 1° settembre, infatti, nel discorso ai membri della stampa internazionale, fa riferimento allo “spirito delle indicazioni del Decreto Conciliare «Inter Mirifica»“. Anche lui, quindi, si assesta sulla linea di Paolo VI: il Vaticano II – e quindi i suoi documenti – hanno uno spirito che li forma e che bisogna tenere in considerazione.
In ottobre, gli succede il Papa polacco, Giovanni Paolo II. E il nuovo Pontefice non perde tempo: sei giorni dopo l’elezione subito afferma che “desideriamo confermarvi la nostra ferma volontà di proseguire sulla via dell’unità nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai rappresentanti delle Chiese non cattoliche del 22 ottobre 1978). Un decennio dopo la connessione con l’ecumenismo ritorna, perché il Papa loda la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “Ciò corrisponde allo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Udienza Generale del 18 gennaio 1989). Ma torniamo indietro, al 1979: il Sommo Pontefice fa’ riferimento a “un’importante tappa sulla strada della collegialità, nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai cardinali, 9 novembre 1979). E non manca di sottolineare la dimensione aperta verso il futuro di questo spirito: “la sfida del futuro, la cui direzione viene tracciata mediante la dottrina e lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso alla partenza dalla Germania, 19 novembre 1980). Scrivendo ai vescovi olandesi, ne rileva il “lavoro di rinnovamento della Chiesa secondo lo spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II” (cfr. Lettera ai vescovi olandesi, 2 febbraio 1981). Ma non lo si rivolge solo a loro, anche ai tedeschi: desidera infatti “incoraggiare i pastori e fedeli tedeschi nel loro impegno pastorale secondo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 10 agosto 1980). Molto importante il pensiero di conciliazione ecclesiale tra le diverse sensibilità che il Papa pronuncia nell’omelia del 15 giugno 1984: “Rispettiamoci l’un l’altro: gli studiosi e i maestri di fede nei confronti del sentimento e della religiosità del semplice fedele, colui che è fortemente legato alla tradizione nei confronti di coloro che si sforzano per un rinnovamento autentico della vita religiosa ed ecclesiastica nello spirito del Concilio Vaticano II“.
Come Paolo VI, anche Giovanni Paolo II nota che le riforme post-conciliari si rifanno allo spirito del Concilio: “il nuovo Codice di diritto canonico incarna le direttive e l’autentico spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Lettera a mons. Plourde, 10 agosto 1984). Anche la liturgia è coinvolta: “Rinnovo questo invito a proseguire attivamente l’opera di riforma liturgica nello spirito del Concilio ecumenico” (cfr. Discorso ai vescovi caldei, 14 febbraio 1986). Ma gli abusi in nome del Concilio sono da rigettare: “Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l’autentico spirito del Concilio” (cfr. Lettera Apostolica Spiritus et Sponsa, 15, del 4 dicembre 2003).
Ma questo spirito viene proposto all’attenzione anche dei fedeli: “particolare manifestazione della collegialità dei vescovi, fa pure riferimento alla primitiva tradizione della visita apostolica e mette in evidenza l’unità e la cattolicità della Chiesa. Si può dire che in ciò si rispecchia lo spirito del Concilio Vaticano II, in particolare la sua ecclesiologia.” (cfr. Udienza Generale del 13 febbraio 1985). E da esso non ci si può allontanare, anzi: il Papa parla di “fedeltà allo spirito del Vaticano II” (cfr. Discorso del 20 settembre 1985). Eppure ci sono cattive interpretazioni: “Un esame obiettivo della situazione nel suo insieme attesta che le difficoltà maggiori e certe polarizzazioni riguardanti sia la dottrina che l’applicazione dei documenti conciliari sono derivate da visioni parziali, da interpretazioni frammentarie ed equivoche, spesso contrarie allo spirito del Concilio e disattente alle precisazioni che il magistero ecclesiale è andato puntualmente offrendo.” (cfr. Angelus del 15 febbraio 1987). Ci sono quasi dei pirati che hanno rapito e sfruttato il Vaticano II a loro favore: “Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio.” (cfr. Lettera al card. Ratzinger, 8 aprile 1988).
Concludiamo questa breve rassegna – non certo esaustiva, come del resto tutto questo scritto – col far riferimento al fatto che anche Papa Wojtyla fece riferimento allo spirito del Concilio di Trento: parlando in sloveno, all’Udienza Generale del 10 settembre 1997, loda il vescovo Tomaz Hren: “Nello spirito del Concilio di Trento si è impegnato per la formazione ed educazione del clero come pure nella liturgia, favorendo il canto liturgico e le devozioni popolari.” (cfr. Udienza Generale del 10 settembre 1997).

GiovanniPaoloII

Il 2 aprile 2005 si chiude l’avventura terrena di Giovanni Paolo II. Gli succede Benedetto XVI, che imposta in modo particolare il suo insegnamento sul tema del Concilio e della sua interpretazione. Già da cardinale aveva avuto modo di parlare in merito e, facendo riferimento allo spirito del Concilio, aveva avuto modo di denunciare che al vero Concilio “già durante le sedute e poi via via sempre di più nel periodo successivo si contrappose un sedicente ‘spirito del Concilio’ che in realtà ne è un vero ‘anti-spirito’. Secondo questo pernicioso anti-spirito – Konzils-Ungeist per dirlo in tedesco – tutto ciò che è ‘nuovo’ (o presunto tale: quante antiche eresie sono riapparse in questi anni, presentate come novità!) sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che c’è stato o c’è. E’ l’anti-spirito secondo il quale la storia della Chiesa sarebbe da far cominciare dal Vaticano II, visto come una specie di punto zero” (cfr. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI,Rapporto sulla fede, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005 (ed. or. 1985), p. 33). Da Pontefice non tarderà a ribadirlo: “L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità.” (cfr. Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005). E ancora, pochi anni più tardi: “Come ho avuto modo di chiarire nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre del 2005, una corrente interpretativa, appellandosi ad un presunto «spirito del Concilio», ha inteso stabilire una discontinuità e addirittura una contrapposizione tra la Chiesa prima e la Chiesa dopo il Concilio, travalicando a volte gli stessi confini oggettivamente esistenti tra il ministero gerarchico e le responsabilità dei laici nella Chiesa.” (cfr. Discorso del 26 maggio 2009).
Dunque Papa Benedetto rompe coi suoi predecessori e condanna lo spirito del Concilio? Proprio no. Ciò che egli vuol dire è che esiste un falso spirito, un anti-spirito, che vorrebbe fregiarsi d’essere il vero spirito del Vaticano II, ma che ne è in realtà una distorsione. Va’ rifiutato e condannato, dice il Papa. Ma esiste anche uno spirito buono, vero, che già i suoi predecessori avevano messo in luce e che anche lui non dimentica. Qualche esempio: nel 2007 ricorda che “dobbiamo sempre e di nuovo con il Concilio e nello spirito del Concilio, interiorizzando la sua visione, imparare la Parola di Dio.” (cfr. Discorso del 22 febbraio 2007); pochi mesi dopo afferma che esiste una “timida, umile ricerca di realizzare il vero spirito del Concilio.” (cfr. Discorso al clero del 24 luglio 2007). Anche parlando ai fedeli aveva auspicato che “la Vergine Maria […] aiuti tutti i credenti in Cristo a tenere sempre vivo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 30 ottobre 2005). Spirito che si concretizza anche in chiave ecumenica: “Ho potuto anche ricordare ai cristiani della regione la loro responsabilità interreligiosa ed ecumenica, in sintonia con lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso del 25 giugno 2009). E’ uno sprone per il futuro: “c’è ancora molto da fare per arrivare ad una lettura veramente nello spirito del Concilio” (cfr. Discorso al clero romano, 14 febbraio 2013).
E concludiamo la breve disamina del pensiero di Benedetto XVI notando che anche lui parla dello spirito tridentino, ricordando san Carlo Borromeo, il quale promosse “la riforma della Chiesa secondo lo spirito del Concilio di Trento” (cfr. Discorso all’ambasciata d’Italia, 13 dicembre 2008).
Papa Francesco, a quanto consta, non si è ancora espresso sul tema, ma non dubitiamo che si porrà nella linea tracciata dai suoi venerati predecessori.
A conclusione di questo brevissimo studio, è forse utile trarre una piccola conclusione.
Anzitutto, bisogna considerare che c’è identità e continuità nel pensiero di tutti i Pontefici post-conciliari: c’è chi magari pone un accento più qui che là, ma la sostanza non cambia ed è identica nell’insegnamento di ognuno di essi.
E qual è questa sostanza? Esistono due spiriti del Concilio: uno spirito vero, bello, autentico, reale del Vaticano II, che viene proposto all’attenzione dei fedeli e che può dare grande spinta rinnovatrice (riforma nella continuità) alla Chiesa. Al contempo, esiste un falso spirito, cattivo, distorto, un anti-spirito, che si richiama strumentalmente al Vaticano II ma in realtà non gli è fedele: da questo bisogna guardarsi e non farlo proprio.
Anche in questo campo, quindi, come in tanti altri, si tratta di vagliare tutto e mantenere ciò che vale (1 Ts 5,21), fedeli alla Madre Chiesa, al Vaticano II, alla Sacra Scrittura e alla Sacra Tradizione.

© Mazur/catholicnews.org.uk

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FINE SECONDA PARTE. CONCLUSIONE DELL’ARTICOLO.

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[prima parte qui. seconda parte qui, terza parte qui, quarta parte qui, quinta parte qui, sesta parte qui, settima parte qui]

39. La risposta di Papa Leone XIII agli esegeti Modernisti.

Nel 1893 Papa Leone XIII aveva sottolineato i difetti di questo metodo di interpretazione biblica quando aveva detto che i Razionalisti (e quindi anche i Modernisti) “negano del tutto sia la divina rivelazione, come l’ispirazione e la sacra Scrittura, e vanno dicendo che altro non sono se non artifici e invenzioni degli uomini, che non contengono vere narrazioni di cose realmente accadute, ma inutili favole o storie menzognere; così non abbiamo in esse vaticini od oracoli, ma soltanto predizioni fatte dopo gli eventi o presagi di intuito naturale; non presentano veri e propri miracoli e manifestazioni della potenza divina, ma si tratta o di fatti meravigliosi, mai però superiori alle forze della natura, o di magie e miti. I vangeli poi e gli scritti apostolici sono certamente, dicono. da attribuirsi ad altri autori.” (12) Allo stesso tempo Papa Leone chiamò i biblisti Cattolici a sollevarsi in difesa della verità delle Sacre Scritture e a lasciare che i loro cuori s’impregnassero di zelo per opporsi a questa “pseudoscienza” Razionalista con “l’antica e la vera scienza, quella che la Chiesa ricevette da Cristo per mezzo degli apostoli, e sorgano in questa immane lotta idonei difensori della sacra Scrittura.” (13) Avendo notato che il metodo della critica storica (allora conosciuta come “critica superiore”) “pretende di giudicare origine, integrità e autorità di ogni Libro solo in base a sole ragioni interne” egli continuò dicendo che nelle questioni storiche “valgono sopra tutte le testimonianze storiche”, mentre in questa materia “le ragioni interne, il più delle volte, non sono poi di così grande importanza, se non per una certa conferma delle altre.” (14)

40. La risposta degli studiosi biblici Cattolici all’esegesi Modernista.

Questo fu un ottimo consiglio di Papap Leone XIII per correggere il metodo storico e fu ripreso da molti studiosi Cattolici che lavoravano lungo le linee dell’esegesi Cattolica tradizionale, mentre i critici storici Cattolici lottavano per mantenere e sviluppare la loro base critica e i critici storici vinsero la battaglia per l’ascolto della Gerarchia, non perché i primi non avessero fatto un eccelente lavoro in sé, ma piuttosto perché lanciarono le loro polemiche in accuse di eterodossia contro i critici storici Cattolici e fallirono nel riuscire a svolgere il lavoro, più importante, di analizzare e confutare in dettaglie e sul loro stesso terreno il ragionamento “tecnico” e le conclusioni della critica storica. I critici storici Cattolici non considerano se stessi quali discepoli di Hermann Gukel e di solito non riproducono i suoi presupposti Modernisti, ma il fatto è che, nel corso di più di un secolo da quando fu pubblicato il suo commentario Modernista sulla Genesi, non hanno prodotto una sola analisi dettagliata del suo libro, separando il Razionalismo dal suo metodo esegetico ed esprimendo una posizione Cattolica che mostrasse il metodo come valevole in se stesso. Gli studiosi storico-critici della Pontificia Commissione Biblica, nel loro documento del 1993, ricordano che, prima della comparsa della critica delle forme di Gunkel “l’esegesi storico-critica poteva apparire distruttrice” E continuano dicendo che “tanto più che alcuni esegeti, sotto l’influenza della storia comparata delle religioni, così come si praticava allora, o partendo da concezioni filosofiche, pronunciavano giudizi negativi nei confronti della Bibbia. Hermann Gunkel fece uscire il metodo dal ghetto della critica letteraria intesa in questo modo.” (15) Ma Gunkel non aveva in alcun modo trasportato il metodo storico-critico fuori dal ghetto del Razionalismo.

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41. La critica delle forme di Rudolf Bultmann.

La Pontificia Commissione Biblica sottolinea che Rudolf Bultmann e Martin Dibelius introdussero la critica delle forme del Nuovo Testamento e, in particolare, dei Vangeli sinottici, uno dei cui risultati è stato quelo di dimostrare più chiaramente “che la tradizione neotestamentaria ha avuto la sua origine e ha preso la sua forma nella comunità cristiana, o Chiesa primitiva, passando dalla predicazione di Gesù stesso alla predicazione che proclama che Gesù è il Cristo” E la Commissione esprime rammarico per il fatto che “Bultmann mescolò agli studi di Formgeschichte un’ermeneutica biblica ispirata alla filosofia esistenzialista di Martin Heidegger” in modo che “la conseguenza fu che la Formgeschichte [critica delle forme] ha suscitato spesso serie riserve.” (16) Ora, il fatto storico è che gli scritti di Bultmann dal 1941 circa in poi sono stati immersi nella filosofia esistenzialista di Martin Heidegger, ma la sua famosa Storia della tradizione sinottica, pubblicata nel 1922, in cui egli usò il metodo della critica delle forme per esporre un feroce attacco alla storicità dei Vangeli Sinotti, non conteneva nulla della filosofia di Heidegger. Piuttosto, la sua critica delle forme era piena di deduzioni prese dalla filosofia del Razionalismo e tutte le sue conclusioni si basano sul presupposto che miracoli, profezie e qualsiasi altro intervento di Dio nella storia umana sono assolutamente impossibili (17). Per lungo tempo i critici storici Cattolici non dissero praticamente nulla su questo libro devastante, poi, dopo la pubblicazione della Divino afflante Spiritu nel 1943, furono fatti sempre più riferimenti, per lo più di natura positiva, da parte di critici storici Cattolici alle conclusioni di Bultmann nel suo commentario, ma essi non furono mai in grado di esprimere una precisa e dettagliata confutazioni dei molti errori e dichiarazioni non fattuali contenute nei suoi ragionamenti, col risultato che, in assenza di alternative, l’ombra del Razionalismo ha continuato a pendere su gran parte del loro lavoro (18). Come l’allora cardinal Joseph Ratzinger disse nel 1988 riguardo ai lavori di critica della forma di Bultmann e Dibelius: “Ma è altrettanto vero che i loro approcci metodologici fondamentali continuano ancor oggi a determinare i metodi e le procedure della moderna esegesi” e i loro elementi essenziali “hanno ampiamente raggiunto un’autorità simile a quella di un dogma.” Il cardinal Ratzinger si chiese “Perché, anche oggi in gran parte, il loro sistema di pensiero è preso senza porsi domandi e viene così applicato?” (19)

42. Conclusione.

Il Modernismo entrò nella Chiesa Cattolica a fine Ottocento a partire dall’influenza della scuola biblica Liberale Protestante e continua a prosperare al di fuori della Chiesa. Il Modernismo rimane una minaccia e una grande tentazione per i cattolici nella misura in cui sono esposti alle sue idee attraenti ma false e non sno preparati a contrastarle, sia perché la loro fede è debole o perché non sono stati dati loro gli argomenti per confutarla. I Cattolici che credono nell’evoluzione biologica possono facilmente iniziare a credere in una continua evoluzione della Chiesa e dei suoi dogmi, a meno che non siano stati addestrati a resistere a questa tentazione. Avere un’educazione basata sulla filosofia e teologia Scolastica è il miglior mezzo di comprendere e opporsi agli errori del Modernismo. Quest’educazione dovrebbe includere una formazione nel tradizionale approccio Cattolico all’interpretazione delle Sacre Scritture, basato sulla dottrina dei Padri della Chiesa e dei grandi commentatori biblici Cattolici del passato. Il metodo storico-critico, sviluppato in una lunga tradizione da studiosi Razionalisti e Modernisti non Cattolici come Hermann Gunkel e Rudolf Bultmann, ha offerto una grande sfida agli esegeti e teologi Cattolici nel secolo scorso. Quegli studiosi cattogli che hanno imparato a preservare se stessi dal pensiero Razionalista e Modernista non sono caduti in errore, ma alcune delle conclusione della moderna scola biblica Cattolica rimangono ambigue al punto che gli studiosi storico-critici non hanno sviluppato un’esplicita critica del Razionalismo dal quale il sistema nacque. Ciò che attende di essere fatto è il perfezionamento di un approccio Cattolico storico aggiornato all’interpretazione delle Scritture, capace di sintetizzare all’interno della tradizione esegetica Cattolica gli elementi validi dell’approccio storico-critico, coll’esplicito rigetto del Razionalismo che ne è alla base. Siccome gli studiosi neo-Patristici si sforzano di corrispondere a questa sfida, l’ingresso di molti altri studiosi biblisti Cattolici sarebbe un aiuto prezioso.

Fine.

Note:

(12) Papa Leone XIII, Providentissimus Deus, no. 10, in Claudia Carlen ed., op. cit., vol. 2, pp. 329-330 (Enchiridion Biblicum n. 100).

(13) Papa Leone XIII, Providentissimus Deus., in Carlen, op. cit., pp. 326, 330 (EB nn. 83, 101-102).

(14) Papa Leone XIII, Providentissimus Deus, n. 17, in Carlen, op. cit., p. 334 (EB n. 119).

(15) Pontificia Commissione Biblica, The Interpretation …, pp. 35-36.

(16) Pontificia Commissione Biblica, The Interpretation …, p. 36.

(17) Vedi R. Bultmann, The History of the Synoptic Tradition, tradotto daJohn Marsh (Basil Blackwell, Oxford, 1963), in tutte le parti. Per un’esposizione più lunga su Bultmann, vedi J.F. McCarthy, in Living Tradition 75.

(18) Un inizio della necessaria autocritica del metodo storico-critico, giunta con quasi sessant’anni di ritardo, può essere vista nella dissertazione dottorale di Reiner Blank all’Università di Basilea, dal titolo Analysis and Criticism of the Form-Critical Works of Martin Dibelius and Rudolf Bultmann, in Bo Reicke, ed., Theologische Dissertationen, vol. 16 (Basel, 1981), (raccomandata dal cardinal Joseph Ratzinger in Biblical Interpretation in Crisis).

(19) J. Card. Ratzinger, Biblical Interpretation in Crisis (conferenza tenuta il 27 gennaio 1988alla chiesa di san Pietro, New York, NY).

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Nella catechesi parliamo troppo di problemi economici, sociali e politici, e poi, per la nostra pace e tranquillità, parliamo anche di Dio. Così si stravolge la verità delle cose. Forse dobbiamo confessare che la stessa Chiesa oggi talvolta parla troppo di se stessa, preoccupandosi di spiegare la propria struttura, in modo tale che la predicazione del Dio vivente non appare sufficientemente chiara […] L’occhio che vuole vedere se stesso diventa cieco. La Chiesa non è stata creata per se stessa, ma per essere l’occhio attraverso cui viene la luce di Dio […] Per timore di essere accusati di alienare l’uomo dalle opere terrene il nostro annuncio sulla vita eterna spesso è stato fatto tiepidamente. Ma l’uomo, orfano della speranza di vita eterna, è gravemente mutilato. (Joseph card. Ratzinger, dall’intervento al Sinodo dei Vescovi del 1991)

L’allora card. Joseph Ratzinger

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Il pelagianesimo è il vero rischio del nostro tempo e neppure la Chiesa ne è immune. Esso, per la Chiesa, consiste in una predicazione che, pur di dimostrarsi d’accordo con i valori comuni e quindi con la cultura laica, si appiattisce in un umanesimo astratto che dimentica il messaggio di salvezza. […] I tempi di oggi sono uguali ai tempi in cui visse Sant’Agostino che combattè contro Pelagio. Tempi di neopaganesimo e di rifiuto del mistero: mentre è facile parlare di morale e su questo tema andare d’accordo con tutti, è molto più difficile oggi, per la Chiesa, parlare di salvezza attraverso una testimonianza vissuta. Guai se la voce della Chiesa si lascia confinare su un piano puramente intellettuale: in questo caso il rischio di pelagianesimo è concreto. La Chiesa deve restare forza viva, fedele a se stessa e al suo messaggio. (Joseph card. Ratzinger, al Meeting di CL del 1990)

L’allora card. Joseph Ratzinger, all’inizio degli anni Ottanta

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Dobbiamo fare il possibile per formare una nuova generazione di prelati i quali si rendano conto che l’antica liturgia non costituisce un attacco al Concilio, ma una realizzazione del Concilio stesso. L’antica liturgia non è oscurantismo, non è tradizionalismo feroce […], ma è realmente il desiderio di essere nella Divinità. (Joseph card. Ratzinger)

L’allora card. Joseph Ratzinger

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Era un sabato di 35 anni anni fa, proprio il 28 maggio: dopo aver ricevuto da Paolo VI la nomina a nuovo arcivescovo di Monaco-Frisinga, l’allora teologo don Joseph Ratzinger veniva ordinato vescovo.
Da allora sono trascorsi sette lustri, ma quel neo-successore degli Apostoli continuò la sua corsa: e così, dopo aver servito cinque anni la sua gente come pastore, si trasferì a Roma, presso la Sede Apostolica, dove – per precisa volontà di Giovanni Paolo II – per ventitre anni fu uno dei maggiori difensori dell’ortodossia cattolica quale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Nell’aprile di sette anni fa, ecco una nuova, inattesa, grandiosa svolta: Dio lo chiama ad essere Pontefice della Santa Chiesa Cattolica. E ancor oggi, in tal veste, la sua corsa continua: da parte di questo blog, Santo Padre, il fervente augurio che il percorso continui ancora a lungo!

Durante la liturgia d’ordinazione episcopale, il card. Bengsch (1921-1979) impone le mani a don Ratzinger.

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