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Posts Tagged ‘Giovanni Paolo I’

Per la prima parte, vedere qui.

Arriva poi il 1978. Il 6 agosto, festa della Trasfigurazione, si chiude la scena terrena del pontificato di Paolo VI. Viene chiamato a succedergli il card. Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I. 33 giorni di Pontificato, il suo, ma riesce – pur in questo brevissimo lasso di tempo – a fare anche lui un accenno alla tematica che stiamo trattando. Il 1° settembre, infatti, nel discorso ai membri della stampa internazionale, fa riferimento allo “spirito delle indicazioni del Decreto Conciliare «Inter Mirifica»“. Anche lui, quindi, si assesta sulla linea di Paolo VI: il Vaticano II – e quindi i suoi documenti – hanno uno spirito che li forma e che bisogna tenere in considerazione.
In ottobre, gli succede il Papa polacco, Giovanni Paolo II. E il nuovo Pontefice non perde tempo: sei giorni dopo l’elezione subito afferma che “desideriamo confermarvi la nostra ferma volontà di proseguire sulla via dell’unità nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai rappresentanti delle Chiese non cattoliche del 22 ottobre 1978). Un decennio dopo la connessione con l’ecumenismo ritorna, perché il Papa loda la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “Ciò corrisponde allo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Udienza Generale del 18 gennaio 1989). Ma torniamo indietro, al 1979: il Sommo Pontefice fa’ riferimento a “un’importante tappa sulla strada della collegialità, nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai cardinali, 9 novembre 1979). E non manca di sottolineare la dimensione aperta verso il futuro di questo spirito: “la sfida del futuro, la cui direzione viene tracciata mediante la dottrina e lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso alla partenza dalla Germania, 19 novembre 1980). Scrivendo ai vescovi olandesi, ne rileva il “lavoro di rinnovamento della Chiesa secondo lo spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II” (cfr. Lettera ai vescovi olandesi, 2 febbraio 1981). Ma non lo si rivolge solo a loro, anche ai tedeschi: desidera infatti “incoraggiare i pastori e fedeli tedeschi nel loro impegno pastorale secondo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 10 agosto 1980). Molto importante il pensiero di conciliazione ecclesiale tra le diverse sensibilità che il Papa pronuncia nell’omelia del 15 giugno 1984: “Rispettiamoci l’un l’altro: gli studiosi e i maestri di fede nei confronti del sentimento e della religiosità del semplice fedele, colui che è fortemente legato alla tradizione nei confronti di coloro che si sforzano per un rinnovamento autentico della vita religiosa ed ecclesiastica nello spirito del Concilio Vaticano II“.
Come Paolo VI, anche Giovanni Paolo II nota che le riforme post-conciliari si rifanno allo spirito del Concilio: “il nuovo Codice di diritto canonico incarna le direttive e l’autentico spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Lettera a mons. Plourde, 10 agosto 1984). Anche la liturgia è coinvolta: “Rinnovo questo invito a proseguire attivamente l’opera di riforma liturgica nello spirito del Concilio ecumenico” (cfr. Discorso ai vescovi caldei, 14 febbraio 1986). Ma gli abusi in nome del Concilio sono da rigettare: “Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l’autentico spirito del Concilio” (cfr. Lettera Apostolica Spiritus et Sponsa, 15, del 4 dicembre 2003).
Ma questo spirito viene proposto all’attenzione anche dei fedeli: “particolare manifestazione della collegialità dei vescovi, fa pure riferimento alla primitiva tradizione della visita apostolica e mette in evidenza l’unità e la cattolicità della Chiesa. Si può dire che in ciò si rispecchia lo spirito del Concilio Vaticano II, in particolare la sua ecclesiologia.” (cfr. Udienza Generale del 13 febbraio 1985). E da esso non ci si può allontanare, anzi: il Papa parla di “fedeltà allo spirito del Vaticano II” (cfr. Discorso del 20 settembre 1985). Eppure ci sono cattive interpretazioni: “Un esame obiettivo della situazione nel suo insieme attesta che le difficoltà maggiori e certe polarizzazioni riguardanti sia la dottrina che l’applicazione dei documenti conciliari sono derivate da visioni parziali, da interpretazioni frammentarie ed equivoche, spesso contrarie allo spirito del Concilio e disattente alle precisazioni che il magistero ecclesiale è andato puntualmente offrendo.” (cfr. Angelus del 15 febbraio 1987). Ci sono quasi dei pirati che hanno rapito e sfruttato il Vaticano II a loro favore: “Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio.” (cfr. Lettera al card. Ratzinger, 8 aprile 1988).
Concludiamo questa breve rassegna – non certo esaustiva, come del resto tutto questo scritto – col far riferimento al fatto che anche Papa Wojtyla fece riferimento allo spirito del Concilio di Trento: parlando in sloveno, all’Udienza Generale del 10 settembre 1997, loda il vescovo Tomaz Hren: “Nello spirito del Concilio di Trento si è impegnato per la formazione ed educazione del clero come pure nella liturgia, favorendo il canto liturgico e le devozioni popolari.” (cfr. Udienza Generale del 10 settembre 1997).

GiovanniPaoloII

Il 2 aprile 2005 si chiude l’avventura terrena di Giovanni Paolo II. Gli succede Benedetto XVI, che imposta in modo particolare il suo insegnamento sul tema del Concilio e della sua interpretazione. Già da cardinale aveva avuto modo di parlare in merito e, facendo riferimento allo spirito del Concilio, aveva avuto modo di denunciare che al vero Concilio “già durante le sedute e poi via via sempre di più nel periodo successivo si contrappose un sedicente ‘spirito del Concilio’ che in realtà ne è un vero ‘anti-spirito’. Secondo questo pernicioso anti-spirito – Konzils-Ungeist per dirlo in tedesco – tutto ciò che è ‘nuovo’ (o presunto tale: quante antiche eresie sono riapparse in questi anni, presentate come novità!) sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che c’è stato o c’è. E’ l’anti-spirito secondo il quale la storia della Chiesa sarebbe da far cominciare dal Vaticano II, visto come una specie di punto zero” (cfr. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI,Rapporto sulla fede, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005 (ed. or. 1985), p. 33). Da Pontefice non tarderà a ribadirlo: “L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità.” (cfr. Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005). E ancora, pochi anni più tardi: “Come ho avuto modo di chiarire nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre del 2005, una corrente interpretativa, appellandosi ad un presunto «spirito del Concilio», ha inteso stabilire una discontinuità e addirittura una contrapposizione tra la Chiesa prima e la Chiesa dopo il Concilio, travalicando a volte gli stessi confini oggettivamente esistenti tra il ministero gerarchico e le responsabilità dei laici nella Chiesa.” (cfr. Discorso del 26 maggio 2009).
Dunque Papa Benedetto rompe coi suoi predecessori e condanna lo spirito del Concilio? Proprio no. Ciò che egli vuol dire è che esiste un falso spirito, un anti-spirito, che vorrebbe fregiarsi d’essere il vero spirito del Vaticano II, ma che ne è in realtà una distorsione. Va’ rifiutato e condannato, dice il Papa. Ma esiste anche uno spirito buono, vero, che già i suoi predecessori avevano messo in luce e che anche lui non dimentica. Qualche esempio: nel 2007 ricorda che “dobbiamo sempre e di nuovo con il Concilio e nello spirito del Concilio, interiorizzando la sua visione, imparare la Parola di Dio.” (cfr. Discorso del 22 febbraio 2007); pochi mesi dopo afferma che esiste una “timida, umile ricerca di realizzare il vero spirito del Concilio.” (cfr. Discorso al clero del 24 luglio 2007). Anche parlando ai fedeli aveva auspicato che “la Vergine Maria […] aiuti tutti i credenti in Cristo a tenere sempre vivo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 30 ottobre 2005). Spirito che si concretizza anche in chiave ecumenica: “Ho potuto anche ricordare ai cristiani della regione la loro responsabilità interreligiosa ed ecumenica, in sintonia con lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso del 25 giugno 2009). E’ uno sprone per il futuro: “c’è ancora molto da fare per arrivare ad una lettura veramente nello spirito del Concilio” (cfr. Discorso al clero romano, 14 febbraio 2013).
E concludiamo la breve disamina del pensiero di Benedetto XVI notando che anche lui parla dello spirito tridentino, ricordando san Carlo Borromeo, il quale promosse “la riforma della Chiesa secondo lo spirito del Concilio di Trento” (cfr. Discorso all’ambasciata d’Italia, 13 dicembre 2008).
Papa Francesco, a quanto consta, non si è ancora espresso sul tema, ma non dubitiamo che si porrà nella linea tracciata dai suoi venerati predecessori.
A conclusione di questo brevissimo studio, è forse utile trarre una piccola conclusione.
Anzitutto, bisogna considerare che c’è identità e continuità nel pensiero di tutti i Pontefici post-conciliari: c’è chi magari pone un accento più qui che là, ma la sostanza non cambia ed è identica nell’insegnamento di ognuno di essi.
E qual è questa sostanza? Esistono due spiriti del Concilio: uno spirito vero, bello, autentico, reale del Vaticano II, che viene proposto all’attenzione dei fedeli e che può dare grande spinta rinnovatrice (riforma nella continuità) alla Chiesa. Al contempo, esiste un falso spirito, cattivo, distorto, un anti-spirito, che si richiama strumentalmente al Vaticano II ma in realtà non gli è fedele: da questo bisogna guardarsi e non farlo proprio.
Anche in questo campo, quindi, come in tanti altri, si tratta di vagliare tutto e mantenere ciò che vale (1 Ts 5,21), fedeli alla Madre Chiesa, al Vaticano II, alla Sacra Scrittura e alla Sacra Tradizione.

© Mazur/catholicnews.org.uk

© Mazur/catholicnews.org.uk

FINE SECONDA PARTE. CONCLUSIONE DELL’ARTICOLO.

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[…] che cosa fare per migliorare la società? Io direi: ciascuno di noi cerchi lui di essere buono e di contagiare gli altri con una bontà tutta intrisa della mansuetudine e dell’amore insegnato da Cristo. (servo di Dio Giovanni Paolo I, dall’Angelus del 24 settembre 1978)

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Ieri la Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato un nuovo Motu Proprio del Santo Padre Benedetto XVI, dal titolo Latina Lingua e dedicato alla promozione della lingua latina. Trovate il testo completo qui (in latino) e qui (in italiano).
Si tratta di un obiettivo nobilissimo e che questo blog modestamente sostiene.
Ma, prima di qualsiasi commento o impressioni, passiamo ad esaminare quanto scritto dal Papa.
Egli inizia subito (n.1) col riconoscere l’importante appoggio che la Chiesa e i Papi hanno dato al latino: “Latina Lingua permagni ab Ecclesia Catholica Romanisque Pontificibus usque est aestimata” (1); ma essi non si sono limitati a questo, ma ne hanno pure promosso la conoscenza e la diffusione (2) “cum Evangelii nuntium in universum orbem transmittere valeret” (3). Dicendo questo, papa Ratzinger non manca di far riferimento alla Costituzione Apostolica Veterum Sapientia del suo beato predecessore Giovanni XXIII che, lungi dall’essere quel rivoluzionario che alcuni presumono, desiderava in realtà conservare pienamente i sacri tesori della tradizione ecclesiale.


Ma torniamo alle parole di Benedetto. Dopo aver lodato la lingua latina, il Papa precisa giustamente che “a Pentecoste omnibus hominum linguis locuta et precata est Ecclesia” (4), ma la Chiesa dei primi secoli usò comunque in maniera ampia la lingua greca e quella latina. Ci fu quindi quel felice incontro tra la Parola di Cristo e l’eredità della cultura ellenistico-romana (5), tema che il Santo Padre ha già trattato in passato (6) e che sembra stargli decisamente a cuore.
Il Sommo Pontefice prosegue poi affermando che anche dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente (il celebre 476 d.C.) la Chiesa romana continuò ad usare la lingua latina. Non solo, ma “quodammodo custos eiusdem et fautrix fuit, sive in Theologiae ac Liturgiae, sive in institutionis et scientiae transmittendae provincia.” (7).
Questo per quanto riguarda il passato. Ma oggi? Qualcuno potrebbe dire: sì, d’accordo, allora andava bene, ma oggi non serve, è roba da tradizionalisti, bisogna lasciar perdere certe anticaglie. Il Papa non è certo di quest’idea, tanto che afferma come “Nostris quoque temporibus Latinae linguae et cultus cognitio perquam est necessaria” (8) per lo studio delle fonti e di numerose discipline ecclesiastiche (9). Però, risconosce Benedetto XVI, la cultura di oggi è affetta da un generalizzato affievolimento degli studi umanistici (10) ed esiste il pericolo (il Papa lo chiama proprio così: pericolo) di una conoscenza sempre più superficiale della lingua latina (11). Certo, prosegue, ci sono anche iniziative che fanno ben sperare: “renovatum culturae et linguae Latinae studium invenitur” (12), anche in luoghi inaspettati e riguarda pure giovani e studiosi provenienti da Nazioni e tradizioni assai diverse (13).
Da queste premesse il Papa trae una conclusione: “Quapropter necessitas instare videtur ut linguae Latinae altius cognoscendae eiusque congruenter utendae fulciatur cura, sive in ecclesiali sive in patentiore cultus campo.” (14) Per fare ciò, è opportuno adottare metodi didattici adeguati alle nuove condizioni (15) e promuovere una rete di rapporti tra Istituzioni e studiosi (16). Quindi, al fine di contribuire a raggiungere tali scopi (17), Benedetto XVI istituisce la “Pontificia Academia Latinitatis”, in dipendenza – com’è naturale – del Pontificio Consiglio della Cultura. Essa succede e continua l’opera della fondazione “Latinitas”, che Paolo VI aveva costituito nel 1976 e che quindi termina i suoi lavori.
E’ stato anche reso pubblico lo Statuto di questa nuova istituzione. Alcuni passaggi meritano d’essere sottolineati. All’art. 2 comma 1, per esempio, si rende conto che l’Accademia si interesserà di lingua e letteratura latina non solamente classica, ma pure patristica, medievale ed umanistica. Questo ci sembra quanto mai opportuno, perché non si deve pensare al latino confinandolo solamente a quello classico (che certamente rappresenta una vetta straordinaria), ma è necessario allargare lo sguardo alla grande parabola di quella lingua, il cui uso è continuato per secoli e secoli fino ai giorni nostri e proseguirà ancora, a Dio piacendo. Anche queste altre epoche, quindi, meritano quel rispetto e quell’attenzione, di cui forse non sempre sono state considerate degne.
Inoltre, s’afferma che si vuol promuove l’uso del latino sia nello scritto che nel parlato: e questo è uno stimolo in più poiché, se è evidente che non si è interessati a creare teatrini artificiosi di uso del latino, nondimeno si è convinti che questa lingua non è solo fissata sulla carta – in un certo modo, potremmo dire “muta”, non più udibile – ma può ancora risuonare da persona a persona (18), servire come mezzo di comunicazione parlata.

Cantando e suonando carmi in latino ed in greco
(© foto: http://vivariumnovum.net)

Proseguiamo con un’altra segnalazione: al comma 2 dell’art. 2, sono elencati alcune metodologie per raggiungere gli scopi dell’accademia. Si tratta di pubblicazioni, incontri, convegni di studio, rappresentazioni artistiche, corsi, seminari, uso dei moderni mezzi di comunicazione, attività espositive, mostre, concorsi ed altro ancora. Insomma, le possibilità sono tante: speriamo vivamente che si saprà dar vita a tante e valide iniziative.
Con questo motu proprio, Benedetto XVI si pone senz’altro nel solco dei suoi predecessori, come egli stesso rileva (19). Vediamo, in conclusione, di approfondire brevemente quest’aspetto, fornendo qualche citazione – com’è consuetudine su Continuitas – a comprova di ciò:

“[Alumni seminariorum] linguam latinam bene calleant” (20)(Codice di diritto canonico, dal can. 249)
“Dedicatevi con passione e promuovete con meditate decisioni la lingua latina, insigne per la maestà e la concisione romana, adatta per così dire a scolpire il vero e il giusto, e che conduce a un pensiero acuto e logico.” (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 26 novembre 1979)
“Abbiamo voluto iniziare questa nostra omelia in latino, perché – come è noto – esso è la lingua ufficiale della Chiesa, della quale, in maniera palmare ed efficace, la universalità e la unità.” (Giovanni Paolo I, dall’Omelia del 3 settembre 1978)
“lingua latina – indubbiamente degna, non è cosa da poco, di essere custodita con cura, essendo nella Chiesa Latina sorgente fecondissima di cristiana civiltà e ricchissimo tesoro di pietà” (Paolo VI, dall’Epistola “Sacrificum Laudis”, 15 agosto 1966)
Del beato Giovanni XXIII rimandiamo alla Costituzione “Veterum Sapientia” (qui il testo latino), del 22 febbraio 1962, volta proprio a promuovere lo studio della lingua latina;
“Il latino! lingua antica, ma non già morta, del cui superbo eco, se da secoli sono muti i diruti anfiteatri, i famosi fori e i templi dei Cesari, non tacciono le basiliche di Cristo, dove i sacerdoti del Vangelo e gli eredi dei martiri ripetono e ricantano le salmodie e gl’inni dei primi secoli nella lingua riconsacrata dei Quiriti.” (Pio XXI, dal Discorso del 30 gennaio 1949)
“Coloro che non conoscono la lingua latina assai difficilmente possono attingere alle documentatissime fonti scritte dei Padri e dei Dottori della Chiesa, i quali nella maggior parte si sono serviti, nei loro scritti, della lingua latina, per esporre e difendere la sapienza cristiana. Abbiate perciò a cuore che i vostri chierici, i quali un giorno saranno i ministri della Chiesa, mettano tutto il loro impegno per apprendere e usare questa lingua.” (Pio XI, dalla Lettera Apostolica “Unigenitus Dei”, del 19 marzo 1924)


Note:
(1) La lingua latina è sempre stata tenuta in altissima considerazione dalla Chiesa Cattolica e dai Romani Pontefici.
(2) cognoscendam et diffundendam assidue curaverunt
(3) poiché era in grado di trasmettere in tutto il mondo l’annuncio del Vangelo
(4) sin dalla Pentecoste la Chiesa ha parlato e ha pregato in tutte le lingue degli uomini
(5) Cfr. “Latina Lingua”, 1.
(6) Cfr. ad es. Udienza Generale del 12 marzo 2008; Discorso del 15 marzo 2008; Udienza Generale del 14 maggio 2008; Udienza Generale del 2 luglio 2008; Udienza Generale del 19 novembre 2008.
(7) se ne fece in certo modo custode e promotrice, sia in ambito teologico e liturgico, sia in quello della formazione e della trasmissione del sapere.
(8) Anche ai nostri tempi, la conoscenza della lingua e della cultura latina risulta quanto mai necessaria
(9) Il Papa in questo passo fa riferimento al Concilio Vaticano II, il quale nel decreto Optatam totius (al n.13) affermava che gli alunni dei seminari “linguae latinae cognitionem acquirant, qua tot scientiarum fontes et Ecclesiae documenta intelligere atque adhibere possint.” (devono acquistare quella conoscenza della lingua latina che è necessaria per comprendere e utilizzare le fonti di tante scienze e i documenti della Chiesa), come anche che “Studium linguae liturgicae unicuique ritui propriae necessarium habeatur” (È da considerarsi necessario altresì lo studio della lingua liturgica propria di ciascun rito) – e la lingua propria del rito latino è, manco a dirlo, quella latina – e pure che “cognitio vero congrua linguarum Sacrae Scripturae et Traditionis valde foveatur.” (si promuova molto una congrua conoscenza delle lingue della sacra Scrittura e della tradizione.) – e ci risulta difficile pensare ad una lingua più tradizionale, per la Chiesa di Roma, dell’idioma ciceroniano.
E pensare che forse qualcuno propinava l’idea bislacca che il Vaticano II avesse voluto seppellire il latino…
(10) humanarum litterarum extenuatis studiis
(11) periculum adest levioris linguae Latinae cognitionis
(12) si riscontra un rinnovato interesse per la cultura e la lingua latina
(13) Cfr. “Latina Lingua”, 3.
(14) Appare perciò urgente sostenere l’impegno per una maggiore conoscenza e un più competente uso della lingua latina, tanto nell’ambito ecclesiale, quanto nel più vasto mondo della cultura.
(15) consentaneum prorsus est docendi rationes adhibere aptas ad novas condiciones
(16) provehere item necessitudines inter Academicas institutiones et inquisitores
(17) Il Papa, con modestia, parla di contributo: è consapevole che da sola quest’iniziativa non sarà una panacea di tutti i mali. Per questo, non è forse eccessivo sperare che, come in campo liturgico l’opera di Benedetto XVI ha dato il là alla formazione e sviluppo di un nuovo movimento liturgico, così in questo campo l’impulso del successore di Pietro e della Santa Sede possa aiutare a formare un nuovo movimento culturale di riscoperta della lingua latina.
(18) Del resto, i dibattiti conciliari al Vaticano II (1962-1965) non si tennero forse massimamente in latino? Forse che qualcuno ritiene che quei prelati facessero solo teatro in san Pietro? No di certo: ci si capiva e ci si ascoltava (magari con maggiori o minori difficoltà) e in quel modo lavoravano.
(19) Cfr. “Latina Lingua”, 4: “Decessorum Nostrorum semitas calcantes” (percorrendo le orme dei Nostri Predecessori).
(20) [Gli alunni dei seminari] conoscano bene la lingua latina

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Era il 17 ottobre dell’anno 1912: da qualche giorno l’Est europeo era sconvolto da una nuova guerra (la prima guerra balcanica); il giorno successivo (18 ottobre) si sarebbe conclusa la guerra di Libia tra il regno d’Italia e l’Impero Ottomano; sulla cattedra di Pietro siedeva Giuseppe Sarto, papa Pio X. Proprio in quel giorno, in una piccola valle incastonata tra le vette dolomitiche, nasceva un neonato di gracile salute (tanto da far temere per la sua sopravvivenza), cui fu posto il nome di Albino. Era figlio di Giovanni Luciani, operaio, e di Bortola Tancon. Sessantasei anni dopo, quel bambino, cresciuto, fu eletto al soglio petrino, divenendo papa Giovanni Paolo I. E’ noto che il suo ministero durò poco più di un mese e fu interrotto dalla morte improvvisa, non sorprendente se si considerano le sue non buone condizioni di salute. Eppure, riuscì comunque ad entrare nel cuore di diversi fedeli e la sua vita, anche prima di essere Papa, fu rivolta a Dio: specie come sacerdote, vescovo, cardinale.
Lo ricordiamo con alcuni estratti del suo “programma” di ministero, come li espose in Sistina il 27 agosto 1978:

vogliamo seguire costantemente l’eredità del Concilio Vaticano II [volumus sine intermissione persequi hereditatem Concilii Vaticani II] […][ma, precisò, evitando quelle iniziative che ne deformavano la dottrina e il senso, ndr]
vogliamo salvaguardare integra la grande disciplina della Chiesa, tanto nella vita dei sacerdoti che in quella dei fedeli [integram servare volumus magnam disciplinam Ecclesiae in vita sacerdotum ac fidelium][…]
vogliamo ammonire tutta la Chiesa che il suo primo compito è quello di evangelizzare [volumus Ecclesiam universam monere primum officium suum esse evangelizationem][…]
intendiamo continuare l’impegno in materia ecumenica [intendimus pergere nisum circa rem oecumenicam][…]
vogliamo continuare, con pazienza e fermezza, quel dialogo […] che Paolo VI stabilì a fondamento della sua azione pastorale [volumus pergere patienti et firmo animo dialogum illum […] quem Paulus VI […] constituit veluti fundamentum et actionis pastoralis suae][…]
vogliamo infine assecondare tutti i progetti lodevoli e distinti che vogliano  proteggere ed incrementare la pace in questo mondo turbato [volumus denique secundare omnia incepta laudabilia et egregia, quae pacem in hoc mundo perturbato valeant tueri et incrementis augere][…]

Giovanni Paolo I con l’allora card. Ratzinger

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