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Posts Tagged ‘ermeneutica della continuità’

Oggi è stata pubblicata dalla Santa Sede una lettera del Santo Padre Francesco – datata 19 novembre 2013, quindi qualche giorno fa – in cui il Papa nomina il cardinal Walter Brandmüller quale suo inviato speciale per le celebrazioni che si tengono a Trento per il 450° anniversario dalla conclusione del Concilio di Trento. Infatti, il Tridentino si concluse il 4 dicembre 1563.
Non abbiamo riportato tutta la lettera, ma solo la parte iniziale, che ci sembra significativa. In essa, infatti, il Sommo Pontefice non solo loda il Concilio di Trento – che invece alcuni novatori vorrebbero relegare nella pattumiera della storia – ma richiama anche in maniera esplicita l’ermeneutica della riforma nella continuità (dopo l’ormai celebre lettera a mons. Marchetto di qualche giorno fa). E – afferma sempre il Papa – essa si applica non solo al Vaticano II, ma anche al Concilio di Trento. E, nel proporre la centralità di quest’ermeneutica, il Pontefice richiama esplicitamente Benedetto XVI.
Insomma, Papa Bergoglio qui loda il Concilio di Trento, riafferma la centralità dell’ermeneutica della continuità e fa anche esplicito richiamo del Magistero del suo predecessore. Niente male per un uomo che – stando ad alcuni – doveva rivoluzionare la Chiesa…

Mentre incomincia il quattrocentocinquantesimo anniversario dal giorno in cui il Concilio Tridentino fu condotto ad una felice conclusione, conviene che la Chiesa rifletta con cura più pronta ed attenta sulla fecondissima dottrina che ci giunge da quel Concilio tenutosi nella regione tirolese. Anzi, non senza motivo la Chiesa attribuì per molto tempo tanta cura nel commemorare e osservare i decreti e le deliberazioni di quel Concilio, dal momento che, poiché erano sorte in quel tempo liti e interrogativi veramente gravissimi, i Padri conciliari adoperarono ogni diligenza affinché la fede cattolica si manifestasse più chiaramente e venisse compresa meglio. Certo per ispirazione e suggerimento dello Spirito Santo, interessò loro moltissimo che il sacro deposito della dottrina cristiana non fosse solo custodito, ma risplendesse più chiaramente, affinché l’opera salvifica del Signore venisse diffusa in tutto il mondo e venisse esteso il Vangelo in tutta la terra.
Esaudendo senza dubbio lo stesso Spirito, la Santa Chiesa di questo tempo ripete e medita anche oggi la ricchissima dottrina tridentina. Infatti “l’ermeneutica della riforma” che il Nostro Predecessore Benedetto XVI descrisse nell’anno 2005 alla Curia Romana si riferisce al Concilio Vaticano non meno che al Tridentino. Certamente questo modo di interpretare pone sotto una luce più nitida l’unica natura luminosa della Chiesa che il Signore stesso attribuì ad essa: “è un soggetto che, nel scorrere dei secoli, cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino.” (Discorso alla Curia Romana nel tempo natalizio del Signore)

Ineunte quadringentesimo et quinquagesimo anniversario die ex quo Concilium Tridentinum faustum ad finem est adductum, decet Ecclesiam promptiore et attentiore studio uberrimam doctrinam recolere quae ex illo Concilio in Tirolensi regione habito evadit. Immo non sine causa Ecclesia tantam curam in illius Concilii decreta et consilia commemoranda atque observanda iam diu contulit, quandoquidem, gravissimis sane rebus et quaestionibus eo tempore exortis, Patres conciliares omnem diligentiam adhibuerunt ut fides catholica planius appareret meliusque perciperetur. Spiritu nempe Sancto inspirante et suggerente, eorum maxime interfuit sacrum christianae doctrinae depositum non solum custodiri sed clarius homini luceri ut salutiferum opus Domini totum per orbem diffunderetur Evangeliumque universam in terram extenderetur.
Eundem quidem Spiritum exaudiens, Sancta Ecclesia huius temporis amplissimam Tridentinam doctrinam etiamnum redintegrat et meditatur. Etenim “interpretatio renovationis” quam Praedecessor Noster Benedictus XVI anno MMV coram Curia Romana explicavit haud minus ad Tridentinum quam ad Vaticanum Concilium refert. Enimvero hic modus interpretandi nitidiore sub luce ponit unam praeclaram Ecclesiae proprietatem quam Ipse Dominus illi impertitur: “Ea videlicet est unum `subiectum’ quod, saeculis decurrentibus, crescit ac augetur attamen semper idem manet. Ea itaque est unum subiectum peregrinantis Populi Dei” (Sermo ad Curiam Romanam Natali in tempore Domini).

Un momento dei lavori del Concilio di Trento (1545-1563)

Un momento dei lavori del Concilio di Trento (1545-1563)

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Qualche mese fa avvisammo degli incontri tenuti dall’Associazione Alessandro Maggiolini insieme con Alleanza Cattolica (vedi qui) a Milano. Oggi questo ciclo si è concluso e ne pubblichiamo un breve resoconto.

Concluso il Ciclo di Incontri in occasione dell’Anno della Fede

Si è concluso il 17 maggio il ciclo di incontri, organizzato a Milano dall’Associazione Alessandro Maggiolini in collaborazione con Alleanza Cattolica, dedicato all’approfondimento dell’Anno della Fede. Le conferenze, iniziate nel mese di ottobre, hanno affrontato il tema controverso del Concilio Ecumenico Vaticano II, in particolare cercando di contrastare quella interpretazione del Vaticano II diffusa dalla Scuola di Bologna come una rottura nella storia della Chiesa, che avrebbe diviso quest’ultima in un “prima” e in un “dopo” il Concilio. Tale idea, purtroppo ancora maggioritaria nella Chiesa, è stata criticata – tra gli altri – dalla sagace penna del card. Giacomo Biffi e da Benedetto XVI, ancora cardinale. Ed è proprio su questa linea che gli organizzatori si sono esplicitamente posti.

Fedeli all’esempio di mons. Alessandro Maggiolini, che non ha mai nascosto le sue critiche a quanti «hanno l’abitudine di dire che tutto va bene e il cattolicesimo vive un’epoca gloriosa», i relatori, così come gli organizzatori e gli stessi uditori, non hanno potuto sottacere anche i gravi problemi verificatisi all’interno del corpo ecclesiale negli anni dopo il Concilio. Pur senza interpretazioni apocalittiche, ad esempio, il card. Raymond Leo Burke, così il vescovo mons. Agostino Marchetto, ha evidenziato una certa dimenticanza dell’obbedienza e del Diritto, che ha mostrato invece essere essenziale anche per la “Nuova Evangelizzazione”. Il diritto infatti occupa un ruolo importante nonostante i continui attacchi subiti in questi ultimi decenni, in odio alla legge, al limite, al principio di autorità, tutti valori aggrediti da una cultura trasgressiva e libertaria, penetrata ovunque, anche all’interno del mondo cattolico, negli anni successivi alla rivoluzione culturale del 1968, anni che coincidevano con la crisi postconciliare. Sua Eminenza, con alcuni accenni alla propria esperienza di giovane studente prima, vescovo e cardinale successivamente, ha mostrato come questa non sia solo una sensazione.

Altro aspetto ad aver suscitato particolare interesse è stata la prima conferenza dopo la fine del Pontificato di Benedetto XVI, dedicata al tema della Sacra Liturgia. Anche qui, don Nicola Bux e Daniele Nigro hanno indicato alcuni punti controversi e indicato alcune piste da seguire personalmente.

Sono poi intervenuti i docenti Giuseppe Bonvegna e Alberto Torresani, Andrea Tornielli e Massimo Introvigne, don Pietro Cantoni e il padre domenicano Giovanni Cavalcoli.

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Proponiamo ai nostri lettori il testo di uno dei massimi teologi del secolo appena trascorso: il card. Charles Journet (1891-1975). Il tema è di quelli che scottano: la dottrina cristiana può crescere? E, se sì, in quale modo? Queste parole sono tratte da Charles card. Journet, “Introduzione” a “Teologia delle indulgenze”, Friburgo, Nova et Vetera, 1966)

Il progresso omogeneo della dottrina cristiana

Il deposito della rivelazione, conclusasi con la morte dell’ultimo degli apostoli, è affidato alla Chiesa, alla quale Cristo ha promesso la sua assistenza continua fino alla consumazione dei secoli perché fosse santamente conservato e fedelmente spiegato e sviluppato (1).
Il fatto dell’ “esplicitazione” progressiva di una dottrina nel corso dei secoli è normale nella Chiesa: queste successive prese di coscienza del deposito iniziale sono altrettante testimonianze della sua vita interiore. Il ritorno alla sorgente deve dunque essere inteso non come un metterne tra parentesi, ancor meno come un mettere in dubbio, le dottrine ulteriormente esplicitate, ma come un riallacciamento di queste alla rivelazione originale. In questo caso l’illuminazione è scambievole: la rivelazione primitiva illumina le sue “esplicitazioni”, e le “esplicitazioni” a loro volta permettono una nuova lettura, più attenta, della rivelazione stessa. Le definizioni del Concilio di Calcedonia, scaturite dal Vangelo, ci aiutano a rileggere il Prologo di san Giovanni; quelle di Trento, a rileggere le parole di Gesù che istituisce l’Eucarestia; quelle del primo Concilio Vaticano, a rileggere le parole di Gesù a san Pietro, ecc. Il criterio di verità di una “esplicitazione” non è affatto la data della sua apparizione nel tempo, ma l’omogeneità del suo contenuto con il deposito iniziale: “La religione, scrive san Vincenzo di Lérins (2), non è dunque suscettibile di alcun progresso nella Chiesa di Cristo? Certamente, ne deve esistere uno e considerevole… Ma a condizione che questo progresso costituisca veramente per la fede un progresso (profectus), e non una alterazione (permutatio)”. A questo punto seguono le parole che saranno riportate dal primo Concilio Vaticano (3): “Che crescano dunque e progrediscano largamente l’intelligenza, la scienza la sapienza… ma conformemente alla loro natura, cioè in una medesima dottrina (dogma), un medesimo senso (sensu), in una medesima credenza (sententia)”.

Via progressiva della “storia” delle dottrine via regressiva della “contemplazione” delle dottrine

La storia sarà certamente preziosa per far conoscere l’apparizione di una dottrina; ma questa dottrina, una volta riconosciuta dalla Chiesa, illuminerà retrospettivamente i giudizi di valore che lo storico cattolico porterà sugli avvenimenti che l’hanno preparata. Una sola luce, quella della rivelazione proposta dal magistero della Chiesa, rischiara le due vie complementari della teologia cattolica: la via della storia delle dottrine che è progressiva, in quanto ricostruisce la teologia a partire dal dato primitivo e dalle origini come queste risultano dal documento; e la via della contemplazione delle dottrine che è regressiva, in quanto parte dal termine storico dell’evoluzione tradizionale che essa considera come acquisito per risalire da quello alle sorgenti e rivelarcene la profondità. (4)

Note:
1) Concilio Vaticano I, Sess. IV, c. 4 (DS 3070)
2) Commonitorium, 23, 1-3
3) Concilio Vaticano I, Sess. III, c. 4 (DS 3020)
4) E’ così che Vladimir Soloviev, avendo citato la promessa di Gesù a Pietro, la illumina retrospettivamente con il fatto del primato: “La parola di Cristo non poteva rimanere senza effetto nella storia cristiana; e il principale fenomeno di questa storia doveva avere una causa sufficiente nella parola di Dio. Si trovi dunque, per la parola di Cristo a Pietro, un effetto corrispondente che non sia quello della cattedra di Pietro, e si scopra, per questa cattedra, una causa sufficiente che non sia la promessa fatta a Pietro”. [cfr.] La Russie et l’Eglise universelle, Parigi, Stok, 1922, p. 132.

Il card. Charles Journet
(1891-1975)

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Oggi, come forse alcuni dei nostri lettori avranno notato, il Santo Padre ha provveduto ha recuperare un paramento liturgico proprio del Sommo Pontefice: si tratta del fanone. Desideriamo, sin dalle prime righe, mettere in chiaro che questo ritorno non debba essere interpretato in maniera eccessiva, sia in senso “tradizionalista” (come se fosse successo chissà cosa: essere compiaciuti è un conto, saltellare di gioia come se il Papa si fosse levato in volo su piazza san Pietro un altro) che in senso “progressista” (come se oggi il Papa avesse “rifiutato il Concilio” o “ripudiato la riforma liturgica” o altre corbellerie del genere). A nostro avviso, invece, è un comportamento decisamente più opportuno quello di avere un sorriso e un moto di approvazione per il recupero del fanone, specialmente in un’ottica di “ermeneutica della continuità liturgica”.
Detto questo, diamo qualche informazioni in più ai nostri lettori.
Anzitutto, cos’è il fanone?
Lo vediamo da un’immagine (presa da Cantuale Antonianum, che ha anche un bell’articolo in merito) presa nella celebrazione odierna:

Il fanone è quel pezzo di stoffa bianca con strisce dorate posta sulle spalle del Papa, al di sotto del pallio (che sarebbe invece quella striscia di lana bianca con croci rosse).
E’ un paramento significativo perché, da diversi secoli, è prerogativa esclusiva del Sommo Pontefice: lo poteva e usare solamente lui (e, per speciale privilegio, il patriarca di Lisbona).
Si tratta di un paramento che deriva dall’amitto (cioè un pezzo di stoffa che tutti i sacerdoti indossano sulle spalle prima di indossare l’alba) e che prende il nome dal vocabolo tardo latino “fano”, derivante da “pannus” (pezzo di stoffa, fascia, panno). Inizialmente (I millennio d.C.), col nome di anagolajum, era utilizzato anche da altri chierici, non solo dal Papa. Verso il X-XII secolo divenne di esclusiva pertinenza pontificia. Così ne parla Innocenzo III: “Invece il romano pontefice dopo l’alba e il cingolo indossa il fanone [qui chiamato “orale”, ndr], che avvolge attorno alla testa e ripiega sulle spalle, seguendo il metodo del sommo sacerdote [dell’Antico Testamento, ndr], il quale, dopo il manto e la cintura indossava l’efod, cioè il pettorale, al posto del quale c’è ora l’amitto” [“Romanus autem pontifex post albam et cingulum assumit orale, quod circa caput involvit, et replicat super humeros, legalis pontificis ordinem sequens, qui post lineam strictam et zonam induebatur ephod, id est superhumerale, cuius locum modo tenet amictus.”] (cfr. De Sacro Altaris Mysterio, libro I, cap. 53, in PL 217, 793 D)
Non c’è molto da dire a riguardo. Ci sia però consentito di citare alcune parole di mons. Guido Marini, attuale maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, che crediamo possano ben rendere il senso di quest’operazione di recupero (anche se non si riferiscono, nello specifico, ad essa): “[…] i paramenti adottati, come anche alcuni particolari del rito, intendono sottolineare la continuità della celebrazione liturgica attuale con quella che ha caratterizzato nel passato la vita della Chiesa. […] nell’ambito liturgico un Papa usa anche paramenti e suppellettili sacre dei Pontefici che lo hanno preceduto per indicare la stessa continuità anche nella lex orandi.” (cfr. intervista a “Il Giornale” dell’11 maggio 2008).
Infine, ecco alcune immagini di Papi con il fanone:

Il beato Giovanni Paolo II (1978-2005)

Paolo VI (1963-1978)

Il beato Giovanni XXIII (1958-1963)

Pio XII (1939-1958)

Pio XI (1922-1939)

Benedetto XV (1914-1922)

San Pio X (1903-1914)

Il beato Pio IX (1846-1878)
(copyright foto: Orbis Catholicus Secundus)

Leone XII (1823-1829)

Pio VI (1775-1799)

Innocenzo III (1198-1216)

Bibliografia:
Mario Righetti, Storia liturgica, vol. I, Milano, Ancora, 1998 (ed. or. 1964), p. 592

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[…] è affiorata da qualche parte una certa ambiguità nell’interpretazione generale del Concilio ; anzi per taluni esso autorizzerebbe cambiamenti profondi nell’ordine teologico e mutamenti costituzionali eversivi. Gli aspetti principali di questa ambiguità, che talora ha non poco turbato il sensus fidei del Popolo di Dio, sono: il ripudio della tradizione; la contestazione dell’autorità, che, pur partendo da ottimi principi – quali servizio, eguaglianza, solidarietà e amore – la considera come se derivasse dal volere della comunità; l’adeguamento alle correnti democratiche della società profana; la tendenza ad eliminare i doveri e ad accrescere un’interpretazione più comoda e più facile dell’impegno cristiano. In contrapposto a tali atteggiamenti, resta oggi la necessità, come ha voluto il Concilio, di coordinare la concezione della libertà cristiana – del farsi « tutto a tutti », del non rendere difficile la vita cristiana – con l’esigenza della Fede e della Croce. (servo di Dio Paolo VI, discorso del 23 dicembre 1971)

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Ricca davvero di spunti, oggi, l’udienza generale del Santo Padre (che potete trovare per intero qui). Qualche assaggio (grassetto nostro, come di solito avviene):

I documenti del Concilio Vaticano II, a cui bisogna ritornare, liberandoli da una massa di pubblicazioni che spesso invece di farli conoscere li hanno nascosti, sono, anche per il nostro tempo, una bussola che permette alla nave della Chiesa di procedere in mare aperto, in mezzo a tempeste o ad onde calme e tranquille, per navigare sicura ed arrivare alla meta. […]

[In Concilio, ndr] ho potuto vedere una Chiesa viva […] che si mette alla scuola dello Spirito Santo, il vero motore del Concilio. […]

Don Joseph Ratzinger nel 1962

Nella storia della Chiesa, come penso sappiate, vari Concili hanno preceduto il Vaticano II. Di solito queste grandi Assemblee ecclesiali sono state convocate per definire elementi fondamentali della fede, soprattutto correggendo errori che la mettevano in pericolo. […] Se guardiamo al Concilio Ecumenico Vaticano II, vediamo che in quel momento del cammino della Chiesa non c’erano particolari errori di fede da correggere o condannare, né vi erano specifiche questioni di dottrina o di disciplina da chiarire. […] Il Papa desiderava che la Chiesa riflettesse sulla sua fede, sulle verità che la guidano. Ma da questa seria, approfondita riflessione sulla fede, doveva essere delineato in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e l’età moderna, tra il Cristianesimo e certi elementi essenziali del pensiero moderno, non per conformarsi ad esso, ma per presentare a questo nostro mondo, che tende ad allontanarsi da Dio, l’esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e in tutta la sua purezza […]

dobbiamo imparare la lezione più semplice e più fondamentale del Concilio e cioè che il Cristianesimo nella sua essenza consiste nella fede in Dio, che è Amore trinitario, e nell’incontro, personale e comunitario, con Cristo che orienta e guida la vita: tutto il resto ne consegue. […] quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo. […]

Don Joseph Ratzinger nel 1964, quand’era perito conciliare

Guardando in questa luce alla ricchezza contenuta nei documenti del Vaticano II, vorrei solo nominare le quattro Costituzioni, quasi i quattro punti cardinali della bussola capace di orientarci. La Costituzione sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium ci indica come nella Chiesa all’inizio c’è l’adorazione, c’è Dio, c’è la centralità del mistero della presenza di Cristo. E la Chiesa, corpo di Cristo e popolo pellegrinante nel tempo, ha come compito fondamentale quello di glorificare Dio, come esprime la Costituzione dogmatica Lumen gentium. Il terzo documento che vorrei citare è la Costituzione sulla divina Rivelazione Dei Verbum: la Parola vivente di Dio convoca la Chiesa e la vivifica lungo tutto il suo cammino nella storia. E il modo in cui la Chiesa porta al mondo intero la luce che ha ricevuto da Dio perché sia glorificato, è il tema di fondo della Costituzione pastorale Gaudium et spes. Il Concilio Vaticano II è per noi un forte appello a riscoprire ogni giorno la bellezza della nostra fede, a conoscerla in modo profondo per un più intenso rapporto con il Signore, a vivere fino in fondo la nostra vocazione cristiana.

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Un papiro rivela: Gesù era sposato”; “Antico papiro: Gesù era sposato”; “Gesù sposato con Maria Maddalena: la prova in nuovo vangelo”; “Il papiro copto che conferma: Gesù era sposato”; “Un papiro copto parla della moglie di Gesù”: ecco alcuni dei titoli che compaiono da qualche giorno in giro per il web. Manna per coloro che mettono in discussione la Chiesa, i suoi insegnamenti, i Vangeli canonici. E, per i credenti, forse il rischio di una spiacevole sensazione, di essere messi in discussione, di essere attaccati. Addirittura – speriamo di no – forse qualche dubbio più serio si è insinuato nel cuore degli stessi cattolici? Proprio non ce n’è ragione. Perché la notizia riportata con tanto fiato di trombe è in buona parte una “non notizia”. Vediamo un attimo perché.
Per prima cosa ci si può chiedere: che è successo? Affidandoci ad una fonte affidabile come Andrea Tornielli (http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/fede-e-archeologia-faith-and-archeology-fe-y-arqueologia-18265/), veniamo quindi a sapere che, nel corso di un importante convegno internazionale una professoressa dell’università di Harvard (USA), Karen Leigh King, ha presentato i risultati preliminari di un proprio studio su un frammento di papiro del IV secolo d.C., dal quale parrebbe di poter evincere che Gesù Cristo fosse sposato. Va detto che la stessa docente ha fatto affermazioni decisamente più prudenti di quanto si possa pensare, limitandosi a sostenere che quello presentato sarebbe un documento che prova l’esistenza di un dibattito tra i cristiani antichi riguardo al fatto che Gesù fosse sposato.

(© foto: Karen L. King 2012) Ecco il frammento “incriminato” di papiro

Per quanto riguarda il merito di tutta la faccenda, ci permettiamo di rinviare anzitutto ad un articolo del sito Uccr (Unione Cristiani Cattolici Razionali) che affronta la materia con dovizia di testimonianze. Potete leggere l’intervento qui.
Ci limitiamo qui a segnalare i numerosissimi punti oscuri di questa vicenda:
a) non si conosce la provenienza del frammento. Si ipotizza l’Egitto ed è probabile: ma dove, di preciso? Il Fayum? L’Alto Egitto? Una necropoli? Inoltre, è anonimo anche il proprietario del frammento.
b) Il frammento sembra risalire – da un’analisi della grafia – al IV secolo. Tuttavia, è stato retrodatato al II secolo sulla base di due motivazioni: 1) perché ha paralleli nella letteratura del II secolo (vangelo di Tommaso, di Maria, degli Egiziani); 2) perché in quel periodo c’erano discussioni sullo stato maritale di Cristo. Come si può intuire, però, nessuna delle due prove è decisiva per una simile retrodatazione.
c) L’autenticità stessa del frammento è contestata. Non conosciamo infatti il contesto dal quale questo scritto proviene (forse una biblioteca gnostica?). Inoltre, il frammento è piccolo (4 cm per 8 cm) e non si sa di cosa parlasse la parte mancante del papiro. Non sono ancora state fatte neppure prove al radiocarbonio né test sull’inchiostro – quest’ultimo in particolare è un esame importante per capire se si tratta di un falso o meno.
d) Come si afferma nell’articolo dell’Uccr, non pochi studiosi sono tutt’altro che certi dell’autenticità del frammento;nell’agosto 2012, poi, la King propose alla Harvard Theological Review un articolo riguardo al papiro, ma due dei tre critici chiamati a giudicare in merito sollevarono dubbi sull’autenticità del frammento.
e) Non si può neppure escludere che il frammento sia stato rotto così di proposito – ad esempio, per isolare le parole “Mia moglie” dal contesto in cui erano inserite;
f) L’importanza del contesto, per l’appunto, è notevole: si pensi, per esempio, che nella Bibbia l’espressione “mia moglie” sembra ricorrere almeno sedici volte (Gn 20,11; Gn 20,12; Gn 26,7; Gn 44,27; Es 21,5; Gdc 15,1; 2 Sam 3,14; 2 Sam 11,11; Tb 2,11; Tb 2,13; Tb 8,21; Gb 19,17; Gb 31,10; Ez 24,18; Os 2,4; Lc 1,18); quella “mia sposa” almeno tre (Gn 29,21; 2 Sam 3,14; Os 2,21). Non si può escludere che Gesù stesse citando uno di questi passi.

Altro che frammenti di papiro…
qui troviamo la Parola di Dio!

Un altro esempio che fa ben comprendere l’importanza del contesto è questo: si provi a pensare cosa dovesse accadere qualora si fosse trovato un frammento del libro dei Salmi, che riporti le parole “Dio non esiste”. Una cosa del genere sarebbe possibile, perché quest’espressione ricorre in almeno due passaggi (Sal 9,25; 53,2). Tuttavia, dal contesto evinceremmo che la frase non è certo supportata dal testo sacro, ma condannata: “Nel suo orgoglio il malvagio disprezza il Signore: <Dio non ne chiede conto, non esiste!>” (9,25); “Lo stolto pensa: <Dio non c’è> (53,2).
g) A coloro che eventualmente dovessero sostenere con forza che Gesù era sposato, possiamo rispondere che, come cattolici, la cosa non solo non ci scandalizza, ma anzi siamo completamente d’accordo: Gesù era ed è sposato. Sì, con la Sua Chiesa. Basta infatti leggere san Paolo e altri passi del Nuovo Testamento per rendersene conto (rimandiamo a questo articolo per un maggior approfondimento), così come il Catechismo (ad esempio, nn. 756-757-771-772-773-789 e soprattutto 796). Richiami in merito vi sono anche nel Secondo Concilio di Nicea (anno 787) e nel Concilio di Vienne (anno 1311-1312)(cfr. DS 901) Esiste addirittura una Costituzione Apostolica di Pio XII (del 1950) che si intitola “Sponsa Christi” (anche se poi il testo tratta in gran parte di altre materie); del resto, nella Mystici Corporis di papa Pacelli si parla non di rado della Santa Chiesa quale sposa di Cristo. Qualche altra citazione: “la Chiesa, la quale […] è unita a Cristo, suo Sposo” (Leone XIII, enc. Exeunte iam anno); san Pio X parla della “bellezza della sposa di Cristo [cioè la Chiesa, ndr]”(enc. Communium rerum); “Chiesa, sposa di suo [della Vergine, ndr] Figlio” (Benedetto XV, enc. Fausto appetente die); “la mistica Sposa di Cristo [la Chiesa, ndr] nel corso dei secoli non fu mai contaminata né giammai potrà contaminarsi” (Pio XI, enc. Mortalium Animos); “E Gesù Cristo, per continuare l’opera sua, volle che la Chiesa, sua mistica Sposa […]” (ven. Pio XII, udienza generale del 6 dicembre 1939); “la Chiesa, Sposa di Cristo” (beato Giovanni XXIII, motu proprio Consilium, 3); Paolo VI dedicò al tema almeno un’udienza generale (quella del 15 giugno 1966), dove afferma per esempio che “questa allegoria […] ci autorizza a chiamare la Chiesa Sposa di Cristo”; “la Chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, a lei promessa dal Signore, affinché per l’umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma rimanga la degna sposa del suo Signore” (Giovanni Paolo I, radiomessaggio del 27 agosto 1978); il beato Giovanni Paolo dedicò al tema, per esempio, l’udienza generale del 18 dicembre 1991, ove affermò per esempio che “la Chiesa è la Sposa di Cristo”; “Chiesa, Sposa di Cristo” (Benedetto XVI, udienza generale del 15 dicembre 2010).
h) Concludendo con una battuta, si potrebbe dire che talvolta si ha come la sensazione che, pur di dar sotto alla Chiesa e alla fede cattolica, ci sia chi è disposto prima a sostenere che Gesù non è mai esistito; per passare poi ad esibire il certificato di matrimonio dello stesso…

Bibliografia:
http://www.hds.harvard.edu/faculty-research/research-projects/the-gospel-of-jesuss-wife (in inglese)(pagina ufficiale del progetto di ricerca sul frammento)
http://www.hds.harvard.edu/sites/hds.harvard.edu/files/attachments/faculty-research/research-projects/the-gospel-of-jesuss-wife/29865/King_JesusSaidToThem_draft_0920.pdf (in inglese)(lungo articolo di 52 pagine della King riguardo al frammento in questione)

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