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Archive for the ‘Preghiera’ Category

La preghiera monastica ha oggi in primo luogo un “valore apologetico”, o, come anche si usa dire, “profetico”. Oggi ciò che fa più impressione nel mondo moderno è la crisi della fede. Ebbene, la preghiera monastica, come la volle san Benedetto e come in seguito venne praticata dalle varie spiritualità, è come un segno luminoso nella notte, un’oasi nel deserto delle delusioni e delle insoddisfazioni, un vascello stabile e sicuro tra le onde tempestose dei sentimenti e delle passioni. (San Giovanni Paolo II, dal Discorso alle abbadesse benedettine del 22 maggio 1980, grassetto nostro)

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Oggi i media vaticani hanno rilasciato il Messaggio del Santo Padre Francesco per la LII giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Sappiamo bene quanto questo tema sia importante per il futuro della Chiesa: “Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!” (Mt 9,38; Lc 10,2). Questo è particolarmente vero per la Chiesa nel mondo occidentale e in Italia, dove assistiamo ad un calo terribile delle adesioni dei cattolici alla chiamata divina. Con conseguenze nefaste: “Lasciate una parrocchia, per vent’anni, senza prete, vi si adoreranno le bestie.” (santo Curato d’Ars)
Vediamo dunque alcuni passaggi del messaggio pontificio (che potete trovare integralmente qui).

Cari fratelli e sorelle!

La quarta Domenica di Pasqua ci presenta l’icona del Buon Pastore che conosce le sue pecore, le chiama, le nutre e le conduce. In questa Domenica, da oltre 50 anni, viviamo la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Ogni volta essa ci richiama l’importanza di pregare perché, come disse Gesù ai suoi discepoli, «il signore della messe…mandi operai nella sua messe» (Lc 10,2). Gesù esprime questo comando nel contesto di un invio missionario […] in questa 52ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, vorrei riflettere proprio su quel particolare “esodo” che è la vocazione, o, meglio, la nostra risposta alla vocazione che Dio ci dona. Quando sentiamo la parola “esodo”, il nostro pensiero va subito agli inizi della meravigliosa storia d’amore tra Dio e il popolo dei suoi figli, una storia che passa attraverso i giorni drammatici della schiavitù in Egitto, la chiamata di Mosè, la liberazione e il cammino verso la terra promessa. […] Alla radice di ogni vocazione cristiana c’è questo movimento fondamentale dell’esperienza di fede: credere vuol dire lasciare sé stessi, uscire dalla comodità e rigidità del proprio io per centrare la nostra vita in Gesù Cristo; abbandonare come Abramo la propria terra mettendosi in cammino con fiducia, sapendo che Dio indicherà la strada verso la nuova terra. Questa “uscita” non è da intendersi come un disprezzo della propria vita, del proprio sentire, della propria umanità; al contrario, chi si mette in cammino alla sequela del Cristo trova la vita in abbondanza, mettendo tutto sé stesso a disposizione di Dio e del suo Regno. […] Tutto ciò ha la sua radice profonda nell’amore. Infatti, la vocazione cristiana è anzitutto una chiamata d’amore che attrae e rimanda oltre sé stessi, decentra la persona, innesca «un esodo permanente dall’io chiuso in sé stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio» (Benedetto XVI, Lett. Enc. Deus Caritas est, 6).
L’esperienza dell’esodo è paradigma della vita cristiana, in particolare di chi abbraccia una vocazione di speciale dedizione al servizio del Vangelo. Consiste in un atteggiamento sempre rinnovato di conversione e trasformazione, in un restare sempre in cammino, in un passare dalla morte alla vita così come celebriamo in tutta la liturgia: è il dinamismo pasquale. […] Questa dinamica dell’esodo non riguarda solo il singolo chiamato, ma l’azione missionaria ed evangelizzatrice di tutta la Chiesa. […] questo esodo liberante verso Cristo e verso i fratelli rappresenta anche la via per la piena comprensione dell’uomo e per la crescita umana e sociale nella storia. […] Questa dinamica esodale, verso Dio e verso l’uomo, riempie la vita di gioia e di significato. […] Quanto è bello lasciarsi sorprendere dalla chiamata di Dio, accogliere la sua Parola, mettere i passi della vostra esistenza sulle orme di Gesù, nell’adorazione del mistero divino e nella dedizione generosa agli altri! La vostra vita diventerà ogni giorno più ricca e più gioiosa!
La Vergine Maria, modello di ogni vocazione, non ha temuto di pronunciare il proprio “fiat” alla chiamata del Signore. Lei ci accompagna e ci guida. Con il coraggio generoso della fede, Maria ha cantato la gioia di uscire da sé stessa e affidare a Dio i suoi progetti di vita. A lei ci rivolgiamo per essere pienamente disponibili al disegno che Dio ha su ciascuno di noi; perché cresca in noi il desiderio di uscire e di andare, con sollecitudine, verso gli altri (cfr Lc 1,39). La Vergine Madre ci protegga e interceda per tutti noi.
Dal Vaticano, 29 marzo 2015, Domenica delle Palme
FRANCISCUS

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Il Tempio è il luogo dove la comunità va a pregare, a lodare il Signore, a rendere grazie, ma soprattutto ad adorare: nel Tempio si adora il Signore. E questo è il punto più importante. Anche, questo è valido per le cerimonie liturgiche: in questa cerimonia liturgica, cosa è più importante? I canti, i riti – belli, tutto…? Più importante è l’adorazione: tutta al comunità riunita guarda l’altare dove si celebra il sacrificio e adora. Ma, io credo – umilmente lo dico – che noi cristiani forse abbiamo perso un po’ il senso della adorazione, e pensiamo: andiamo al Tempio, ci raduniamo come fratelli – quello è buono, è bello! – ma il centro è lì dove è Dio. E noi adoriamo Dio”

“Purificarci con la preghiera, con la penitenza, con il Sacramento della riconciliazione, con l’Eucaristia … in questi due templi – il tempio materiale, il luogo di adorazione, e il tempio spirituale dentro di me, dove abita lo Spirito Santo – in questi due templi il nostro atteggiamento deve essere la pietà che adora e ascolta, che prega e chiede perdono, che loda il Signore

(Papa Francesco, meditazione a Casa S.Marta 22 novembre 2013)

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P.S. Il Santo Padre si è chiesto anche: I nostri templi sono luoghi di adorazione, favoriscono l’adorazione? Le nostre celebrazioni favoriscono l’adorazione? – Giriamo la domanda ai signori raffigurati qui sotto:

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Il fedele è seduto – forse un po’ sonnacchioso – sul suo banco, in attesa dell’inizio della Santa Messa. Cerca di recitare qualche breve giaculatoria per preparare l’animo alla celebrazione. Poi, ecco, suona la campanella. Vede i ministranti, la croce, il turibolo, il diacono e poi lui, il celebrante. Nel frattempo, la corale ha iniziato a cantare…Quante volte abbiamo assistito a questa scena? Tantissime. Qui vorremmo concentrarci molto brevemente su un aspetto un po’ negletto, in quei momenti, e cioè: la corale, il coro, l’assemblea, cosa sta cantando? Tante possono essere le risposte: vorremmo dire, qualche bel canto gregoriano, l’introito… ma temiamo siano casi un po’ rari. Più spesso si tratta di un canto, più o meno conosciuto, magari un po’ attinente al tempo liturgico che si sta vivendo. E quanti canti ci sono a disposizione! I libretti e i compositori da qualche decennio si sono sbizzarriti nel fornire tantissimo materiale ai fedeli, in buona fede (non lo mettiamo in dubbio). Ma senz’altro si possono contestare due aspetti.
Il primo, che i prodotti canori forniti ai fedeli siano di vera qualità. Certo, non tutte le assemblee possono giungere ai livelli di certe corali. Però ricordiamoci che semplicità non fa rima con sciatteria o con volgarizzazione o con insulsa modernizzazione. La vera semplicità è ben altro, è riuscire con poco a penetrare nell’intelligenza del mistero che si sta celebrando.
Secondo – e questo è l’argomento precipuo di questo post – dobbiamo constatare come sia oramai inveterata, nel nostro paese, l’abitudine di cantare durante la Messa e non la Messa.
Per spiegarci meglio, riportiamo un testo apparso in Notitiae n. 5 (1969), p. 406. Il bollettino è l’organo della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Le parole che riportiamo non appartengono ad un vero e proprio decreto, ma sono comunque importanti. Eccole:

Da più parti è stato chiesto se è ancora valida la formula della Instruzione sulla Musica sacra e la Sacra Liturgia, del 3 sett. 1958, al n. 33: « In Missis lectis cantus populares religiosi a fidelibus cantari possunt, servata tamen hac lege ut singulis Missae partibus plane congruant ».

La formula è superata.

È la Messa, Ordinario e Proprio, che si deve cantare, e non « qualcosa », anche se plane congruit, che si sovrappone alla Messa. Perché l’azione è unica, ha un solo volto, un solo accento, una sola voce: la voce della Chiesa. Continuare a cantare mottetti, sia pure devoti e pii (come il Lauda Sion all’offertorio nella festa di un santo), ma estranei alla Messa, in luogo dei testi della Messa che si celebra, significa continuare un’ambiguità inammissibile: dare crusca invece di buon frumento, vinello annacquato invece di vino generoso.

Perché non solo la melodia ci interessa nel canto liturgico, ma le parole, il testo, il pensiero, i sentimenti rivestiti di poesi e di melodia. Ora, questi testi devono essere quelli della Messa, non altri. Cantare la Messa, dunque, e non solo cantare durante la Messa.

Sono parole molto chiare, ma approfondiamole un momento.
Nella Santa Messa, noi abbiamo dei testi prestabiliti per il canto, alcuni dei quali sono fissi nel testo ogni domenica (l’Ordinario: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei), mentre altri variano (i canti del Proprio, come l’antifona di ingresso o quella di comunione).
Nella forma extra-ordinaria del rito romano, la questione del canto veniva risolta alla radice dividendo tutte le Messe in due grandi categorie: le Messe lette e quelle in canto. Nelle prime tutto il testo liturgico (compresi Ordinario e Proprio) venivano letti dal sacerdote, senza cantarli (veniva però lasciata la possibilità di aggiungere – attenzione, non sostituire: aggiungere – alcuni canti popolari in momenti stabiliti). Nelle seconde, quasi tutta la Messa veniva cantata dal celebrante, dalla schola e dall’assemblea. E veniva cantata sempre e solo coi testi fissati dalla Chiesa, che non potevano essere sostituiti.

Nelle Messe in forma ordinaria, invece, la gran parte delle Messe ha assunto forma ibrida: un po’ lette, un po’ in canto. Questo non è di per se sbagliato. Però è fuor di discussione che, mentre i canti dell’ordinario sono tutto sommato rimasti (anche se purtroppo le melodie tradizionali sono poco utilizzate), quelli del Proprio sono praticamente scomparsi. Prendiamo per esempio ieri, XIII domenica del tempo ordinario (o, con un’espressione più felice, per annum). L’antifona d’introito era: Popoli tutti, battete le mani, acclamate a Dio con voci di gioia. E quella di Comunione, invece, era: Anima mia, benedici il Signore:
tutto il mio essere benedica il suo santo nome.
oppure «Padre, prego per loro, perché siano una cosa sola, e il mondo creda che tu mi hai mandato», dice il Signore. oppure ancora Gesù mosse decisamente verso Gerusalemme incontro alla sua Passione. Ecco, inviteremmo tutti coloro che hanno sentito cantare questi testi ad alzare la mano: crediamo e temiamo non vedremmo molti proporsi col braccio in alto. I compositori, di solito così prolifici, qui hanno dato veramente pochissimi risultati e ben pochi si sono dedicati a musicare i testi del Proprio. Eppure cantare con le parole della Scrittura – perché queste antifone sono tratte dalla Scrittura – è quanto di più tradizionale ed antico ci sia nella Sacra Liturgia. Usare la Parola di Dio stessa – garanzia di verità, a differenza di certi testi ambigui (per non dire erronei) che vengono propinati oggi – è una cosa che pare ovvia e bellissima, ma si fa troppo poco. Eppure, non ci sembra ci vorrebbe così tanta fatica: bastano melodie semplici, non occorre chissà cosa. Giungeremo anche ad accettare che si usi il recto tono, pur di sentire queste parole nelle nostre chiese!
Qualcuno potrebbe obiettare che la Cei, nelle sue Precisazioni annesse alla I edizione tipica del Messale Romano in lingua italiana, ha stabilito che “In luogo dei canti inseriti nei libri liturgici si possono usare altri canti adatti all’azione sacra, al momento e al carattere del giorno o del tempo, purché siano approvati dalla Conferenza Episcopale nazionale o regionale o dall’Ordinario del luogo.”, ma è fuor di luogo che il canto di Ordinario e proprio sia senz’altro da preferirsi e da promuovere, come si ammette subito dopo: “Si esortano i musicisti e i cantori a valersi dei testi antifonali del giorno con qualche eventuale adattamento.” E non si dimentichi che la stessa Cei, stabilendo la normativa riguardante la lingua liturgica, scrive che “Si potranno inserire nel repertorio della Messa celebrata in italiano canti dell’ordinario ed eventualmente del proprio in lingua latina.” E’ questa una soluzione, quella di ricorrere alle tradizionali melodie in lingua latina, che probabilmente sarà venuta in mente ai nostri lettori più preparati. Sarebbe senz’altro un’ottima possibilità, che non necessiterebbe neppure di creare nuove melodie, dato che ce ne sono già. In questo modo, inoltre, si verrebbe incontro ai precetti del Vaticano II e di tutta la Tradizione della Chiesa, che ha senz’altro favorito il canto gregoriano e il resto del proprio patrimonio musicale, polifonico e non. Con un po’ di realismo, però, ci rendiamo conto che questa soluzione non è facilmente percorribile ovunque, sia perché non tutte i cori riescono a sostenere il canto gregoriano, sia perché – soprattutto! – c’è una grande avversione verso questa straordinaria e felicissima espressione musicale propria della liturgia romana. Quindi, in un’ottica di progressivo miglioramento delle condizioni musicali in cui versa la liturgia, ci sembra che, almeno come misura transitoria, l’uso dei canti liturgici finalmente musicati possa risultare di non poco vantaggio per i fedeli, nonché per la bellezza, la dignità e il decoro dei sacri riti.
Cantare Ordinario e Proprio, quindi, cantare i testi liturgici stessi, non canzonette moderne che, passata la moda, passano anch’esse – e con questo non vogliamo sminuire le belle opere che sono state composte: solo, ci sembra che di fronte alla Scrittura e ad una prassi così tradizionale e consona come quella di cantare Ordinario e Proprio debbano passare in secondo piano.
Speriamo il Signore si degni di suscitare nella Sua Santa Chiesa dei bravi e volenterosi uomini e donne di musica, che si dedichino a questo compito con arte e competenza!

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La preghiera ci palesa un mondo spirituale, vasto, splendido, misterioso, come il cielo che sovrasta il nostro capo e descrive lo sconfinato cielo della Realtà in cui, troppo spesso ciechi, miopi, insensibili, noi viviamo. (Paolo VI, dall’Udienza Generale del 14 giugno 1978)

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Prego per voi – non vuol dire ch’io pronunci di tanto in tanto qualche parola pensando a voi; vuol dire che mi sento responsabile di voi nella carne e nell’anima, che vi porto in me come una madre il suo bambino, che voglio condividere, anzi non solo condividere ma attirare interamente su di me il male ed il dolore che vi minacciano, e che offro a Dio tutta la mia notte perché egli ve la restituisca in luce” (Gustave Thibon)

“…devono entrare nel mio cuore, devono essere un’inquietudine per me. Il mio fratello soffre, la mia sorella soffre; ecco il mistero della comunione dei santi. Pregare: Signore guarda quello, piange, soffre. Pregare, permettetemi di dirlo, con la carne […] non con le idee; pregare con il cuore” (Papa Francesco)

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[…] bisogna sempre pregare, per non lasciare che l’uomo si riduca “ad una sola dimensione”, quella terrena. Pregate e vigilate per non soccombere alla tentazione della mentalità consumistica e permissiva; pregate e vigilate per poter portare proprio in questa società la luce della verità, le certezze trascendenti ed eterne, la gioia della vera speranza, l’impegno della carità coraggiosa e universale. Il mondo ha bisogno di maggiore preghiera. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso ad un pellegrinaggio della diocesi di Brescia, 11 giugno 1983)

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