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Archive for febbraio 2014

concisto5

Regnans et emeritus.

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Proseguiamo con serenità e sicurezza il nostro cammino nel tempo ordinario dell’anno liturgico. Oggi siamo giunti alla settima domenica del tempo per annum.
Vediamone la colletta (testo latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Praesta, quaesumus, omnípotens Deus, ut, semper rationabília meditántes, quae tibi sunt plácita, et dictis exsequámur et factis.

Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere.

Ti preghiamo, Dio onnipotente, concedi che, sempre meditando le cose ragionevoli, attuiamo in parole ed opere ciò che Ti è gradito.

Ti preghiamo (quaesumus, verbo, indicativo presente, da quaesere, “pregare, implorare, supplicare”), Dio (Deus, nome, vocativo maschile singolare, da Deus, -i, “Dio”) onnipotente (omnípotens, aggettivo, vocativo maschile singolare, da omnipotens, “onnipotente”), concedi (praesta, verbo, imperativo presente singolare, da praestare, “concedere, accordare”) che (ut, congiunzione subordinante che regge una finale al congiuntivo, “che”), sempre (semper, avverbio, “sempre”) meditando (meditántes, verbo, participio presente nominativo plurale, da meditari, “meditare, riflettere, studiare”) le cose ragionevoli (rationabília, nome, accusativo neutro plurale, da rationabilia, -orum “cose ragionevoli”), attuiamo (exsequámur, verbo, congiuntivo presente, da exsequi, “attuare, eseguire, compiere”) in parole (dictis, nome, ablativo neutro plurale, da dictum, -i, “parola, detto”) e (et, congiunzione coordinante, “e”) fatti (factis, nome, ablativo neutro plurale, da factum, -i, “fatto, azione, atto”) ciò che (quae, pronome relativo che regge una subordinata relativa all’indicativo, nominativo neutro plurale, da qui, quae, quod, “che”) Ti (tibi, pronome personale, dativo singolare, da tu, tui, “tu”) è (sunt, verbo, indicativo presente, da esse, “essere”) gradito (plácita, aggettivo, nominativo neutro plurale, da placitus, -a, -um, “gradito, piacevole, approvabile”).
Questa preghiera si trova anche nel Missale Romanum 1962 ed è assegnata alla sesta domenica dopo l’Epifania. Probabilmente deriva da una colletta del Sacramentario Gregoriano (VIII secolo).
Come caratteristiche notiamo l’asciutezza e la semplicità della struttura.
Dopo un classico inizio rivolto al Padre, viene messo in luce il fatto che noi meditiamo “cose ragionevoli” (rationabilia). Fides et ratio, verrebbe da dire: il nostro Dio non ci impone la Sua volontà in maniera arbitraria e per noi assolutamente incomprensibile, ma ci svela – anche se non completamente – il Suo disegno e le Sue verità.
Segue la preghiera, che oggi è veramente molto semplice: che il Signore ci dia la forza di mettere in pratica ciò che Gli è gradito in parole e in opere.

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Oggi siamo oramai giunti alla sesta domenica del tempo per annum, mentre nella forma extra-ordinaria con i primi vespri di ieri è iniziato il periodo di Settuagesima, cioè di preparazione alla Quaresima.
Passiamo comunque alla colletta della forma ordinaria, nel solito ordine (testo ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Deus, qui te in rectis et sincéris manére pectóribus ásseris, da nobis tua grátia tales exsístere, in quibus habitáre dignéris.

O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora.

O Dio, che affermi di rimanere nei cuori onesti e sinceri, concedici per la Tua grazia di essere il tipo di popolo in cui Ti sei degnato di abitare.

O Dio (Deus, sostantivo, vocativo maschile singolare, da Deus, -i, «Dio»), che (qui, pronome relativo che regge una subordinata all’indicativo, «che») affermi (ásseris, verbo, indicativo presente, da asserire, «affermare, asserire») di rimanere (manére, verbo, infinito presente attivo, da manēre, «rimanere, restare, fermarsi») nei (in, preposizione che qui regge l’ablativo, «in») cuori (pectóribus, sostantivo, ablativo plurale neutro, da pectus, -oris, «petto, cuore, animo») onesti (rectis, aggettivo, ablativo plurale neutro, da rectus, -a, -um, “retto, onesto”) e (et, congiunzione coordinante, «e») sinceri (sincéris, aggettivo, ablativo plurale neutro, da sincerus, -a, -um, «sincero, onesto, leale»), concedi (da, verbo, imperativo presente singolare, da dare, «dare, concedere») a noi (nobis, pronome, ablativo plurale, da nos, nostri, «noi») per la Tua (tua, aggettivo, ablativo femminile singolare, da tuus, tua, tuum, «tuo») grazia (grátia, sostantivo, ablativo femminile singolare, da gratia, -ae, «grazia») di essere (exsístere, verbo, infinito presente attivo, da exsistere, «essere, esistere») il tipo di popolo (tales, aggettivo, nominativo maschile plurale, da talis, -e, «tali») in (in, preposizione che qui regge l’ablativo, «in») cui (quibus, pronome, ablativo maschile plurale, da qui, quae, quod, «che») Ti sei degnato (dignéris, verbo, congiuntivo presente, da dignari, «degnarsi») di abitare (habitáre, verbo, infinito presente attivo, da habitare, «abitare, dimorare»).
Il Signore afferma – e ciò che afferma Dio è senza dubbio la pura verità – di restare, di abitare nei cuori onesti e sinceri: due qualità senz’altro importanti. Se le possediamo, se le esercitiamo, possiamo dire che il Signore viene a prendere dimora all’interno della nostra anima.
Ma questo come si può raggiungere? Dio ci chiede senza dubbio uno sforzo personale, ma non dobbiamo pensare di costruire da soli tutto questo: «senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). É necessario che ci facciamo modellare e lasciamo agire la grazia di Dio, in modo da essere tali come il Signore ci vuole.

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Continuiamo il nostro viaggio nelle collette della liturgia romana. Oggi esaminiamo quella della quinta domenica del tempo per annum.
Ecco i testi (ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Famíliam tuam, quæsumus, Dómine, contínua pietáte custódi, ut, quæ in sola spe grátiæ cæléstis innítitur, tua semper protectióne muniátur.

Custodisci sempre con paterna bontà la tua famiglia, Signore, e poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da te, aiutaci sempre con la tua protezione.

Ti preghiamo, Signore, custodisci con incessante clemenza la Tua famiglia affinché, essa che si fonda nella sola speranza della grazia celeste, sia difesa sempre dalla Tua protezione.

Ed ora un’analisi grammaticale più approfondita.
Ti preghiamo (quæsumus, verbo, indicativo presente, da quaesere, «domandare, implorare, pregare») Signore (Dómine, sostantivo, vocativo singolare, da Dominus, -i, «Signore»), custodisci (custódi, verbo, imperativo presente, da custodire, «custodire, proteggere, difendere») con incessante (contínua, aggettivo, ablativo singolare, da continuus, -ua, -uum, «continua, incessante, duraturo») clemenza (pietáte, sostantivo, ablativo singolare, da pietas, -atis, «pietà, clemenza, affetto») la Tua (tuam, aggettivo, accusativo singolare, da tuus, tua, tuum, «tuo») famiglia (famíliam, sostantivo, accusativo singolare, da familia, -ae, «famiglia») affinché (ut, congiunzione subordinante che regge una finale al congiuntivo, «affinché»), essa che (quæ, pronome relativo nominativo singolare che regge una subordinata relativa all’indicativo, “che”) si fonda (innítitur, verbo, indicativo presente, da inniti, «fondarsi, poggiare su») nella (in, preposizione che qui regge l’ablativo, «in») sola (sola, aggettivo, ablativo singolare, da solus, sola, solum, «solo») speranza (spe, sostantivo, ablativo singolare, da spes, -ei, «speranza») della grazia (grátiæ, sostantivo, genitivo singolare, da gratia, -ae, «grazia») celeste (cæléstis, aggettivo, genitivo singolare, da caelestis, -e, «celeste, divino»), sia difesa (muniátur, verbo, congiuntivo presente passivo, da munire, «difendere, proteggere, preservare») sempre (semper, avverbio, «sempre») dalla Tua (tua, aggettivo, ablativo singolare, da tuus, tua, tuum, «tuo») protezione (protectióne, sostantivo, ablativo singolare, da protectio, -onis, «protezione, difesa, riparo»)
Struttura abbastanza classica, quella di questa colletta. Abbiamo un rivolgersi a Dio attraverso una prima preghiera iniziale, poi una relativa che espone una caratteristica (in questo caso della Chiesa, che è famiglia di Dio), infine una nuova richiesta a Dio.
Per prima cosa la Chiesa prega Dio di custodirla con incessante clemenza: ce n’è veramente bisogno, specialmente in questo periodo in cui essa è sottoposta a continui attacchi da parte delle forze del male e anche da parte di troppi uomini. Questa è una vera e propria battaglia che, come praticamente ogni scontro, causa vittime nelle file dei difensori: è quindi buona cosa chiedere al nostro Supremo Condottiero di difendere le Sue schiere terrene.
Poi, la relativa che esprime una caratteristica. Qui essa è riferita alla Chiesa, che – viene detto – è fondata solamente sulla speranza della grazia celeste, cioè dell’aiuto e sostegno da parte di Dio. In effetti, è questo il vero fondamento della fiducia dei figli di Dio: la grazia divina. Non, quindi, sostegni umani, che pure possono esserci e possono essere utili: ma non sono il basamento.
Infine, una nuova preghiera, che riprende la prima: si chiede a Dio che la Chiesa sia difesa sempre dalla divina protezione.

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Questa domenica sarebbe la quarta del tempo ordinario; tuttavia, quest’anno essa cade il 2 febbraio, giorno della festa della Presentazione di Gesù al Tempio: ed è proprio quest’ultima liturgia ad avere la meglio e ad essere celebrata.
In passato questo giorno era chiamato “Purificazione della Beata Vergine Maria”, ma era anche conosciuto col nome popolare di “Candelora”, momento tanto caro alla pietà dei fedeli per l’uso delle candele – che poi verranno utilizzate ancora il giorno successivo, 3 febbraio, giorno di san Biagio, con la preghiera speciale contro i mali della gola.
Nella Festa odierna contempliamo il Signore Gesù che Maria e Giuseppe presentano al tempio “per offrirlo al Signore” (Lc 2,22). In questa scena evangelica si rivela il mistero del Figlio della Vergine, il consacrato del Padre, venuto nel mondo per compiere fedelmente la sua volontà (cfr Eb 10,5-7). Simeone lo addita come “luce per illuminare le genti” (Lc 2,32) e annuncia con parola profetica la sua offerta suprema a Dio e la sua vittoria finale (cfr Lc 2,32-35). È l’incontro dei due Testamenti, Antico e Nuovo. Gesù entra nell’antico tempio, Lui che è il nuovo Tempio di Dio: viene a visitare il suo popolo, portando a compimento l’obbedienza alla Legge ed inaugurando i tempi ultimi della salvezza.” (Benedetto XVI, dall’Omelia del 2 febbraio 2011)
Vediamo ora i testi della colletta di oggi (latino ufficiale, traduzione italiana Cei, nostro tentativo di traduzione letterale):

Omnípotens sempitérne Deus, maiestátem tuam súpplices exorámus, ut, sicut Unigénitus Fílius tuus hodiérna die cum nostrae carnis substántia in templo est praesentátus, ita nos fácias purificátis tibi méntibus praesentári.

Dio onnipotente ed eterno, guarda i tuoi fedeli riuniti nella festa della Presentazione al tempio del tuo unico Figlio fatto uomo, e concedi anche a noi di essere presentati a te pienamente rinnovati nello Spirito.

O Dio onnipotente ed eterno, imploriamo supplici la Tua maestà affinché, come il Tuo Figlio Unigenito oggi venne presentato nel tempio con la sostanza della nostra carne, così fa’ sì che noi siamo presentati a Te con l’anima purificata.

O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”) onnipotente (omnípotens, vocativo singolare, da omnipotens, “onnipotente”) ed eterno (sempitérne, vocativo singolare, da sempiternus, -a, -um, “eterno”), imploriamo (exorámus, indicativo presente, da exorare, “implorare, supplicare, pregare”) supplici (súpplices, nominativo plurale, da supplex, “supplichevole, supplice”) la Tua (tuam, accusativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo”) maestà (maiestátem, accusativo singolare, da maiestas, -atis, “maestà”), affinché (ut, congiunzione subordinante che regge una finale al congiuntivo, “affinché”), come (sicut, avverbio, “come, così come”) il Tuo (tuus, nominativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo”) Figlio (Fílius, nominativo singolare, da filius, -i, “figlio”) Unigenito (Unigénitus, nominativo singolare, da unigenitus, -i, “unigenito”) nel presente (hodiérna, ablativo singolare, da hodiernus, -a, -um, “odierno, presente”) giorno (die, ablativo singolare, da dies, -ei, “giorno, data”) venne presentato (est praesentátus, indicativo perfetto passivo, da praesentare, “presentare, introdurre, far vedere”) nel (in, preposizione che qui regge l’ablativo, “in”) tempio (templo, ablativo singolare, da templum, -i, “tempio”) con (cum, preposizione che regge l’ablativo, “con”) la sostanza (substántia, ablativo singolare, da substantia, -ae “sostanza”) della nostra (nostrae, genitivo singolare, da noster, -tra, -trum, “nostro”) carne (carnis, genitivo singolare, da caro, carnis, “carne”), così (ita, avverbio, “così, in questo modo, in tal maniera”) fa’ sì (fácias, congiuntivo presente, da facere, “fare, far sì”) che noi (nos, accusativo plurale, da nos, nostri, “noi”) siamo presentati (praesentári, infinito presente passivo, da praesentare, “presentare, introdurre, far vedere”) a Te (tibi, dativo singolare, da tu, tui, “tu”) con l’anima (méntibus, ablativo plurale, da mens, -tis, “anima, spirito”) purificata (purificátis, ablativo plurale, da purificatus, -a, -um, “purificato, pulito”).
Diciamo subito che il testo della colletta è identico nelle due forme del rito romano: e di questo non possiamo che essere soddisfatti.
Per quanto riguarda il testo, ci sembra piuttosto semplice. Dopo la classica invocazione iniziale, che abbiamo sentito molte volte nelle ultime domeniche, c’è una prima esposizione del nostro stato d’animo: imploriamo supplici la maestà di Dio, cioè il Padre stesso. Poi un inciso, in cui – anche qui classicamente – si mette in evidenza il mistero celebrato oggi, cioè la presenatzione di Gesù al tempio con la sostanza della nostra carne: Gesù è vero Dio, certamente, ma dire questo non è sufficiente. È anche vero uomo e dunque il suo corpo era rivestito della nostra stessa carne. E per illuminare questo mistero della Presentazione, cosa c’è di meglio delle parole del Catechismo (cfr. n. 529)? “La presentazione di Gesù al Tempio lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore. In Simeone e Anna è tutta l’attesa di Israele che viene all’incontro con il suo Salvatore (la tradizione bizantina chiama così questo avvenimento). Gesù è riconosciuto come il Messia tanto a lungo atteso, «luce delle genti » e « gloria di Israele », ma anche come « segno di contraddizione». La spada di dolore predetta a Maria annunzia l’altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza « preparata da Dio davanti a tutti i popoli »”.
Terminato l’inciso, si riprende la preghiera: lo imploriamo di far sì che anche noi possiamo essere presentati, non nel tempio ma direttamente al Padre, con l’anima purificata. E qui possiamo pensare al modo principe che la Chiesa ci offre per lavarci dalla sozzure dei nostri peccati: cioè il sacramento della Confessione.

PresentazioneGesùTempio

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