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Archive for gennaio 2014

Continuiamo il nostro cammino nel Tempo Ordinario. Siamo nel tempo del già e non ancora: già trascorso il Natale, non ancora in Quaresima.
Vediamo la colletta di questa domenica, nel solito ordine (testo ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Omnípotens sempitérne Deus, dírige actus nostros in beneplácito tuo, ut in nómine dilécti Fílii tui mereámur bonis opéribus abundáre.

Dio onnipotente ed eterno, guida i nostri atti secondo la tua volontà, perché nel nome del tuo diletto Figlio portiamo frutti generosi di opere buone.

O Dio onnipotente ed eterno, guida i nostri atti nella Tua volontà, affinché nel nome del Tuo diletto Figlio meritiamo di abbondare in opere buone.

O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”) onnipotente (omnípotens, vocativo singolare, da omnipotens, “onnipotente”) ed eterno (sempitérne, vocativo singolare, da sempiternus, -a, -um, “eterno”), guida (dírige, imperativo presente singolare, da dirigere, “guidare, dirigere, indirizzare”) i nostri (nostros, accusativo plurale, da noster, nostra, nostrum, “nostro, nostra”) atti (actus, accusativo plurale, da actus, -us, “atto, attività, comportamento”) nella (in, preposizione che qui regge l’ablativo, “in”) Tua (tuo, ablativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) volontà (beneplácito, ablativo singolare, da beneplacitum, -i, “beneplacito, volontà”), affinché (ut, congiunzione subordinante che regge una finale, “affinché, per”) nel (in, preposizione che qui regge l’ablativo, “in”) nome (nómine, ablativo singolare, da nomen, -inis, “nome”) del Tuo (tui, genitivo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) diletto (dilécti, genitivo singolare, da dilectus, -a, -um, “diletto, amato, caro”) Figlio (Fílii, genitivo singolare, da filius, -i, “figlio”) meritiamo (mereámur, congiuntivo presente, da merēri, “meritare”) di abbondare (abundáre, infinito presente attivo, da abundare, “abbondare”) in opere (opéribus, ablativo plurale, da opus, -eris, “opera”) buone (bonis, ablativo plurale, da bonus, -a, -um, “buono, buona”).
Il testo, come si può notare, è molto breve e semplice e quindi si inserisce in una consolidata tradizione del rito romano.
L’inizio è classico, con l’invocazione a Dio onnipotente ed eterno che già abbiamo visto in altre collette. Manca qui la classica relativa che, subito dopo queste prime parole, specifica una caratteristica o una proprietà. Si passa invece direttamente alla preghiera, con la quale si chiede al Padre di guidare i nostri atti secondo la Sua volontà. Insomma, si richiede che ci venga data la forza di conformare la nostra volontà a quella di Dio: indice sicuro, questo, di progresso nella vita umana e spirituale.
Particolarità di questa colletta è invece quella di indicare il fine, l’obiettivo per cui si chiede questo a Dio: affinché meritiamo di abbondare in opere buone. È evidente la correlazione: se Dio ci concede di conformarci alla Sua volontà, allora certamente possiamo abbondare in opere buone, possiamo fare tante cose belle, perché Dio ci dirige, ci spinge sempre e costantemente verso il bene.

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Da oramai una settimana stiamo vivendo liturgicamente il Tempo Ordinario (che forse è meglio definire con il suo nome latino: “per annum”, durante l’anno). Siamo tornati, diciamo così, alla calma, dopo lo stordimento gioioso delle feste natalizie. Ma continuiamo a vivere un tempo straordinario, un tempo di grazia, un tempo in cui vivere bene, amando Dio e volendoci bene gli uni gli altri. E possiamo viverlo con l’augurio che fecero diversi santi: “Facciamo straordinariamente bene le cose ordinarie”.
Ma passiamo alla colletta di questa domenica, coi soliti tre testi (ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Omnípotens sempitérne Deus, qui cæléstia simul et terréna moderáris, supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi, et pacem tuam nostris concéde tempóribus.

Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace.

O Dio onnipotente ed eterno, che governi insieme le cose celesti e quelle terrene, ascolta con clemenza le preghiere del Tuo popolo e concedi al nostro tempo la Tua pace.

O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”) onnipotente (omnípotens, vocativo singolare, da omnipotens, “onnipotente”) ed eterno (sempitérne, vocativo singolare, da sempiternus, -a, -um, “eterno”), che (qui, pronome relativo nominativo singolare che regge una subordinata relativa all’indicativo, “il quale”) governi (moderáris, indicativo presente del deponente moderari, “dirigere, governare, guidare”) insieme (simul, avverbio, “insieme, allo stesso tempo”) le cose celesti (cæléstia, accusativo plurale, da caelestia, -ium, “cose celesti”) e (et, congiunzione coordinante, “e”) quelle terrene (terréna, accusativo plurale, da terrena, -orum, “cose terrene”), ascolta (exáudi, imperativo presente singolare, da exaudire, “ascoltare, udire, intendere”) con clemenza (cleménter, avverbio, “con clemenza, con indulgenza, pazientemente”) le preghiere (supplicatiónes, accusativo plurale, da supplicatio, -onis, “preghiera, supplica”) del Tuo (tui, genitivo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) popolo (pópuli, genitivo singolare, da populus, -i, “popolo, folla, gente”) e (et, congiunzione coordinante, “e”) concedi (concéde, imperativo presente singolare, da concedere, “concedere, accordare, permettere”) ai nostri (nostris, dativo plurale, da noster, -tra, -trum, “nostro, nostra”) tempi (tempóribus, dativo plurale, da tempus, -oris, “tempo, periodo”) la Tua (tuam, accusativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) pace (pacem, accusativo singolare, da pax, pacis, “pace, tranquillità”).
L’unica minima particolarità grammaticale che possiamo segnalare è l’uso di un verbo deponente (cioè di forma passiva ma di significato attivo) come moderari.
Possiamo ben vedere come questa colletta sia semplice, in un certo senso “ordinaria”. Non ci sono riferimenti ad eventi particolari della vita del Signore o alle Scritture del giorno: c’è una serena preghiera a Dio, per invocare, tra l’altro, il dono della pace. Eppure, è un testo antico: esso si trova nel Messale del beato Giovanni XXIII, previsto per la seconda domenica dopo l’Epifania. Dunque, una significativa continuità.
In effetti, anche questo testo segue uno schema classico, che prevede un’invocazione a Dio, poi l’enunciazione di una caratteristica di Dio stesso e infine una richiesta.
Qui viene messo in luce che il Padre, cui la preghiera è rivolta – come del resto quasi tutte le orazioni della Messa – governa sia le cose celesti che quelle terrene: la divina Provvidenza “si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia” (cfr. Catechismo, n. 303).
Poi la preghiera vera e propria, in due invocazioni: la prima è quella di ascoltare con clemenza le preghiere del popolo di Dio; la seconda quella di concedere a questa nostra epoca la pace. Ma non una pace generica o una pace puramente umana, ma la pace di Dio: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.” (Gv 14,27)

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Oramai il tempo di Natale si avvia alla conclusione. Con l’odierna domenica, nella quale la Santa Chiesa di Dio commemora il Battesimo del Signore Gesù nel fiume Giordano da parte di Giovanni il Battista, termina quel periodo dell’anno liturgico che, iniziato coi primi Vespri di Natale, ci ha invitato a meditare sul mistero del Verbo incarnato.
Oggi, dunque, terminiamo queste riflessioni – che però possono accompagnarci anche durante l’anno – sfiorando il mistero del Battesimo di Gesù. “Con questa domenica dopo l’Epifania si conclude il Tempo liturgico del Natale: tempo di luce, la luce di Cristo che, come nuovo sole apparso all’orizzonte dell’umanità, disperde le tenebre del male e dell’ignoranza. Celebriamo oggi la festa del Battesimo di Gesù: quel Bambino, figlio della Vergine, che abbiamo contemplato nel mistero della sua nascita, lo vediamo oggi adulto immergersi nelle acque del fiume Giordano, e santificare così tutte le acque e il cosmo intero – come evidenzia la tradizione orientale. Ma perché Gesù, in cui non c’era ombra di peccato, andò a farsi battezzare da Giovanni? Perché volle compiere quel gesto di penitenza e conversione, insieme con tante persone che così volevano prepararsi alla venuta del Messia? Quel gesto – che segna l’inizio della vita pubblica di Cristo – si pone nella stessa linea dell’Incarnazione, della discesa di Dio dal più alto dei cieli all’abisso degli inferi. Il senso di questo movimento di abbassamento divino si riassume in un’unica parola: amore, che è il nome stesso di Dio. Scrive l’apostolo Giovanni: «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui», e lo ha mandato «come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4,9-10). Ecco perché il primo atto pubblico di Gesù fu ricevere il battesimo di Giovanni, il quale, vedendolo arrivare, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).” (Benedetto XVI, dall’Angelus del 13 gennaio 2013).
Ma vediamo la colletta di oggi, come al solito nei tre testi (ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale). Il Missale Romanum 2002 prevede due possibili collette: abbiamo scelto la prima.

Omnípotens sempitérne Deus, qui Christum, in Iordáne flúmine baptizátum, Spíritu Sancto super eum descendénte, diléctum Fílium tuum sollémniter declarásti, concéde fíliis adoptiónis tuæ, ex aqua et Spíritu Sancto renátis, ut in beneplácito tuo iúgiter persevérent.

Padre onnipotente ed eterno, che dopo il battesimo nel fiume Giordano proclamasti il Cristo tuo diletto Figlio, mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo concedi ai tuoi figli, rinati dall’acqua e dallo Spirito, di vivere sempre nel tuo amore.

O Dio onnipotente ed eterno, che hai proclamato solennemente il Cristo Tuo diletto Figlio, battezzato nel fiume Giordano, mentre lo Spirito Santo discendeva su di Lui, concedi ai figli della Tua adozione, rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo, di perseverare sempre nel Tuo beneplacito.

O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”) onnipotente (omnípotens, vocativo singolare, da omnipotens, “onnipotente”) ed eterno (sempitérne, vocativo singolare, da sempiternus, -a, -um, “eterno”), che (qui, pronome relativo nominativo singolare che regge una subordinata relativa, “il quale, la quale”) hai proclamato (declarásti, indicativo perfetto, da declarare, “annunciare, proclamare, manifestare”) solennemente (sollémniter, avverbio, “solennemente”) il Cristo (Christum, accusativo singolare, da Christus, -i, “Cristo) Tuo (tuum, accusativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) diletto (diléctum, accusativo singolare, da dilectus, -a, -um, “diletto, amato, caro”) Figlio (Fílium, accusativo singolare, da filius, -i, “figlio”), battezzato (baptizátum, accusativo singolare, da baptizatus, -a, -um, “battezzato, battezzata”) nel (in, preposizione che qui indica stato in luogo e quindi regge un ablativo, “in”) fiume (flúmine, ablativo singolare, da flumen, -is, “fiume”) Giordano (Iordáne, ablativo singolare, da Iordanes, -is, “Giordano”), discendente (descendénte, participio presente ablativo singolare, da descendere, “discendere”) su (super, preposizione che regge un accusativo, “su”) di Lui (eum, accusativo singolare, da is, ea, id, “lui, lei, esso”) lo Spirito (Spíritu, ablativo singolare, da spiritus, -us, “spirito”) Santo (Sancto, ablativo singolare, da sanctus, -a, -um, “santo”), concedi (concéde, imperativo presente singolare, da concedere, “concedere, permettere, accordare”) ai figli (fíliis, dativo plurale, da filius, -i, “figlio”) della Tua (tuæ, genitivo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) adozione (adoptiónis, genitivo singolare, da adoptio, -onis, “adozione”), rinati (renátis, dativo plurale, da renatus, -a, -um, “rinato, rinata”) dalla (ex, preposizione che regge un ablativo, “da”) acqua (aqua, ablativo singolare, da aqua, -ae, “acqua”) e (et, congiunzione coordinante, “e”) dallo Spirito (Spíritu, ablativo singolare, da spiritus, -us, “spirito”) Santo (Sancto, ablativo singolare, da sanctus, -a, -um, “santo, santa”), di (ut, congiunzione subordinante che regge una sostantiva al congiuntivo, “di”) perseverare (persevérent, congiuntivo presente, da perseverare, “perseverare”) sempre (iúgiter, avverbio, “sempre”) nel (in, preposizione che qui indica stato in luogo figurato e quindi regge un ablativo, “in”) Tuo (tuo, ablativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) beneplacito (beneplácito, ablativo singolare, da beneplacitum, -i, “beneplacito”).
Il testo, come forse alcuni lettori avranno intuito da alcuni indizi, non è tratto da antichi sacramentari né dal Missale Romanum 1962, ma è una composizione ex novo che si rifà quasi interamente alla Scrittura. La clausola iniziale è piuttosto classica, come abbiamo visto, per le collette del rito romano. Poi la subordinata relativa, nella quale si ricorda che il Padre proclamò in maniera solenne il Cristo Suo diletto Figlio dopo che questi era stato battezzato nel Giordano, fa evidentemente riferimento ai Vangeli. In essi infatti si parla di una voce dal Cielo che riconosce il Cristo come Figlio (cfr. Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22), come pure non si manca di affermare che lo Spirito Santo discese su di Lui in forma di colomba (cfr. Mt 3,16; Mc 1,10; Lc 3,22; Gv 1,32). A queste chiare reminescenze scritturali, segue l’invocazione, la richiesta: di concedere ai fedeli, che nel loro battesimo sono rinati dall’acqua e dallo Spirito, di perseverare sempre nell’amore di Dio.

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“Montano italico cattolico romano” si definisce Giovanni Lindo Ferretti. Vi raccomandiamo la lettura di Barbarico, ultima opera del cantore della montagna, dei cavalli e della gloria di Dio, dove troverete questa e altre riflessioni:

Il bello della Chiesa Cattolica, la sua forza contenuta o dirompente è il Santo Padre, immagine di Cristo sulla Terra, e bisogna riconoscere che i signori Cardinali, nel tempo di mia vita posso testimoniarlo, lavorano bene nell’obbligo del Conclave ma tutti confidiamo nello Spirito Santo. Per il Santo Padre, con il Santo Padre bisogna pregare, tutto il resto è diceria clericale o idolatrica nell’alternarsi delle mode
(Giovanni Lindo Ferretti)

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Per la prima parte, vedere qui.

Arriva poi il 1978. Il 6 agosto, festa della Trasfigurazione, si chiude la scena terrena del pontificato di Paolo VI. Viene chiamato a succedergli il card. Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I. 33 giorni di Pontificato, il suo, ma riesce – pur in questo brevissimo lasso di tempo – a fare anche lui un accenno alla tematica che stiamo trattando. Il 1° settembre, infatti, nel discorso ai membri della stampa internazionale, fa riferimento allo “spirito delle indicazioni del Decreto Conciliare «Inter Mirifica»“. Anche lui, quindi, si assesta sulla linea di Paolo VI: il Vaticano II – e quindi i suoi documenti – hanno uno spirito che li forma e che bisogna tenere in considerazione.
In ottobre, gli succede il Papa polacco, Giovanni Paolo II. E il nuovo Pontefice non perde tempo: sei giorni dopo l’elezione subito afferma che “desideriamo confermarvi la nostra ferma volontà di proseguire sulla via dell’unità nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai rappresentanti delle Chiese non cattoliche del 22 ottobre 1978). Un decennio dopo la connessione con l’ecumenismo ritorna, perché il Papa loda la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “Ciò corrisponde allo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Udienza Generale del 18 gennaio 1989). Ma torniamo indietro, al 1979: il Sommo Pontefice fa’ riferimento a “un’importante tappa sulla strada della collegialità, nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai cardinali, 9 novembre 1979). E non manca di sottolineare la dimensione aperta verso il futuro di questo spirito: “la sfida del futuro, la cui direzione viene tracciata mediante la dottrina e lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso alla partenza dalla Germania, 19 novembre 1980). Scrivendo ai vescovi olandesi, ne rileva il “lavoro di rinnovamento della Chiesa secondo lo spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II” (cfr. Lettera ai vescovi olandesi, 2 febbraio 1981). Ma non lo si rivolge solo a loro, anche ai tedeschi: desidera infatti “incoraggiare i pastori e fedeli tedeschi nel loro impegno pastorale secondo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 10 agosto 1980). Molto importante il pensiero di conciliazione ecclesiale tra le diverse sensibilità che il Papa pronuncia nell’omelia del 15 giugno 1984: “Rispettiamoci l’un l’altro: gli studiosi e i maestri di fede nei confronti del sentimento e della religiosità del semplice fedele, colui che è fortemente legato alla tradizione nei confronti di coloro che si sforzano per un rinnovamento autentico della vita religiosa ed ecclesiastica nello spirito del Concilio Vaticano II“.
Come Paolo VI, anche Giovanni Paolo II nota che le riforme post-conciliari si rifanno allo spirito del Concilio: “il nuovo Codice di diritto canonico incarna le direttive e l’autentico spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Lettera a mons. Plourde, 10 agosto 1984). Anche la liturgia è coinvolta: “Rinnovo questo invito a proseguire attivamente l’opera di riforma liturgica nello spirito del Concilio ecumenico” (cfr. Discorso ai vescovi caldei, 14 febbraio 1986). Ma gli abusi in nome del Concilio sono da rigettare: “Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l’autentico spirito del Concilio” (cfr. Lettera Apostolica Spiritus et Sponsa, 15, del 4 dicembre 2003).
Ma questo spirito viene proposto all’attenzione anche dei fedeli: “particolare manifestazione della collegialità dei vescovi, fa pure riferimento alla primitiva tradizione della visita apostolica e mette in evidenza l’unità e la cattolicità della Chiesa. Si può dire che in ciò si rispecchia lo spirito del Concilio Vaticano II, in particolare la sua ecclesiologia.” (cfr. Udienza Generale del 13 febbraio 1985). E da esso non ci si può allontanare, anzi: il Papa parla di “fedeltà allo spirito del Vaticano II” (cfr. Discorso del 20 settembre 1985). Eppure ci sono cattive interpretazioni: “Un esame obiettivo della situazione nel suo insieme attesta che le difficoltà maggiori e certe polarizzazioni riguardanti sia la dottrina che l’applicazione dei documenti conciliari sono derivate da visioni parziali, da interpretazioni frammentarie ed equivoche, spesso contrarie allo spirito del Concilio e disattente alle precisazioni che il magistero ecclesiale è andato puntualmente offrendo.” (cfr. Angelus del 15 febbraio 1987). Ci sono quasi dei pirati che hanno rapito e sfruttato il Vaticano II a loro favore: “Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio.” (cfr. Lettera al card. Ratzinger, 8 aprile 1988).
Concludiamo questa breve rassegna – non certo esaustiva, come del resto tutto questo scritto – col far riferimento al fatto che anche Papa Wojtyla fece riferimento allo spirito del Concilio di Trento: parlando in sloveno, all’Udienza Generale del 10 settembre 1997, loda il vescovo Tomaz Hren: “Nello spirito del Concilio di Trento si è impegnato per la formazione ed educazione del clero come pure nella liturgia, favorendo il canto liturgico e le devozioni popolari.” (cfr. Udienza Generale del 10 settembre 1997).

GiovanniPaoloII

Il 2 aprile 2005 si chiude l’avventura terrena di Giovanni Paolo II. Gli succede Benedetto XVI, che imposta in modo particolare il suo insegnamento sul tema del Concilio e della sua interpretazione. Già da cardinale aveva avuto modo di parlare in merito e, facendo riferimento allo spirito del Concilio, aveva avuto modo di denunciare che al vero Concilio “già durante le sedute e poi via via sempre di più nel periodo successivo si contrappose un sedicente ‘spirito del Concilio’ che in realtà ne è un vero ‘anti-spirito’. Secondo questo pernicioso anti-spirito – Konzils-Ungeist per dirlo in tedesco – tutto ciò che è ‘nuovo’ (o presunto tale: quante antiche eresie sono riapparse in questi anni, presentate come novità!) sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che c’è stato o c’è. E’ l’anti-spirito secondo il quale la storia della Chiesa sarebbe da far cominciare dal Vaticano II, visto come una specie di punto zero” (cfr. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI,Rapporto sulla fede, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005 (ed. or. 1985), p. 33). Da Pontefice non tarderà a ribadirlo: “L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità.” (cfr. Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005). E ancora, pochi anni più tardi: “Come ho avuto modo di chiarire nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre del 2005, una corrente interpretativa, appellandosi ad un presunto «spirito del Concilio», ha inteso stabilire una discontinuità e addirittura una contrapposizione tra la Chiesa prima e la Chiesa dopo il Concilio, travalicando a volte gli stessi confini oggettivamente esistenti tra il ministero gerarchico e le responsabilità dei laici nella Chiesa.” (cfr. Discorso del 26 maggio 2009).
Dunque Papa Benedetto rompe coi suoi predecessori e condanna lo spirito del Concilio? Proprio no. Ciò che egli vuol dire è che esiste un falso spirito, un anti-spirito, che vorrebbe fregiarsi d’essere il vero spirito del Vaticano II, ma che ne è in realtà una distorsione. Va’ rifiutato e condannato, dice il Papa. Ma esiste anche uno spirito buono, vero, che già i suoi predecessori avevano messo in luce e che anche lui non dimentica. Qualche esempio: nel 2007 ricorda che “dobbiamo sempre e di nuovo con il Concilio e nello spirito del Concilio, interiorizzando la sua visione, imparare la Parola di Dio.” (cfr. Discorso del 22 febbraio 2007); pochi mesi dopo afferma che esiste una “timida, umile ricerca di realizzare il vero spirito del Concilio.” (cfr. Discorso al clero del 24 luglio 2007). Anche parlando ai fedeli aveva auspicato che “la Vergine Maria […] aiuti tutti i credenti in Cristo a tenere sempre vivo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 30 ottobre 2005). Spirito che si concretizza anche in chiave ecumenica: “Ho potuto anche ricordare ai cristiani della regione la loro responsabilità interreligiosa ed ecumenica, in sintonia con lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso del 25 giugno 2009). E’ uno sprone per il futuro: “c’è ancora molto da fare per arrivare ad una lettura veramente nello spirito del Concilio” (cfr. Discorso al clero romano, 14 febbraio 2013).
E concludiamo la breve disamina del pensiero di Benedetto XVI notando che anche lui parla dello spirito tridentino, ricordando san Carlo Borromeo, il quale promosse “la riforma della Chiesa secondo lo spirito del Concilio di Trento” (cfr. Discorso all’ambasciata d’Italia, 13 dicembre 2008).
Papa Francesco, a quanto consta, non si è ancora espresso sul tema, ma non dubitiamo che si porrà nella linea tracciata dai suoi venerati predecessori.
A conclusione di questo brevissimo studio, è forse utile trarre una piccola conclusione.
Anzitutto, bisogna considerare che c’è identità e continuità nel pensiero di tutti i Pontefici post-conciliari: c’è chi magari pone un accento più qui che là, ma la sostanza non cambia ed è identica nell’insegnamento di ognuno di essi.
E qual è questa sostanza? Esistono due spiriti del Concilio: uno spirito vero, bello, autentico, reale del Vaticano II, che viene proposto all’attenzione dei fedeli e che può dare grande spinta rinnovatrice (riforma nella continuità) alla Chiesa. Al contempo, esiste un falso spirito, cattivo, distorto, un anti-spirito, che si richiama strumentalmente al Vaticano II ma in realtà non gli è fedele: da questo bisogna guardarsi e non farlo proprio.
Anche in questo campo, quindi, come in tanti altri, si tratta di vagliare tutto e mantenere ciò che vale (1 Ts 5,21), fedeli alla Madre Chiesa, al Vaticano II, alla Sacra Scrittura e alla Sacra Tradizione.

© Mazur/catholicnews.org.uk

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FINE SECONDA PARTE. CONCLUSIONE DELL’ARTICOLO.

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L’Epifania, si sa, tutte le feste si porta via. Ma per il momento è appena giunta, quest’anno come nei secoli passati, e ci comunica verità importanti per la nostra fede. “La Chiesa chiama questa festa “Epifania” – l’apparizione, la comparsa del Divino. Se guardiamo il fatto che, fin da quell’inizio, uomini di ogni provenienza, di tutti i Continenti, di tutte le diverse culture e tutti i diversi modi di pensiero e di vita sono stati e sono in cammino verso Cristo, possiamo dire veramente che questo pellegrinaggio e questo incontro con Dio nella figura del Bambino è un’Epifania della bontà di Dio e del suo amore per gli uomini (cfr Tt 3,4).” (Benedetto XVI, dall’Omelia del 6 gennaio 2013) “[…] festa della Epifania, cioè della manifestazione di Cristo all’umanità. Quanta luce contiene questo fatto, questo mistero! Il Nostro discorso non avrebbe fine, se Noi lasciassimo la Nostra parola seguire il filo interminabile dei pensieri […] Uno di questi pensieri, uno solo, a voi consegneremo […] Vi suggeriamo di considerare l’Epifania come la festa della vocazione dei Popoli, di tutti i Popoli, senza distinzione, alla medesima salvezza, alla medesima fortuna.” (Paolo VI, dall’Omelia del 6 gennaio 1967).
Ma passiamo al testo della colletta, nel consueto ordine (testo ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum géntibus stella duce revelásti, concéde propítius, ut, qui iam te ex fide cognóvimus, usque ad contemplándam spéciem tuæ celsitúdinis perducámur.

O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci benigno anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria.

O Dio, che in questo giorno con la guida della stella hai rivelato alle genti il Tuo Unigenito, concedi propizio che (noi), che già ti abbiamo conosciuto per la fede, siamo condotti a contemplare lo splendore della Tua grandezza.

O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”), che (qui, pronome relativo nominativo singolare che regge una relativa, “il quale, la quale”) nel giorno (die, ablativo singolare, da dies, -ei, “giorno”) odierno (hodiérna, ablativo singolare, da hodiernus, -a, -um, “odierno, attuale, presente”) con la guida (duce, ablativo singolare, da dux, ducis, “guida, capo”) della stella (stella, ablativo singolare, da stella, -ae, “stella, astro”) hai rivelato (revelásti, indicativo perfetto, da revelare, “rivelare, svelare, chiarire”) alle genti (géntibus, dativo plurale, da gens, -tis, “gente, stirpe, popolazione”) il Tuo (tuum, accusativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) Unigenito (Unigénitum, accusativo singolare, da Unigenitus, -i, “Unigenito”), concedi (concéde, imperativo presente singolare, da concedere, “concedere, accordare, permettere”) propizio (propítius, nominativo singolare, da propitius, -a, -um, “propizio”) che (ut, congiunzione che regge una subordinata sostantiva al congiuntivo, “che”) (noi) che (qui, pronome relativo nominativo singolare che regge una relativa, “il quale, la quale”) già (iam, avverbio, “già”) ti (te, accusativo singolare, da tu, tui, “tu”) abbiamo conosciuto (cognóvimus, indicativo perfetto, da cognoscere, “conoscere, discernere”) per (ex, preposizione che regge l’ablativo, “da, per”) la fede (fide, ablativo singolare, da fides, -ei, “fede”), siamo condotti (perducámur, congiuntivo presente passivo, da perducere, “condurre, portare”) a (usque ad, preposizioni che regge l’accusativo, “a”) contemplare (contemplándam, gerundivo accusativo, da contemplare, “contemplare, osservare”) lo splendore (spéciem, accusativo singolare, da species, -ei, “splendore”) della Tua (tuæ, genitivo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) grandezza (celsitúdinis, genitivo singolare, da celsitudo, -inis, “grandezza”).
Di particolare abbiamo l’ablativo assoluto formato da due nomi (stella duce), piuttosto raro, e l’accusativo del gerundivo (ad contemplandam speciem) per esprimere una finale – questo decisamente più comune.
Riguardo invece al testo, cosa sottolineare? Sicuramente il riferimento, tanto caro alla devozione cristiana, della stella (Mt 2,2.7.9-10), tradizionalmente identificata con una cometa (anche se gli esegeti e gli studiosi di astronomia propendono ora per altre spiegazioni). Stella fisicamente presente, che guida i Magi; ma che spiritualmente possiamo intendere come una guida anche per noi. Si potrebbe forse dire che la stella che guida i nostri cuori sia lo Spirito Santo: il Paraclito sia sempre per noi un astro vivo che risplende nelle tenebre del nostro peccato e ci indica la strada da percorrere!
Vediamo poi come i Magi rappresentino tutte le genti, alle quali Cristo è oggi manifestato. Certo, non come si potrebbe immaginare la venuta del Figlio di Dio. Ci aspetteremmo un palazzo ricolmo di marmi e splendente d’oro con una regina in preziose vesti, ma troviamo invece una povera casa e una modesta ragazza ebrea che ci porge il Salvatore del mondo, re immortale dei secoli. Ma anche noi ripetiamo, coll’Adeste Fideles, “Venite, adoriamo!”.
Dopo aver messo in chiaro che noi cristiani abbiamo già potuto conoscere Cristo mediante la fede, la colletta prega il Signore che ci conceda di contemplare lo splendore della grandezza del Padre. Richiamo fondamentale, in un tempo in cui la contemplazione non sembra essere più così diffusa e catturare particolarmente il cuore dei fedeli. Giustamente ci si interessa ad un mondo migliore, all’amore dei fratelli: tutto bellissimo, ma non bisogna dimenticare di rivolgere lo sguardo verso Dio, perché se non fissiamo lo sguardo su di Lui, da dove trarremmo il nostro aiuto? Infatti, il nostro aiuto è nel nome del Signore, che ha fatto cielo e terra (Sal 123,8).

Epifania

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