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Archive for dicembre 2013

È oramai alle nostre spalle, anche se di pochi giorni, la grande solennità del Natale del Signore. Tuttavia la gioia della Chiesa che prorompe dalla luce di Betlemme si estende per otto giorni, fino alla solennità di Maria, Madre di Dio. E, in questa domenica tra l’Ottava di Natale, ci viene proposta la celebrazione della festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Una solennità quanto mai opportuna, ancorché di recente istituzione: anche perché ci ricorda il valore perenne della famiglia cristiana, oggetto ai nostri giorni di pesantissimi attacchi da parte di certo laicismo e di alcune ideologie erronee. Invece noi cattolici teniamo fisso lo sguardo sulla Santa Famiglia: “Guardate ad essa come a vostro modello e imitatela: fate che Gesù sia al centro delle vostre dimore dominatore assoluto delle vostre menti e dei vostri cuori.” (Pio XII, dal Discorso ai marchigiani, 23 marzo 1958).
Ma vediamo quale testo eucologico la santa Liturgia pone oggi alla nostra attenzione.
Come al solito, poniamo in serie il testo ufficiale latino, la traduzione ufficiale italiana e un nostro tentativo di traduzione letterale.

Deus, qui præclára nobis sanctæ Famíliæ dignátus es exémpla præbére, concéde propítius, ut, domésticis virtútibus caritatísque vínculis illam sectántes, in lætítia domus tuæ præmiis fruámur ætérnis.

O Dio, nostro Padre, che nella santa Famiglia ci hai dato un vero modello di vita, fa’ che nelle nostre famiglie fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore, perché, riuniti insieme nella tua casa, possiamo godere la gioia senza fine.

O Dio, che ti sei degnato di offrirci gli splendidi modelli della santa Famiglia, concedi propizio che, seguendola in virtù domestiche e vincoli di carità, nella letizia della Tua casa godiamo dei premi eterni.

E ora, al solito, un’analisi grammaticale più approfondita.
O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”) che (qui, pronome relativo nominativo singolare, che regge una subordinata relativa, da qui, quae, quod, “che”) ti sei degnato (dignátus es, indicativo perfetto, dal deponente dignari, “degnarsi, volere”) di offrirci (præbére, infinito presente attivo, “offrire, porgere, dare”) gli splendidi (præclára, accusativo plurale, da praeclarus, -a, -um, “famoso, splendido”) esempi (exémpla, accusativo plurale, da exemplum, -i, “esempio, modello”) della santa (sanctæ, genitivo singolare, da sanctus, -a, -um, “santo”) Famiglia (Famíliæ, genitivo singolare, da familia, -ae, “famiglia”), concedi (concéde, imperativo presente singolare, da concedere, “concedere, accordare, permettere”) propizio (propítius, nominativo singolare, da propitius, -a, -um, “propizio”) che (ut, “che”, congiunzione che regge una subordinata sostantiva al congiuntivo), seguendo (sectántes, participio presente nominativo plurale, da sectare, “seguire, ricercare”) essa (illam, accusativo singolare, da ille, illa, illud, “quello, quella”) in virtù (virtútibus, ablativo plurale, da virtus, -utis, “virtù”) domestiche (domésticis, ablativo plurale, da domesticus, -a, -um, “domestico, familiare”) e (-que, enclitico, congiunzione coordinante, “e”) vincoli (vínculis, ablativo plurale, da vinculum, -i, “vincolo, legame”) di carità (caritátis, genitivo singolare, da caritas, -atis, “carità, amore”), nella (in, preposizione che qui regge l’ablativo, “in”) letizia (lætítia, ablativo singolare, da laetitia, -ae, “letizia, gioia, allegria”) della Tua (tuæ, genitivo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) casa (domus, genitivo singolare, da domus, -us, “casa, abitazione, dimora”), godiamo (fruámur, congiuntivo presente, da frui, “fruire, godere”) dei premi (præmiis, ablativo plurale, da praemium, -i, “premio, ricompensa”) eterni (ætérnis, ablativo plurale, da aeternum, -a, -um, “eterno”).
Già qualche riga fa, citando papa Pacelli, abbiamo messo in chiaro come la santa Famiglia sia per noi un modello: la Liturgia, se ce ne fosse bisogno, ce lo conferma. E, tra le trame delle parole, sembra di scorgere anche una profonda riconoscenza verso il Padre: non semplice constatazione del dono che ci ha fatto dandoci esempi così sublimi, ma anche ringraziamento per essi.
E poi anche un’altra constatazione: che questo modello ci è dato perché lo imitiamo, non perché rimanga un qualcosa di etereo. Certo, per noi poveri peccatori è difficile (quando non impossibile) raggiungere vette tanto splendide di santità, ma dobbiamo provare a fare del nostro meglio. Seguire, dunque, gli esempi di Gesù, Maria e Giuseppe, nella virtù e nella carità, consci della nostra debolezza ma anche fiduciosi nella grazia di Dio, che non ci abbandona.
Al centro, poi, di questa colletta, sta una richiesta: che il Padre ci conceda di godere dei premi eterni nella letizia della Sua casa. In parole povere, gli chiediamo che conceda a tutti i fedeli di poter giungere in Paradiso, dove Egli ci attende, e lì godere le sublimi gioie della Gerusalemme celeste. Anche qui, insomma, come tante altre volte, la liturgia non chiede semplicemente a Dio di intervenire nella storia o di darci ricompense terrene, ma eleva gli occhi e fissa lo sguardo sulle realtà eterne in una prospettiva escatologica. È un richiamo, in fondo, per ognuno di noi, che siamo spesso tentati a guardare in basso, a restare coi piedi fin troppo ancorati a terra, senza pensare alle realtà ultime, ai novissimi, alla vita eterna. “La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte” (Catechismo, n. 1014): il che non vuol dire vivere nella tristezza o in maniera lugubre, ma anzi nella gioia: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù” (Francesco, esortazione Evangelii Gaudium, 1, 24 novembre 2013).

Sacra-Famiglia-Giotto

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Dio è così grande che può farsi piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per nostro tramite. Questo è Natale: “Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”. Dio è diventato uno di noi, affinché noi potessimo essere con Lui, diventare simili a Lui. Ha scelto come suo segno il Bimbo nel presepe: Egli è così. In questo modo impariamo a conoscerlo.” (Benedetto XVI, dall’omelia della Santa Messa di mezzanotte, 24 dicembre 2005)
Abbiamo posto queste belle parole di Benedetto XVI quale ideale inizio di questo articolo, in modo da fiondarci subito non solo nel cosiddetto “clima natalizio” – che pure può scaldare un pochino il cuore – ma soprattutto per penetrare all’interno del Mistero della Natività del Figlio di Dio. Per farlo, come al nostro solito, ci appoggiamo al testo della colletta della Messa della Notte, quella che solitamente viene celebrata dai Sommi Pontefici (negli ultimi anni, perlomeno).
Ecco i soliti tre testi (ufficiale latino, ufficiale italiano, nostro tentativo di traduzione letterale):

Deus, qui hanc sacratíssimam noctem veri lúminis fecísti illustratióne claréscere, da, quæsumus, ut, cuius in terra mystéria lucis agnóvimus, eius quoque gáudiis perfruámur in cælo.

O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo.

O Dio, che hai fatto risplendere questa santissima notte con lo splendore della luce vera, (Ti) preghiamo, concedi (a noi, che) abbiamo riconosciuto in terra i suoi misteri di luce, di godere pienamente anche delle sue gioie in cielo.

Vediamo un’analisi grammaticale più approfondita.
O Dio (Deus, vocativo singolare di Deus, -i, “Dio”) che (qui, pronome relativo nominativo singolare; regge una subordinata relativa) hai fatto (fecísti, indicativo perfetto, da facere, “fare”) risplendere (claréscere, infinito presente attivo, “risplendere, rischiarare”) questa (hanc, accusativo singolare, da hic, haec, hoc “questo, questa”) santissima (sacratíssimam, superlativo accusativo singolare, da sacer, -cra, -crum, “sacro, santo”) notte (noctem, accusativo singolare, da nox, noctis, “notte”) con lo splendore (illustratióne, ablativo singolare, da illustratio, -onis, “splendore”) della vera (veri, genitivo singolare, da verus, -a, -um, “vero”) luce (lúminis, genitivo singolare, da lumen, -inis, “luce”), (Ti) preghiamo (quæsumus, indicativo presente, da quaesere, “richiedere, domandare, pregare”), concedi (da, imperativo singolare presente, da dare, “dare, porgere, concedere”)(a Noi, che) abbiamo riconosciuto (agnóvimus, indicativo perfetto, da agnoscere, “riconoscere, individuare”) in (in, preposizione che in questo caso regge un ablativo) terra (terra, ablativo singolare, da terra, -ae, “terra”) i misteri (mystéria, accusativo plurale, da mysterium, -i, “mistero, verità di fede”) della luce (lucis, genitivo singolare, da lux, lucis, “luce”) di lui (cuius, genitivo singolare, da qui, quae, quod, “il quale, la quale”), di (ut, congiunzione che regge una subordinata sostantiva) godere pienamente (perfruámur, deponente, congiuntivo presente, da perfrui, “godere pienamente, compiacersi, dilettarsi”, che regge un ablativo) anche (quoque, congiunzione) delle gioie (gáudiis, ablativo plurale, da gaudium, -i, “gaudio, gioia”) di lui (eius, genitivo singolare, da is, ea, id, “lui, lei, esso”) in (in, preposizione che in questo caso regge un ablativo) cielo (cælo, ablativo singolare, da caelum, -i, “cielo”).
La preghiera inizia quindi con un’invocazione a Dio, al Padre, il quale ha fatto risplendere la notte di Natale con lo splendore della luce vera, cioè con lo splendore di Gesù. In effetti, siamo abituati a collegare la notte al buio, alle tenebre. Questo può talvolta anche spaventarci, perché ci pare di ravvisarvi dei pericoli. Ma non è il caso della notte di Natale: in essa la luce splende in maniera incomparabile – solo la luce pasquale è paragonabile – perché viene al mondo, nasce, esce dal grembo della Vergine Madre il Figlio di Dio, il Verbo eterno che è da sempre col Padre e lo Spirito Santo. E’ la sua luce che rischiara ineguagliabilmente le oscurità delle tenebre, specialmente – ci auguriamo – quelle del peccato e del male che spesso avvolgono il cuore degli uomini, il nostro cuore.
Poi la Chiesa prega il Padre. Lo prega per noi, che in terra abbiamo conosciuto i misteri di luce di Gesù. Sì, come cristiani sappiamo di aver avuto questa grazia stupefacente da parte di Dio, che si è degnato di farci conoscere i misteri di Cristo. Non del tutto, certo, ma minimamente possiamo penetrarli. E speriamo ardentemente che Gesù venga sempre più conosciuto e accettato da tutti, perché questa luce che riceviamo a Natale è così sfolgorante che non dobbiamo tenercela per noi: essa prorompe, esce, rifulge su tutto il genere umano.
E che cosa chiede, per noi, la Chiesa? Che possiamo godere pienamente della gioia di Cristo anche in cielo. Come dire: in terra ti abbiamo conosciuto, Signore. Ma permettici di godere pienamente ed eternamente di te anche in Paradiso.
E quindi, come spesso accade, la colletta non manca di accennarci alle realtà ultime, al nostro destino finale.
Concludiamo per sottolineare che questa Colletta è la stessa sia nella forma ordinaria che in quella extra-ordinaria del rito romano.

Natività

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Il Natale è oramai alle porte. Le nostre città si coprono di luminarie e alberelli, di decorazioni e di festoni. Tuttavia, questo è solamente contorno: come cristiani manteniamo i nostri cuori fissi laddove si trova la vera gioia: in Cristo, nostro Signore, che sta per venire.
E anche i testi liturgici non si stancano di invitarci a tenere lo sguardo fisso sul Bambinello.
Vediamo ora la colletta di questa domenica (nell’ordine: testo ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Grátiam tuam, quæsumus, Dómine, méntibus nostris infúnde, ut qui, Angelo nuntiánte, Christi Fílii tui incarnatiónem cognóvimus, per passiónem eius et crucem ad resurrectiónis glóriam perducámur.

Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu, che nell’annunzio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione.

(Ti) preghiamo, Signore, infondi nelle nostre menti la Tua Grazia affinché (noi), che all’annuncio dell’angelo abbiamo conosciuto l’incarnazione del Cristo Tuo Figlio, per la Sua passione e croce siamo condotti alla gloria della risurrezione.

Rileggiamoci il testo latino. Non vi dice nulla? Mai sentito? Eppure, eppure… Ma certo! Si tratta della preghiera che il Santo Padre recita ogni domenica all’Angelus. Per questo dovrebbe esserci familiare. Ma vediamo di analizzarla un attimo.
(Ti) preghiamo (quæsumus, presente indicativo da quaesere, “supplicare, implorare, pregare”) Signore (Dómine, vocativo singolare di Dominus, -i, “Signore”), infondi (infúnde, imperativo presente, da infundere, “infondere, introdurre”) nelle nostre menti (méntibus nostris, dativo plurale di noster, -tra, -trum, “nostro” e di mens, -tis, “mente, intelletto, intelligenza”) la Tua grazia (grátiam tuam, accusativo singolare di tuus, tua, tuum, “tuo” e di gratia, -ae, “grazia”) affinché (ut, congiunzione subordinante che regge una finale al congiuntivo) (noi) che (qui, pronome relativo nominativo maschile plurale, che regge una relativa) all’annuncio dell’angelo (Angelo nuntiánte, è un ablativo assoluto, letteralmente “tramite l’Angelo che annuncia”, formato da due ablativi singolari: uno da angelus, -i “angelo” e uno dal participio presente di nuntiare, “annunciare, riferire”) abbiamo conosciuto (cognóvimus, indicativo perfetto di cognoscere, “conoscere, apprendere”) l’incarnazione (incarnatiónem, accusativo singolare, da incarnatio, -onis, “incarnazione”) del Cristo (Christi, genitivo singolare da Christus, -i, “Cristo”) Tuo Figlio (Fílii tui, genitivo singolare, da filius, -i “figlio” e da tuus, tua, tuum, “tuo”), per (per, preposizione che regge un complemento di mezzo in accusativo) la passione (passiónem, accusativo singolare, da passio, -onis, “passione”) e la croce (crucem, accusativo singolare, da crux, crucis, “croce”) di Lui (eius, genitivo singolare, da is, ea, id “lui, egli”) siamo condotti (perducámur, congiuntivo presente passivo, da perducere, “condurre, portare”) alla (ad, preposizione che regge l’accusativo) gloria (glóriam, accusativo singolare, da gloria, -ae, “gloria”) della risurrezione (resurrectiónis, genitivo singolare, da resurrectio, -onis, “risurrezione”).
E’ questa una bella preghiera, che in tanti avranno ripetuto e sentito numerose volte, ma è importante che non ci abituiamo mai a sentirla, che la rinnoviamo nel nostro cuore, che la facciamo continuamente nostra.
In essa chiediamo al Padre di infondere, di instillare nelle nostre povere e limitate menti la Sua Grazia, cioè “il favore, il soccorso gratuito che Dio ci dà perché rispondiamo al suo invito […] è una partecipazione alla vita di Dio […] il dono dello Spirito che ci giustifica e ci santifica.” (cfr. Catechismo, nn. 1996, 1997, 2003). Già di per se questa sarebbe una preghiera di rilievo, una preghiera importante. Ma non ci limitiamo ad essa. Chiediamo pure che questa grazia ci sia concessa per un fine, per uno scopo: cioè per essere condotti alla gloria della risurrezione. E’ un futuro tanto bello e rincuorante, quello della risurrezione, perché ci ricorda che non siamo destinati a vagare come ombre eterne nel Tartaro, che i nostri corpi mortali non sono definitivamente e per sempre distrutti: ma un giorno, quando la tromba raccoglierà tutti dinanzi al trono del Cristo giudice e Signore del tempo e della storia, ci sarà restituita una corporeità. E questo accadrà per noi, amici e servi del Redentore, che grazie all’annuncio dell’angelo abbiamo potuto conoscere il grande mistero dell’incarnazione di Gesù: “et Verbum caro factum est et habitavit in nobis” (Gv 1,14).

4-candele

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Molti ne hanno parlato e ne parlano. Alcuni con timore, quasi a volerlo scacciare dalla mente; altri per invocarlo e proporlo come la soluzione di tutti i mali. E’ una specie di spettro che si aggira per le sagrestie e i conventi, si intrufola nei convegni e nelle riunioni pastorali, brandito e temuto: è lo “spirito del Concilio”. Per la teologia di marca progressista, si tratta quasi della vera innovazione del Vaticano II, che non andrebbe ricercata nella lettera dei documenti che esso produsse, ma in un presunto spirito che animò i Padri Conciliari e quegli anni. E’ stato usato come pretesto per proporre – lo diciamo fin da subito – tante aberrazioni in campo dottrinale e pastorale. Sacerdozio femminile, relativismo culturale, dedogmatizzazione della dottrina, accettazione dell’aborto e dell’eutanasia: ecco un campionario di tesi che potrebbero essere state sostenute in nome dello “spirito del Concilio”.
A questi evidenti eccessi e gravi errori, ha reagito una teologia più tradizionale, che ha finito col respingere e stigmatizzare lo “spirito del Concilio”.
In effetti, per noi oggi esso significa soprattutto strambe (quando va bene) o eretiche (quando va male) proposte di cambiamento nella Chiesa. Questo perché una certa deteriore teologia progressista – ma forse non merita neanche l’appellativo di teologia – se ne è appropriata e ne ha fatto uno dei propri emblemi.
E’ per questo che alcuni, forse con non poca, intima sorpresa, scopriranno che in realtà questo spettro, questo fantasma, questo “spirito”, fa parte del Magistero pontificio. Vediamo di approfondire un attimo la questione, attingendo ai documenti dei Papi post-conciliari.
Il Pontefice che più di tutti e prima di tutti ha fatto riferimento allo “spirito del Concilio” è stato Paolo VI. E non è certo una sorpresa, essendo stato il Pontefice che ha chiuso l’assise conciliare e ha poi gestito i burrascosi anni dell’ “aggiornamento”.
E proprio il giorno della chiusura del Vaticano II papa Montini, parlando del Consiglio per l’applicazione della Costituzione sulla liturgia, fa riferimento al fatto che esso deve “far applicare questa Costituzione [la Sacrosanctum Concilium] secondo le decisioni e lo spirito del Concilio che l’ha approvata.” Poco dopo, il 29 dicembre dello stesso anno, durante l’Udienza Generale ritorna sul tema. “È perciò importante che nell’ambito ecclesiale, nei nuclei specialmente dei fedeli più fedeli, del Clero e dei Religiosi, dei Cattolici coscienti ed impegnati, rimanga la persuasione che il Concilio è tuttora operante; anzi, che esso diventa operante dopo la sua chiusura. Questo stato d’animo è stato definito «lo spirito del Concilio».” Proseguiva così: “L’espressione è molto alta e bella; ma esige d’essere precisata per non diventare vaga e feconda di idee approssimative e fors’anche pericolose.” Dunque il Papa già sembrava presagire che la ribellione poteva nascondersi sotto fragili pretesti. E si chiedeva: “Che cosa s’intende per «spirito del Concilio»?” E si concentra su un aspetto dello stesso: il “fervore“, atto a “a infondere cioè nel Popolo di Dio risveglio, consapevolezza, buon volere, devozione, zelo, propositi nuovi, speranze nuove, attività nuove, energia spirituale, fuoco“. Ma sono tutte le Udienze Generali di quel periodo che il Papa usa per delineare questo “spirito”. Prendiamo ad esempio quella del 26 gennaio 1966. In essa, tra le altre cose, il Papa affermava che “Abbiamo […] indagato sommariamente lo spirito del Concilio, e Ci sembra di averne potuto indicare alcuni caratteri salienti, che dicono essere stato animato il Concilio da uno spirito di fervore e di rinnovamento, da uno spirito comunitario, da uno spirito apostolico, pastorale, missionario ed ecumenico, da uno spirito di verità e di fedeltà alla dottrina religiosa della Chiesa.
Di certo il Papa non intendeva difendere coloro che strumentalizzavano il Vaticano II per difendere i propri errori e deviazioni: per esempio, il 12 gennaio 1966 affermava che “davvero lo «Spirito del Concilio» vuol essere Spirito di verità“. Passano alcuni mesi e Paolo VI ritorna su quest’espressione per difendere uno degli aspetti più negletti del post-Concilio, l’obbedienza: “L’obbedienza, interpreta lo spirito del Concilio? Non ha parlato il Concilio dei diritti della personalità, della coscienza, della libertà? Sì, ha parlato di questi temi, ma non ha certo taciuto quello dell’obbedienza.” (cfr. Udienza Generale del 5 ottobre 1966)
Ma non hanno ragione neppure quelli che interpretano il Vaticano II come una mera conferma di quello che si era detto e fatto prima, senza il minimo aspetto di riforma. Afferma infatti Paolo VI che “Finito il Concilio, tutto ritorna come prima? Le apparenze e le abitudini risponderanno che sì. Lo spirito del Concilio risponderà che no. Qualche cosa, e non piccola, dovrà essere anche per noi – per noi anzi soprattutto – nuova.” (cfr. Discorso ai cardinali, arcivescovi e vescovi d’Italia, 6 dicembre 1965)

Concilio Vaticano II

E lo spirito del Vaticano II non è un qualcosa di inerte, ma che deve infiammare gli animi: “Il cristiano, che si pone alla scuola del Concilio, deve sentirsi stimolato ad una nuova, più chiara, più intensa, più apostolica professione della propria fede. Lo spirito del Concilio, si direbbe, soffia nelle anime per riaccendere in esse una più viva fiamma di fede.” (cfr. Udienza Generale del 14 dicembre 1966) e “deve formare in noi una nuova ed autentica mentalità cristiana e deve esprimersi in un nuovo stile di vita ecclesiale” (cfr. Udienza generale del 24 giugno 1970). Non è cosa da poco, anche perché questo tendenza dell’animo si deve addirittura “professare” (cfr. Discorso al Patriziato e nobiltà romana del 13 gennaio 1966). E’ uno spirito importante per il post-Concilio, lo ribadirà anni dopo: “Per l’attualizzazione della Chiesa oggi non bastano più direttive chiare o grandi quantità di documenti; ciò che manca sono personalità e comunità che incarnino e trasmettano lo spirito del Concilio in modo consapevole” (cfr. Allocuzione del 2 febbraio 1972).
Questo spirito anima le riforme postconciliari: “L’attività svolta dalla Santa Sede in questo periodo, come ognuno può vedere, riveste due caratteri: intensità di lavoro e fedeltà al Concilio. Si vorrà riconoscere che si procede con alacrità e fermezza, e con spirito di sincera fedeltà alla lettera e soprattutto allo spirito del Concilio.” (cfr. Discorso al Sacro Collegio del 24 giugno 1967) e “deve fare sentire il suo benefico influsso rinnovatore in ogni settore della vita religiosa” (cfr. Udienza Generale del 18 gennaio 1967). E’ uno spirito “che vorremmo puro e ardente“, afferma il Papa (cfr. Udienza Generale del 18 settembre 1968)
Ma la ribellione serpeggia e Paolo VI si sente in dovere di precisare e mettere in guardia: “vi è una tendenza a far scomparire il nome di cattolico, a tutto laicizzare e desacralizzare. Sarebbe tale tendenza conforme allo spirito del Concilio? Avrebbe essa la virtù di animare quel rinnovamento che il Concilio intende promuovere? Fatte le debite distinzioni, a Noi non sembra.” (cfr. Udienza generale del 23 agosto 1967). Già qualche tempo prima aveva avuto occasione di proporre ai fedeli l’adesione “al vero spirito del Concilio” (cfr. Discorso a santa Maria Maggiore dell’8 dicembre 1966): segno che il Pontefice riconosceva l’esistenza di un falso spirito.
Passano alcuni anni e, con la tempesta post-conciliare che diventa sempre più burrascosa, anche il Papa torna sul tema per precisare, per far stigmatizzare il falso spirito conciliare. Nell’udienza generale del 5 marzo 1969 dice che “Il Concilio dev’essere conosciuto : chi lo conosce veramente? Molti credono di conoscerlo per l’idea vaga e generica, che se ne fanno, come d’un rivolgimento, che ci distacca dalle tradizioni complicate e pesanti del passato, e che autorizza ad assumere atteggiamenti di pensiero e d’azione avventati, quasi che questo fosse lo spirito del Concilio.” I novatori, dunque, non hanno affatto compreso il vero spirito del Vaticano II, anche se lo affermano a parole. E quando propongo Cristo come rivoluzionario? Il Papa risponde che “Voler ravvisare in Cristo, riformatore e rinnovatore della coscienza umana, un sovversivo radicale delle istituzioni temporali e giuridiche, non è interpretazione esatta dei testi biblici, né della storia della Chiesa e dei Santi. Lo spirito del Concilio mette il cristiano a confronto col mondo in termini del tutto diversi” (cfr. Udienza generale del 21 ottobre 1970). Persino il culto mariano, tanto inviso ad alcuni, viene da papa Montini giustificato anche col seguire questo spirito (cfr. Omelia del 3 febbraio 1969).
Tuttavia, nonostante le distorsioni, il Papa rifiuta di cedere lo spirito del Concilio a certe frange e ancora il 30 aprile 1975, all’Udienza Generale, propone ai fedeli di orientare il Giubileo secondo lo spirito del Concilio, mentre l’anno prima l’aveva citato nella lettera apostolica Apostolorum Limina (23 maggio 1974): “noi esortiamo vivamente tutti i responsabili a riflettere intorno a questi intendimenti, a prendere iniziative, a prestarsi reciproco aiuto, di modo che durante l’anno santo si compiano passi decisivi nel rinnovamento ecclesiale e nel cammino verso alcune mete, che ci stanno particolarmente a cuore secondo lo spirito del concilio Vaticano II, proiettato verso l’avvenire: è cioè necessario che la penitenza, la purificazione interiore e la conversione a Dio procurino, come loro naturale conseguenza, un ulteriore sviluppo della azione apostolica della Chiesa.
Abbiamo fin qui parlato dello spirito del Vaticano II. Ma non è l’unico Concilio della storia della Chiesa e infatti nel Magistero di Paolo VI troviamo che egli parlò anche dello spirito del Concilio di Trento (cfr. Omelia dell’8 marzo 1964). In quell’occasione il Papa parlò del “ricordare, conservare, rivivere lo spirito del grande Concilio” ed esortava i fedeli trentini a “tenere acceso questo spirito, come una fiaccola“, perché “lo spirito del Concilio di Trento è la luce religiosa non solo per il lontano secolo decimosesto, ma lo è altresì per il nostro; perché lo spirito del Concilio di Trento riaccende e rianima quello del presente Concilio Vaticano, che a quello si collega e da quello prende le mosse per affrontare i vecchi ed i nuovi problemi rimasti allora insoluti, o insorti nel volgere dei tempi nuovi.

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Il nostro cammino d’Avvento oramai si approfondisce e si avvicina di giorno in giorno alla meta del Santo Natale. Non a caso proprio questa domenica è festeggiata dalla Chiesa con gaudio particolare, superiore a quello del resto dell’Avvento: è la domenica “Gaudéte”, “rallegratevi” (così chiamata dalla prima parola dell’antifona d’ingresso della Messa di oggi).
La liturgia dell’odierna domenica, detta “Gaudéte”, ci invita alla gioia, ad una vigilanza non triste, ma lieta. “Gaudete in Domino semper” – scrive san Paolo: “Gioite sempre nel Signore” (Fil 4,4). La vera gioia non è frutto del divertirsi, inteso nel senso etimologico della parola di-vertere, cioè esulare dagli impegni della vita e dalle sue responsabilità. La vera gioia è legata a qualcosa di più profondo. Certo, nei ritmi quotidiani, spesso frenetici, è importante trovare spazi di tempo per il riposo, per la distensione, ma la gioia vera è legata al rapporto con Dio. Chi ha incontrato Cristo nella propria vita, sperimenta nel cuore una serenità e una gioia che nessuno e nessuna situazione possono togliere.” (Benedetto XVI, dall’Angelus dell’11 dicembre 2011)
Ma passiamo ora, come d’abitudine, all’analisi della colletta di oggi.
Proponiamo come al solito il testo latino, poi la traduzione ufficiale italiana, infine un tentativo di traduzione letterale.

Deus, qui cónspicis pópulum tuum nativitátis domínicæ festivitátem fidéliter exspectáre, præsta, quæsumus, ut valeámus ad tantæ salútis gáudia perveníre, et ea votis sollémnibus álacri semper lætítia celebráre.

Guarda, o Padre, il tuo popolo che attende con fede il Natale del Signore, e fa’ che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza.

O Dio, che vedi il Tuo popolo attendere con fede la festa del Natale del Signore, fa’ in modo, (Ti) preghiamo, che siamo in grado di giungere alle gioie di una così grande salvezza e di celebrarle sempre con allegra letizia in solenni preghiere.

Iniziamo subito, come abbiamo visto già altre volte, rivolgendoci direttamente al Padre: quindi con il vocativo “Deus”. Inizia poi una lunga relativa introdotta dal pronome maschile singolare “qui” (che). Il verbo è “cónspicis”, vedi (indicativo presente, da conspicio, “vedere, guardare, osservare”). Che cosa? Il Tuo popolo (“ pópulum tuum”, accusativo singolare, da populus, -i: “popolo, comunità, folla”). Poi un nuovo verbo all’infinito presente attivo, retto da “cónspicis”: “ exspectáre” (“attendere, aspettare”). Aspettare, ma come? Con fede, “fidéliter” (avverbio di modo). Aspettare, che cosa? La festa (“festivitátem”, accusativo singolare, da festivitas, -atis, “festa, festività”) del Natale (“nativitátis”, genitivo singolare, da nativitas, -atis, “nascita, Natale”) del Signore (“domínicæ”, genitivo singolare; in realtà questo non è un nome, ma un aggettivo; tradotto letteralmente sarebbe “il Natale Signorale”, ma suona malissimo, quindi usiamo un sostantivo). E qui finisce la relativa. Poi c’è un breve collegamento, come spesso avviene nelle orazioni, tra la prima e la seconda parte. Questo avviene tramite le parole “præsta” (fa’ in modo, imperativo presente di præsto, “fare in modo, adoperarsi”), quæsumus (Ti preghiamo, indicativo presente, da quæso, “pregare, supplicare, domandare”). Poi inizia una nuova subordinata, introdotta da ut (che). Il verbo è “valeámus” (siamo in grado, congiuntivo presente, da valeo, “essere in grado di, potere, essere capace di”), che regge anche qui un infinito presente attivo, “perveníre” (giungere, da pervenio, “giungere, pervenire, arrivare”). Poi c’è una preposizione, “ad” (a), che regge “gáudia” (gioie, accusativo plurale, da gaudium, -i, “gaudio, gioia”). Poi si specifica, gioia di cosa? “tantæ” (di tanta, di una così grande, genitivo singolare, da tantus, -a, -um, “così grande, tanto grande”) “salútis” (salvezza, genitivo singolare, da salus, -utis, “salute, salvezza”). Poi c’è una congiunzione coordinante, “et” (e), che facciamo seguire da un verbo nuovamente all’infinito presente attivo, “celebráre”,retto anch’esso dal “valeámus” che abbiamo visto prima. “celebráre” (di celebrare, da celebro, “celebrare, festeggiare”) “ea” (“esse”, pronome, accusativo neutro plurale, riferito a “gáudia”, gioie) semper (sempre, avverbio di tempo) “álacri” (con allegra, aggettivo all’ablativo singolare, da alacer, -cris, -cre, “allegro, lieto, gioioso”) “lætítia” (letizia, ablativo singolare, da lætitia, -æ, “letizia, gioia, allegria”) “sollémnibus” (in solenni, aggettivo all’ablativo plurale, da sollemnis, -is, -e, “sacro, solenne”) “votis” (preghiere, ablativo plurale, da votum, -i, “promessa, preghiera”).
Conclusa la parte grammaticale, diamo un veloce sguardo anche al contenuto, che comunque non ha bisogno di molte spiegazioni.
In questa colletta, nella relativa iniziale, c’è la bella immagine di Dio che guarda il suo popolo dal Paradiso e lo vede in attesa della festa della Natività del Signore. Ma non è un’attesa vuota, l’attesa di una festa semi-pagana, l’attesa di Babbo Natale o dei fuochi d’artificio: è l’attesa di Cristo. E lo aspettiamo non svogliatamente o distrattamente, ma fideliter, con fede. E come non ricordare qui l’Anno della Fede appena concluso, che speriamo abbia contribuito a rinsaldare la fede di tutti i cristiani? La preghiera successiva è caratterizzata da parole come “gioia”, “letizia” – termini quantomai adatti a questa domenica “Gaudéte”. La Chiesa prega dunque il Padre che conceda ai suoi figli di giungere a celebrare gioie simili, le gioie del Natale, per poterle celebrarecon solenni preghiere – e questo ci ricorda l’indubbia solennità della Sacra Liturgia – e con allegra letizia. Non musoni, con gli occhi bassi, scontrosi, magari dandosi solo una veloce stretta di mano e un “buone feste” tanto per non sapere dire altro. No, invece preghiamo il Signore che ci conceda di celebrare il Natale in allegria, in letizia, con quella gioia autentica che caratterizza il vero cristiano.

Benedetto XVI celebra la domenica Gaudete

Benedetto XVI celebra la domenica Gaudete

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Continua il “viaggio in Inghilterra” di Papa Francesco. Dopo la citazione di Gilbert Keith Chesterton, nell’omelia di qualche giorno fa sulle “idee cristiane impazzite” (leggi qui), questa volta tocca al grande convertito e poi cardinale, John Henry Newman, beatificato da Benedetto XVI nel 2009.

La preghiera pronunciata ieri dal Santo Padre, durante l’omaggio all’Immacolata in piazza di Spagna, riecheggiava quella “luce gentile” cara al beato John Henry Newman:

“Tu sei la Tutta Bella, o Maria!
In Te è la gioia piena della vita beata con Dio. 
Fa’ che non smarriamo il significato del nostro cammino terreno:
la luce gentile della fede illumini i nostri giorni,
la forza consolante della speranza orienti i nostri passi,
il calore contagioso dell’amore animi il nostro cuore,
gli occhi di noi tutti rimangano ben fissi là, in Dio, dove è la vera gioia”

(Papa Francesco, Omaggio all’Immacolata 8 dicembre 2013)

 

Provate a confrontarla con questi versi:

“Conducimi tu, luce gentile
conducimi nel buio che mi stringe;
la notte è scura la casa è lontana,
conducimi tu, luce gentile.
Tu guida i miei passi, luce gentile
non chiedo di vedere assai lontano
mi basta un passo solo il primo passo
conducimi avanti luce gentile.
Non sempre fu così, te ne pregai
perché tu mi guidassi e conducessi
da me la mia strada io volli vedere
adesso tu mi guidi luce gentile.
Io volli certezze dimentica quei giorni,
purché l’amore tuo non m’abbandoni
finché la notte passi, tu mi guiderai,
sicuramente a te luce gentile.
Conducimi tu, luce gentile
conducimi nel buio che mi stringe;
la notte è scura la casa è lontana,
conducimi tu, luce gentile.”
(John Henry Newman)

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Oggi due feste vengono a coincidere nel calendario liturgico della Chiesa Cattolica: la seconda domenica d’Avvento e la solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Secondo le norme liturgiche, a prevalere è la domenica d’Avvento, per cui l’Immacolata viene spostata al giorno successivo, lunedì 9 dicembre. Tuttavia, per quanto concerne l’Italia, i vescovi hanno chiesto alla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti di poter celebrare ugualmente la festa dell’Immacolata nel suo giorno proprio, cioè l’8 dicembre: e la risposta è stata positiva, con la concessione del relativo indulto. Anche noi quindi, seguendo queste indicazioni, ci apprestiamo ad esaminare la colletta dell’Immacolata.
Questa solennità che oggi festeggiamo è relativamente più giovane di altre. Le prime tracce infatti si trovano in calendari liturgici inglesi dell’XI secolo. Già nel Duecento essa si spandeva per il contintente europeo. Sembra che la Chiesa di Roma abbia cominciato ad accoglierla verso il 1330. Col tempo divenne sempre più importante e solenne, soprattutto dopo che il beato Pio IX nel 1854 proclamò il dogma dell’Immacolata Concezione.
Oggi noi festeggiamo il trionfo della Immacolata, che col suo piede verginale ha schiacciato il capo del serpente, e di cui la Chiesa canta la lode : «Cunctas haereses sola interemisti in universo mundo» (Comm. Fest. B. M. V., ad Matut., ant. 7): Tu sola hai distrutto tutte le eresie, tutti gli errori, tutti i falsi sistemi, che promettono al genere umano di condurlo alla perfezione, di elevarlo al colmo della felicità, ed invece lo precipitano nell’abisso della corruzione e della rovina.” (Pio XII, dal discorso ai giovani di Azione Cattolica dell’8 dicembre 1947)
Accingendoci ad esaminare il testo della colletta, vediamo prima di tutto il testo latino originale, poi la traduzione ufficiale italiana e infine un nostro tentativo di resa letterale:

Deus, qui per immaculátam Vírginis Conceptiónem dignum Fílio tuo habitáculum præparásti, quæsumus, ut, qui ex morte eiúsdem Fílii tui prævísa, eam ab omni labe præservásti, nos quoque mundos, eius intercessióne, ad te perveníre concédas.

O Padre, che nell’Immacolata Concezione della Vergine hai preparato una degna dimora per il tuo Figlio, e in previsione della morte di lui l’hai preservata da ogni macchia di peccato, concedi anche a noi, per sua intercessione, di venire incontro a te in santità e purezza di spirito.

O Dio, che nell’Immacolata Concezione della Vergine hai preparato una degna dimora al Tuo Figlio e l’hai preservata da ogni macchia in previsione della morte dello stesso Figlio Tuo, (Ti) preghiamo, di concedere anche a noi, per sua intercessione, di giungere mondi a Te.

Come si può notare, a parte le ultime parole, che sono un’aggiunta del testo italiano rispetto a quello latino, la traduzione è piuttosto letterale.
Si inizia con un vocativo, tipico del cristianesimo (il latino classico, infatti, per lungo tempo non conobbe il vocativo per il sostantivo Deus): “Deus”, o Dio. Poi si prosegue con una subordinata, precisamente una relativa: che (qui: pronome relativo maschile singolare al nominativo, fungendo da soggetto) nell’Immacolata Concezione (per immaculátam … Conceptiónem: si tratta di un complemento di mezzo, introdotto da per+accusativo; si potrebbe tradurre anche “attraverso, per mezzo dell’Immacolata Concezione”) della Vergine (Vírginis: genitivo singolare; si tratta di un vocabolo che ha cambiato significato dal latino classico – dove indicava una giovane donna – a quello cristiano, dove è passato ad indicare colei che non conosce uomo) hai preparato (præparásti: indicativo perfetto, prima persona singolare, del verbo præparare: “preparare, allestire, predisporre”) una degna dimora (dignum habitáculum: accusativo neutro singolare; habitaculum, -i, è “dimora, abitazione”) al Tuo Figlio (Fílio tuo: dativo singolare maschile) e Tu che (qui: altro pronome relativo singolare maschile al nominativo, indicante il soggetto: ancora Dio, quindi) hai preservato (præservásti: indicativo perfetto, prima persona singolare, del verbo præservare: “preservare” – vocabolo postclassico, tipico anche questo del latino dei cristiani) lei (eam, accusativo singolare maschile; si riferisce a Maria) da ogni macchia (ab omni labe: la preposizione ab regge l’ablativo, in cui sono flessi sia “omni” che “labe”, da omnis, -e: “tutto, ogni” e labes, -is: “caduta, crollo, rovina, sozzura, macchia, difetto”) per la prevista morte (ex morte … prævísa: anche la preposizione ex regge l’ablativo, in cui sono flessi mors, -tis: “morte” e il participio perfetto singolare femminile “praevisa”, da praevidére: “vedere prima, prevedere”) dello stesso Tuo Figlio (eiúsdem Fílii tui: tre genitivi singolari), (Ti) preghiamo (quæsumus, indicativo presente, prima persona plurale di quaesere: “cercare, richiedre, domandare”) di (ut) concedere (concédas: congiuntivo presente, seconda persona singolare) anche (quoque, classicamente postposto alla parola cui si riferisce) a noi (nos: qui non in dativo, ma in accusativo, perché qui “concédas” regge un complemento oggetto) per sua intercessione (eius intercessióne, lett. “per l’intercessione di lei”: eius è infatti il genitivo singolare del pronome is, ea, id “egli, ella, esso”, mentre intercessióne è ablativo di mezzo, da intercessio, -onis: “intercessione, mediazione, intervento”) di giungere (perveníre: infinito presente attivo, “pervenire, arrivare, giungere”) mondi (mundos: altro accusativo, qui maschile plurale, da mundus, -a, -um: “puliti, mondi, pronti”) a Te (ad te: preposizione “ad” che regge l’accusativo “te”).
Concetto centrale di questa colletta, attorno al quale essa ruota, è l’Immacolata Concezione di Maria. E’ infatti verità di fede che “La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale” (beato Pio IX, dalla Bolla Ineffabilis Deus, DS 2803). Questo grande mistero era contenuto già nelle parole “piena di grazia” (Lc 1,28) che l’arcangelo Gabriele rivolse alla Vergine nell’allora sperduto e sconosciuto villaggio di Nazareth. Col tempo la Chiesa, depositaria da sempre delle verità della fede, ha sempre meglio esplorato e conosciuto quest’aspetto luminoso della vita della Vergine, del fatto che ella era stata redenta sin dal suo concepimento. Splendore inenarrabile, questo, che le viene interamente da Cristo. Per un approfondimento dottrinale in merito si possono leggere i paragrafi del Catechismo, nn. 490-493.
La colletta ci dice che Maria è stata preservata dal peccato originale in previsione del fatto che sarebbe diventata la dimora di Cristo, in previsione del fatto ch’ella avrebbe accolto il Verbo nel suo grembo verginale. E questo, in previsione della morte di Gesù.
In questo mistero di luce, che rifulge nella vita della Chiesa, lo spazio per noi fedeli in questa colletta è un po’ limitato, ma certo non ci lamentiamo, perché ammiriamo anche noi la gloria di Maria. Ma non rinunciamo a rivolgere a Dio una preghiera più personale: per questo la Chiesa, a nome dei fedeli, chiede a Dio (che nelle orazione è di solito Dio Padre, come specifica la traduzione ufficiale) di concederci di giungere mondi a Lui. Gli chiediamo quindi di purificarci, di perdonare le nostre colpe (e non ci dimentichiamo che “[la] misericordia di Dio […] sempre ci perdona, sempre ci aspetta, ci ama tanto” [Francesco], che “È importante restare in cammino, senza scrupolosità, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo” [Benedetto XVI]). E gli chiediamo anche, per quanto possibile, di preservare il nostro cammino dalle cadute, perlomeno – e questo dovrebbe stare a cuore ad ogni cristiano – dal peccato mortale.
Concludiamo l’articolo segnalando che, caso abbastanza raro, la colletta odierna è presa pari pari – senza la minima modifica – dal Messale del 1962. Dunque, in entrambe le forme del rito romano oggi si prega la colletta con le medesime parole. L’orazione sulle offerte è quasi identica (pochissime modifiche), mentre è del tutto identica anche l’orazione dopo la Comunione. Un’altra curiosità storica è che – evento anche questo non così comune – conosciamo il nome di chi compose materialmente la colletta: si tratta del chierico Leonardo da Nogarole, del clero di Verona, funzionario curiale di papa Sisto IV (1471-1484).

Immacolata

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