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Archive for novembre 2013

“La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia.”

“Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata.”

“È la gioia che si vive tra le piccole cose della vita quotidiana, come risposta all’invito affettuoso di Dio nostro Padre: « Figlio, per quanto ti è possibile, tràttati bene … Non privarti di un giorno felice » (Sir 14,11.14). Quanta tenerezza paterna si intuisce dietro queste parole!”

“Posso dire che le gioie più belle e spontanee che ho visto nel corso della mia vita sono quelle di persone molto povere che hanno poco a cui aggrapparsi. Ricordo anche la gioia genuina di coloro che, anche in mezzo a grandi impegni professionali, hanno saputo conservare un cuore credente, generoso e semplice. In varie maniere, queste gioie attingono alla fonte dell’amore sempre più grande di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo.”

” Un annuncio rinnovato offre ai credenti, anche ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia nella fede e una fecondità evangelizzatrice.”

(dall’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco, 24 novembre 2013)

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“La Chiesa ha la vocazione di portare al mondo la gioia, una gioia autentica e duratura, quella che gli angeli hanno annunciato ai pastori di Betlemme nella notte della nascita di Gesù (cfr Lc 2,10): Dio non ha solo parlato, non ha solo compiuto segni prodigiosi nella storia dell’umanità, Dio si è fatto così vicino da farsi uno di noi e percorrere le tappe dell’intera vita dell’uomo.”

“Nel difficile contesto attuale, tanti giovani intorno a voi hanno un immenso bisogno di sentire che il messaggio cristiano è un messaggio di gioia e di speranza! Vorrei riflettere con voi allora su questa gioia, sulle strade per trovarla, affinché possiate viverla sempre più in profondità ed esserne messaggeri tra coloro che vi circondano”

“E ogni giorno sono tante le gioie semplici che il Signore ci offre: la gioia di vivere, la gioia di fronte alla bellezza della natura, la gioia di un lavoro ben fatto, la gioia del servizio, la gioia dell’amore sincero e puro.”

“Sono molti i giovani che si interrogano: è veramente possibile la gioia piena al giorno d’oggi? E questa ricerca percorre varie strade, alcune delle quali si rivelano sbagliate, o perlomeno pericolose.”

“In realtà le gioie autentiche, quelle piccole del quotidiano o quelle grandi della vita, trovano tutte origine in Dio, anche se non appare a prima vista, perché Dio è comunione di amore eterno, è gioia infinita che non rimane chiusa in se stessa, ma si espande in quelli che Egli ama e che lo amano”

“Non si può essere felici se gli altri non lo sono: la gioia quindi deve essere condivisa. Andate a raccontare agli altri giovani la vostra gioia di aver trovato quel tesoro prezioso che è Gesù stesso. Non possiamo tenere per noi la gioia della fede: perché essa possa restare in noi, dobbiamo trasmetterla.”

(dal Messaggio di Benedetto XVI per la XXVII Giornata Mondiale della Gioventù, 15 marzo 2012)

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Oggi la Madre Chiesa festeggia una santa poco conosciuta, Caterina d’Alessandria (+305). Per maggiori informazioni sulla sua vita potete visitare l’ormai classico Santi e beati. Ai nostri lettori proponiamo l’orazione colletta del Missale Romanum del 1962, la quale riporta la pia tradizione per cui gli angeli trasportarono il corpo della santa sulla sommità del monte Sinai, nei pressi del luogo ove Mosé ricevette il Decalogo, e dove fu ritrovato secoli dopo dai monaci. Segnaliamo anche che santa Caterina nel Medioevo faceva parte dei cosiddetti 14 “Santi ausiliatori” invocati contro malattie e situazioni particolari. Nello specifico, Caterina era invocata – e direi che può esserlo anche oggi – contro le malattie della lingua. Forse, per estensione, la si potrebbe invocare contro i comportamenti di quei chiacchieroni e malelingue che Papa Francesco ha più volte stigmatizzato (vedi ad esempio qui).

Deus, qui dedisti legem Moysi in summitate montis Sinai, et in eodem loco per sanctos Angelos tuos corpus beatae Catharinae Virginis et Martyris tuae mirabiliter collocasti, praesta, quaesumus, ut, eius meritis et intercessione, ad montem, qui Christus est, pervenire valeamus.

O Dio, che sulla vetta del monte Sinai hai dato a Mosé la legge, e nello stesso luogo per mezzo dei tuoi santi angeli hai mirabilmente collocato il corpo della beata Caterina vergine e martire tua, fa’, ti preghiamo, che per i suoi meriti ed intercessione possiamo giungere al monte che è Cristo.

S.Caterina di Alessandria

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Oggi, nell’ultima domenica prima dell’inizio del tempo di Avvento, la Santa Madre Chiesa festeggia la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo re dell’Universo. Questo giorno di festa fu istituito per la prima volta in maniera ufficiale nel calendario liturgico romano da Papa Pio XI (1922-1939) nel 1925 (più precisamente, con l’enciclica Quas Primas dell’11 dicembre di quell’anno).
Si tratta di

“una festa di istituzione relativamente recente, che però ha profonde radici bibliche e teologiche. Il titolo di “re”, riferito a Gesù, è molto importante nei Vangeli e permette di dare una lettura completa della sua figura e della sua missione di salvezza. Si può notare a questo proposito una progressione: si parte dall’espressione “re dei Giudei” e si giunge a quella di re universale, Signore del cosmo e della storia, dunque molto al di là delle attese dello stesso popolo ebraico. Al centro di questo percorso di rivelazione della regalità di Gesù Cristo sta ancora una volta il mistero della sua morte e risurrezione.” (Benedetto XVI, dall’Angelus del 22 novembre 2009)

I testi eucologici che la Sacra Liturgia ci propone sono ovviamente ricchi e pervasi in maniera particolari da una dimensione escatologica che, purtroppo, talvolta in alcune parti del popolo di Dio non sembra risplendere così chiaramente come dovrebbe.
Vediamo la colletta:

(Missale Romanum 2002) Omnípotens sempitérne Deus, qui in dilécto Fílio tuo, universórum Rege, ómnia instauráre voluísti, concéde propítius, ut tota creatúra, a servitúte liberáta, tuæ maiestáti desérviat ac te sine fine colláudet.

Ed ecco la traduzione ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana:

(Messale Romano 1983) Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare tutte le cose in Cristo tuo Figlio, Re dell’universo, fa’ che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine.

Ed ecco un tentativo di traduzione letterale da parte nostra (che non vuole certamente essere in concorrenza o alternativo a quella ufficiale, che è l’unica utilizzabile nelle liturgie, ma solo un modesto contributo per lo studio e la comprensione delle orazioni):

O Dio onnipotente ed eterno, che hai voluto rinnovare ogni cosa nel tuo diletto Figlio, Re dell’universo, concedi propizio che ogni creatura, liberata dalla schiavitù, serva fedelmente la tua maestà e ti lodi senza fine.

La C.E.I. ha effettuato alcune piccole modifiche, come si può vedere: all’espressione latina “ dilécto Fílio tuo” (diletto Figlio tuo) ha tolto l’attributo (diletto) e ha invece specificato con chiarezza che il Figlio di cui si parla è “Cristo”. “Concéde propítius” (lett. Concedi propizio) è stata resa con un più semplice “fa’”. Ha chiarito che la “schiavitù” di cui parla il testo è quella “del peccato”. Infine, l’espressione “serva fedelmente la tua maestà” è stata semplificata in un più conciso “ti serva”.
La colletta, dunque, inizia con tre vocativi: O Dio onnipotente ed eterno. E’ un inizio certamente classico, ma che mantiene una notevole maestosità. Poi si fa subito riferimento alla solennità che si festeggia, perché si afferma che il Padre (è a Lui infatti che la preghiera è rivolta) ha voluto rinnovare (instauráre) ogni cosa (ómnia) in Cristo, Re dell’universo (Rege universórum). Il testo fa esplicito richiamo ad un versetto della lettera di san Paolo agli Efesini (1,10), che nella Vulgata suona proprio “instaurare omnia in Christo” (“ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose”, Cei 2008). L’instauráre latino vuol dire “rinnovare, ricominciare, riaccendere”. L’espressione greca originale di san Paolo è “ἀνακεφαλαιώσασθαι” (anakefalaiósasthai), cioè “ricapitolare, includere, riunire assieme”. Ómnia è un aggettivo sostantivato neutro plurale, frequente in latino, che sta ad indicare “tutte le cose, ogni cosa”. E chi è questo soggetto centrale in quest’opera di rinnovamento, di ricapitolazione? È Cristo, re dell’universo, re di tutte le cose (universorum è genitivo plurale di universa, anche qui aggettivo sostantivato neutro plurale, da “universus”, tutto).
Dopo questa prima parte, prima dell’inizio della seconda c’è un raccordo, che è precisamente un’invocazione al Padre: “concedi propizio”. E’ un imperativo, secondo l’uso classico della liturgia romana. Non vuole in realtà essere un vero comando a Dio, quanto piuttosto una supplica pressante, forte. Quasi un grido di aiuto e di speranza verso il Creatore.
Poi inizia la seconda parte della colletta: si chiede a Dio che “tota creatúra”, ogni creatura, la creatura nella sua totalità, nella sua interezza (è un singolare di categoria, che è cioè grammaticalmente al singolare, ma indica la totalità), “liberata dalla schiavitù” (del peccato, specifica giustamente la C.E.I.), serva fedelmente (desérviat) la tua maestà (tuæ maiestáti). “Desérviat” è un congiuntivo presente. Alla radice classica del verbo “servíre” si premette il “de”, che rafforza il concetto di servire (l’abbiamo reso con “serva fedelmente). “Tuæ maiestáti” è invece un dativo: in verbo deservíre, infatti, a differenza dell’italiano (dove “servire” regge l’accusativo, il complemento oggetto), regge il dativo (cioè il complemento di termine): come se dicessimo “serva fedelmente alla tua maestà”. Questo “tua maestà” è un modo più maestoso per indicare direttamente Dio stesso ed è di origine biblica (cfr. ad es. per l’A.T. Dt 33,26; Tb 12,15; Gb 13,11; Gb 31,23; Sal 68,35; Is 2,10; Ab 3,3 etc. ma anche nel N.T. in Eb 1,3; 8,1). Ma non è l’unico auspicio della colletta, ce n’è un secondo (aggiunto dalla congiunzione “ac”, e): lodi (colláudet) te (te) senza fine (sine fine). Colláudet è ancora una volta un congiuntivo presente e anche qui, come in precedenza, alla radice classica (laudáre) si premette “col” (<cum) che rafforza il concetto. Lodare chi? Te, cioè il Padre. E per quanto tempo? Senza fine (sine fine): sine è preposizione che regge l’ablativo, infatti “fine” è ablativo singolare di “finis” (confine, fine, termine).
Passiamo ora all’orazione sulle offerte.

(Missale Romanum 2002) Hóstiam tibi, Dómine, humánæ reconciliatiónis offeréntes, supplíciter deprecámur, ut ipse Fílius tuus cunctis géntibus unitátis et pacis dona concédat.
(Messale Romano 1983) Accetta, o Padre, questo sacrificio di riconciliazione, e per i meriti del Cristo tuo Figlio concedi a tutti i popoli il dono dell’unità e della pace.
(Tentativo di nostra traduzione letterale) O Signore, offrendoti la vittima dell’umana riconciliazione, umilmente (ti) supplichiamo, che il tuo stesso Figlio conceda a tutte le genti i doni dell’unità e della pace.

Il testo, come spessissimo accade in latino, ha un ordine delle parole diverso da quello italiano, specie per ragioni stilistiche. Infatti, nella lingua ufficiale della Chiesa non c’è bisogno di dare un ordine fisso alle parole, ma questo può essere modificato per ragioni diverse. Proviamo quindi a dare noi un ordine più vicino alla nostra sensibilità linguistica.
Iniziamo col vocativo “ Dómine”: O Signore: anche qui ci si rivolge al Padre. Poi il verbo, che qui non è, per la precisione, un participio presente: “offeréntes”. Si potrebbe tradurre con un gerundio, come abbiamo fatto noi (offrendo) o esplicarlo con un più lungo: “noi che ti offriamo”. Offriamo, dunque, ma a chi? A te (tibi): è un dativo. Che cosa offriamo? “Hóstiam” (accusativo da hóstia): è un termine tecnico nel cristianesimo, ma che già usavano i pagani: indica la “vittima sacrificale”, il Sacrificio. Seguono due genitivi di specificazione: humánæ reconciliatiónis, dove humánæ è attributo del sostantivo reconciliatiónis. Chiaro qui il riferimento al Sacrificio di Cristo, a Cristo stesso, vittima sacrificale, che ha riconciliato con il sangue della Sua Croce l’umanità.
Poi anche qui una sezione di collegamento: “supplíciter deprecámur”. Il primo è un avverbio e indica come avviene l’azione espressa dal verbo, che è un deponente (verbo cioè in forma passiva ma con significato attivo): quindi, “ti supplichiamo umilmente”.
Segue la richiesta al Padre, la preghiera vera e propria: ti supplichiamo che “lo stesso Figlio tuo” (ipse Fílius tuus) conceda (concédat) a tutte le genti (cunctis géntibus) i doni dell’unità e della pace ( unitátis et pacis dona). Concédat è anche qui un congiuntivo presente: conceda. A chi? Dativo: a tutte le genti, a tutti i popoli (cunctis géntibus). Che cosa? I doni (dona). Ma specifichiamo quali doni (quindi usiamo il genitivo): dell’unità (unitátis) e della pace (pacis).
Infine, l’orazione dopo la Comunione.

(Missale Romanum 2002) Immortalitátis alimóniam consecúti, quæsumus, Dómine, ut, qui Christi Regis universórum gloriámur oboedíre mandátis, cum ipso in cælésti regno sine fine vívere valeámus.
(Messale Romano 1983) O Dio, nostro Padre, che ci hai nutriti con il pane della vita immortale, fà che obbediamo con gioia a Cristo, Re dell’universo, per vivere senza fine con lui nel suo regno glorioso.
(Nostro tentativo di traduzione letterale) O Signore, dopo aver ottenuto l’alimento d’immortalità, (ti) preghiamo, che noi che ci gloriamo di obbedire ai comandi di Cristo Re dell’universo, possiamo vivere senza fine con Lui nel regno celeste.

Riordiniamo anche qui un attimo.
Iniziamo con un vocativo: Dómine, o Signore, anche qui rivolto al Padre. Poi abbiamo un inciso: consecúti alimóniam immortalitátis. Si tratta rispettivamente di un participio perfetto (da consequor): in questo caso “conseguire, ottenere, raggiungere”. Che cosa? Accusativo: alimóniam
(cibo, alimento). Specifichiamo, alimento di che cosa? Dell’immortalità (immortalitátis). L’alimento d’immortalità è ovviamente il Corpo e Sangue di Cristo, di cui i fedeli si sono cibati nella Sacra Comunione, partecipazione al banchetto sacrificale.
Poi inizia la preghiera con un “quæsumus”, (ti) preghiamo, che (ut) (noi) che (qui, pronome relativo) ci gloriamo (gloriámur, da glórior, “gloriarsi”) di obbedire (oboedíre, infinito presente attivo) ai comandi (dativo: mandátis) di Cristo Re dell’Universo (tre genitivi di specificazione: Christi Regis universórum), possiamo (valeámus, congiunto presente, retto dall’ut iniziale) vivere (vívere) senza fine (sine fine: espressione che abbiamo già visto) nel regno celeste (in cælésti regno: la preposizione “in” regge due ablativi: il sostantivo “regno” e il suo attributo “cælésti”).

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Oggi è stata pubblicata dalla Santa Sede una lettera del Santo Padre Francesco – datata 19 novembre 2013, quindi qualche giorno fa – in cui il Papa nomina il cardinal Walter Brandmüller quale suo inviato speciale per le celebrazioni che si tengono a Trento per il 450° anniversario dalla conclusione del Concilio di Trento. Infatti, il Tridentino si concluse il 4 dicembre 1563.
Non abbiamo riportato tutta la lettera, ma solo la parte iniziale, che ci sembra significativa. In essa, infatti, il Sommo Pontefice non solo loda il Concilio di Trento – che invece alcuni novatori vorrebbero relegare nella pattumiera della storia – ma richiama anche in maniera esplicita l’ermeneutica della riforma nella continuità (dopo l’ormai celebre lettera a mons. Marchetto di qualche giorno fa). E – afferma sempre il Papa – essa si applica non solo al Vaticano II, ma anche al Concilio di Trento. E, nel proporre la centralità di quest’ermeneutica, il Pontefice richiama esplicitamente Benedetto XVI.
Insomma, Papa Bergoglio qui loda il Concilio di Trento, riafferma la centralità dell’ermeneutica della continuità e fa anche esplicito richiamo del Magistero del suo predecessore. Niente male per un uomo che – stando ad alcuni – doveva rivoluzionare la Chiesa…

Mentre incomincia il quattrocentocinquantesimo anniversario dal giorno in cui il Concilio Tridentino fu condotto ad una felice conclusione, conviene che la Chiesa rifletta con cura più pronta ed attenta sulla fecondissima dottrina che ci giunge da quel Concilio tenutosi nella regione tirolese. Anzi, non senza motivo la Chiesa attribuì per molto tempo tanta cura nel commemorare e osservare i decreti e le deliberazioni di quel Concilio, dal momento che, poiché erano sorte in quel tempo liti e interrogativi veramente gravissimi, i Padri conciliari adoperarono ogni diligenza affinché la fede cattolica si manifestasse più chiaramente e venisse compresa meglio. Certo per ispirazione e suggerimento dello Spirito Santo, interessò loro moltissimo che il sacro deposito della dottrina cristiana non fosse solo custodito, ma risplendesse più chiaramente, affinché l’opera salvifica del Signore venisse diffusa in tutto il mondo e venisse esteso il Vangelo in tutta la terra.
Esaudendo senza dubbio lo stesso Spirito, la Santa Chiesa di questo tempo ripete e medita anche oggi la ricchissima dottrina tridentina. Infatti “l’ermeneutica della riforma” che il Nostro Predecessore Benedetto XVI descrisse nell’anno 2005 alla Curia Romana si riferisce al Concilio Vaticano non meno che al Tridentino. Certamente questo modo di interpretare pone sotto una luce più nitida l’unica natura luminosa della Chiesa che il Signore stesso attribuì ad essa: “è un soggetto che, nel scorrere dei secoli, cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino.” (Discorso alla Curia Romana nel tempo natalizio del Signore)

Ineunte quadringentesimo et quinquagesimo anniversario die ex quo Concilium Tridentinum faustum ad finem est adductum, decet Ecclesiam promptiore et attentiore studio uberrimam doctrinam recolere quae ex illo Concilio in Tirolensi regione habito evadit. Immo non sine causa Ecclesia tantam curam in illius Concilii decreta et consilia commemoranda atque observanda iam diu contulit, quandoquidem, gravissimis sane rebus et quaestionibus eo tempore exortis, Patres conciliares omnem diligentiam adhibuerunt ut fides catholica planius appareret meliusque perciperetur. Spiritu nempe Sancto inspirante et suggerente, eorum maxime interfuit sacrum christianae doctrinae depositum non solum custodiri sed clarius homini luceri ut salutiferum opus Domini totum per orbem diffunderetur Evangeliumque universam in terram extenderetur.
Eundem quidem Spiritum exaudiens, Sancta Ecclesia huius temporis amplissimam Tridentinam doctrinam etiamnum redintegrat et meditatur. Etenim “interpretatio renovationis” quam Praedecessor Noster Benedictus XVI anno MMV coram Curia Romana explicavit haud minus ad Tridentinum quam ad Vaticanum Concilium refert. Enimvero hic modus interpretandi nitidiore sub luce ponit unam praeclaram Ecclesiae proprietatem quam Ipse Dominus illi impertitur: “Ea videlicet est unum `subiectum’ quod, saeculis decurrentibus, crescit ac augetur attamen semper idem manet. Ea itaque est unum subiectum peregrinantis Populi Dei” (Sermo ad Curiam Romanam Natali in tempore Domini).

Un momento dei lavori del Concilio di Trento (1545-1563)

Un momento dei lavori del Concilio di Trento (1545-1563)

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Il Tempio è il luogo dove la comunità va a pregare, a lodare il Signore, a rendere grazie, ma soprattutto ad adorare: nel Tempio si adora il Signore. E questo è il punto più importante. Anche, questo è valido per le cerimonie liturgiche: in questa cerimonia liturgica, cosa è più importante? I canti, i riti – belli, tutto…? Più importante è l’adorazione: tutta al comunità riunita guarda l’altare dove si celebra il sacrificio e adora. Ma, io credo – umilmente lo dico – che noi cristiani forse abbiamo perso un po’ il senso della adorazione, e pensiamo: andiamo al Tempio, ci raduniamo come fratelli – quello è buono, è bello! – ma il centro è lì dove è Dio. E noi adoriamo Dio”

“Purificarci con la preghiera, con la penitenza, con il Sacramento della riconciliazione, con l’Eucaristia … in questi due templi – il tempio materiale, il luogo di adorazione, e il tempio spirituale dentro di me, dove abita lo Spirito Santo – in questi due templi il nostro atteggiamento deve essere la pietà che adora e ascolta, che prega e chiede perdono, che loda il Signore

(Papa Francesco, meditazione a Casa S.Marta 22 novembre 2013)

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P.S. Il Santo Padre si è chiesto anche: I nostri templi sono luoghi di adorazione, favoriscono l’adorazione? Le nostre celebrazioni favoriscono l’adorazione? – Giriamo la domanda ai signori raffigurati qui sotto:

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Il volto del passato ci attira soltanto nella misura in cui è su di lui il riflesso dell’eterno
(Gustave Thibon)

“Gli anziani sono quelli che ci portano la storia, che ci portano la dottrina, che ci portano la fede e ce la danno in eredità. Sono quelli che, come il buon vino invecchiato, hanno questa forza dentro per darci un’eredità nobile … Preghiamo per i nostri nonni, le nostre nonne, che tante volte hanno avuto un ruolo eroico nella trasmissione della fede in tempo di persecuzione. Quando papà e mamma non c’erano a casa e anche avevano idee strane, che la politica di quel tempo insegnava, sono state le nonne quelle che hanno trasmesso la fede… Chiediamo oggi la grazia ai vecchi Santi – Simeone, Anna, Policarpo e Eleazaro – a tanti vecchi Santi: chiediamo la grazia di custodire, ascoltare e venerare i nostri antenati, i nostri nonni” (Papa Francesco, Omelia del 18 novembre 2013)

Le parole del Santo Padre ci hanno riportato alla mente analoghe considerazioni dello storico Marco Tangheroni (1946-2004):

“…la nonna chi è? È quella che conserva, nonostante tutti gli sforzi di creare l’uomo nuovo, fare tabula rasa del passato, le statue distrutte della Rivoluzione Francese, la cancellazione delle tradizioni; ma le nonne sopravvivono, ricordano, tramandano. Avete visto nel 1989, quando fu ammainata la bandiera rossa con la falce e il martello dal Cremlino, spuntarono delle icone, nascoste, conservate, non l’avranno dipinte tutte quel giorno, non sembrava…, le avevano conservate le nonne” (M. Tangheroni, Le radici storiche dell’Occidente)

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