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Archive for marzo 2013

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La stampa non mira ad informare il lettore, ma a convincerlo che lo sta informando
(Nicolás Gómez Dávila)

Abbiamo atteso un po’ prima di ricominciare a scrivere per ripararci dalla melassa massmediatica che mira ad etichettare un papa per screditarne un altro. Niente di nuovo sotto il sole: è un film già visto. Ci dispiacerebbe solo se la gente si soffermasse solo su questi dettagli, senza seguire poi gli insegnamenti dell’attuale pontefice, soprattutto quando risulteranno “scomodi” per quel “mondo” che ora lo acclama, trasformando l’Osanna in un Crucifige. E proprio in quel momento si vedrà chi difende il magistero di Papa Francesco e chi invece, in preda all’euforia collettiva, voleva solo un papa “simpatico”, magari scambiando la misericordia per condiscendenza.
Noi siamo papisti e serviamo con dedizione tutti i pontefici da san Pietro a papa Francesco, passando per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, perché Pietro ha molte facce ma è uno solo. Abbiamo un debole per il Papato, quindi ci piacciono tutti i papi: il polacco atletico, che al contempo era il “nonno polacco” per noi nati nei primi anni del suo pontificato; il tedesco mite e sapiente, che già apprezzavamo per i suoi scritti, l’amico e collaboratore più fidato di Giovanni Paolo II; e ora l’argentino semplice, il Papa preso “quasi alla fine del mondo”; ci piacciono quelli con la mozzetta rossa e quelli senza, quelli con la croce dorata e quelli con la croce di ferro, quelli con le scarpe rosse e quelli con le scarpe nere, e via con tutti i dettagli che in questo momento sembrano l’unico argomento di tanti giornalisti – ahinoi, anche cattolici – che sembrano confondere l’informazione con il gossip. Magari cercando la “rottura” a tutti i costi, soprattutto dove non c’è. Perché lo spirito (e lo splendore) della liturgia del papa bavarese e la povertà personale del pastore delle favelas indicano entrambi Cristo. Ma si sa che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito…
Così che, lo ammettiamo, inizialmente un po’ spiazzati da quella spontaneità che qualcuno leggeva subito come rottura con il “venerato predecessore”, siamo riusciti a goderci il nuovo Papa solo dopo aver spento la televisione o almeno messo a tacere il giornalista di turno – meglio, anzi peggio se “cattolico” impegnato in una velata ma sistematica critica a Benedetto XVI, sulla quale per decenza stendiamo un velo pietoso, anzi un piviale ché un velo non basta. E abbiamo scoperto che Papa Francesco ci piace, ma per motivi opposti a quelli del “mondo”: a noi il Papa piace perché si alza alle 5 per pregare; perché celebra la liturgia assorto in preghiera; perché sta continuando l’Anno della Fede sminuzzando il Catechismo per noi tardi di comprendonio. Ci piace perché parla di Maria, di Giuseppe, parla persino del demonio. E aggiungiamo, da “ratzingeriani”, perché anche nelle celebrazioni ha saputo integrare quella sua sobrietà (in parte militaresca, dato l’ordine di provenienza del pontefice, e in parte dovuta alle dure condizioni del suo popolo) con la centralità della Croce – centralità anche visiva -, che abbiamo imparato da Benedetto XVI.
A quest’ultimo, non lo nascondiamo, siamo legati sin da quando era il card. Ratzinger, e vogliamo imitarlo anche in quella “obbedienza e reverenza” che prima di congedarsi ha promesso al suo – allora ignoto – successore, in cui ora vediamo il volto di Pietro. Non sembri pragmatica, o addirittura da “Pravda” questa affermazione; la “Pravda” ci pare piuttosto quello sconcerto umano, troppo umano (e a nostra parziale discolpa, mediaticamente alimentato), con cui lì per lì ci siamo chiesti: e adesso? E adesso abbiamo un nuovo Pastore e sotto la sua guida continuiamo la stessa missione, anche attraverso l’amore per le cose belle, per la sana tradizione e per la bella liturgia che è ricchezza anche dei poveri e per i poveri (e lo stesso san Francesco diceva di scegliere la povertà per sé, ma di offrire le cose più preziose per il culto divino); e deponiamo questi nostri tesori ai suoi piedi, li affidiamo alle sue mani, che sono le mani di Pietro.
Lo sconcerto o l’euforia, la “rottura” e la smania di novità, lasciamole pure a chi vede la Chiesa a cielo chiuso, come se fosse un’organizzazione puramente umana (sarebbe “una ONG pietosa”, ci ha detto Papa Francesco), quindi da valutare in base a strategie umane. Ma noi proprio alla scuola della liturgia, ordinaria e straordinaria, abbiamo imparato la centralità di Cristo.
E a noi piace il Papa, qualsiasi Papa, che si chiami Karol o Joseph o Jorge Mario, perché è proprio a lui che Cristo ha consegnato le chiavi.

Francisco Summo Pontifici et universali Patri,
pax, vita et salus perpetua!

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Keep calm – 1

(copyright foto: Rinascimento Sacro; il testo invece è nostro)

(copyright foto: Rinascimento Sacro; il testo invece è nostro)

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(© Tenan)

(© Tenan)


Oremus pro Pontifice nostro Francisco:

Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra
et non tradat eum in animam inimicorum eius.

Oremus.
Deus, omnium fidelium pastor et rector, famulum tuum Franciscum,
quem pastorem Ecclesiae Tuae praesse voluisti, propitius respice;
da ei, quaesumus, verbo et exemplo, quibus praeest, proficere,
ut ad vitam, una cum grege sibi credito, perveniat sempiternam.
Per Christum Dominum nostrum.
Amen.

In questa giornata, solennità di san Giuseppe, possa il Signore concedere al suo servo Francesco di essere Pontefice secondo il Suo cuore, per l’intercessione del santo patrono della Chiesa Universale.
Tanti cari auguri anche al Papa emerito Benedetto XVI, che oggi festeggia il suo onomastico: dalla montagna sostenga la Santa Chiesa Cattolica con la sua preghiera.

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Prima di entrare metaforicamente nel silenzio orante del conclave e disporci ad accogliere il nuovo successore di Pietro, pubblichiamo quale atto di gratitudine verso Benedetto XVI questo piccolo riepilogo del suo pontificato, scritto da uno dei nostri collaboratori lo scorso anno in occasione del compleanno del Papa. Image I – L’ultimo dono di Giovanni Paolo II
Quando 7 anni fa Giovanni Paolo II ci lasciava c’era un po’ un senso di smarrimento in chi come il sottoscritto non aveva visto direttamente altri papi, se non dai libri. Confesso che nei giorni precedenti il conclave – il “mio” primo conclave! – avevo un po’ il timore di vedere un “intruso” negli abiti bianchi papali che eravamo abituati ad associare soltanto al papa polacco eppure mi sforzavo di pensare che chiunque fosse stato scelto dai cardinali sarebbe stato Pietro, Colui al quale Cristo consegnava le chiavi della Chiesa. Eppure continuavo ad essere un po’ inquieto, immerso in quei sentimenti contrastanti della serie – per dirla con Guareschi – “il cervello lo sa, ma il fegato no…!” Questi pensieri però svanirono in quel 19 aprile, per far posto alla “grande gioia” – il gaudium magnum con cui vengono annunciati i nuovi pontefici. Ricordo che ero a Pisa (dove mi trovavo per gli studi universitari) ed ero andato a messa nella chiesa di Santa Caterina che frequentavo abitualmente. A metà della celebrazione prima una campana, poi un’altra , poi un’altra ancora, poi tutta la città scampanava festosamente e anche il celebrante intuì cosa doveva essere accaduto  e per la prima volta – dopo la piccola “quaresima” della sede vacante – durante il Canone menzionò “il nostro papa”, ancora ignoto, che nella Cappella Sistina aveva appena accettato l’elezione a Vicario di Cristo. Ovviamente quella messa – che pure era una messa feriale, quindi abbastanza breve – mi sembrò lunghissima perché non vedevo l’ora di scappare ad accendere la Tv per vedere il nuovo papa. E quando fu annunciato il nome dell’eletto e si aprì la loggia centrale di San Pietro, non c’era nessun intruso, al contrario, il mondo conobbe l’ultimo dono di Giovanni Paolo II: per la prima volta in abiti bianchi, c’era quell’anziano e mite (e forse un po’ intimidito) cardinale Ratzinger, che papa Wojtyla aveva voluto a tutti i costi al suo fianco fino all’ultimo (i vaticanisti fanno a gara a contare quante volte Giovanni Paolo II gli abbia rifiutato le dimissioni, per convincerlo a restare a Roma… chissà se quel papa mistico aveva visto qualcosa…).

II – La gioia…
Per lui, che giunto a 78 anni non vedeva l’ora di tornarsene in patria a continuare i suoi studi e a vivere gli ultimi anni in serenità e pace, fu un nuovo inizio. Ma fu un nuovo inizio anche per chi, come me, già lo apprezzava come uno dei pochi punti fermi accanto a Giovanni Paolo II, perché se prima conoscevo i suoi scritti in questi sette anni abbiamo potuto conoscere anche l’anima, la mente e il cuore da cui questi erano scaturiti. Questa mente e cuore che si possono riassumere in una frase del suo recente Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù, celebrata nella domenica delle Palme 2012: “La Chiesa ha la vocazione di portare al mondo la gioia, una gioia autentica e duratura, quella che gli Angeli hanno annunciato ai pastori di Betlemme nella notte della nascita di Gesù ”. Tutto questo messaggio è incentrato sulla gioia, e qualcuno nei giorni scorsi ricordava come la parola “gioia” sia probabilmente uno dei termini più frequenti in questo pontificato (e aggiungerei anche le parole “speranza” e “bellezza”), così che la vocazione della Chiesa di portare al mondo la gioia, sia specificamente fatta propria da Benedetto XVI. Ma il papa precisa: non una gioia qualsiasi, effimera, che oggi c’è e domani non lo sappiamo, ma “una gioia autentica e duratura”, quella degli Angeli, che a loro volta traggono la loro gioia dallo stare continuamente alla presenza di Cristo, che è “la fonte della gioia e dell’allegria” (per usare ancora le parole del Papa). Tutto il magistero di questo papa (che non parla solo con le parole ma anche con il silenzio dei gesti, dei “santi segni” della liturgia) è un grande tentativo  di aprire gli occhi e alzare lo sguardo verso quell’eterna festa che ruota intorno alla Trinità. Lo ha fatto e lo fa in tutti i modi: abbiamo visto il grande teologo, il professor Ratzinger, abbassarsi con umiltà a spiegare ai bambini con parole semplici i misteri della fede cristiana. E lo abbiamo visto rivolgersi agli intellettuali per esortarli a non sprecare l’uso della ragione, a non restringerla nei confini limitati di ciò che vediamo e tocchiamo concretamente, ma ad “allargare la ragione” (è un altro dei suoi leitmotiv…) spiegando a loro e a noi che una ragione ridotta al solo aspetto tecnico, razionalistico, è una ragione ristretta, mortificata, incapace di cogliere la bellezza. Fino a “richiamare” con l’esempio e con l’esortazione persino gli stessi sacerdoti a guardare in alto e a rimettere al centro Cristo (di qui la centralità della croce sull’altare nelle messe del papa) senza cedere alla tentazione di “costruire da sé” la liturgia, col rischio che le proprie invenzioni personali e trovate accattivanti, finiscano per oscurare quella festa, allo stesso tempo solenne e gioiosa, che gli angeli celebrano in cielo e che deve trasparire in ogni liturgia terrena.

III – Pastor Angelicus
Così se Giovanni Paolo II era sicuramente un papa mistico, anche Benedetto XVI può essere definito mistico, a suo modo. Nel senso che percorre e ci invita a percorrere una “piccola via” della mistica (simile a quella “piccola via” della “piccola” Santa Teresa di Lisieux), una via semplice e umile, come lui stesso si definì 7 anni fa, che consiste nel rendersi conto che la realtà è più ampia (e più bella) di come siamo abituati a vederla, e ad “uscire dalla quotidianità, dal mondo dell’utile, dell’utilitarismo” per “essere in cammino verso la trascendenza; trascendere se stesso, trascendere la quotidianità e così trovare anche una nuova libertà, un tempo di ripensamento interiore, di identificazione di se stesso, di vedere l’altro, Dio” (cfr. Viaggio a Santiago e Barcellona) –  ma questo è possibile solo se ci si sforza di vivere alla Sua presenza, come gli Angeli, ma anche come i bambini e come quei monaci che “vivono incessantemente alla maniera degli angeli” e che il Papa ammira a tal punto da prendere il nome del loro fondatore, san Benedetto. Anche per Benedetto XVI sarebbe dunque appropriato il motto, già attribuito a Pio XII, di Pastor Angelicus, il papa angelico, che vuole aiutarci a sperimentare le parole di Gesù nel Vangelo: beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… e quel “bambino dai capelli bianchi” che 7 anni fa si affacciò per la prima volta da San Pietro, vuole aiutarci a vedere Dio, a “vivere alla Sua presenza” già in questa vita per essere irradiati e nostra volta irradiare la speranza, la bellezza e la gioia.

IV – Gandalf il Bianco
Tutto questo sembra impossibile di fronte alle amarezze e alle sofferenze che costellano la vita quotidiana, ma il Papa ci assicura che “radicati nella fede” possiamo incontrare “anche in mezzo a contrarietà e sofferenze la fonte della gioia e dell’allegria” che è Cristo [cfr. GMG Madrid 2011]. Ci assicura e anche ci rassicura di fronte alle numerose sfide del nostro tempo. Non so se il Papa abbia letto Il Signore degli Anelli, fatto sta che qualche volta si trasforma persino in Gandalf il Bianco (il colore non è casuale..): il Saggio stregone dell’opera di J.R.R. Tolkien, a un certo punto ricorda ai suoi amici timorosi dei mali che si sarebbero potuti verificare: “non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”. Con parole simili Benedetto XVI ricordava a Madrid, soprattutto ai giovani: “Cari amici, che nessuna avversità vi paralizzi! Non abbiate paura del futuro né della vostra debolezza. Il Signore vi ha concesso di vivere in questo momento della storia perché grazie alla vostra fede continui a risuonare il Suo nome su tutta la terra ”

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(liberamente ispirato a C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche)

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Mio caro Malacoda,
i servi del Nemico – quelli che lui si ostina a chiamare “figli”, insomma quelli lì che si autodefiniscono cristiani – sono in sede vacante da soli due giorni e già siamo nei guai: quel vecchio teologo bavarese ne sa una più del diavolo, cioè di noi… sin da quando vestiva di rosso è una vera grana, tanto più che aspettavamo con ansia il suo pensionamento e invece il suo amico polacco lo ha voluto accanto fino alla fine. Già nel 1984 (secondo il calendario dei mortali) ci aveva inflitto un duro colpo. Provo a rinfrescarti la memoria: eravamo riusciti ad arruolare legioni di preti, con una duplice strategia, per cui una parte abbandonava l’abito, gli altri avevano il compito di diffondere l’idea che tutta la dottrina precedente fosse da buttare via e che si dovesse ricostruire tutto da capo – ovviamente seguendo le nostre sagge ispirazioni. E lui si fece intervistare da un giornalista – uno di quelli che ci sono sfuggiti e tuttora ci provoca problemi – e ne uscì fuori un libro che ebbe il tragico effetto di sabotare la nostra abile propaganda. Naturalmente abbiamo risposto in tutti i modi possibili e la strategia più efficace consisteva nel diffondere – grazie ad altri giornalisti che invece ci servono fedelmente – la leggenda del “panzerkardinal”. Leggenda che abbiamo riproposto con maggiore forza otto anni fa, nel momento fatidico del conclave. Aggiungi pure una certa enfasi sull’età già avanzata (aveva già 78 anni) e un abile taglia e cuci sulla predica che fece prima dell’ingresso nella Sistina. Il gioco sembrava fatto. E invece sappiamo come è andata.
Certo che quando proprio lui è uscito da lì vestito di bianco ho giurato che avremmo scatenato l’inferno – è proprio il caso di dirlo. Ti basti ricordare alcuni dei nostri successi: il falso scandalo sul preservativo, il caso vatileaks, l’indifferenza di tanti preti verso la liturgia (eravamo riusciti a banalizzarla così bene e lui invece insisteva…), lo scandalo pedofilia (sai bene che a noi delle vittime non importa nulla, ma uno dei trucchetti del nostro mestiere è far leva su alcuni casi pietosi per screditare tutta la squadra del Nemico). Il nostro reparto editoriale poi ha rasentato la perfezione mediante l’introduzione di piccoli e ben mirati errori di traduzione dei suoi libri e finendo per fargli dire il contrario di ciò che lui intendeva dire. Per non parlare dei nostri grandi alleati, i massmedia che ogni giorno riuscivano a deformare alla perfezione tutto ciò che lui diceva – va detto che anche certi giornali cattolici ci sono di grande aiuto in questo. Aggiungi come ciliegina sulla torta la sua salute non proprio di ferro e tutte le mille punzecchiature che siamo riusciti a infliggergli e, in breve, gli abbiamo foderato di spine il trono di Pietro. Certo, lui si rendeva conto che il vigore diminuiva ma, ostinato com’è nel servizio del Nemico, sarebbe rimasto fino alla fine anche soffrendo – lo sai che hanno la fissa del martirio – finché non gli è venuta un’idea per noi peggiore: quella di ritirarsi a pregare e lasciare il timone della barca del Nemico in mani più vigorose. Tutto ciò presentava per noi la ghiotta occasione di indebolire il Papato, ma abbiamo fatto male i conti…
Innanzitutto ci ha colto di sorpresa l’attaccamento dei suoi: persino quelli che avevano creduto alla nostra storiella del panzerkardinal e gli erano più indifferenti, hanno manifestato affetto verso di lui e verso tutta la sua istituzione. E come se non bastasse si sono allarmati di fronte alla prospettiva della Cattedra vuota, dando importanza al Papato proprio quando a noi sembrava di averlo indebolito.
Altro piano fallito: il “papa a tempo” è un vecchio sogno dei catto-progressisti, quelli che credono di poter servire il Nemico con i nostri strumenti e quindi finiscono per collaborare con noi (in effetti questi qui sono uno dei nostri grandi successi, astuti come colombe e puri come serpenti). E invece lui cosa va a inventarsi: mica il “papa pensionato”, no, ha inventato il “papa monaco”! Negli ultimi giorni poi si è accanito particolarmente contro di noi. Prima ha denunciato il “concilio dei giornalisti” (era uno dei nostri cavalli di battaglia e lo ha smascherato a chiare lettere, come del resto aveva già fatto altre volte). Ma soprattutto ha detto che, anche rinunciando al ministero, non si torna alla vita libera che conduceva in precedenza (con la quale comunque, come ti ho detto, ci ha dato grossi guai). Ha detto che la sua vita non è più privata ma totalmente dedita al servizio del Nemico e che vuole seguire quell’altro Benedetto che tanti secoli prima aveva inferto una ferita ai nostri piani, proprio quando stavamo per disgregare mezzo mondo. Insomma, dice che quando uno diventa Papa poi non torna più quello di prima: o attivo o contemplativo. Altro che vecchietto mite, quello lì è furbo e ora che non è più al timone intende continuare a combatterci con armi troppo forti per noi. È una vera tragedia, tu sai quanto danno ci procurano quelli che pregano incessantemente (ad esempio, la nostra battaglia contro gli ordini contemplativi è determinante). Gli effetti si sentono già ora che è libero di pregare tutto il giorno. La sua preghiera poi ci fa particolarmente male – sento già una fitta, ahi! – perché non è la solita preghierina egoistica: mica si limita a chiedere favori per sé, no, lui innanzitutto loda il nostro Nemico e – orrore – lo adora! E poi gli porta le preghiere di tutto il mondo, in altre parole è – scusa il termine, ma devo farti capire la gravità della situazione – un “intercessore”! A loro volta, i suoi stanno pregando per lui e per il suo successore: una valanga di preghiere che rischia di mandare all’aria i nostri piani!
Non ci resta che giocare l’ultima carta in vista del conclave: la curiosità. Facciamo leva sull’interesse suscitato da questi eventi per tentare, ancora una volta, di volgerli a nostro favore. Facciamo di tutto per far sì che i servi del Nemico siano convinti di essere occupati in nobili attività – tipo chiacchiere inutili, scambio di opinioni sulla sua salute e sulla rinuncia, gossip, ipotesi sul papa nero o sul papa giallo, notizie stravaganti sul conclave o sulla sede vacante, plastici della Cappella Sistina, scommesse su questo o quel cardinale, insomma, fatti venire qualche idea – purché dimentichino la sola cosa che realmente è senza rimedio per noi (e che purtroppo stanno già facendo): pregare per il conclave. Altrimenti nel giro di qualche settimana rischiamo di avere allo stesso tempo un nuovo pontefice che ci danneggia con la sua azione e il suo predecessore che lo rafforza con le sue preghiere. Non il papato indebolito, non un papa “pensionato” come speravamo, ma al contrario un papa regnante e uno orante. E per noi sarebbe la fine.

Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

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