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Archive for dicembre 2012

Vaticano_II_50_anni_dopoLo scorso 17 ottobre, in occasione della celebrazione per il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) e del 450° anniversario della chiusura del Concilio Ecumenico Tridentino (1545-1563), nella sala conferenze di Palazzo Caritro a Rovereto ha avuto luogo un dibattito per la presentazione del volume del parroco roveretano don Enrico Finotti, Vaticano II. 50 anni dopo (Fede & Cultura, Verona 2012). Durante l’incontro, organizzato dalla locale associazione “Amici della liturgia”, sono intervenuti l’autore e padre Giovanni Cavalcoli OP, autore a sua volta del saggio Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e del post-concilio (Fede & Cultura, Verona 2011). Continuitas era presente e offre ai suoi lettori una sintesi delle due relazioni.
Don Finotti ha subito sottolineato la grande importanza di una retta interpretazione del Concilio Vaticano II nell’ottica di una nuova evangelizzazione. Ha poi affrontato il tema del Concilio quale “nuova Pentecoste”, ricordando che una preghiera dell’epoca che invocava l’aiuto di Dio per i lavori dei Padri (“rinnova nella nostra epoca i prodigi come di una novella Pentecoste”: così l’orazione). Bisogna però fare attenzione: non c’era la volontà di identificare il Vaticano II con la Pentecoste avvenuta 2000 anni fa e descritta negli Atti degli Apostoli (At 2), ma piuttosto quella di tracciare un’analogia. Infatti, l’evento che coinvolse Pietro e gli altri fu unico e quasi un sigillo della Chiesa; ma, nel corso della storia della Chiesa, sono accadute altre Pentecosti, esplicative di una Chiesa già costituita.
Il sacerdote trentino ha proseguito analizzando quanto accaduto 2000 anni fa, la discesa cioè dello Spirito Santo su coloro che erano riuniti nel Cenacolo, ed ha individuato tre momenti di quel fatto: 1) il momento dottrinale (il Paraclito fece interiorizzare la dottrina di Cristo agli apostoli, che ricevettero dall’alto il sigillo divino); 2) il momento pastorale (i Dodici incontrarono Israele e i popoli della terra, con il momento culminante dell’annuncio di Pietro); 3) il momento sacramentale (in risposta all’annuncio, la gente chiese cosa doveva fare e Cefa rispose che si dovevano pentire e far battezzare).
Questi tre momenti, ha affermato don Finotti, ricorrono anche nella novella Pentecoste del Vaticano II: l’aspetto dottrinale (i vescovi riuniti nella basilica di San Pietro insegnano, non inventando la Chiesa, ma attuando il progresso voluto dallo Spirito Santo), quello pastorale (l’incontro con la vecchia cristianità – che in parte aveva perso la fede – e tutti i popoli della terra, con l’annuncio da parte di Pietro e dei vescovi in comunione con lui) e quello sacramentale (il Concilio ha successo se tutte le nazioni accettano di entrare nell’ovile di Cristo).
Don Finotti ha proseguito poi evidenziando i rischi del post Concilio, dei quali ha citato espressamente il rifiuto della via sacramentale e il dialogo fine a se stesso. Non ha mancato di parlare del “para-Concilio”, cioè di quell’insieme di sensibilità, teologie, etc. che “coprono” il vero Concilio. Dopo averne citato alcuni esempi in campo ascetico-morale e liturgico ed aver sottolineato come questa mentalità abbia portato alla svalutazione di ciò che c’era prima del Vaticano II, ha analizzato alcune formae mentis di questo “para-evento”: cioè la “discussione” e la “pastorale”. Aspetti, ha detto, comprensibili durante i lavori dei Padri, ma non dopo. Infatti, la loro strumentalizzazione non deve portare alla costituzione di una sorta di “Concilio permanente”. Perché certamente il Vaticano II è stato pastorale, con l’obiettivo di parlare più efficacemente alla gente del nostro tempo; tuttavia, la pastorale non deve essere un pretesto per distorcere il Vangelo.
Ancora, don Finotti ha parlato del complesso anti-romano dei primi anni post-Conciliari; ha evidenziato che è il Magistero ha interpretare la Scrittura e la Tradizione; ha poi parlato della crisi della dipendenza da Dio, sostenendo che prima bisogna adorare, contemplare, dipendere da Dio: solo dopo si potrà fare vera pastorale.
Non poteva mancare un richiamo all’importanza del discorso del Santo Padre Benedetto XVI alla Curia Romana (22 dicembre 2005), che richiamò con forza l’ermeneutica della riforma nella continuità. Il sacerdote trentino ha poi sottolineato che il Vaticano II è il ventunesimo Concilio Ecumenico, non l’unico. Ha sottolineato l’idea di sviluppo organico (il bambino diventa adolescente, ha detto, ma rimane la stessa persona) e che la riforma conciliare non si può sopprimere. I cambiamenti, però, sono assimilabili ad un cambiamento d’abito, mentre chi li indossa rimane sempre lo stesso.
Ritornando poi agli atteggiamenti deviati del post-Concilio, ha citato la diffusione del sola Scriptura (di derivazione protestante) coniugato con l’essere proni alla cultura dominante. Ha poi parlato di altri errori, come il rifiuto dei Padri della Chiesa, della Liturgia, del Magistero, della Tradizione: di tanti luoghi teologici, insomma. Una prima barriera contro quest’ermeneutica della rottura è stato il Credo del Popolo di Dio; l’opera è stata poi completata dal beato Giovanni Paolo II con la promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Don Finotti ha poi tracciato un suggestivo collegamento tra il Vaticano I e il Vaticano II: sono due pezzi di un unico evento – ha sostenuto – tanto che il primo pose le basi dell’altro. Infatti la Dei Filius (Vaticano I), sottolineando l’importanza della ragione, apre la strada alla Gaudium et Spes (Vaticano II); la Pastor Aeternus (Vaticano I), mettendo il luce la roccia di Pietro, prepara la Lumen Gentium e la Dei Verbum (Vaticano II).
Interrogato poi sul senso di un termine caro a Paolo VI, “civiltà dell’amore”, ha detto che essa prevarrà. L’orizzonte futuro, infatti, è positivo. Siamo già oggi sotto la regalità di Cristo; il mondo è da Lui gestito ed è proprio Lui che guida la storia e l’universo intero. Oggi viviamo un periodo come durante la notte: non vediamo molta luce, ma il Sole vero continua a splendere. Sono giorni come di tempesta, ma sopra le nuvole minacciose il Sole continua a splendere. Siamo in attesa del gran finale (la Parusia) e sappiamo che il male, per quanto grande possa essere, è un temporale che passa. Dopo aver detto questo, ha tracciato un paragone col passato, cioè col IV-V secolo. Come allora v’erano stati secoli di feroci persecuzioni anticristiane, così da secoli i cristiani sono nuovamente sotto attacco. Come allora rifulse la teologia patristica, così oggi abbiamo la nuova sintesi teologica post-conciliare. Così come allora vi fu una massiccia riforma liturgica, così è avvenuto oggi. Così come allora vi fu il Concilio di Nicea, così oggi il Vaticano II. Così come allora s’assistette al crollo dell’Impero Romano, così oggi a quello della cultura europea. Così come allora vi furono grandi migrazioni di popoli, così oggi. Così come vi furono grandi problemi post-conciliari dopo Nicea, così oggi dopo il Vaticano II. Così come allora il Concilio di Efeso (431) definì Maria Theotokos (Madre di Dio), così Paolo VI la proclamò Mater Ecclesiae (Madre della Chiesa). Così come allora v’era una grande diffusione del diritto romano e uso della lingua latina per le comunicazioni, così oggi abbiamo un grande sviluppo delle nuove comunicazioni.
Dopo aver sottolineato ciò, don Finotti ha concluso con un’affermazione consolante, in questi tempi difficili: già oggi – ha detto – regna la vittoria di Cristo.

Nel suo intervento padre Giovanni Cavalcoli ha presentato i criteri di una corretta ermeneutica dei documenti del Concilio Vaticano II, onde poterne dare un’interpretazione autenticamente cattolica. Per valutare il grado di adesione richiesto dagli insegnamenti conciliari, ha detto il teologo domenicano, occorre innanzitutto operare una prima distinzione fondamentale tra insegnamenti dottrinali-dogmatici e insegnamenti giuridico-pastorali. Solo i primi sono certi e esenti da errore: il corpus dottrinale contiene verità di fede – riguardanti vari rami della teologia (cristologia, ecclesiologia, liturgia, ecc.) – appartenenti al depositum fidei.
Gli insegnamenti pastorali invece consistono essenzialmente in direttive pratiche, direttive giuridiche (suggerimenti, indicazioni, proposte, linee guida, ecc.). Le disposizioni pastorali possono essere errate o quanto meno mutevoli, caduche e contingenti; è quindi consentito in questo caso, dopo un prudente discernimento, manifestare un rispettoso dissenso.
Padre Cavalcoli si è preoccupato anche di specificare l’autentico significato della “pastoralità” del Concilio Vaticano II, fugando i fraintedimenti occorsi in occasione degli interventi di papa Paolo VI in merito alla recezione degli insegnamenti conciliari (1). Il senso dell’intervento di papa Montini si è chiarito definitivamente con la pubblicazione della Nota illustrativa della Congregazione per la Dottrina della Fede alla Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Ad tuendam fidem del 1998. Questo documento distingue tre gradi di certezza dottrinale: un primo livello (dottrina “definita”), che comprende gli insegnamenti che richiedono al fedele l’adesione di fede teologale o fede divina. Si tratta del grado massimo di certezza dottrinale. In questo caso la Chiesa non si limita al mero enunciato, ma dichiara solennemente ed espressamente la volontà di definire una verità di fede facendo ricorso ad espressioni variabili. Ma esistono anche pronunciamenti di grado inferiore, di secondo (dottrina “definitiva”, ma priva di esplicita volontà definitoria) e terzo grado. Anche al livello di quest’ultimo grado, sebbene la Chiesa non parli neppure di dottrine definitive, si tratta ugualmente di dottrine certe e vere.
In questo senso vanno intesi i pronunciamenti di Paolo VI: in campo dottrinale la Chiesa nel Concilio non ha impegnato l’infallibilità al grado massimo di certezza teologica (primo grado), ma si è pur sempre impegnata secondo i due gradi minori (secondo e terzo grado). Le dottrine insegnate vanno dunque considerate certe e vincolanti per il buon cattolico.
Nel prosieguo del suo intervento il padre domenicano si è poi soffermato sul concetto di “progresso dogmatico”. Ciò che progredisce e muta nella storia della Chiesa non è il dato rivelato in se stesso, il “sacro deposito” affidato da Cristo agli Apostoli affinché lo conservassero e lo trasmettessero al mondo intero, ma la conoscenza e la comprensione di questo dato. È esplicitato cioè il significato proprio delle verità di fede: la Chiesa non insegna mai nulla di nuovo, ma predica in modo nuovo le medesime verità rivelate. Solo in questo senso si può parlare in campo cattolico di “progresso dogmatico”.

(1) «Vi è chi si domanda quale sia l’autorità, la qualificazione teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l’infallibilità del magistero ecclesiastico. E la risposta è nota per chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’autorità del supremo magistero ordinario il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti».  (Paolo VI, Udienza generale del 12 gennaio 1966)

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