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Archive for settembre 2012

Oggi la Santa Madre Chiesa ricorda, sia nella forma ordinaria che in quella straordinaria del rito romano, la figura di san Girolamo.
Ricordiamo, qui, che il Santo Padre Benedetto XVI gli ha dedicato ben due udienze generali (quelle del 7 e 14 novembre 2007 – i testi potete trovarli rispettivamente qui e qui).
Ne proponiamo qui solo un breve assaggio:

Che cosa possiamo imparare noi da san Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice san Girolamo: «Ignorare le Scritture è ignorare Cristo» (Commento ad Isaia, prol.). Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. (Benedetto XVI, dall’Udienza Generale del 7 novembre 2007)

(© foto: Fabio Pozzebom/ABr )

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650 anni: tale è la distanza che ci separa dall’evento che vorremmo qui commemorare, cioè l’elezione al soglio di Pietro del beato papa Urbano V. Il suo pontificato iniziò infatti il 28 settembre 1362 (ci scusino i lettori se pubblichiamo queste parole con un giorno di ritardo) e si concluse con la morte, avvenuta otto anni dopo, il 19 dicembre 1370. Era quello, dunque, il periodo della “cattività avignonese”: ma, a dispetto di certa storiografia che ha evidenziato forse eccessivamente gli aspetti negativi di quell’epoca, desideriamo qui metterne in luce anche alcune prospettive positive (sulle quali ci concentriamo).
Ma vediamo di conoscere meglio la figura di questo Papa, che la Chiesa ha iscritto tra i propri beati.
Si chiamava Guillame de Grimoard e nacque a Grisac, nella Linguadoca francese, nell’anno 1310. Ebbe una figura d’eccezione come padrino di battesimo: sant’Elzearo di Sabran, conte di Ariano (+ 1323). La famiglia Guillame era vassalla (quindi esercitava un certo potere), ma il giovane non seguì la loro strada: dopo essere stato educato a Montpellier e Tolosa, infatti, si fece monaco benedettino a Chirac. Tale rimase, nel cuore, per tutta la sua vita: neppure da pontefice, infatti, smise di indossare l’abito dell’Ordine di san Benedetto. Ordinato sacerdote, studiò poi teologia e diritto canonico in numerose università francesi, giungendo a ricevere il dottorato e ad essere riconosciuto come uno dei più grandi canonisti della sua epoca. Ricoprì poi diversi incarichi ecclesiali, tra i quali quello di vicario generale delle diocesi di Clermont e di Uzès, e quello di abate a san Germano ad Auxerre (e poi di san Vittore a Marsiglia). Fu anche diplomatico per conto della Sede Apostolica e fu proprio durante una missione in Italia che venne raggiunto dalla notizia di essere stato eletto Papa (era infatti morto il reganante Pontefice, Innocenzo VI, che abbiamo ricordato qui). Si mise quindi in viaggio verso Avignone, dove il 6 novembre successivo fu consacrato vescovo.
Si mise in luce per i suoi forti tentativi di difendere l’autonomia della Santa Sede e di tutta la Chiesa dalle ingerenze politiche esterne. Amante della pace, si impegnò per la pacificazione tra belligeranti, adoperandosi in modo particolare per controllare le bande di mercenari.
Il suo nome, però, rimane legato alla decisione di tornare a Roma. Nonostante l’opposizione della Francia e dei suoi cardinali, Urbano lasciò Avignone il 30 aprile 1367 e, dopo essersi imbarcato a Marsiglia, sbarcò a Corneto, per poi trasferirsi a Viterbo e, con una considerevole scorta (dovuta alla turbolenza del periodo), entrò a Roma il 16 ottobre.

Urbano V (1370-1378) in un’opera d’epoca successiva

Il Papa, quindi, si adoperò per migliorare le condizioni spirituali e materiali della città. Vennero restaurate e decorate basiliche e palazzi; il tesoro pontificio fu distribuito alle chiese cittadine e diversi disoccupati vennero assunti per mettere ordine nei giardini vaticani. Urbano fece inoltre distribuire grano (che era scarso in città), rafforzò la disciplina del clero e incoraggiò la frequenza dei Sacramenti.
Tuttavia, la sicurezza rimaneva difficile e gli Stati pontifici tutt’altro che pacificati. La morte del cardinal Albornoz (24 agosto 1367) privò il Pontefice di un validissimo aiuto; in più, l’entourage francese spingeva affinché il Papa abbandonasse territori insicuri per ritornare in Francia. Infine, anche per tentare di sedare la guerra scoppiata tra Francia e Inghilterra, Urbano – seppur triste e con intima sofferenza – prese nuovamente il mare (5 settembre 1370) per tornare ad Avignone, ove però rimase pochi mesi, poiché morì il 19 dicembre successivo.
Fu sepolto in maniera definitiva, secondo i suoi desideri, presso l’abbazia di san Vittore a Marsiglia; presso la sua tomba avvennero numerosi miracoli, tanto che che già il suo successore Gregorio XI (1370-1378) sembrava propenso a canonizzarlo. Tuttavia non se ne fece nulla e l’approvazione ufficiale del culto di Urbano V giunse solo numerosi secoli dopo, nel 1870, col beato Pio IX (1846-1878).
Visse la sua missione cristiana in maniera pura e disinteressata; fu alieno da eccessi nepotistici (se, infatti, elevò il fratello al cardinalato, nondimeno la nomina venne giudicata come giuste, date la capacità del congiunto) e visse privatamente come un monaco, seguendo la disciplina della Regola benedettina, ma rimanendo comunque sempre accessibile a coloro che avessero bisogno del suo aiuto. Disapprovò la pompa e il lusso che contraddistinguevano la vita di troppi cardinali, come pure l’avidità e l’accumulo delle cariche.
Difese e promosse la cultura (fondò e rinnovò università e collegi e creò delle “borse di studio” per alunni poveri) e fu in corrispondenza col Petrarca (il quale aveva salutato la sua nomina scrivendogli che essa “sembra essere venuta più da Dio che dagli uomini”).
Il beato Giovanni XXIII ne ricordò l’integrità, l’austerità, l’esimia pietà, le notevoli doti d’ingegno (cfr. Lettera “Duplicis Anniversariae”, 11 luglio 1962)
Il Martirologio Romano (che lo festeggia il 19 dicembre) così lo ricorda: “Ad Avignone nella Provenza in Francia, beato Urbano V, papa, che, dopo essere stato monaco, fu elevato alla cattedra di Pietro e si adoperò per riportare quanto prima la Sede Apostolica a Roma e ristabilire l’unità nella Chiesa.” (cfr. http://www.santiebeati.it/dettaglio/82350)

Il beato Urbano V (1370-1378)

Bibliografia:
Catholic Encyclopedia, New York, The Encyclopedia Press, 1907-1922
Dizionario illustrato dei Papi, Casale Monferrato, Piemme, 1989
http://en.wikipedia.org
http://www.treccani.it/enciclopedia/urbano-v_(Enciclopedia-dei-Papi)/

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[…] lo studioso dei Sacri Testi non è, non deve essere semplicemente un ammiratore erudito, nè un esploratore ansioso di insondabili ricchezze. Può anche ridursi a questo. Ma limiterebbe assai il campo del suo lavoro, e non farebbe onore alla sua vocazione. […] Lo studioso, il biblista è innanzitutto un trepido ed intrepido ascoltatore della Divina Parola […] Si comprende quindi l’animo trepido della Chiesa nei confronti degli studi biblici. Essa infatti, mentre ha fiducia serena nella serietà di indagine dei suoi figli, non può accontentarsi di raccoglierne i frutti, ma deve guidarne i passi, come pure le spetta di ratificarne le conclusioni. E incoraggiandoli a proseguire nel solco promettente dell’odierno sviluppo, è essa ancora che ha il dovere di invitare tutti a ponderatezza, a docile e inconcussa fedeltà alle norme del supremo Magistero. […] Prima e al di sopra di ogni sfoggio erudito deve esserci la fame e la sete della Divina Parola, perchè essa è vita per le anime, luce alle menti, soffio vivificatore. (dal discorso del beato Giovanni XXIII ai partecipanti alla XVII settimana di studio dell’Associazione Biblica Italiana)

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Un papiro rivela: Gesù era sposato”; “Antico papiro: Gesù era sposato”; “Gesù sposato con Maria Maddalena: la prova in nuovo vangelo”; “Il papiro copto che conferma: Gesù era sposato”; “Un papiro copto parla della moglie di Gesù”: ecco alcuni dei titoli che compaiono da qualche giorno in giro per il web. Manna per coloro che mettono in discussione la Chiesa, i suoi insegnamenti, i Vangeli canonici. E, per i credenti, forse il rischio di una spiacevole sensazione, di essere messi in discussione, di essere attaccati. Addirittura – speriamo di no – forse qualche dubbio più serio si è insinuato nel cuore degli stessi cattolici? Proprio non ce n’è ragione. Perché la notizia riportata con tanto fiato di trombe è in buona parte una “non notizia”. Vediamo un attimo perché.
Per prima cosa ci si può chiedere: che è successo? Affidandoci ad una fonte affidabile come Andrea Tornielli (http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/fede-e-archeologia-faith-and-archeology-fe-y-arqueologia-18265/), veniamo quindi a sapere che, nel corso di un importante convegno internazionale una professoressa dell’università di Harvard (USA), Karen Leigh King, ha presentato i risultati preliminari di un proprio studio su un frammento di papiro del IV secolo d.C., dal quale parrebbe di poter evincere che Gesù Cristo fosse sposato. Va detto che la stessa docente ha fatto affermazioni decisamente più prudenti di quanto si possa pensare, limitandosi a sostenere che quello presentato sarebbe un documento che prova l’esistenza di un dibattito tra i cristiani antichi riguardo al fatto che Gesù fosse sposato.

(© foto: Karen L. King 2012) Ecco il frammento “incriminato” di papiro

Per quanto riguarda il merito di tutta la faccenda, ci permettiamo di rinviare anzitutto ad un articolo del sito Uccr (Unione Cristiani Cattolici Razionali) che affronta la materia con dovizia di testimonianze. Potete leggere l’intervento qui.
Ci limitiamo qui a segnalare i numerosissimi punti oscuri di questa vicenda:
a) non si conosce la provenienza del frammento. Si ipotizza l’Egitto ed è probabile: ma dove, di preciso? Il Fayum? L’Alto Egitto? Una necropoli? Inoltre, è anonimo anche il proprietario del frammento.
b) Il frammento sembra risalire – da un’analisi della grafia – al IV secolo. Tuttavia, è stato retrodatato al II secolo sulla base di due motivazioni: 1) perché ha paralleli nella letteratura del II secolo (vangelo di Tommaso, di Maria, degli Egiziani); 2) perché in quel periodo c’erano discussioni sullo stato maritale di Cristo. Come si può intuire, però, nessuna delle due prove è decisiva per una simile retrodatazione.
c) L’autenticità stessa del frammento è contestata. Non conosciamo infatti il contesto dal quale questo scritto proviene (forse una biblioteca gnostica?). Inoltre, il frammento è piccolo (4 cm per 8 cm) e non si sa di cosa parlasse la parte mancante del papiro. Non sono ancora state fatte neppure prove al radiocarbonio né test sull’inchiostro – quest’ultimo in particolare è un esame importante per capire se si tratta di un falso o meno.
d) Come si afferma nell’articolo dell’Uccr, non pochi studiosi sono tutt’altro che certi dell’autenticità del frammento;nell’agosto 2012, poi, la King propose alla Harvard Theological Review un articolo riguardo al papiro, ma due dei tre critici chiamati a giudicare in merito sollevarono dubbi sull’autenticità del frammento.
e) Non si può neppure escludere che il frammento sia stato rotto così di proposito – ad esempio, per isolare le parole “Mia moglie” dal contesto in cui erano inserite;
f) L’importanza del contesto, per l’appunto, è notevole: si pensi, per esempio, che nella Bibbia l’espressione “mia moglie” sembra ricorrere almeno sedici volte (Gn 20,11; Gn 20,12; Gn 26,7; Gn 44,27; Es 21,5; Gdc 15,1; 2 Sam 3,14; 2 Sam 11,11; Tb 2,11; Tb 2,13; Tb 8,21; Gb 19,17; Gb 31,10; Ez 24,18; Os 2,4; Lc 1,18); quella “mia sposa” almeno tre (Gn 29,21; 2 Sam 3,14; Os 2,21). Non si può escludere che Gesù stesse citando uno di questi passi.

Altro che frammenti di papiro…
qui troviamo la Parola di Dio!

Un altro esempio che fa ben comprendere l’importanza del contesto è questo: si provi a pensare cosa dovesse accadere qualora si fosse trovato un frammento del libro dei Salmi, che riporti le parole “Dio non esiste”. Una cosa del genere sarebbe possibile, perché quest’espressione ricorre in almeno due passaggi (Sal 9,25; 53,2). Tuttavia, dal contesto evinceremmo che la frase non è certo supportata dal testo sacro, ma condannata: “Nel suo orgoglio il malvagio disprezza il Signore: <Dio non ne chiede conto, non esiste!>” (9,25); “Lo stolto pensa: <Dio non c’è> (53,2).
g) A coloro che eventualmente dovessero sostenere con forza che Gesù era sposato, possiamo rispondere che, come cattolici, la cosa non solo non ci scandalizza, ma anzi siamo completamente d’accordo: Gesù era ed è sposato. Sì, con la Sua Chiesa. Basta infatti leggere san Paolo e altri passi del Nuovo Testamento per rendersene conto (rimandiamo a questo articolo per un maggior approfondimento), così come il Catechismo (ad esempio, nn. 756-757-771-772-773-789 e soprattutto 796). Richiami in merito vi sono anche nel Secondo Concilio di Nicea (anno 787) e nel Concilio di Vienne (anno 1311-1312)(cfr. DS 901) Esiste addirittura una Costituzione Apostolica di Pio XII (del 1950) che si intitola “Sponsa Christi” (anche se poi il testo tratta in gran parte di altre materie); del resto, nella Mystici Corporis di papa Pacelli si parla non di rado della Santa Chiesa quale sposa di Cristo. Qualche altra citazione: “la Chiesa, la quale […] è unita a Cristo, suo Sposo” (Leone XIII, enc. Exeunte iam anno); san Pio X parla della “bellezza della sposa di Cristo [cioè la Chiesa, ndr]”(enc. Communium rerum); “Chiesa, sposa di suo [della Vergine, ndr] Figlio” (Benedetto XV, enc. Fausto appetente die); “la mistica Sposa di Cristo [la Chiesa, ndr] nel corso dei secoli non fu mai contaminata né giammai potrà contaminarsi” (Pio XI, enc. Mortalium Animos); “E Gesù Cristo, per continuare l’opera sua, volle che la Chiesa, sua mistica Sposa […]” (ven. Pio XII, udienza generale del 6 dicembre 1939); “la Chiesa, Sposa di Cristo” (beato Giovanni XXIII, motu proprio Consilium, 3); Paolo VI dedicò al tema almeno un’udienza generale (quella del 15 giugno 1966), dove afferma per esempio che “questa allegoria […] ci autorizza a chiamare la Chiesa Sposa di Cristo”; “la Chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, a lei promessa dal Signore, affinché per l’umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma rimanga la degna sposa del suo Signore” (Giovanni Paolo I, radiomessaggio del 27 agosto 1978); il beato Giovanni Paolo dedicò al tema, per esempio, l’udienza generale del 18 dicembre 1991, ove affermò per esempio che “la Chiesa è la Sposa di Cristo”; “Chiesa, Sposa di Cristo” (Benedetto XVI, udienza generale del 15 dicembre 2010).
h) Concludendo con una battuta, si potrebbe dire che talvolta si ha come la sensazione che, pur di dar sotto alla Chiesa e alla fede cattolica, ci sia chi è disposto prima a sostenere che Gesù non è mai esistito; per passare poi ad esibire il certificato di matrimonio dello stesso…

Bibliografia:
http://www.hds.harvard.edu/faculty-research/research-projects/the-gospel-of-jesuss-wife (in inglese)(pagina ufficiale del progetto di ricerca sul frammento)
http://www.hds.harvard.edu/sites/hds.harvard.edu/files/attachments/faculty-research/research-projects/the-gospel-of-jesuss-wife/29865/King_JesusSaidToThem_draft_0920.pdf (in inglese)(lungo articolo di 52 pagine della King riguardo al frammento in questione)

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L’evento di cui parliamo qui è piuttosto conosciuto, nella sfera più “tradizionale” del mondo cattolico: si tratta di un pellegrinaggio a Roma, che si terrà dal 1° al 3 novembre prossimi. E’ questo un avvenimento importante, perché si propone di radunare – quantomeno, di rappresentare, seppur in piccola parte – quei fedeli che traggono giovamento spirituale dalla partecipazione alla liturgia romana secondo la forma straordinaria, ponendosi al contempo in fattiva obbedienza al Sommo Pontefice.
E’ di pochi giorni fa la comunicazione che la celebrazione conclusiva (secondo il Messale del beato Giovanni XXIII), prevista per il 3 novembre, ha subito un leggero mutamento d’orario (non verrà celebrata in mattinata, come inizialmente affermato, ma nel pomeriggio, alle ore 15). La ragione? Quella stessa mattina, alle ore 11.30, il Santo Padre Benedetto XVI celebrerà una Messa in suffragio dei cardinali e dei vescovi deceduti durante l’anno. Si è quindi voluta evitare la sovrapposizione dei due eventi e con umiltà – ma giustamente – si è ceduto spazio e tempo al Pontefice.
Purtroppo, questo ha rinfocolato polemiche che si trascinano da mesi. Non ci soffermeremo, qui, sulle singole controversie. Vorremmo invece ringraziare, con un atteggiamento che riteniamo più giusto e costruttivo, tutti coloro che si sono impegnati (e che lo stanno tuttora facendo) per la buona riuscita dell’evento. Si tratta infatti di un avvenimento che si pone sub Petro, in comunione cioè con la Sede Apostolica, in un’ottica che ci sembra veramente “ratzingeriana”, senza spazio per eccessi di polemiche e di contrapposizioni. Di questo non possiamo che rallegrarci. Speriamo quindi che, con la materna intercessione della Santa Vergine, il pellegrinaggio possa tenersi in un clima di fede, speranza, carità, fraternità e obbedienza.

La locandina del pellegrinaggio. Per maggiori informazioni, visitare il sito ufficiale dell’evento: http://unacumpapanostro.wordpress.com

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Siri e l’ars celebrandi

[…] i sacerdoti dimostrino patentemente di essere raccolti prima e dopo la celebrazione, lo dimostrino e lo facciano interiormente: le recitazioni esterne durano poco. In questa sbadataggine cadono anche sacerdoti dei quali si sente dire: sono santi preti. Se così fanno i santi, che pensare degli altri? (Giuseppe card. Siri, dalla Lettera Pastorale del 17 gennaio 1971)

Come celebrava l’Em.mo Siri

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Apprendiamo con molto piacere che l’Associazione Alessandro Maggiolini (come non ricordare con venerazione quel pastore fedele che ha concluso il suo pellegrinaggio terreno alcuni anni fa?) e Alleanza Cattolica (impegnata, tra le altre cose, nella divulgazione del Magistero ecclesiale cum et sub Petro) hanno organizzato un ciclo di conferenze dedicato al tema della continuità dell’insegnamento magisteriale sia prima che dopo il Concilio Vaticano II. Presso il loro sito internet (qui) si possono trovare utili informazioni sull’iniziativa. In una delle pagine del sito è disponibile l’elenco degli incontri (al momento sono 8), i quali si terranno a Milano presso la Casa “Cardinal Schuster” in via sant’Antonio 5 (qui la mappa Google). Scorrendo l’elenco dei relatori, vediamo che si tratta di figure conosciute per il loro sostegno alla cosidetta “ermeneutica della continuità”, che tanto sta a cuore al nostro amato Santo Padre. Non ci stupiamo, quindi, di trovare nomi di ecclesiastici come il card. Burke, mons. Marchetto, don Bux, don Cantoni, padre Cavalcoli O.P.; oppure laici come Massimo Introvigne. Né è una sorpresa leggere del decisivo contributo all’organizzazione di tutto ciò dato da mons. Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro.
Tutti coloro che vivono in zona e sono interessati ad approfondire la tematica dell’ermeneutica della rottura hanno una serie di possibilità di farlo in maniera sana, in comunione con la Sede Apostolica.

(© foto: Rinascimento Sacro) Uno dei relatori, il card. Raymond Leo Burke, nel 2009 (quando ancora non aveva ricevuto il berretto cardinalizio)

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