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Archive for luglio 2012

La rivelazione di Cristo — orale e scritta — fu completata ai tempi degli apostoli. Non può più esserci una rivelazione pubblica. Ma anche nel corso dei secoli la voce di Cristo continua a parlarci, non per insegnare cose nuove, ma per aiutarci a comprendere sempre più compiutamente il suo messaggio.

Questo si intende per sviluppo della dottrina. La verità rivelata rimane sempre la medesima, ma è possibile e doveroso migliorarne la comprensione.

Il Concilio Vaticano II insegna perciò che la “Tradizione, la quale trae origine dagli apostoli, progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo; infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, cresce […]. Lo Spirito Santo, per mezzo del quale la viva voce del Vangelo risuona nella Chiesa […], introduce i credenti a tutta intera la verità e fa risiedere in essi abbondantemente la parola di Cristo” (DV 8).

Se ci rendiamo conto che Cristo, col suo Spirito, è rimasto con noi nella Chiesa, comprendiamo più chiaramente l’unità, l’armonia e l’omogeneità del messaggio cristiano. Si tratta di un’unica Mente che espone un’unica Verità. Non vi sono aggiunte (benché ci sia sviluppo), non vi sono sottrazioni ne contraddizioni.

Non vi sono aggiunte. Non si può correttamente parlare di nuove dottrine nella Chiesa. Ciò che la Chiesa presenta è sempre “lo stesso antico messaggio” di Cristo, ma visto da nuove prospettive e con ulteriori approfondimenti. Ne parleremo più ampiamente nel prossimo capitolo.

Non vi sono sottrazioni. Si presenta qui un più attuale e grave pericolo per gli uomini: ridurre la pienezza del messaggio divino, specialmente quando è esigente. È la tentazione ricorrente nei secoli: pretendere di rinvenire una versione più facile del cristianesimo. Versioni più facili, in effetti, sono state inventate, ma non hanno autenticità salvifica. Dio non costringe a vivere la pienezza del suo messaggio; ciò dipende dalla nostra risposta individuale. Garantisce, però, che il messaggio sia serbato intatto nella sua Chiesa e trasmesso integralmente.

Infine, non vi sono contraddizioni. Pensare che la Chiesa possa modificare la sua dottrina, nel senso di contraddire o capovolgere ciò che ha insegnato finora nel nome di Cristo, significa negare la natura oggettiva, universale della verità o negare la presenza viva di Cristo nella Chiesa.

Questo non è immobilismo; è la verità che gradualmente si estende e accresce il suo impeto. La ragione ultima per cui alcune cose — quelle essenziali — non mutano è che Cristo non cambia: «Al di sotto di tutti i mutamenti ci sono molte cose che non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli» (GS 10).

Col passare del tempo, cresce la chiarezza del messaggio, aumenta la potenza della voce. La voce di Cristo percorre tutte le epoche, non giunge come qualcosa di remoto, come un rumore lontano o un dolce mormorio; giunge con chiarezza cristallina e con forza; si presenta come la campana del mezzodì o un tuono improvviso.

(Cormac Burke, Autorità & libertà nella Chiesa, Ares, Milano 1989, pp. 204-205)

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…là dove insieme cantiamo, lodiamo, esaltiamo ed adoriamo Dio, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo. Non è davvero temerario se in una liturgia totalmente centrata su Dio, nei riti e nei canti, si vede un’immagine dell’eternità. Altrimenti, come avrebbero potuto i nostri antenati centinaia di anni fa costruire un edificio sacro così solenne come questo? Già la sola architettura qui attrae in alto i nostri sensi verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (cfr 1 Cor 2, 9).In ogni forma di impegno per la liturgia criterio determinante deve essere sempre lo sguardo verso Dio. Noi stiamo davanti a Dio – Egli ci parla e noi parliamo a Lui. Là dove, nelle riflessioni sulla liturgia, ci si chiede soltanto come renderla attraente, interessante e bella, la partita è già persa. O essa è opus Dei con Dio come specifico soggetto o non è. In questo contesto io vi chiedo: realizzate la sacra liturgia avendo lo sguardo a Dio nella comunione dei santi, della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi, affinché diventi espressione della bellezza e della sublimità del Dio amico degli uomini!

(Benedetto XVI, visita all’abbazia di Heiligenkreuz, 9 settembre 2007)

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Che cos’è l’Opus Dei?

Gustave Thibon

«Non è ridicolo sospettare di un’organizzazione che mette tutta la sua potenza al servizio dell’amore?»

Che cos’è l’Opus Dei? Qual è il suo scopo? Quali sono i suoi mezzi? Cosa si deve pensarne? Molte domande che vengono rivolte ogni giorno a coloro che da lontano o da vicino sono in contatto con l’opera di Mons. Escrivá de Balaguer.
Non ho la pretesa di rispondere esaurientemente. Non faccio parte dell’Opus Dei e non mi sono dedicato ad alcuna indagine sistematica sulle sue attività. La mia testimonianza è strettamente personale, cioè dettata unicamente dai miei contatti diretti con membri dell’Opus Dei.
Lo scopo dichiarato dell’Opus Dei è la santificazione della vita quotidiana e delle attività cosiddette profane. Si tratta di abolire il muro che separa, in troppi cristiani, la fede e la pratica religiosa dal comportamento esteriore dell’individuo nella città degli uomini. In questo senso l’Opus Dei risponde all’invocazione dell’apostolo: instaurare omnia in Christo, instaurare tutto in Cristo. Ogni cosa mantiene il proprio ruolo e la carità si irradia attraverso tutto. Un medico cristiano ad esempio deve possedere, oltre alla più elevata competenza professionale, anche quelle qualità supreme di attenzione, accoglienza e oblatività che sole possono trasmettere al prossimo l’amore divino.
Questo ideale – inaccessibile nella sua purezza assoluta a causa dell’imperfezione umana – l’ho sentito presente, operante e prossimo in tutti i miei contatti coi membri o i gruppi dell’Opus Dei. Dappertutto ho trovato la medesima costanza nell’azione fondata sulla stessa fedeltà alla preghiera, il medesimo dono di sé senza ritorno su di sé – privilegio sacro degli uomini di fede che attingono dal cielo la forza, il coraggio di affrontare fino alla fine la dura corsa ad ostacoli dell’esistenza terrea.
L’Opus Dei non è né una società segreta né una setta. I suoi membri e le sue istituzioni non celano la propria appartenenza. Nell’Opera tutto avviene alla luce del sole, non vi si riscontra alcun settarismo, con tutto ciò che questo termine comporta in termini di chiusura, esclusivismo, orgoglio collettivo e disprezzo nei confronti di tutto quel che è estraneo alla setta; al contrario, vi si trova un fervore senza fanatismo e un’apertura lucida e calorosa al vero e al bene sotto tutte le loro forme. Ho qualche esperienza di sette: ci si trova oppressi fino ad asfissiare, mentre nell’Opus Dei si respira liberamente…
Il cardinale Luciani, divenuto in seguito Giovanni Paolo I, aveva senza dubbio fatto la stessa esperienza per scrivere, un mese prima di essere eletto papa: «L’estensione, il numero e la qualità dei membri dell’Opus Dei ha fatto pensare a chi sa quali mire di potere, a quale ferrea obbedienza di gregari. Il contrario è vero: c’è solo il desiderio di fare dei santi, ma in letizia, in spirito di servizio e di grande libertà».
Quanto alla potenza dell’Opus Dei e ai suoi mezzi temporali, risponderò che la forza è un bene in sé, tanto per gli individui quanto per le collettività. È condannabile solo l’uso cattivo che se ne fa. L’opera più pura – quella comandata dalla carità – esige, per essere efficace, dei mezzi a supporto dell’azione. Dio è onnipotente ma, salvo il caso dei miracoli, agisce attraverso l’intermediazione di cause seconde, delega i propri poteri gli uomini. E più questi ultimi sono potenti, tanto più possono fare del bene – o del male. Per soccorrere un povero o un malato occorre essere meno o poveri o stare meglio di lui, per istruire un ignorante occorre essere più sapienti, ecc. E tutte queste superiorità sono delle forze. Non si tratta dunque di giudicare la potenza dell’Opus Dei, ma di sapere in che senso essa venga esercitata: quello dell’amore di Dio e del prossimo o quello del dominio dell’uomo sull’uomo. Tutto ciò che ho potuto osservare mi conferma nell’idea che i suoi membri siano ispirati dall’umile volontà di servire e non dall’appetito orgoglioso di dominare.
Dirò anche di più. Propriamente parlando, i mezzi materiali cui facevo allusione – e che sono sempre utilizzati per fini immediatamente apostolici – non appartengono all’Opus Dei. Non possono appartenere a un’associazione che, in quanto tale, non possiede beni temporali. Questi mezzi costituiscono delle iniziative personali di ordinari cittadini, membri o meno dell’Opus Dei – in numerosi casi collaborano non cattolici e perfino non cristiani – che investono il proprio denaro e il proprio lavoro (per i cristiani anche la loro preghiera) in uno spirito di evidente servizio per gli altri.
Inoltre, in un mondo dove tanti poteri ufficiali o occulti seminano l’odio e la guerra – si pensi alla lotta di classe, alle rivalità tra i partiti politici e le nazioni, alle associazioni terroristiche, ecc. – non è ridicolo sospettare di un’organizzazione che mette tutta la sua potenza al servizio dell’amore?
L’Opus Dei: l’opera di Dio. Un’opera che passa attraverso gli uomini e di cui, malgrado le inevitabili imperfezioni delle creature, i membri dell’Opus Dei sono gli operai fedeli e diligenti.

(La Nouvelle République du centre-ouest, quotidien du Berry-Poitou-Val de Loire, 1980)

(Articolo originale: Qu’est-ce que l’Opus Dei?)

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