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Archive for giugno 2012

di Gustave Thibon

Riproduciamo qui l’articolo di Gustave Thibon, pubblicato su Le Figaro del 25 giugno 1976, primo anniversario della morte di mons. Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei.

È passato un anno da quando monsignor Escrivá de Balaguer, fondatore e animatore spirituale dell’Opus Dei, ci ha lasciati. Prendevo parte a un colloquio in un centro dell’Opus Dei l’ora in cui giunse la notizia della sua morte. Dalla qualità dell’emozione degli astanti – vi sono atteggiamenti che non ingannano, con cui i corpi svelano i segreti delle anime – intuii, in un lampo, la profondità dell’influenza esercitata da quest’uomo sui suoi discepoli.
La parola influenza è ambigua. Può designare tanto un influsso alienante (la grippe originariamente si chiamava influenza!*) quanto un aiuto esterno che favorisce la crescita e la maturazione di un essere, per esempio l’influenza positiva della pioggia e del sole sullo sviluppo di una pianta. In quest’ultimo caso non subiamo l’influenza, la riceviamo arricchendoci interiormente di questo dono.
Il discernimento non lascia alcuna esitazione per quel che riguarda l’influenza del fondatore dell’Opus Dei.
Non appartengo all’Opus Dei, non ne patrocino la causa. Ma, in quanto testimone imparziale di un’opera di cui ho sentito dire il peggio e il meglio, posso affermare che in tutti i contatti che avuto coi suoi membri non ho mai percepito quell’atmosfera soffocante e quella indefinibile difficolta di respirazione spirituale che caratterizzano la setta o il partito.
Dappertutto ho trovato il medesimo clima e l’ordine scaturiti dalla convergenza delle libertà, dove l’unita degli scopi rispetta la diversità dei cammini, dove la disciplina è ispirata dall’interno piuttosto che imposta dall’esterno, insomma, in certo qual modo una società ideale dove, secondo la mirabile formula di Bossuet, «tutti obbediscono senza che nessuno comandi».
Il principio dominante della spiritualità di mons. Escrivá si riassume in questo: presenza del cristiano nel mondo temporale, santificazione del lavoro e, soprattutto, del lavoro professionale. Ciò implica il rigetto della tradizionale dicotomia tra l’azione e la preghiera, il profano e il sacro. La frontiera tra questi due mondi non sta negli oggetti dei nostri sentimenti e dei nostri atti: passa attraverso l’intimità delle nostre anime. Possiamo sacralizzare le cose dette profane applicandoci ad esse nella luce e nell’amore, ma possiamo, ahinoi!, profanare le cose sacre col confondervele, come fanno tanti «devoti», separati dal mondo ma non da se stessi, dalla nostra mediocrità e dalla nostra bassezza.
Tutto è puro per i puri, tutto è impuro per gli impuri.
Sarebbe scandaloso che le attività che occupano un terzo della vita dell’uomo sfuggissero al comandamento che ci ingiunge di «essere perfetti come il nostro Padre celeste è perfetto». La professione è la nostra via privilegiata verso la perfezione: sta a noi non farne un vicolo cieco.
«La santità non è cosa riservata a privilegiati» scrive mons. Escrivá. «Tutti i cammini della terra, tutte le condizioni, tutte le professioni e tutti i compiti possono essere divini». O ancora: «Fate tutto per amore. Così non ci sono piccole cose, c’è eroismo». Un eroismo non spettacolare e non scelto: il più difficile e il migliore.
«La grazia non giunge quando diciamo: io voglio, ma quando diciamo: è necessario», mi scriveva di recente uno sconosciuto. Le santità più oscure agli occhi del mondo sono le più luminose agli occhi di Dio.
Così si colma il fossato tra l’eterno e il quotidiano. A una donna che si lamentava di come, assorbita dai bisogni temporali, non avesse più il tempo di occuparsi delle cose divine, santa Caterina da Siena rispondeva: «Siamo noi a renderli temporali, perché tutto procede dalla bontà divina». È anche il senso della preghiera di Marie-Noël:

«Dio paziente delle lente e piccole opere
dona a ciascun istante un eterno amore»

Tutto è condensato in questa parola dell’apostolo: redimere tempus, riscattare il tempo. Non vi è un tempo per l’azione e un tempo per la preghiera. Mons. Escrivá, apostolo del monismo spirituale, ci invita non a diluire Dio nel mondo, ma a impregnare il mondo di Dio.

* In italiano nel testo originale (La sainteté du quotidien).

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“[…] Basato su un apprezzamento sempre più profondo delle fonti della liturgia, il Concilio ha promosso la piena ed attiva partecipazione dei fedeli al Sacrificio eucaristico. Oggi, a distanza di tempo dai desideri espressi dai Padri Conciliari circa il rinnovamento liturgico, e alla luce dell’esperienza universale della Chiesa nel periodo seguente, è chiaro che il risultato è stato molto grande; ma è ugualmente chiaro che vi sono state molte incomprensioni ed irregolarità. Il rinnovamento delle forme esterne, desiderato dai Padri Conciliari, era proteso a rendere più facile l’entrare nell’intima profondità del mistero. Il suo vero scopo era di condurre la gente ad un incontro personale con il Signore, presente nell’Eucaristia, e così al Dio vivente, in modo che, mediante questo contatto con l’amore di Cristo, l’amore reciproco dei suoi fratelli e delle sue sorelle potesse anch’esso crescere. Tuttavia, non raramente, la revisione delle forme liturgiche è rimasta ad un livello esteriore, e la “partecipazione attiva” è stata confusa con l’agire esterno. Pertanto, rimane ancora molto da fare sulla via del vero rinnovamento liturgico. In un mondo cambiato, sempre più fisso sulle cose materiali, dobbiamo imparare a riconoscere di nuovo la presenza misteriosa del Signore Risorto, il solo che può dar respiro e profondità alla nostra vita […]”

(dal Messaggio di Benedetto XVI per la conclusione del 50° Congresso Eucaristico Internazionale a Dublino)

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Prima sezione qui. Seconda sezione qui. Terza sezione qui. Articolo originale in inglese: Brian W. Harrison, “Pius IX, Vatican II and Religious Liberty” in “Living Tradition” n. 9 del gennaio 1987 (testo originale qui: http://www.rtforum.org/lt/lt9.html#II)

Parte seconda.
Torniamo alla questioni dei limiti legali alla libertà religiosa. Come abbiamo visto, il Vaticano II insegna che i governi possono e devono limitare l’attività svolta in nome della libertà religiosa non solamente quando la “pubblica pace” è in pericolo, ma anche quando la pubblica moralità o qualsiasi altro diritto dei cittadini siano compromessi da questa attività. “Tutti questi sono elementi – afferma il Concilio – che costituiscono la parte fondamentale del bene comune (partem boni communis fundamentalem constituunt) e sono compresi sotto il nome di ordine pubblico.” (14) Questi “altri diritti” dei cittadini non sono definiti in modo esaustivo, ma il Concilio stesso dà alcuni esempi. Ogni tipo di propaganda religiosa – specialmente verso il povero e il privo d’istruzione – che anche “sembri avere il tono” (sapere videatur) di essere “coercitiva, disonesta o indegna” deve “sempre” essere evitata. (15) Poi, in un altro “inasprimento” dell’ultimo minuto del documento, fu aggiunta l’affermazione che una tale propaganda è “lesione del diritto altrui” (16) Quest’aggiunta chiarisce che i governi possono giustamente proibire questo tipo di attività coercitiva, disonesta o indegna come reato contro l’ordine pubblico, in base a quanto definito nell’articolo 7.
Dovrebbe oramai essere chiaro che Dignitatis Humanæ – questo presunto precedente di radicale cambiamento dottrinale che p. Curran trova così incoraggiante (e l’arcivescovo Lefebvre così allarmante) – esce alquanto indenne dai fulmini scagliati da Pio Nono contro il liberalismo di Lammenais. Infatti, i governi, agendo in linea col Vaticano II, possono punire una gamma molto significativa di “violazioni della religione cattolica”, al di là dei tipi di propaganda che possono disturbare o mettere in pericolo la “pubblica pace”.
La propaganda atea e anti-religiosa, per esempio, può difficilmente fare appello al Vaticano II per cercare di giustificare un proprio “diritto” alla protezione legale. Ciò che la Dichiarazione intende proteggere sono “gli atti religiosi, con i quali in forma privata e pubblica gli esseri umani si dirigono a Dio secondo le proprie convinzioni” (17). Ciò chiaramente non include gli atti di irreligione, con i quali gli uomini dirigono se stessi e gli altri lontani da Dio.

A sin., Paolo VI, primo firmatario di Dignitatis Humanae

Secondo il Vaticano II, può essere legalmente proibito non solo il materiale pornografico, ma anche ciò che mons. John McCarthy ha giustamente definito “pornologia”, in quanto mina la “moralità pubblica” (“Pornologia” significa letteratura che, sebbene possa non essere direttamente violenta o erotica e possa pretendere di essere seria e scientifica, nondimeno intende persuadere le persone di potersi legittimamente impegnare in alcuni tipi di attività sessuale che, in realtà, sono contrarie all’ “ordine morale oggettivo”).
Qualcuno potrebbe obiettare che il Concilio non avrebbe voluto che i governi lasciassero la Chiesa cattolica quale arbitro di ciò che è (o non è) in accordo con questo “ordine morale oggettivo”, poiché il Concilio afferma che, nel decidere quali limiti debbano essere imposti, i governi dovrebbero evitare “la scorretta pratica del favoritismo” (per usare la traduzione data nell’edizione Flannery). Tuttavia, a parte il fatto che sarebbe impossibile per un Concilio della Chiesa Cattolica insinuare che qualche autorità diversa dalla Chiesa stessa possa essere un giudice migliore di ciò che è “oggettivamente” giusto o sbagliato, il testo latino non supporta la possibile allusione del Flannery, che cioè il sostenere una parte sia, in quanto tale, qualcosa di necessariamente scorretto. Il testo dice solamente che, nel decidere quale tipo di attività proibire o permettere,i governi devono evitare “di favorire in maniera scorretta una delle parti” (uni parti inique favendo). (18) Tre anni dopo divenne chiaro che il principale firmatario di Dignitatis Humanæ, Paolo VI, non intendeva l’insegnamento della Dichiarazione nel senso che fosse “scorretto” favorire il “lato” cattolica (o ciò che è comunemente vista come la “parte cattolica”). La maggior parte delle persone non sono a conoscenza che nel 1968 l’enciclica Humanæ Vitæ non solo riaffermò l’immoralità della contraccezione come attività privata, ma anche esortò “I governanti… (a) non tollerare alcuna legislazione” che permetta la distribuzione dei contraccettivi. (19) Il suo appello trovò orecchie ricettive in Irlanda, almeno fino ad un anno o due fa.

Fine quarta sezione – continua

Note:
(14) Dignitatis Humanæ, 7.
(15) Ibid., 4.
(16) Ibid.
(17) Ibid., 3.
(18) Ibid., 7.
(19) Humanæ Vitæ, 23.

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Tra qualche giorno, la Corte Costituzionale si riunirà per esaminare un ricorso volto ad aumentare le possibilità di abortire, alleggerendo ancora di più i già scarsi limiti che la legge prevede.
Ora, se è evidente che il provvedimento legislativo in esame (la famigerata legge 194) non rispecchia affatto le posizioni cattoliche e non può quindi essere definita una buona legge (si tratta, in effetti, di una legge pessima e omicida), nondimeno è importante opporsi a qualsiasi cambiamento in senso peggiorativo.

L’aborto, che consiste nella soppressione di un innocente non nato, è contrario alla volontà di Dio, poiché il valore e la dignità della vita umana debbono esser protetti dal concepimento sino alla morte naturale.
(Sua Santità Benedetto XVI, dall’Esortazione Africae munus, 70, del 19 novembre 2011)

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“Anzitutto, una riflessione sul valore del culto eucaristico, in particolare dell’adorazione del Santissimo Sacramento. E’ l’esperienza che anche questa sera noi vivremo dopo la Messa, prima della processione, durante il suo svolgimento e al suo termine. Una interpretazione unilaterale del Concilio Vaticano II aveva penalizzato questa dimensione, restringendo in pratica l’Eucaristia al momento celebrativo. […] Questo sbilanciamento ha avuto ripercussioni anche sulla vita spirituale dei fedeli. Infatti, concentrando tutto il rapporto con Gesù Eucaristia nel solo momento della Santa Messa, si rischia di svuotare della sua presenza il resto del tempo e dello spazio esistenziali. E così si percepisce meno il senso della presenza costante di Gesù in mezzo a noi e con noi, una presenza concreta, vicina, tra le nostre case, come «Cuore pulsante» della città, del paese, del territorio con le sue varie espressioni e attività. Il Sacramento della Carità di Cristo deve permeare tutta la vita quotidiana.
[…]
Ora vorrei passare brevemente al secondo aspetto: la sacralità dell’Eucaristia. Anche qui abbiamo risentito nel passato recente di un certo fraintendimento del messaggio autentico della Sacra Scrittura. La novità cristiana riguardo al culto è stata influenzata da una certa mentalità secolaristica degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. E’ vero, e rimane sempre valido, che il centro del culto ormai non sta più nei riti e nei sacrifici antichi, ma in Cristo stesso, nella sua persona, nella sua vita, nel suo mistero pasquale. E tuttavia da questa novità fondamentale non si deve concludere che il sacro non esista più, ma che esso ha trovato il suo compimento in Gesù Cristo, Amore divino incarnato.
[…]Mi piace anche sottolineare che il sacro ha una funzione educativa, e la sua scomparsa inevitabilmente impoverisce la cultura, in particolare la formazione delle nuove generazioni. Se, per esempio, in nome di una fede secolarizzata e non più bisognosa di segni sacri, venisse abolita questa processione cittadina del Corpus Domini, il profilo spirituale di Roma risulterebbe «appiattito», e la nostra coscienza personale e comunitaria ne resterebbe indebolita. Oppure pensiamo a una mamma e a un papà che, in nome di una fede desacralizzata, privassero i loro figli di ogni ritualità religiosa: in realtà finirebbero per lasciare campo libero ai tanti surrogati presenti nella società dei consumi, ad altri riti e altri segni, che più facilmente potrebbero diventare idoli. Dio, nostro Padre, non ha fatto così con l’umanità: ha mandato il suo Figlio nel mondo non per abolire, ma per dare il compimento anche al sacro.”

Benedetto XVI, Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di N.S. Gesù Cristo, 7 giugno 2012

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Prima sezione qui. Seconda sezione qui. Articolo originale in inglese: Brian W. Harrison, “Pius IX, Vatican II and Religious Liberty” in “Living Tradition” n. 9 del gennaio 1987 (testo originale qui: http://www.rtforum.org/lt/lt9.html#II)

Ed ecco le due ultime frasi dell’articolo 1 di Dignitatis Humanæ, nelle quali abbiamo evidenziato le parole aggiunte al momento della revisione finale dello schema alla quale faceva riferimento il vescovo del Smedt:

E poiché la libertà religiosa, che gli esseri umani esigono nell’adempiere il dovere di onorare Iddio, riguarda l’immunità dalla coercizione nella società civile, essa lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere morale dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo. Inoltre il sacro Concilio, trattando di questa libertà religiosa, si propone di sviluppare la dottrina dei sommi Pontefici più recenti intorno ai diritti inviolabili della persona umana e all’ordinamento giuridico della società.

L’aggiunta all’articolo 3 menzionata dal vescovo de Smedt si trova nell’ultima frase di quella sezione dello schema e chiarisce come i governi non dovrebbero essere meramente “neutrali” o “agnostici” riguardo al valore dell’attività religiosa. Al contrario, a motivo del carattere “trascendente” di quest’ultima, essi hanno il dovere di “riconoscere e favorire la vita religiosa dei cittadini.”
Alla luce di queste aggiunte, che certamente non furono desiderati dai periti liberali come p. John Courtney Murray, il commento di Murray nell’edizione Abbott dei documenti conciliari deve essere considerato come equivoco, sia da un punto di vista esegetico che dottrinale. Egli vi afferma:

La Chiesa non avanza la pretesa di essere riconosciuta come “religione di Stato”, come se fosse una questione di diritto o di legge naturale. (13)

Dobbiamo distinguere due proposizioni:

(a) La legge divina esige che la comunità civile in quanto tale riconosca esplicitamente la Chiesa Cattolica come “religione di Stato”,  in un una Costituzione scritta o in un codice di legge;
(b) La legge divina richiede alla comunità civile in quanto tale di dare almeno un riconoscimento de facto della Chiesa Cattolica come vera religione e di rispecchiare questo riconoscimento nelle proprie leggi e decisioni comuni.

Né il Vaticano II né l’insegnamento magisteriale pre-conciliare hanno insistito sulla proposizione (a) di cui sopra poiché costituzioni scritte e documenti legali sono solamente una forma storicamente determinata di “riconoscimento”. La legge divina si preoccupa di ciò che è vero sempre e dovunque; e nei secoli passati (o teoricamente anche oggi) una società meno moderna, meno sviluppata o molto piccola può non avere affatto leggi scritte o Costituzione. (Come il Codice di Diritto Canonico della Chiesa riconosce nei canoni 27 e 28, la consuetudine – specialmente se antica o di lunga tradizione – è una forma di legge alquanto rispettabile) Il Vaticano II si astenne deliberatamente dal pronunciare giudizi sulla questione se la Chiesa Cattolica debba essere riconosciuta costituzionalmente come “religione di Stato”: l’articolo 6 fa una breve e molto generica affermazione che, se ad una religione (cattolica o non cattolica) viene dato speciale riconoscimento “nella costituzione di uno Stato” (in iuridica civitatis ordinatione), allora – in aggiunta a ciò – la libertà religiosa degli altri deve essere rispettata.

Al centro, mons. de Smedt, relatore conciliare ufficiale dello schema sulla libertà religiosa

Tuttavia, la proposizione b) di cui sopra viene egualmente riaffermata nell’insegnamento dell’articolo 1 riguardo alle “società” (un termine generico che copre molte realtà, dalla più semplice tribù nomade ad una moderna superpotenza) che hanno un dovere morale verso la vera religione – un dovere esposto con maggior pienezza nell’insegnamento “tradizionale” dei precedenti Pontefici, che il Concilio afferma di voler lasciare “intatto”. Nei confronti delle società, come dei singoli, Dio Onnipotente è fondamentalmente più interessato a che che cosa effettivamente facciamo rispetto alle promesse o garanzie che possiamo fare su carta; e, come la storia ampiamente conferma, le nazioni prive di un riconoscimento costituzionale e legale della Chiesa, nella pratica si sono talvolta mostrate più favorevoli verso i principi cattolici rispetto ad altre nazioni dove il cattolicesimo è descritto sulla carta come “religione di Stato” (Irlanda e Filippine sono senza dubbio rimarchevoli esempi in tal senso). Questa immutabile dottrina cattolica riguardante il dovere delle società in quanto tali verso le vera religione non nega che l’adempimento di questo dovere sociale sia spesso politicamente difficoltoso o addirittura impossibile, poiché si hanno società con pluralità di religione come pure non credenti. Ancora più evidente è ovviamente il caso in cui qualche altra religione – o anche l’ateismo – siano saldamente “instaurate”.

Fine terza sezione – continua

Note:
(13) Nota 53, p. 693, in W.M. Abbot (ed.), The Documents of Vatican II [I documenti del Vaticano II, ndt].

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Buon compleanno, Continuitas!

Esattamente un anno e un giorno fa il nostro blog vedeva la luce, nella felice ricorrenza doppiamente mariana del 31 maggio: Visitazione della Beata Vergine (forma ordinaria del rito romano) e Maria Regina (nella forma straordinaria). Non staremo qui a ripetere ciò che ci proponiamo, né tantomeno ciò che ci proponevamo e non abbiamo ancora portato a termine. Il nostro filo conduttore, che in fondo è quello di Santa Romana Chiesa, si riassume in un semplice aforisma: “Per rinnovare, non è necessario contraddire, basta approfondire” (Nicolás Gómez Dávila). Coerentemente, anche nello stile abbiamo preferito uno spazio di approfondimento e di riflessione più che di discussione, poiché in definitiva la chiave di tutti i problemi dell’ora presente e della Chiesa militante non sta nelle nostre menti ma nelle mani di colui che porta le Chiavi. Pertanto dedichiamo questo nostro piccolo anniversario al Bianco Padre, colui che è anche il Portatore dell’Anello (precisamente l’Anello del Pescatore), un fardello pesantissimo da portare, soprattutto se chi lo riceve ha già i capelli bianchi e molte primavere sulle spalle. Può farlo solo se sostenuto dalla preghiera di tutti i Popoli della Terra di Mezzo, consapevoli che la guerra sarà durissima ma alla fine i Neri Cancelli di Mordor non prevarranno!

© Mazur/www.thepapalvisit.org.uk

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