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Posts Tagged ‘Messa’

Il fedele è seduto – forse un po’ sonnacchioso – sul suo banco, in attesa dell’inizio della Santa Messa. Cerca di recitare qualche breve giaculatoria per preparare l’animo alla celebrazione. Poi, ecco, suona la campanella. Vede i ministranti, la croce, il turibolo, il diacono e poi lui, il celebrante. Nel frattempo, la corale ha iniziato a cantare…Quante volte abbiamo assistito a questa scena? Tantissime. Qui vorremmo concentrarci molto brevemente su un aspetto un po’ negletto, in quei momenti, e cioè: la corale, il coro, l’assemblea, cosa sta cantando? Tante possono essere le risposte: vorremmo dire, qualche bel canto gregoriano, l’introito… ma temiamo siano casi un po’ rari. Più spesso si tratta di un canto, più o meno conosciuto, magari un po’ attinente al tempo liturgico che si sta vivendo. E quanti canti ci sono a disposizione! I libretti e i compositori da qualche decennio si sono sbizzarriti nel fornire tantissimo materiale ai fedeli, in buona fede (non lo mettiamo in dubbio). Ma senz’altro si possono contestare due aspetti.
Il primo, che i prodotti canori forniti ai fedeli siano di vera qualità. Certo, non tutte le assemblee possono giungere ai livelli di certe corali. Però ricordiamoci che semplicità non fa rima con sciatteria o con volgarizzazione o con insulsa modernizzazione. La vera semplicità è ben altro, è riuscire con poco a penetrare nell’intelligenza del mistero che si sta celebrando.
Secondo – e questo è l’argomento precipuo di questo post – dobbiamo constatare come sia oramai inveterata, nel nostro paese, l’abitudine di cantare durante la Messa e non la Messa.
Per spiegarci meglio, riportiamo un testo apparso in Notitiae n. 5 (1969), p. 406. Il bollettino è l’organo della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Le parole che riportiamo non appartengono ad un vero e proprio decreto, ma sono comunque importanti. Eccole:

Da più parti è stato chiesto se è ancora valida la formula della Instruzione sulla Musica sacra e la Sacra Liturgia, del 3 sett. 1958, al n. 33: « In Missis lectis cantus populares religiosi a fidelibus cantari possunt, servata tamen hac lege ut singulis Missae partibus plane congruant ».

La formula è superata.

È la Messa, Ordinario e Proprio, che si deve cantare, e non « qualcosa », anche se plane congruit, che si sovrappone alla Messa. Perché l’azione è unica, ha un solo volto, un solo accento, una sola voce: la voce della Chiesa. Continuare a cantare mottetti, sia pure devoti e pii (come il Lauda Sion all’offertorio nella festa di un santo), ma estranei alla Messa, in luogo dei testi della Messa che si celebra, significa continuare un’ambiguità inammissibile: dare crusca invece di buon frumento, vinello annacquato invece di vino generoso.

Perché non solo la melodia ci interessa nel canto liturgico, ma le parole, il testo, il pensiero, i sentimenti rivestiti di poesi e di melodia. Ora, questi testi devono essere quelli della Messa, non altri. Cantare la Messa, dunque, e non solo cantare durante la Messa.

Sono parole molto chiare, ma approfondiamole un momento.
Nella Santa Messa, noi abbiamo dei testi prestabiliti per il canto, alcuni dei quali sono fissi nel testo ogni domenica (l’Ordinario: Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei), mentre altri variano (i canti del Proprio, come l’antifona di ingresso o quella di comunione).
Nella forma extra-ordinaria del rito romano, la questione del canto veniva risolta alla radice dividendo tutte le Messe in due grandi categorie: le Messe lette e quelle in canto. Nelle prime tutto il testo liturgico (compresi Ordinario e Proprio) venivano letti dal sacerdote, senza cantarli (veniva però lasciata la possibilità di aggiungere – attenzione, non sostituire: aggiungere – alcuni canti popolari in momenti stabiliti). Nelle seconde, quasi tutta la Messa veniva cantata dal celebrante, dalla schola e dall’assemblea. E veniva cantata sempre e solo coi testi fissati dalla Chiesa, che non potevano essere sostituiti.

Nelle Messe in forma ordinaria, invece, la gran parte delle Messe ha assunto forma ibrida: un po’ lette, un po’ in canto. Questo non è di per se sbagliato. Però è fuor di discussione che, mentre i canti dell’ordinario sono tutto sommato rimasti (anche se purtroppo le melodie tradizionali sono poco utilizzate), quelli del Proprio sono praticamente scomparsi. Prendiamo per esempio ieri, XIII domenica del tempo ordinario (o, con un’espressione più felice, per annum). L’antifona d’introito era: Popoli tutti, battete le mani, acclamate a Dio con voci di gioia. E quella di Comunione, invece, era: Anima mia, benedici il Signore:
tutto il mio essere benedica il suo santo nome.
oppure «Padre, prego per loro, perché siano una cosa sola, e il mondo creda che tu mi hai mandato», dice il Signore. oppure ancora Gesù mosse decisamente verso Gerusalemme incontro alla sua Passione. Ecco, inviteremmo tutti coloro che hanno sentito cantare questi testi ad alzare la mano: crediamo e temiamo non vedremmo molti proporsi col braccio in alto. I compositori, di solito così prolifici, qui hanno dato veramente pochissimi risultati e ben pochi si sono dedicati a musicare i testi del Proprio. Eppure cantare con le parole della Scrittura – perché queste antifone sono tratte dalla Scrittura – è quanto di più tradizionale ed antico ci sia nella Sacra Liturgia. Usare la Parola di Dio stessa – garanzia di verità, a differenza di certi testi ambigui (per non dire erronei) che vengono propinati oggi – è una cosa che pare ovvia e bellissima, ma si fa troppo poco. Eppure, non ci sembra ci vorrebbe così tanta fatica: bastano melodie semplici, non occorre chissà cosa. Giungeremo anche ad accettare che si usi il recto tono, pur di sentire queste parole nelle nostre chiese!
Qualcuno potrebbe obiettare che la Cei, nelle sue Precisazioni annesse alla I edizione tipica del Messale Romano in lingua italiana, ha stabilito che “In luogo dei canti inseriti nei libri liturgici si possono usare altri canti adatti all’azione sacra, al momento e al carattere del giorno o del tempo, purché siano approvati dalla Conferenza Episcopale nazionale o regionale o dall’Ordinario del luogo.”, ma è fuor di luogo che il canto di Ordinario e proprio sia senz’altro da preferirsi e da promuovere, come si ammette subito dopo: “Si esortano i musicisti e i cantori a valersi dei testi antifonali del giorno con qualche eventuale adattamento.” E non si dimentichi che la stessa Cei, stabilendo la normativa riguardante la lingua liturgica, scrive che “Si potranno inserire nel repertorio della Messa celebrata in italiano canti dell’ordinario ed eventualmente del proprio in lingua latina.” E’ questa una soluzione, quella di ricorrere alle tradizionali melodie in lingua latina, che probabilmente sarà venuta in mente ai nostri lettori più preparati. Sarebbe senz’altro un’ottima possibilità, che non necessiterebbe neppure di creare nuove melodie, dato che ce ne sono già. In questo modo, inoltre, si verrebbe incontro ai precetti del Vaticano II e di tutta la Tradizione della Chiesa, che ha senz’altro favorito il canto gregoriano e il resto del proprio patrimonio musicale, polifonico e non. Con un po’ di realismo, però, ci rendiamo conto che questa soluzione non è facilmente percorribile ovunque, sia perché non tutte i cori riescono a sostenere il canto gregoriano, sia perché – soprattutto! – c’è una grande avversione verso questa straordinaria e felicissima espressione musicale propria della liturgia romana. Quindi, in un’ottica di progressivo miglioramento delle condizioni musicali in cui versa la liturgia, ci sembra che, almeno come misura transitoria, l’uso dei canti liturgici finalmente musicati possa risultare di non poco vantaggio per i fedeli, nonché per la bellezza, la dignità e il decoro dei sacri riti.
Cantare Ordinario e Proprio, quindi, cantare i testi liturgici stessi, non canzonette moderne che, passata la moda, passano anch’esse – e con questo non vogliamo sminuire le belle opere che sono state composte: solo, ci sembra che di fronte alla Scrittura e ad una prassi così tradizionale e consona come quella di cantare Ordinario e Proprio debbano passare in secondo piano.
Speriamo il Signore si degni di suscitare nella Sua Santa Chiesa dei bravi e volenterosi uomini e donne di musica, che si dedichino a questo compito con arte e competenza!

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Il bollettino della sala stampa della Santa Sede riporta oggi il decreto originale latino che stabilisce l’inserzione del nome di san Giuseppe all’interno delle preghiere eucaristiche II, III e IV (ne abbiamo parlato ieri). Riportiamo quindi il testo nell’idioma ciceroniano e poi la traduzione italiana – fornita sempre dal Vaticano – del testo suddetto (con grassetto nostro).

DECRETUM

Paternas vices erga Iesum exercens, in oeconomia salutis super Familiam Domini constitutus munus gratiae Sanctus Ioseph Nazarenus luculenter adimplevit et, humanae salutis mysteriorum primordiis summopere adhaerens, benignae humilitatis est exemplar, quam christiana fides sublimes ad fines provehit, et documentum communium humanarum simpliciumque virtutum, quae necesse sunt, ut homines boni sint verique Christi sectatores. Per eas vir Iustus ille, amantissimam gerens Dei Genetricis curam laetantique studio Iesu Christi sese institutioni devovens, pretiosissimorum Dei Patris thesaurorum custos factus est et tamquam mystici illius corporis, quae est Ecclesia, subsidium assiduo populi Dei cultu per saecula prosecutus est.

In Catholica Ecclesia christifideles iugem erga Sanctum Ioseph praebere consueverunt devotionem ac sollemnioribus ritibus assiduoque cultu castissimi Deiparae Sponsi memoriam adhuc utpote caelestis universae Ecclesiae Patroni adeo percoluerunt, ut iam Beatus Ioannes Pp. XXIII tempore Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani Secundi nomen eius vetustissimo Canoni Romano addi decerneret. Quae honestissima placita pluribus ex locis perscripta Summus Pontifex Benedictus XVI persolvenda suscepit atque benigne approbavit ac Summus Pontifex Franciscus nuperrime confirmavit, prae oculis habentes plenam illam communionem Sanctorum, qui iam nobiscum viatores in mundo ad Christum nos adducunt eique coniungunt.

Exinde, attentis expositis, haec Congregatio de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, vigore facultatum a Summo Pontifice Francisco tributarum, perlibenter decrevit, ut nomen Sancti Ioseph Beatae Mariae Virginis Sponsi Precibus eucharisticis II, III et IV, quae in editione typica tertia Missalis Romani sunt, posthac adiciatur, post nomen Beatae Virginis Mariae additis verbis, uti sequitur: in Prece eucharistica II: « ut cum beáta Dei Genetríce Vírgine María, beáto Ioseph, eius Sponso, beátis Apóstolis »; in Prece eucharistica III: « cum beatíssima Vírgine, Dei Genetríce, María, cum beáto Ioseph, eius Sponso, cum beátis Apóstolis »; in Prece eucharistica IV: « cum beáta Vírgine, Dei Genetríce, María, cum beáto Ioseph, eius Sponso, cum Apóstolis ».

Circa textus lingua latina exaratos, adhibeantur hae formulae, quae nunc typicae declarantur. De translationibus in linguas populares occidentales maioris diffusionis ipsa Congregatio mox providebit; illae vero in aliis linguis apparandae ad normam iuris a Conferentia Episcoporum conficiantur, Apostolicae Sedi per hoc Dicasterium recognoscendae.

Contrariis quibuslibet minime obstantibus.

Ex aedibus Congregationis de Cultu Divino et Disciplina Sacramentorum, die 1 mensis Maii anno 2013, sancti Ioseph opificis.

Antonius Card. Cañizares Llovera
Praefectus

+ Arturus Roche
Archiepiscopus a Secretis

DECRETO

Mediante la cura paterna di Gesù, San Giuseppe di Nazareth, posto a capo della Famiglia del Signore, adempì copiosamente la missione ricevuta dalla grazia nell’economia della salvezza e, aderendo pienamente agli inizi dei misteri dell’umana salvezza, è divenuto modello esemplare di quella generosa umiltà che il cristianesimo solleva a grandi destini e testimone di quelle virtù comuni, umane e semplici, necessarie perché gli uomini siano onesti e autentici seguaci di Cristo. Per mezzo di esse quel Giusto, che si è preso amorevole cura della Madre di Dio e si è dedicato con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, è divenuto il custode dei più preziosi tesori di Dio Padre ed è stato incessantemente venerato nei secoli dal popolo di Dio quale sostegno di quel corpo mistico che è la Chiesa.

Nella Chiesa cattolica i fedeli hanno sempre manifestato ininterrotta devozione per San Giuseppe e ne hanno onorato solennemente e costantemente la memoria di Sposo castissimo della Madre di Dio e Patrono celeste di tutta la Chiesa, al punto che già il Beato Giovanni XXIII, durante il Sacrosanto Concilio Ecumenico Vaticano II, decretò che ne fosse aggiunto il nome nell’antichissimo Canone Romano. Il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha voluto accogliere e benevolmente approvare i devotissimi auspici giunti per iscritto da molteplici luoghi, che ora il Sommo Pontefice Francesco ha confermato, considerando la pienezza della comunione dei Santi che, un tempo pellegrini insieme a noi nel mondo, ci conducono a Cristo e a lui ci uniscono.

Pertanto, tenuto conto di ciò, questa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in virtù delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice Francesco, di buon grado decreta che il nome di San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria, sia d’ora in avanti aggiunto nelle Preghiere eucaristiche II, III e IV della terza edizione tipica del Messale Romano, apposto dopo il nome della Beata Vergine Maria come segue: nella Preghiera eucaristica II: « ut cum beáta Dei Genetríce Vírgine María, beáto Ioseph, eius Sponso, beátis Apóstolis »; nella Preghiera eucaristica III: « cum beatíssima Vírgine, Dei Genetríce, María, cum beáto Ioseph, eius Sponso, cum beátis Apóstolis »; nella Preghiera eucaristica IV: « cum beáta Vírgine, Dei Genetríce, María, cum beáto Ioseph, eius Sponso, cum Apóstolis ».

Quanto ai testi redatti in lingua latina, si utilizzino le formule che da ora sono dichiarate tipiche. La Congregazione stessa si occuperà in seguito di provvedere alle traduzioni nelle lingue occidentali di maggior diffusione; quelle da redigere nelle altre lingue dovranno essere preparate, a norma del diritto, dalla relativa Conferenza dei Vescovi e confermate dalla Sede Apostolica tramite questo Dicastero.

Nonostante qualsiasi cosa in contrario.

Dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 1 maggio 2013, S. Giuseppe artigiano.

Antonio Card. Cañizares Llovera
Prefetto

 + Arthur Roche
Arcivescovo Segretario

sanGiuseppe1

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In questi tempi di grave crisi della Chiesa Cattolica, talvolta siamo portati ad un certo scoraggiamento. Nostro Signore, però, non abbandona né la Chiesa né noi e la notizia di oggi ci riempie i cuori di gioia.
Infatti, tramite il decreto Paternas vices (prot. N. 215/11/L) della Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti – a firma del card. Prefetto, Antonio Canizares Llovera e datato 1° maggio 2013 – il Sommo Pontefice Francesco – portando a termine un percorso iniziato già sotto il venerato predecessore Benedetto XVI – ha ordinato che il nome di san Giuseppe dovrà comparire nella III edizione tipica del Messale Romano (quella che è in vigore nell’originale latino dal 2002 e che è in corso di traduzione in italiano) non solo nella Preghiera Eucaristica I (Canone Romano)(questo succede già dal 1962, dopo il provvedimento del beato Giovanni XXIII), ma anche nella II, III  e IV. La seconda preghiera apparirà così: “et cum beata Dei Genetrice Virgine Maria, beato Ioseph, eius Sponso, beatis Apostolis”. La terza così: “cum beatissima Virgine, Dei Genetrice, Maria, cum beato Ioseph, eius Sponso, cum beatis Apostolis”. La quarta così: “cum Beata Virgine, Dei Genetrice, Maria, cum beato Ioseph, eius Sponso, cum Apostolis”.
Attendendo la traduzione ufficiale in italiano che probabilmente verrà fornita dalla Congregazione medesima, provvediamo a fornire una nostra modesta traduzione non ufficiale. Per la seconda preghiera eucaristica: “insieme con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con San Giuseppe, suo sposo, con gli apostoli”. Per la terza: “con la beata Maria, Vergine e Madre di Dio, con san Giuseppe, suo sposo, con i tuoi santi apostoli”. Per la quarta: “con la beata Maria Vergine e Madre di Dio, con san Giuseppe, suo sposo, con gli apostoli”.
Dunque, tra qualche tempo in tutte le chiese – sperando ovviamente che alcuni reverendi sacerdoti non facciano di testa loro, disattendendo le indicazioni di Roma, magari in nome dell’ “ecumenismo” o di una “fede adulta” – dell’orbe cattolico risuonerà, nel momento più alto di tutta la celebrazione, il carissimo nome di san Giuseppe, padre putativo di Nostro Signore Gesù Cristo, patrono della Chiesa universale, terrore dei demoni, conforto dei moribondi.
Già sin d’ora il beatissimo sposo della santissima Vergine si degni di intercedere per tutta la Chiesa universale – ma crediamo non abbia mai smesso di farlo, in questi anni – affinché copiose grazie discendano su tutto il Corpo mistico del Signore Nostro Gesù Cristo.
Interceda pure il beato Giovanni XXIII, che supponiamo dal cielo si stia rallegrando di questo provvedimento del suo successore.
E. concludendo, un ringraziamento dal profondo del cuore per questo provvedimento al regnante Pontefice Francesco e pure al Papa emerito Benedetto XVI.

Via: http://wdtprs.com/blog/2013/06/action-item-st-josephs-name-now-in-eucharistic-prayers-ii-iii-iv/

sanGiuseppe

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Come i nostri venticinque lettori ricorderanno, in passato abbiamo segnalato su questo blog il pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (qui e qui), iniziativa che, tra gli altri scopi, aveva anche quello di mostrare a Benedetto XVI la vicinanza del popolo dei fedeli che si sentono attratti dalla forma straordinaria del rito romano.
Purtroppo vi sono state, anche in questo caso, divisioni e polemiche. Peccato senz’altro, ma non ci occuperemo, qui, di queste. Preferiamo invece fornire ai nostri lettori un testo che parla dell’iniziativa, la quale he ha impegnato e allietato tanti fedeli. Ringraziamo di queste parole l’autore Emanuele Borserini, seminarista dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, istituto che s’è reso benemerito verso il Papa, la Chiesa e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Cogliamo pure l’occasione per augurare all’Opus un fecondo cammino ecclesiale, ricco di carità e di buoni frutti.

I pellegrini verso San Pietro (© foto: Rinascimento Sacro)

Sabato 3 novembre scorso si è tenuto a Roma il pellegrinaggio internazionale “Una cum Papa nostro” con il quale molti fedeli a vario titolo legati alla forma straordinaria del rito romano hanno voluto rendere grazie a Papa Benedetto per la sua lettera motu proprio data “Summorum pontificum” del 2007. Con questo documento il Papa ha chiarito una volta per tutte quale sia la posizione canonica e pastorale di questa forma celebrativa: essa rappresenta una delle due forme in cui si esprime il rito romano, il quale a sua volta è solo uno dei numerosi riti con cui la Chiesa universale celebra la liturgia; il termine “straordinaria” dichiara che, pur non essendo la forma più comune di celebrazione, essa ha comunque pari dignità e liceità di quella ordinaria. In seguito alla riforma liturgica del 1970, si è verificata una grande confusione nelle coscienze dei cristiani, fin anche dei sacerdoti e dei vescovi, ma finalmente il Papa ha chiarito che i libri liturgici precedenti ad essa non sono mai stati aboliti e, anzi, invita a conoscerli e diffonderne l’utilizzo. Ovviamente, il documento pontificio non è apparso nell’orizzonte della Chiesa senza un lungo cammino, spesso anche doloroso, che risale fino ad un altro motu proprio, “Ecclesia Dei”, del predecessore, il Beato Giovanni Paolo II. Proprio su questa linea si pone la bellissima intervista che il celebrante, il card. Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha rilasciato nei giorni precedenti al pellegrinaggio.

In San Pietro! (© foto: Rinascimento Sacro)

Sembra curioso, ma in considerazione dei numerosi e gravi pregiudizi che ancora incombono su questo aspetto della vita ecclesiale, spesso confermati e quasi goduti dagli stessi fedeli che lo seguono, è significativo che egli abbia definito “normale” la celebrazione della forma straordinaria del rito romano: “Ho accettato perché è un modo per far comprendere che è normale l’uso del messale del 1962: esistono due forme dello stesso rito, ma è lo stesso rito e dunque è normale usarlo nella celebrazione”. E aggiunge: “mi sembra che a cinque anni di distanza si possa meglio comprendere come non si tratti soltanto di alcuni fedeli che vivono nella nostalgia del latino, ma che si tratti di approfondire il senso della liturgia”. Ed effettivamente lo scopo della convivenza di due forme diverse dello stesso rito nella Chiesa, lungi dall’essere un cedimento alla mentalità dialettica e alla contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti, categorie definitivamente superate dal Magistero, è piuttosto quello di aiutare i fedeli ad approfondire l’importanza sempre più decisiva di una liturgia che veicoli sempre di più e sempre meglio il desiderio di Dio che è quello di parlare al cuore dell’uomo per condurlo al suo amore e così salvarlo dalla morte. Compito della Chiesa è favorire e edificare secondo verità questo rapporto personale di ognuno con Dio ed ecco la sua responsabilità in campo liturgico. È per questo sciocco perseverare con qualsivoglia polemica sull’argomento perché solo la sapienza divina della Chiesa ha il diritto e il dovere di indicare la strada per raggiungere questa unione. Allora, con i pellegrini che si sono recati a Roma per questa bella occasione, ringraziamo il Pastore universale e rinnoviamo la nostra fede e devozione nella Chiesa nostra madre. Rinnovamento a cui ci chiama in qualche modo anche l’Anno della Fede che lo stesso Papa ha indetto e che stiamo vivendo.

A destra il celebrante, il card. Canizares (© foto: Rinascimento Sacro)

Dopo due giorni di celebrazioni pontificali presiedute da vari Eccellentissimi Vescovi nella parrocchia personale della Santissima Trinità dei pellegrini a Roma, il pellegrinaggio è culminato con la Santa Messa pontificale celebrata dal Card. Antonio Canizares Llovera, all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Considerevole è stata la partecipazione dei fedeli i quali hanno riempito completamente i posti disponibili nell’abside della grande basilica, numerosissimi i sacerdoti e seminaristi che hanno assistito coralmente tra cui alcuni prelati della Curia Romana. Anche don Pietro Cantoni, moderatore generale della fraternità sacerdotale “Opus Marie Matris Ecclesiae” con una rappresentanza della sezione “Beato John Henry Newman” del Seminario Vescovile Maggiore di Massa Carrara – Pontremoli ed alcuni giovani della diocesi ha preso parte al pellegrinaggio. Lo stesso don Cantoni ha guidato la recita dell’Angelus alle ore 12 nella chiesa parrocchiale di San Salvatore in Lauro, dalla quale, dopo l’adorazione eucaristica, si è snodata la processione verso la basilica di San Pietro. Giunti in basilica, egli ha dato lettura in lingua italiana del messaggio ai pellegrini inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, il Card. Tarcisio Bertone.

Emanuele Borserini

Un momento della solenne Liturgia (© foto: Rinascimento Sacro)

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[…] per il sacerdote, celebrare ogni giorno la Santa Messa non significa svolgere una funzione rituale, ma compiere una missione che coinvolge interamente e profondamente l’esistenza, in comunione con Cristo risorto che, nella sua Chiesa, continua ad attuare il Sacrificio redentore. (Benedetto XVI, dall’Omelia del 29 aprile 2012)

(foto: © Rinascimento Sacro)

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Dobbiamo fare il possibile per formare una nuova generazione di prelati i quali si rendano conto che l’antica liturgia non costituisce un attacco al Concilio, ma una realizzazione del Concilio stesso. L’antica liturgia non è oscurantismo, non è tradizionalismo feroce […], ma è realmente il desiderio di essere nella Divinità. (Joseph card. Ratzinger)

L’allora card. Joseph Ratzinger

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G. K. ChestertonCon tutta l’intensità con la quale si può essere superbi di una religione radicata nell’umiltà, mi sento molto orgoglioso della mia religione: e mi danno un senso di particolare orgoglio quelle parti della mia religione, che quasi tutti chiamano superstizione. Mi glorio d’essere incatenato da dogmi antiquati e di essere lo schiavo di credi morti (come i miei amici dediti al giornalismo ripetono con tanta ostinazione), perché so molto bene che morti sono i credi eretici e che solamente il dogma ragionevole ha una vita così lunga da poter essere chiamato antiquato. Mi glorio di ciò che la gente chiama il mestiere, le arti del prete, perché proprio questo termine insultante, di seconda mano, esprime la verità medioevale che un prete, come ogni altro uomo, dovrebbe essere un artigiano. Mi glorio di ciò che la gente chiama Mariolatria: fu essa che diede alla religione, nelle età più oscure, quell’elemento di cavalleria che ora trova la sua espressione nella forma ammuffita ed ammaliziata del femminismo. Mi glorio di essere ortodosso in ciò che riguarda i misteri della Trinità e della Messa; mi glorio di credere nel confessionale; mi glorio di credere nel Papato.

(G. K. Chesterton, Come essere un pazzo, in Autobiografia, tr. it., Casini Editore, Milano 1988, pp. 481-482)

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