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Posts Tagged ‘giovanni xxiii’

Qualche giorno fa abbiamo dato notizia degli apprezzamenti – per alcuni inaspettati – rivolti da papa Francesco al Concilio di Trento, che – volente o nolente – è diventato simbolo di arretratezza, oscurità, eccessiva dogmaticità. Tutte queste accuse sono assurde e provengono da una lettura distorta di quel grande evento. Ma non pretendiamo che i lettori ci credano sulla parola. Per questo proponiamo, oltre alle parole del regnante Sommo Pontefice, quelle di tanti suoi predecessori, che a una voce sola lodano il Tridentino.

“Fate del seminario la delizia del vostro cuore, e per il suo giovamento non omettete nulla di ciò che è stato provvidenzialmente stabilito dal Concilio Tridentino.” (san Pio X, enc. E supremi, 1903)
“Ma Iddio, sollecito anzitutto dell’onore della sua Sposa, la Chiesa, volendo mostrare che non era abbreviata la sua mano salvifica, che non erano esauriti nella sua Chiesa i tesori della verità e della santità, del secolo della riforma fa il secolo del Concilio di Trento” (Pio XI, omelia, 4 giugno 1922)
“Ed effettivamente, quando giudicò che i tempi fossero maturi, [Dio] venne in suo aiuto in modo meraviglioso con la celebrazione del Concilio di Trento.” (Pio XI, lettera Meditantibus nobis, 1922)
“Chi ha fatto un così mirabile cambiamento? La storia lo attribuisce al lavoro potente di riforma ecclesiastica, in modo particolare ai decreti del Concilio di Trento.” (Pio XII, discorso, 17 gennaio 1943)
“Il Concilio di Trento, nelle cui sessioni passò sensibilissima la esigenza di un perfetto adeguamento del sacerdote ai suoi altissimi doveri” (beato Giovanni XXIII, esortazione apostolica A quarantacinque anni, 21 aprile 1959)
“il più copioso e ricco di benefici perduranti sino a noi, il Tridentino” (beato Giovanni XXIII, discorso, 24 gennaio 1960)
“benefico irradiamento del Concilio di Trento” (beato Giovanni XXIII, discorso, 28 febbraio 1960)
“leggi sapientissime del Concilio Tridentino” (beato Giovanni XXIII, discorso, 26 maggio 1960)
“scia di intenso rinnovamento spirituale, apertasi dal Concilio di Trento” (beato Giovanni XXIII, discorso, 16 giugno 1960)
“Il Tridentino segnò la ripresa del fervore apostolico e della ricostruzione coraggiosa e imponente là dove era passato l’uragano. I Padri avevano studiato, discusso, elaborato le costituzioni con infinita pazienza e costanza. Ostacoli d’ogni genere, inframmettenze laicali, ritardi talora inesplicabili: tutto fu superato dalla sicurezza che infiammò la Chiesa di Cristo di non doversi arrendere a patto alcuno con chi voleva menomare il sacro patrimonio della Rivelazione.” (beato Giovanni XXIII, discorso, 30 aprile 1961)
“lungimirante sapienza dei Padri del Concilio Tridentino” (beato Giovanni XXIII, discorso, 29 luglio 1961)
“il Concilio Tridentino — senza dubbio tra i più importanti celebrati sin qui” (beato Giovanni XXIII, discorso, 4 novembre 1962)
“conclusione del Concilio Tridentino, da cui venne alla Santa Chiesa tanto beneficio, anche per le età successive.” (beato Giovanni XXIII, discorso, 23 dicembre 1962)
“il Concilio di Trento ha superato i precedenti Concili nell’arricchire splendidamente gli annali della Chiesa, della civiltà, degli studi, dell’autentico benessere nel mondo intero.” (Paolo VI, udienza generale, 4 dicembre 1963)
Paolo VI ha dedicato al Concilio di Trento un’intera omelia (8 marzo 1964)
“un gran Concilio, quello di Trento, dottrinale e riformatore” (beato Giovanni Paolo, lettera apostolica Maestro della Fede, 14 dicembre 1990)
“Il Concilio di Trento, interprete della tradizione cristiana” (beato Giovanni Paolo, udienza generale, 25 marzo 1992)
Il beato Giovanni Paolo II ha dedicato al Concilio di Trento un’intero discorso (30 aprile 1995)
“Come forti sono queste montagne così forte è la fede che ci ha lasciato il Concilio di Trento nel suo Magistero. E noi tutti siamo debitori verso questo evento storico. La nostra fede è costruita su questo Magistero indimenticabile del Concilio di Trento.” (beato Giovanni Paolo II, Regina Coeli, 30 aprile 1995)
“Basti pensare, ad esempio, al Concilio di Trento, dal quale ci separano circa quattro secoli e mezzo. Tra le ragioni per cui quel Concilio ha avuto un enorme influsso innovatore nel cammino del Popolo di Dio” (beato Giovanni Paolo II, omelia, 27 ottobre 2001)
“[Trento fu] nuova attualizzazione e una rivitalizzazione della […] dottrina” (Benedetto XVI, discorso, 31 agosto 2006)
“la grande riforma spirituale promossa dal Concilio di Trento.” (Benedetto XVI, udienza generale, 23 marzo 2011)
“dobbiamo nominare il Concilio di Trento, nel XVI secolo, che ha chiarito punti essenziali della dottrina cattolica di fronte alla Riforma protestante” (Benedetto XVI, udienza generale, 10 ottobre 2012)

 

Concilio_Trento

 

 

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Era il lunedì dell’Ottava di Pentecoste, 3 giugno 1963, quando, alle ore 19.49, moriva Giovanni XXIII. Di lui è stato scritto tanto e certamente non si può negare la straordinarietà della sua vita spirituale, dato che la Santa Chiesa lo ha proclamato beato già da diversi anni e, a Dio piacendo, si potrebbe anche giungere ad una sua canonizzazione. Il suo nome resterà sempre legato al Concilio Vaticano II – e non certo, come taluni a torto vorrebbero, ad un nefasto “Spirito del Concilio” che è in realtà ribellione, orgoglio, disonore. Dal cielo si degni egli di intercedere per papa Francesco, per tutta la Chiesa e – ci sia permesso dirlo – anche per questo blog.
In questo anniversario tanto importante – e questo non posso disconoscerlo neppure i detrattori di papa Roncalli – proponiamo ai nostri lettori i due testamenti redatti dal Papa, uno del 1954 – redatto quand’era patriarca di Venezia – e uno del 1961 – quand’era Sommo Poontefice. Sono tratti dagli Acta Apostolicae Sedis 55 [1963], pp. 508-511.

Venezia, 29 giugno 1954

TESTAMENTO SPIRITUALE E MIE ULTIME VOLONTA’

Sul punto di ripresentarmi al Signore Uno e Trino, che mi creò, mi redense, mi volle suo sacerdote e vescovo, mi colmò di grazie senza fine, affido la povera anima mia alla sua misericordia: gli chiedo umilmente perdono dei miei peccati e delle mie deficienze, gli offro quel po’ di bene che col suo aiuto mi è riuscito di fare, anche se imperfetto e meschino, a gloria sua, a servizio della aanta Chiesa, a edificazione dei miei fratelli, supplicandolo infine di accogliermi, come padre buono e pio, coi santi suoi, nella beata eternità.

Amo di professare ancora una volta tutta intera la mia fede cristiana e cattolica, e la mia appartenenza e soggezione alla Santa Chiesa Apostolica e Romana, e la mia perfetta devozione e obbedienza al suo Capo Augusto, il Sommo Pontefice, che fu mio grande onore di rappresentare per lunghi anni nelle varie regioni di Oriente e di Occidente, che mi volle infine a Venezia come Cardinale e Patriarca, e che ho sempre seguito con affezione sincera, al di fuori e al di sopra di ogni dignità conferitami. Il senso della mia pochezza e del mio niente mi ha sempre fatto buona compagnia tenendomi umile e quieto, e concedendomi la gioia di impiegarmi del mio meglio in esercizio continuato di obbedienza e di carità per le anime e gli interessi del Regno di Gesù, mio Signore e mio tutto. A lui tutta la gloria; per me e a merito mio la sua misericordia. Meritum meum miseratio Domini. Domine, tu omnia nosti: tu scis quia amo Te. Questo solo mi basta.

Chiedo perdono a coloro che avessi inconsciamente offeso: a quanti non avessi recato edificazione. Sento di non aver nulla da perdonare a chicchessia, perché in quanti mi conobbero ed ebbero rapporti con me – mi avessero anche offeso o disprezzato o tenuto, giustamente del resto, in disistima, o mi fossero stati motivo di afflizione – non riconosco che dei fratelli e dei benefattori, a cui sono grato e per cui prego e pregherò sempre.

Nato povero, ma da onorata e umile gente, sono particolarmente lieto di morire povero, avendo distribuito secondo le varie esigenze e circostanze della mia vita semplice e modesta, a servizio dei poveri e della Santa Chiesa che mi ha nutrito, quanto mi venne fra mano – in misura assai limitata del resto – durante gli anni del mio sacerdozio e del mio episcopato. Apparenze di agiatezza velarono, sovente, nascoste spine di affliggente povertà e mi impedirono di dare sempre con la larghezza che avrei voluto. Ringrazio Iddio di questa grazia della povertà di cui feci voto nella mia giovinezza, povertà di spirito, come Prete del S. Cuore, e povertà reale; e che mi sorresse a non chiedere mai nulla, né posti, né danari, né favori, mai, né per me, né per i miei parenti o amici.

Alla mia diletta famiglia secundum sanguinem – da cui, del resto, non ho ricevuto nessuna ricchezza materiale – non posso lasciare che una grande e specialissima benedizione, con l’invito a mantenere quel timore di Dio che me la rese sempre così cara e amata, anche semplice e modesta, senza mai arrossirne: ed è il suo vero titolo di nobiltà. L’ho anche soccorsa talora nei suoi bisogni più gravi, come povero coi poveri: ma senza toglierla dalla sua povertà onorata e contenta. Prego e pregherò sempre per la sua prosperità, lieto come sono di constatare anche nei nuovi e vigorosi germogli la fermezza e la fedeltà alla tradizione religiosa dei padri, che sarà sempre la sua fortuna. Il mio più fervido augurio è che nessuno dei miei parenti e congiunti manchi alla gioia del finale eterno ricongiungimento.

Partendo, come confido, per le vie del Cielo, saluto, ringrazio e benedico i tanti e tanti che composero successivamente la mia famiglia spirituale, a Bergamo, a Roma, in Oriente, in Francia, a Venezia, e che mi furono concittadini, benefattori, colleghi, alunni, collaboratori, amici e conoscenti, sacerdoti e laici, religiosi e suore, e di cui, per disposizione di Provvidenza, fui, benché indegno, confratello, padre o pastore.

La bontà di cui la mia povera persona fu resa oggetto da parte di quanti incontrai sul mio cammino rese serena la mia vita. Rammento bene, in faccia alla morte, tutti e ciascuno, quelli che mi hanno preceduto nell’ultimo passo, quelli che mi sopravvivono e che mi seguiranno. Preghino per me. Darò loro il ricambio dal Purgatorio o dal Paradiso dove spero di essere accolto, ancora lo ripeto, non per i meriti miei, ma per la misericordia del mio Signore.

Tutti ricordo e per tutti pregherò. Ma i miei figli di Venezia: gli ultimi che il Signore mi pose intorno, ad estrema consolazione e gioia nella mia vita sacerdotale, voglio qui nominarli particolarmente a segno di ammirazione, di riconoscenza, di tenerezza tutta singolare. Li abbraccio in ispirito tutti, tutti, del clero e del laicato, senza distinzione, come senza distinzione li amai appartenenti ad una medesima famiglia, oggetti di una medesima sollecitudine e amabilità paterna e sacerdotale. Pater sancte, serva eos in nomine tuo quos dedisti mihi: ut sint unum sicut et nos (Io. XVII, 11)

Nell’ora dell’addio, o meglio, dell’arrivederci, ancora richiamo a tutti ciò che più vale nella vita: Gesù Cristo benedetto: la sua Santa Chiesa, il suo Vangelo e, nel Vangelo, soprattutto il Pater noster nello spirito e nel cuore di Gesù e nel Vangelo, la verità e la bontà, la bontà mite e benigna, operosa e paziente, invitta e vittoriosa.

Miei figli; miei fratelli, arrivederci. Nel nome del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo. Nel nome di Gesù nostro amore; di Maria nostra e sua dolcissima Madre; di san Giuseppe mio primo e prediletto Protettore. Nel nome di S. Pietro, di S. Giovanni Battista e di San Marco; di San Lorenzo Giustiniani e di San Pio X. Così sia.

                                                                                                                                                       Card. Ang. Gius. Roncalli patriarca

«… Queste pagine scritte da me valgono come attestazione della mia volontà assoluta pe ril caso di una mia morte improvvisa.

Venezia, 17 settembre 1957

                                 f Ang. Gius. Card. Roncalli

E valgono anche come testamento spirituale da aggiungersi alle disposizioni testamentarie qui unite sotto la data del 30 aprile 1959 ».

IOANNES XXIII PP.

Da Roma, 11 dicembre 1959.

GiovanniXXIII

MIO TESTAMENTO

Castelgandolfo, 12 settembre 1961.

Sotto l’auspicio caro e confidente di Maria, mia Madre celeste, al cui nome è sacra la liturgia di questo giorno, e nell’anno LXXX della mia età, depongo qui e rinnovo il mio testamento, annullando ogni altra dichiaraizone circa le mie volontà fatta e scritta precedentemente, a più riprese.

Aspetto e accoglierò semplicemente e lietamente l’arrivo di sorella morte secondo le circostanze con cui piacerà al Signore di inviarmela.

Innanzi tutto chiedo venia al Padre delle misericordie pro innumerabilibus peccatis, offensionibus et negligentis meis, come tante e tante volte dissi e ripetei nell’offerta del mio Sacrificio quotidiano.

Per questa prima grazia del perdono di Gesù su tutte le mie colpe, e dell’introduzione dell’anima mia nel beato ed eterno Paradiso, mi raccomando alle preghiere suffraganti di quanti mi hanno seguito, conosciuto durante tutta la mia vita di sacerdote, di vescovo, e di umilissimo ed indegno Servo dei servi del Signore.

Poi mi è esultanza del cuore rinnovare integra e fervida la mia professione di fede cattolica, apostolica e romana. Tra le varie forme e simboli con cui la fede suol esprimersi preferisco il «Credo della Messa» sacerdote e ponticale dalla elevazione più vasta e caora, come in unione con la Chiesa universale di ogni rito, di ogni secolo, di ogni regione: dal «Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem» al «et vitam venturi saeculi».

GiovanniXXIII.5

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La pace, vista nella luce di Dio e riflessa nel cuore degli uomini: che spettacolo, cari figli, e quale delizia per lo spirito e il cuore! Ma si tratta di un edificio che si costruisce giorno per giorno, e su delle basi solide.
[La paix, vue dans la lumière de Dieu et se reflétant dans la coeur des hommes: quel spectacle, chers fils, et quel délice pour l'esprit e pour le coeur! Mais c'est un édifice qui se construit jour par jour, et sur des bases solides.] (beato Giovanni XXIII, Discorso nella basilica vaticana del 10 maggio 1963)

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Discepolo di Pietro e di Paolo, dall’uno e dall’altro Marco apprese la vita e la dottrina di Gesù. Questa la sintesi della sua carriera apostolica : l’inizio ed il coronamento della sua vocazione. Ma in particolare egli venne salutato « discepolo ed interprete di Pietro ». Quassù dunque, sul colle Vaticano, presso le memorie dei Principi degli Apostoli, il nome dell’Evangelista risuona a gran festa, quasi per il rinnovarsi della sua testimonianza, per il riecheggiare del Vangelo, che dalla mente ispirata e dal cuore di Pietro fluì sulla penna di lui. (beato Giovanni XXIII, dal Regina Caeli del 24 aprile 1960)

sanMarco

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Anche oggi una ricorrenza, penseranno forse i nostri lettori? Sì, anche oggi, e nemmeno di poco conto. Si tratta infatti di una leggera ma significativa modifica della Santa Messa effettuata il 13 novembre 1962 e che, da allora, è rimasta invariata. La riforma liturgica post-conciliare, infatti, non l’ha toccata. Ci riferiamo all’inserzione del nome di san Giuseppe nel Canone Romano.
Andiamo però per ordine. Anzitutto, cos’è il Canone Romano?
Si tratta di un’antichissima e veneranda preghiera eucaristica, l’unica presente nella forma straordinaria del rito romano e una delle cinque della forma ordinaria (in quest’ultimo caso, è conosciuta anche come “Preghiera Eucaristica I”). Si tratta, in sostanza, di quell’insieme di preghiere che si fanno dopo il canto del Sanctus e fino alla dossologia finale (Per Ipsum…). E’ il cuore della Santa Messa, che racchiude il solenne momento della Consacrazione.
Purtroppo, ci sia consentito dirlo almeno “en passant”, nelle liturgie cui normalmente partecipa il popolo cattolico il Canone Romano viene scarsamente utilizzato, anche se numerosissime ragioni (il suo uso tradizionale per tanti secoli anni, la sua grande antichità, la bellezza delle espressioni, etc.) suggerirebbero il contrario. Vogliamo sperare che quei sacerdoti che lo cestinano sempre abbiano ragioni serie per farlo, che non siano la lunghezza del testo (pochi minuti in più, in verità) oppure – Dio non voglia! – perplessità teologiche sul testo (1).

L’inizio del Canone in un Messale del XIII secolo

Chiudendo la parentesi, chiediamoci: quanto è antico il Canone Romano? Molto, senza dubbio. Già nel IV secolo doveva esistere il nocciolo del medesimo (2) e il testo attuale era sostanzialmente già in uso nel V secolo (3). Se consideriamo poi che fino al IV secolo abbiamo scarse testimonianze delle preghiere liturgiche in uso – la documentazione diventa infatti consistente solo dopo la fine delle persecuzioni – ben comprendiamo quale valore d’antichità abbia il Canone e come facilmente parti di esso possano rimandare all’età apostolica.
La modifica compiuta nel 1962 riguarda quella parte del Canone, situata prima della Consacrazione, che è conosciuta come “Communicantes” (4). Si tratta di un testo che risale probabilmente al V secolo (5) e che rimanda chiaramente al legame con la Chiesa trionfante. Si parla infatti di essere in comunione e di venerare la memoria di numerosi santi: la beata Sempre Vergine Maria, san Giuseppe, gli Apostoli (senza l’Iscariota e il suo sostituto san Mattia, ma con san Paolo), e dodici martiri, di cui cinque Papi (san Lino, san Cleto, san Clemente, san Sisto, san Cornelio), un vescovo (san Cipriano), un diacono (san Lorenzo), un martire non facilmente identificabile (san Crisogono), due fratelli romani (santi Giovanni e Paolo) e due medici (santi Cosma e Damiano). L’orazione chiede al Padre che, per i loro meriti e le loro preghiere, ci siano sempre donati aiuto e protezione. L’elenco, senza san Giuseppe (inizialmente non presente), rimase sostanzialmente stabile – salvo consuetudini locali – a partire dal pontificato di san Gregorio Magno (+ 604), che diede gli ultimi ritocchi.
Passarono poi oltre tredici secoli prima che un Pontefice toccasse nuovamente i nomi del Communicantes: e fu Giovanni XXIII, il quale – gran devoto di san Giuseppe – di sua iniziativa (motu proprio) decise d’inserire in questo elenco anche colui che fu il padre putativo del Signore.
In verità, occorre dire che un simile progetto era già stato tentato in precedenza durante il pontificato di Leone XIII (1878-1903), ma senza successo (pur se l’approvazione sembrò essere molto vicina)(6).

Al centro Giovanni XXIII, che volle il provvedimento su san Giuseppe; e a destra mons. Dante, che firmò il provvedimento quale segretario della Congregazione dei Riti

Sul personaggio in sé, san Giuseppe, inclito Sposo della Beata Vergine Maria, protettore della Santa Chiesa (7) e del regnante Pontefice (non è forse stato battezzato col nome di Giuseppe, il nostro Santo Padre?), riteniamo di non doverci soffermare, tanto esso è conosciuto e caro al popolo cristiano: solo ci sia permesso rinviare alla lettura dell’Esortazione Apostolica “Redemptoris Custos” del beato Giovanni Paolo II, testo dedicato proprio alla figura del padre putativo di Gesù.
Detto questo, passiamo a fornire ai nostri lettori una nostra modesta traduzione (cui segue l’originale latino) del decreto “Novis hisce temporibus” della Sacra Congregazione dei Riti del 13 novembre 1962, col quale si prescriveva (a partire dall’8 dicembre successivo) di inserire il nome di san Giuseppe nel Canone. Interessante leggerne la breve spiegazione e genersi del provvedimento.

DECRETO
Sull’inserimento del nome di san Giuseppe nel Canone della Messa

Nei tempi recenti i Sommi Pontefici non persero occasione di rafforzare, per mezzo di riti più solenni, il culto di san Giuseppe, inclito Sposo della Beata Vergine Maria. Più di tutti si segnala però il papa Pio IX il quale, approvando i voti del Concilio Vaticano I, l’8 dicembre dell’anno 1870 designò il castissimo Sposo della Vergine Madre di Dio, quale celeste Patrono per la Chiesa universale. Seguendo le orme dei suoi predecessori, il santissimo signor nostro il papa Giovanni XXIII, designò lo stesso san Giuseppe non solamente quale “salutare protettore” del Concilio Vaticano II – come egli stesso annunciò – ma di propria iniziativa decretò pure che il Suo nome fosse recitato nel Canone della Messa, come gradito ricordo e frutto dello stesso Concilio.
Lo scorso 13 novembre attraverso il suo cardinale di Stato rivelò pubblicamente questa decisione ai Padri conciliari riuniti nella basilica Vaticana e ordinò di mettere in pratica quanto prescritto a partire dal giorno ottavo del prossimo mese di dicembre, cioè a partire dalla festa dell’Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria.
Perciò questa Sacra Congregazione dei Riti, seguendo la volontà del Sommo Pontefice, stabilisce che nel Canone dopo le parole: “Communicantes … Domini nostri Iesu Christi” [“In comunione...di nostro Signore Gesù Cristo”, ndr], siano aggiunte queste: “sed et beati Ioseph eiusdem Virginis Sponsi” [“ma pure di san Giuseppe, sposo della stessa Vergine”, ndr] e poi si prosegua “et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum…”["e dei Tuoi beati Apostoli e Martiri...”, ndr]
Decise pure questa Sacra Congregazione che quanto così prescritto sia osservato pure nei giorni in cui nel Messale è prescritta una formula peculiare del “Communicantes” [si fa riferimento a quei giorni - normalmente Natale e ottava, Epifania, Pasqua e ottava, Ascensione, Pentecoste e ottava - in cui si usa una formula leggermente modificata del Communicantes, ndr]. Nonostante qualsiasi disposizione in contrario, anche se degna di speciale menzione.
13 novembre 1962

Card. A. Larraona, Prefetto
Enrico Dante, arcivescovo di Carpasia, segretario

DECRETUM
De S. Ioseph nomine Canoni Missae inserendo
Novis hisce temporibus Summi Pontifices non unam nacti sunt occasionem ut ritibus sollemnioribus cultum S. Ioseph, inclyti Beatae Mariae Virginis Sponsi, augerent. Prae omnibus autem Pius Papa IX eminet, qui votis Concilii Vaticani I annuens, Ecclesiae universae castissimum Deiparae Virginis Sponsum, die octava Decembris anni 1870, caelestem Patronum designavit. Praedecessorum suorum vestigia persequens Sanctissimus D. N. Ioannes Papa XXIII eundem Sanctum Ioseph non tantum Concilii Vaticani I I , quod Ipse indixit, « Praestitem salutarem » constituit, sed motu proprio etiam decrevit Eius nomen, tanquam optatum mnemosynon et fructus ipsius Concilii, ut in Canone Missae recitaretur.
Quod consilium die 13 Novembris proxima superiori per Cardinalem suum a Status secretis, Concilii Patribus in Vaticana Basilica congregatis publice aperuit iussitque ut praescriptum inde a die octava proximi mensis Decembris, in festo scilicet Immaculatae Conceptionis Beatissimae Virginis Mariae, in praxim deduceretur.
Quapropter haec S. Rituum Congregatio, voluntatem Summi Pontificis prosecuta, decernit ut infra Actionem post verba: « Communicantes … Domini nostri Iesu Christi », haec addantur: « sed et beati Ioseph eiusdem Virginis Sponsi » et deinde prosequatur : « et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum … ».
Statuit etiam ipsa S. Congregatio ut huiusmodi praescriptum diebus quoque observetur in quibus peculiaris formula « Communicantes » in Missali praescribitur. Contrariis non obstantibus quibuscumque, etiam speciali mentione dignis.
Die 13 Novembris 1962.
A. Card. LARRAONA, Praefectus
Henricus Dante, Archiep. Carpasien., a Secretis

San Giuseppe, di Robert la Longe (+1709)

Note:
(1) Perplessità teologiche non possono esservi, dato che il Concilio di Trento (1545-1562) affermò chiaramente come “Ecclesia Catholica, ut digne reverenterque offerretur ac perciperetur, sacrum canonem multis ante saeculis instituit, ita ab omni errore purum (can.6), ut nihil in eo contineatur, quod non maxime sanctitatem ac pietatem quandam redoleat mentesque offerentium in Deum erigat. Is enim constat cum ex ipsis Domini verbis, tum ex Apostolorum traditionibus ac sanctorum quoque Pontificum piis institutionibus.” (“la Chiesa Cattolica, perché esso potesse essere offerto e ricevuto degnamente e con riverenza, ha stabilito da molti secoli il sacro canone, talmente puro da ogni errore, da non contenere niente, che non profumi estremamente di santità e di pietà, e non innalzi a Dio la mente di quelli che lo offrono, formato com’è dalle parole stesse del Signore, da quanto hanno trasmesso gli apostoli e istituito piamente anche i santi pontefici.”) (cfr. DS 1745) Ancora più solennemente, quel Concilio giunse a dichiare che “Si quis dixerit, canonem Missae errores continere ideoque abrogandum esse: an. s.” (“Se qualcuno dirà che il Canone della Messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema.”)(cfr. DS 1756).
(2) Cfr. J. A. Jungmann S.J., Missarum Sollemnia. Origini, liturgia, storia e teologia della Messa romana, Torino, Marietti, 1953 (II ed.), pars I, p. 45.
(3) Cfr. Jungmann, op. cit., pars II, p. 85.
(4) A motivo della prima parola di questa parte, che inizia con le parole “Communicantes, et memoriam venerantes” (lett. “Noi che siamo in comunione e veneriamo la memoria”).
(5) Cfr. Jungmann, op. cit., pars I, p. 48. Alcune modifiche minori (aggiunta di nomi, spostamento di parti) venne probabilmente attuata da san Gregorio Magno (cfr. Jungmann, op. cit., pars II, p. 136).
(6) Cfr. Jungmann, op. cit., pars I, p. 142. Il progetto ottocentesco prevedeva addirittura cambiamenti superiori, perché si progettava d’inserire il nome di san Giuseppe non solo nel Communicantes, ma pure nel Confiteor (Confesso a Dio Onnipotente…), nel Suscipe Sancta Trinitas (preghiera che, nella forma straordinaria, viene dal celebrante recitata prima dell’Orate fratres – Pregate, fratelli, perché il mio…) e nel Libera nos (la preghiera che nella Messa segue il Padre nostro).
(7) Il beato Pio IX, aveva proclamato san Giuseppe “Patrono della Chiesa Universale” (cfr. decreto SRC “Quemadmodum Deus Iosephum” dell’8 dicembre 1870, in ASS 06 [1870-71], pp. 193-194 e connessa lettera agli Ordinari, ivi, pp. 194-196)

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Ieri la Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato un nuovo Motu Proprio del Santo Padre Benedetto XVI, dal titolo Latina Lingua e dedicato alla promozione della lingua latina. Trovate il testo completo qui (in latino) e qui (in italiano).
Si tratta di un obiettivo nobilissimo e che questo blog modestamente sostiene.
Ma, prima di qualsiasi commento o impressioni, passiamo ad esaminare quanto scritto dal Papa.
Egli inizia subito (n.1) col riconoscere l’importante appoggio che la Chiesa e i Papi hanno dato al latino: “Latina Lingua permagni ab Ecclesia Catholica Romanisque Pontificibus usque est aestimata” (1); ma essi non si sono limitati a questo, ma ne hanno pure promosso la conoscenza e la diffusione (2) “cum Evangelii nuntium in universum orbem transmittere valeret” (3). Dicendo questo, papa Ratzinger non manca di far riferimento alla Costituzione Apostolica Veterum Sapientia del suo beato predecessore Giovanni XXIII che, lungi dall’essere quel rivoluzionario che alcuni presumono, desiderava in realtà conservare pienamente i sacri tesori della tradizione ecclesiale.


Ma torniamo alle parole di Benedetto. Dopo aver lodato la lingua latina, il Papa precisa giustamente che “a Pentecoste omnibus hominum linguis locuta et precata est Ecclesia” (4), ma la Chiesa dei primi secoli usò comunque in maniera ampia la lingua greca e quella latina. Ci fu quindi quel felice incontro tra la Parola di Cristo e l’eredità della cultura ellenistico-romana (5), tema che il Santo Padre ha già trattato in passato (6) e che sembra stargli decisamente a cuore.
Il Sommo Pontefice prosegue poi affermando che anche dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente (il celebre 476 d.C.) la Chiesa romana continuò ad usare la lingua latina. Non solo, ma “quodammodo custos eiusdem et fautrix fuit, sive in Theologiae ac Liturgiae, sive in institutionis et scientiae transmittendae provincia.” (7).
Questo per quanto riguarda il passato. Ma oggi? Qualcuno potrebbe dire: sì, d’accordo, allora andava bene, ma oggi non serve, è roba da tradizionalisti, bisogna lasciar perdere certe anticaglie. Il Papa non è certo di quest’idea, tanto che afferma come “Nostris quoque temporibus Latinae linguae et cultus cognitio perquam est necessaria” (8) per lo studio delle fonti e di numerose discipline ecclesiastiche (9). Però, risconosce Benedetto XVI, la cultura di oggi è affetta da un generalizzato affievolimento degli studi umanistici (10) ed esiste il pericolo (il Papa lo chiama proprio così: pericolo) di una conoscenza sempre più superficiale della lingua latina (11). Certo, prosegue, ci sono anche iniziative che fanno ben sperare: “renovatum culturae et linguae Latinae studium invenitur” (12), anche in luoghi inaspettati e riguarda pure giovani e studiosi provenienti da Nazioni e tradizioni assai diverse (13).
Da queste premesse il Papa trae una conclusione: “Quapropter necessitas instare videtur ut linguae Latinae altius cognoscendae eiusque congruenter utendae fulciatur cura, sive in ecclesiali sive in patentiore cultus campo.” (14) Per fare ciò, è opportuno adottare metodi didattici adeguati alle nuove condizioni (15) e promuovere una rete di rapporti tra Istituzioni e studiosi (16). Quindi, al fine di contribuire a raggiungere tali scopi (17), Benedetto XVI istituisce la “Pontificia Academia Latinitatis”, in dipendenza – com’è naturale – del Pontificio Consiglio della Cultura. Essa succede e continua l’opera della fondazione “Latinitas”, che Paolo VI aveva costituito nel 1976 e che quindi termina i suoi lavori.
E’ stato anche reso pubblico lo Statuto di questa nuova istituzione. Alcuni passaggi meritano d’essere sottolineati. All’art. 2 comma 1, per esempio, si rende conto che l’Accademia si interesserà di lingua e letteratura latina non solamente classica, ma pure patristica, medievale ed umanistica. Questo ci sembra quanto mai opportuno, perché non si deve pensare al latino confinandolo solamente a quello classico (che certamente rappresenta una vetta straordinaria), ma è necessario allargare lo sguardo alla grande parabola di quella lingua, il cui uso è continuato per secoli e secoli fino ai giorni nostri e proseguirà ancora, a Dio piacendo. Anche queste altre epoche, quindi, meritano quel rispetto e quell’attenzione, di cui forse non sempre sono state considerate degne.
Inoltre, s’afferma che si vuol promuove l’uso del latino sia nello scritto che nel parlato: e questo è uno stimolo in più poiché, se è evidente che non si è interessati a creare teatrini artificiosi di uso del latino, nondimeno si è convinti che questa lingua non è solo fissata sulla carta – in un certo modo, potremmo dire “muta”, non più udibile – ma può ancora risuonare da persona a persona (18), servire come mezzo di comunicazione parlata.

Cantando e suonando carmi in latino ed in greco
(© foto: http://vivariumnovum.net)

Proseguiamo con un’altra segnalazione: al comma 2 dell’art. 2, sono elencati alcune metodologie per raggiungere gli scopi dell’accademia. Si tratta di pubblicazioni, incontri, convegni di studio, rappresentazioni artistiche, corsi, seminari, uso dei moderni mezzi di comunicazione, attività espositive, mostre, concorsi ed altro ancora. Insomma, le possibilità sono tante: speriamo vivamente che si saprà dar vita a tante e valide iniziative.
Con questo motu proprio, Benedetto XVI si pone senz’altro nel solco dei suoi predecessori, come egli stesso rileva (19). Vediamo, in conclusione, di approfondire brevemente quest’aspetto, fornendo qualche citazione – com’è consuetudine su Continuitas – a comprova di ciò:

“[Alumni seminariorum] linguam latinam bene calleant” (20)(Codice di diritto canonico, dal can. 249)
“Dedicatevi con passione e promuovete con meditate decisioni la lingua latina, insigne per la maestà e la concisione romana, adatta per così dire a scolpire il vero e il giusto, e che conduce a un pensiero acuto e logico.” (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 26 novembre 1979)
“Abbiamo voluto iniziare questa nostra omelia in latino, perché – come è noto – esso è la lingua ufficiale della Chiesa, della quale, in maniera palmare ed efficace, la universalità e la unità.” (Giovanni Paolo I, dall’Omelia del 3 settembre 1978)
“lingua latina – indubbiamente degna, non è cosa da poco, di essere custodita con cura, essendo nella Chiesa Latina sorgente fecondissima di cristiana civiltà e ricchissimo tesoro di pietà” (Paolo VI, dall’Epistola “Sacrificum Laudis”, 15 agosto 1966)
Del beato Giovanni XXIII rimandiamo alla Costituzione “Veterum Sapientia” (qui il testo latino), del 22 febbraio 1962, volta proprio a promuovere lo studio della lingua latina;
“Il latino! lingua antica, ma non già morta, del cui superbo eco, se da secoli sono muti i diruti anfiteatri, i famosi fori e i templi dei Cesari, non tacciono le basiliche di Cristo, dove i sacerdoti del Vangelo e gli eredi dei martiri ripetono e ricantano le salmodie e gl’inni dei primi secoli nella lingua riconsacrata dei Quiriti.” (Pio XXI, dal Discorso del 30 gennaio 1949)
“Coloro che non conoscono la lingua latina assai difficilmente possono attingere alle documentatissime fonti scritte dei Padri e dei Dottori della Chiesa, i quali nella maggior parte si sono serviti, nei loro scritti, della lingua latina, per esporre e difendere la sapienza cristiana. Abbiate perciò a cuore che i vostri chierici, i quali un giorno saranno i ministri della Chiesa, mettano tutto il loro impegno per apprendere e usare questa lingua.” (Pio XI, dalla Lettera Apostolica “Unigenitus Dei”, del 19 marzo 1924)


Note:
(1) La lingua latina è sempre stata tenuta in altissima considerazione dalla Chiesa Cattolica e dai Romani Pontefici.
(2) cognoscendam et diffundendam assidue curaverunt
(3) poiché era in grado di trasmettere in tutto il mondo l’annuncio del Vangelo
(4) sin dalla Pentecoste la Chiesa ha parlato e ha pregato in tutte le lingue degli uomini
(5) Cfr. “Latina Lingua”, 1.
(6) Cfr. ad es. Udienza Generale del 12 marzo 2008; Discorso del 15 marzo 2008; Udienza Generale del 14 maggio 2008; Udienza Generale del 2 luglio 2008; Udienza Generale del 19 novembre 2008.
(7) se ne fece in certo modo custode e promotrice, sia in ambito teologico e liturgico, sia in quello della formazione e della trasmissione del sapere.
(8) Anche ai nostri tempi, la conoscenza della lingua e della cultura latina risulta quanto mai necessaria
(9) Il Papa in questo passo fa riferimento al Concilio Vaticano II, il quale nel decreto Optatam totius (al n.13) affermava che gli alunni dei seminari “linguae latinae cognitionem acquirant, qua tot scientiarum fontes et Ecclesiae documenta intelligere atque adhibere possint.” (devono acquistare quella conoscenza della lingua latina che è necessaria per comprendere e utilizzare le fonti di tante scienze e i documenti della Chiesa), come anche che “Studium linguae liturgicae unicuique ritui propriae necessarium habeatur” (È da considerarsi necessario altresì lo studio della lingua liturgica propria di ciascun rito) – e la lingua propria del rito latino è, manco a dirlo, quella latina – e pure che “cognitio vero congrua linguarum Sacrae Scripturae et Traditionis valde foveatur.” (si promuova molto una congrua conoscenza delle lingue della sacra Scrittura e della tradizione.) – e ci risulta difficile pensare ad una lingua più tradizionale, per la Chiesa di Roma, dell’idioma ciceroniano.
E pensare che forse qualcuno propinava l’idea bislacca che il Vaticano II avesse voluto seppellire il latino…
(10) humanarum litterarum extenuatis studiis
(11) periculum adest levioris linguae Latinae cognitionis
(12) si riscontra un rinnovato interesse per la cultura e la lingua latina
(13) Cfr. “Latina Lingua”, 3.
(14) Appare perciò urgente sostenere l’impegno per una maggiore conoscenza e un più competente uso della lingua latina, tanto nell’ambito ecclesiale, quanto nel più vasto mondo della cultura.
(15) consentaneum prorsus est docendi rationes adhibere aptas ad novas condiciones
(16) provehere item necessitudines inter Academicas institutiones et inquisitores
(17) Il Papa, con modestia, parla di contributo: è consapevole che da sola quest’iniziativa non sarà una panacea di tutti i mali. Per questo, non è forse eccessivo sperare che, come in campo liturgico l’opera di Benedetto XVI ha dato il là alla formazione e sviluppo di un nuovo movimento liturgico, così in questo campo l’impulso del successore di Pietro e della Santa Sede possa aiutare a formare un nuovo movimento culturale di riscoperta della lingua latina.
(18) Del resto, i dibattiti conciliari al Vaticano II (1962-1965) non si tennero forse massimamente in latino? Forse che qualcuno ritiene che quei prelati facessero solo teatro in san Pietro? No di certo: ci si capiva e ci si ascoltava (magari con maggiori o minori difficoltà) e in quel modo lavoravano.
(19) Cfr. “Latina Lingua”, 4: “Decessorum Nostrorum semitas calcantes” (percorrendo le orme dei Nostri Predecessori).
(20) [Gli alunni dei seminari] conoscano bene la lingua latina

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Vogliate aggiungere alle nostre pure le vostre pressanti preghiere, affinché il Concilio Ecumenico, riunito presso il sepolcro di Pietro, brilli come stella scintillante d’unità per l’umana società; esponga vigorosamente la verità e la forza del Vangelo; annunci i tesori della Santa Chiesa; tutto ciò per diffondere il regno di Cristo, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. E soprattutto preghiamo insieme assiduamente il Principe della Pace, affinché la Sua pace, che supera ogni pensiero, custodisca i cuori e i pensieri degli uomini e distolga tutti i pericoli che minacciano la pace, i quali provocheranno solamente indicibili lacrime e rovine, a meno che non siano attentamente evitati con somma prudenza. (beato Giovanni XXIII, dal Messaggio ai Padri conciliari, 28 ottobre 1962)

[Vestras quoque instantissimas preces Nostris coniungere velitis, ut Oecumenicum Concilium, apud Petri sepulcrum collectum, humanae societati micantissimum unitatis sidus praeluceat, Evangelii veritatem virtutemque fortiter proponat, Ecclesiae Sanctae thesauros pandat, ad Christi regnum diffundendum, regnum sanctitatis et gratiae, regnum iustitiae, amoris et pacis. Ac praesertim una simul Principem Pacis enixe rogemus, ut eius pax, quae exsuperat omnem sensum, hominum corda et intelligentias custodiat, atque quaecumque pacis pericula avertat, quae, nisi summa prudentia sedulo praecaveantur, inenarrabiles tantum lacrimas ruinasque sint paritura.]

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