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Posts Tagged ‘giovanni paolo ii’

Per la prima parte, vedere qui.

Arriva poi il 1978. Il 6 agosto, festa della Trasfigurazione, si chiude la scena terrena del pontificato di Paolo VI. Viene chiamato a succedergli il card. Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I. 33 giorni di Pontificato, il suo, ma riesce – pur in questo brevissimo lasso di tempo – a fare anche lui un accenno alla tematica che stiamo trattando. Il 1° settembre, infatti, nel discorso ai membri della stampa internazionale, fa riferimento allo “spirito delle indicazioni del Decreto Conciliare «Inter Mirifica»“. Anche lui, quindi, si assesta sulla linea di Paolo VI: il Vaticano II – e quindi i suoi documenti – hanno uno spirito che li forma e che bisogna tenere in considerazione.
In ottobre, gli succede il Papa polacco, Giovanni Paolo II. E il nuovo Pontefice non perde tempo: sei giorni dopo l’elezione subito afferma che “desideriamo confermarvi la nostra ferma volontà di proseguire sulla via dell’unità nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai rappresentanti delle Chiese non cattoliche del 22 ottobre 1978). Un decennio dopo la connessione con l’ecumenismo ritorna, perché il Papa loda la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “Ciò corrisponde allo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Udienza Generale del 18 gennaio 1989). Ma torniamo indietro, al 1979: il Sommo Pontefice fa’ riferimento a “un’importante tappa sulla strada della collegialità, nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai cardinali, 9 novembre 1979). E non manca di sottolineare la dimensione aperta verso il futuro di questo spirito: “la sfida del futuro, la cui direzione viene tracciata mediante la dottrina e lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso alla partenza dalla Germania, 19 novembre 1980). Scrivendo ai vescovi olandesi, ne rileva il “lavoro di rinnovamento della Chiesa secondo lo spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II” (cfr. Lettera ai vescovi olandesi, 2 febbraio 1981). Ma non lo si rivolge solo a loro, anche ai tedeschi: desidera infatti “incoraggiare i pastori e fedeli tedeschi nel loro impegno pastorale secondo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 10 agosto 1980). Molto importante il pensiero di conciliazione ecclesiale tra le diverse sensibilità che il Papa pronuncia nell’omelia del 15 giugno 1984: “Rispettiamoci l’un l’altro: gli studiosi e i maestri di fede nei confronti del sentimento e della religiosità del semplice fedele, colui che è fortemente legato alla tradizione nei confronti di coloro che si sforzano per un rinnovamento autentico della vita religiosa ed ecclesiastica nello spirito del Concilio Vaticano II“.
Come Paolo VI, anche Giovanni Paolo II nota che le riforme post-conciliari si rifanno allo spirito del Concilio: “il nuovo Codice di diritto canonico incarna le direttive e l’autentico spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Lettera a mons. Plourde, 10 agosto 1984). Anche la liturgia è coinvolta: “Rinnovo questo invito a proseguire attivamente l’opera di riforma liturgica nello spirito del Concilio ecumenico” (cfr. Discorso ai vescovi caldei, 14 febbraio 1986). Ma gli abusi in nome del Concilio sono da rigettare: “Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l’autentico spirito del Concilio” (cfr. Lettera Apostolica Spiritus et Sponsa, 15, del 4 dicembre 2003).
Ma questo spirito viene proposto all’attenzione anche dei fedeli: “particolare manifestazione della collegialità dei vescovi, fa pure riferimento alla primitiva tradizione della visita apostolica e mette in evidenza l’unità e la cattolicità della Chiesa. Si può dire che in ciò si rispecchia lo spirito del Concilio Vaticano II, in particolare la sua ecclesiologia.” (cfr. Udienza Generale del 13 febbraio 1985). E da esso non ci si può allontanare, anzi: il Papa parla di “fedeltà allo spirito del Vaticano II” (cfr. Discorso del 20 settembre 1985). Eppure ci sono cattive interpretazioni: “Un esame obiettivo della situazione nel suo insieme attesta che le difficoltà maggiori e certe polarizzazioni riguardanti sia la dottrina che l’applicazione dei documenti conciliari sono derivate da visioni parziali, da interpretazioni frammentarie ed equivoche, spesso contrarie allo spirito del Concilio e disattente alle precisazioni che il magistero ecclesiale è andato puntualmente offrendo.” (cfr. Angelus del 15 febbraio 1987). Ci sono quasi dei pirati che hanno rapito e sfruttato il Vaticano II a loro favore: “Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio.” (cfr. Lettera al card. Ratzinger, 8 aprile 1988).
Concludiamo questa breve rassegna – non certo esaustiva, come del resto tutto questo scritto – col far riferimento al fatto che anche Papa Wojtyla fece riferimento allo spirito del Concilio di Trento: parlando in sloveno, all’Udienza Generale del 10 settembre 1997, loda il vescovo Tomaz Hren: “Nello spirito del Concilio di Trento si è impegnato per la formazione ed educazione del clero come pure nella liturgia, favorendo il canto liturgico e le devozioni popolari.” (cfr. Udienza Generale del 10 settembre 1997).

GiovanniPaoloII

Il 2 aprile 2005 si chiude l’avventura terrena di Giovanni Paolo II. Gli succede Benedetto XVI, che imposta in modo particolare il suo insegnamento sul tema del Concilio e della sua interpretazione. Già da cardinale aveva avuto modo di parlare in merito e, facendo riferimento allo spirito del Concilio, aveva avuto modo di denunciare che al vero Concilio “già durante le sedute e poi via via sempre di più nel periodo successivo si contrappose un sedicente ‘spirito del Concilio’ che in realtà ne è un vero ‘anti-spirito’. Secondo questo pernicioso anti-spirito – Konzils-Ungeist per dirlo in tedesco – tutto ciò che è ‘nuovo’ (o presunto tale: quante antiche eresie sono riapparse in questi anni, presentate come novità!) sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che c’è stato o c’è. E’ l’anti-spirito secondo il quale la storia della Chiesa sarebbe da far cominciare dal Vaticano II, visto come una specie di punto zero” (cfr. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI,Rapporto sulla fede, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005 (ed. or. 1985), p. 33). Da Pontefice non tarderà a ribadirlo: “L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità.” (cfr. Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005). E ancora, pochi anni più tardi: “Come ho avuto modo di chiarire nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre del 2005, una corrente interpretativa, appellandosi ad un presunto «spirito del Concilio», ha inteso stabilire una discontinuità e addirittura una contrapposizione tra la Chiesa prima e la Chiesa dopo il Concilio, travalicando a volte gli stessi confini oggettivamente esistenti tra il ministero gerarchico e le responsabilità dei laici nella Chiesa.” (cfr. Discorso del 26 maggio 2009).
Dunque Papa Benedetto rompe coi suoi predecessori e condanna lo spirito del Concilio? Proprio no. Ciò che egli vuol dire è che esiste un falso spirito, un anti-spirito, che vorrebbe fregiarsi d’essere il vero spirito del Vaticano II, ma che ne è in realtà una distorsione. Va’ rifiutato e condannato, dice il Papa. Ma esiste anche uno spirito buono, vero, che già i suoi predecessori avevano messo in luce e che anche lui non dimentica. Qualche esempio: nel 2007 ricorda che “dobbiamo sempre e di nuovo con il Concilio e nello spirito del Concilio, interiorizzando la sua visione, imparare la Parola di Dio.” (cfr. Discorso del 22 febbraio 2007); pochi mesi dopo afferma che esiste una “timida, umile ricerca di realizzare il vero spirito del Concilio.” (cfr. Discorso al clero del 24 luglio 2007). Anche parlando ai fedeli aveva auspicato che “la Vergine Maria [...] aiuti tutti i credenti in Cristo a tenere sempre vivo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 30 ottobre 2005). Spirito che si concretizza anche in chiave ecumenica: “Ho potuto anche ricordare ai cristiani della regione la loro responsabilità interreligiosa ed ecumenica, in sintonia con lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso del 25 giugno 2009). E’ uno sprone per il futuro: “c’è ancora molto da fare per arrivare ad una lettura veramente nello spirito del Concilio” (cfr. Discorso al clero romano, 14 febbraio 2013).
E concludiamo la breve disamina del pensiero di Benedetto XVI notando che anche lui parla dello spirito tridentino, ricordando san Carlo Borromeo, il quale promosse “la riforma della Chiesa secondo lo spirito del Concilio di Trento” (cfr. Discorso all’ambasciata d’Italia, 13 dicembre 2008).
Papa Francesco, a quanto consta, non si è ancora espresso sul tema, ma non dubitiamo che si porrà nella linea tracciata dai suoi venerati predecessori.
A conclusione di questo brevissimo studio, è forse utile trarre una piccola conclusione.
Anzitutto, bisogna considerare che c’è identità e continuità nel pensiero di tutti i Pontefici post-conciliari: c’è chi magari pone un accento più qui che là, ma la sostanza non cambia ed è identica nell’insegnamento di ognuno di essi.
E qual è questa sostanza? Esistono due spiriti del Concilio: uno spirito vero, bello, autentico, reale del Vaticano II, che viene proposto all’attenzione dei fedeli e che può dare grande spinta rinnovatrice (riforma nella continuità) alla Chiesa. Al contempo, esiste un falso spirito, cattivo, distorto, un anti-spirito, che si richiama strumentalmente al Vaticano II ma in realtà non gli è fedele: da questo bisogna guardarsi e non farlo proprio.
Anche in questo campo, quindi, come in tanti altri, si tratta di vagliare tutto e mantenere ciò che vale (1 Ts 5,21), fedeli alla Madre Chiesa, al Vaticano II, alla Sacra Scrittura e alla Sacra Tradizione.

© Mazur/catholicnews.org.uk

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FINE SECONDA PARTE. CONCLUSIONE DELL’ARTICOLO.

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Qualche giorno fa abbiamo dato notizia degli apprezzamenti – per alcuni inaspettati – rivolti da papa Francesco al Concilio di Trento, che – volente o nolente – è diventato simbolo di arretratezza, oscurità, eccessiva dogmaticità. Tutte queste accuse sono assurde e provengono da una lettura distorta di quel grande evento. Ma non pretendiamo che i lettori ci credano sulla parola. Per questo proponiamo, oltre alle parole del regnante Sommo Pontefice, quelle di tanti suoi predecessori, che a una voce sola lodano il Tridentino.

“Fate del seminario la delizia del vostro cuore, e per il suo giovamento non omettete nulla di ciò che è stato provvidenzialmente stabilito dal Concilio Tridentino.” (san Pio X, enc. E supremi, 1903)
“Ma Iddio, sollecito anzitutto dell’onore della sua Sposa, la Chiesa, volendo mostrare che non era abbreviata la sua mano salvifica, che non erano esauriti nella sua Chiesa i tesori della verità e della santità, del secolo della riforma fa il secolo del Concilio di Trento” (Pio XI, omelia, 4 giugno 1922)
“Ed effettivamente, quando giudicò che i tempi fossero maturi, [Dio] venne in suo aiuto in modo meraviglioso con la celebrazione del Concilio di Trento.” (Pio XI, lettera Meditantibus nobis, 1922)
“Chi ha fatto un così mirabile cambiamento? La storia lo attribuisce al lavoro potente di riforma ecclesiastica, in modo particolare ai decreti del Concilio di Trento.” (Pio XII, discorso, 17 gennaio 1943)
“Il Concilio di Trento, nelle cui sessioni passò sensibilissima la esigenza di un perfetto adeguamento del sacerdote ai suoi altissimi doveri” (beato Giovanni XXIII, esortazione apostolica A quarantacinque anni, 21 aprile 1959)
“il più copioso e ricco di benefici perduranti sino a noi, il Tridentino” (beato Giovanni XXIII, discorso, 24 gennaio 1960)
“benefico irradiamento del Concilio di Trento” (beato Giovanni XXIII, discorso, 28 febbraio 1960)
“leggi sapientissime del Concilio Tridentino” (beato Giovanni XXIII, discorso, 26 maggio 1960)
“scia di intenso rinnovamento spirituale, apertasi dal Concilio di Trento” (beato Giovanni XXIII, discorso, 16 giugno 1960)
“Il Tridentino segnò la ripresa del fervore apostolico e della ricostruzione coraggiosa e imponente là dove era passato l’uragano. I Padri avevano studiato, discusso, elaborato le costituzioni con infinita pazienza e costanza. Ostacoli d’ogni genere, inframmettenze laicali, ritardi talora inesplicabili: tutto fu superato dalla sicurezza che infiammò la Chiesa di Cristo di non doversi arrendere a patto alcuno con chi voleva menomare il sacro patrimonio della Rivelazione.” (beato Giovanni XXIII, discorso, 30 aprile 1961)
“lungimirante sapienza dei Padri del Concilio Tridentino” (beato Giovanni XXIII, discorso, 29 luglio 1961)
“il Concilio Tridentino — senza dubbio tra i più importanti celebrati sin qui” (beato Giovanni XXIII, discorso, 4 novembre 1962)
“conclusione del Concilio Tridentino, da cui venne alla Santa Chiesa tanto beneficio, anche per le età successive.” (beato Giovanni XXIII, discorso, 23 dicembre 1962)
“il Concilio di Trento ha superato i precedenti Concili nell’arricchire splendidamente gli annali della Chiesa, della civiltà, degli studi, dell’autentico benessere nel mondo intero.” (Paolo VI, udienza generale, 4 dicembre 1963)
Paolo VI ha dedicato al Concilio di Trento un’intera omelia (8 marzo 1964)
“un gran Concilio, quello di Trento, dottrinale e riformatore” (beato Giovanni Paolo, lettera apostolica Maestro della Fede, 14 dicembre 1990)
“Il Concilio di Trento, interprete della tradizione cristiana” (beato Giovanni Paolo, udienza generale, 25 marzo 1992)
Il beato Giovanni Paolo II ha dedicato al Concilio di Trento un’intero discorso (30 aprile 1995)
“Come forti sono queste montagne così forte è la fede che ci ha lasciato il Concilio di Trento nel suo Magistero. E noi tutti siamo debitori verso questo evento storico. La nostra fede è costruita su questo Magistero indimenticabile del Concilio di Trento.” (beato Giovanni Paolo II, Regina Coeli, 30 aprile 1995)
“Basti pensare, ad esempio, al Concilio di Trento, dal quale ci separano circa quattro secoli e mezzo. Tra le ragioni per cui quel Concilio ha avuto un enorme influsso innovatore nel cammino del Popolo di Dio” (beato Giovanni Paolo II, omelia, 27 ottobre 2001)
“[Trento fu] nuova attualizzazione e una rivitalizzazione della […] dottrina” (Benedetto XVI, discorso, 31 agosto 2006)
“la grande riforma spirituale promossa dal Concilio di Trento.” (Benedetto XVI, udienza generale, 23 marzo 2011)
“dobbiamo nominare il Concilio di Trento, nel XVI secolo, che ha chiarito punti essenziali della dottrina cattolica di fronte alla Riforma protestante” (Benedetto XVI, udienza generale, 10 ottobre 2012)

 

Concilio_Trento

 

 

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Così, nella consacrazione del pane e del vino, il sacrificio redentore è reso presente. Con la mediazione del sacerdote, Cristo si offre in modo misterioso, presentando al Padre il dono della propria vita, fatto a suo tempo sulla Croce. Nell’Eucaristia non c’è solo un ricordo del sacrificio offerto una volta per tutte sul Calvario. Quel sacrificio ritorna attuale rinnovandosi sacramentalmente in ogni comunità che lo offre per mano del Ministro consacrato. (beato Giovanni Paolo II, dall’Udienza Generale del 1° giugno 1983)

GiovanniPaoloIIEucarestia

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Siri

20 maggio 1906: a Genova (parrocchia dell’Immacolata) nasceva Giuseppe Siri, figlio di Nicolò e Giulia Bellavista.

Saluto il signor Cardinale Giuseppe Siri, vostro amato Arcivescovo, al quale desidero rinnovare la espressione della mia stima per la sua opera pastorale, per lo zelo che egli ha sempre manifestato di fronte ai problemi teologici e sociali del nostro tempo, affermando con vigore e chiarezza il primato della verità e facendo conoscere che la strada del vero bene sociale passa per Cristo. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso ai fedeli della diocesi di Genova, 16 maggio 1987)

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[...] è il mese di maggio, il mese della Madonna: alla luce di Maria noi comprendiamo meglio la profondità della riconciliazione che Cristo ha attuato fra noi e Dio. L’amore della Madre di Gesù, manifestandosi verso ciascuno di noi, ci apporta il segno della benevolenza e della tenerezza del Padre. Tale amore inoltre ci aiuta a meglio comprendere che la riconciliazione concerne anche i rapporti degli uomini tra loro, poiché essendo madre della Chiesa, Maria è madre dell’unità e s’impegna a favorire tutto quello che unisce i suoi figli, tutto quello che li avvicina. (beato Giovanni Paolo II, dall’Udienza Generale del 18 maggio 1983)

Madonna

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Ogni uomo ha diritto alla vita. Questo diritto spetta sia al bambino non ancora nato, fin dal momento del concepimento, come al bambino già nato, sia agli anziani e ai malati come ai sani. Anche a voi, uomini politici, come ho già detto ai vostri Vescovi che vi hanno preceduto nella visita alcune settimane fa, dico: “Fate tutto il possibile per risvegliare le coscienze degli uomini e salvare la vita dei bambini non ancora nati. Con questa difesa del diritto alla vita per tutti gli esseri umani, all’inizio e alla fine del loro cammino terreno, si dimostra la credibilità della speranza che per tutti [...] c’è sempre una possibilità di vita”. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 30 aprile 1988 ad un gruppo di deputati tedeschi)

GiovanniPaoloII.1980

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Oggi come sempre, le domande di comunione ecclesiale richiedono una grande condivisione di doni all’interno della Chiesa. Tale condivisione, sia che la natura dei doni sia in modo predominante materiale o spirituale, è un segno delle grazie abbondanti che rianimano e unificano le membra del corpo di Cristo ed è una sorgente di arricchimento spirituale nel ricevere come nel donare. Nell’unità della Chiesa, tutti i cristiani sono chiamati, come membra l’uno dell’altro, a servirsi reciprocamente secondo i doni concessi ad ognuno. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 27 aprile 1993)

GiovanniPaoloII.1979

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Come i nostri venticinque lettori ricorderanno, in passato abbiamo segnalato su questo blog il pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (qui e qui), iniziativa che, tra gli altri scopi, aveva anche quello di mostrare a Benedetto XVI la vicinanza del popolo dei fedeli che si sentono attratti dalla forma straordinaria del rito romano.
Purtroppo vi sono state, anche in questo caso, divisioni e polemiche. Peccato senz’altro, ma non ci occuperemo, qui, di queste. Preferiamo invece fornire ai nostri lettori un testo che parla dell’iniziativa, la quale he ha impegnato e allietato tanti fedeli. Ringraziamo di queste parole l’autore Emanuele Borserini, seminarista dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, istituto che s’è reso benemerito verso il Papa, la Chiesa e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Cogliamo pure l’occasione per augurare all’Opus un fecondo cammino ecclesiale, ricco di carità e di buoni frutti.

I pellegrini verso San Pietro (© foto: Rinascimento Sacro)

Sabato 3 novembre scorso si è tenuto a Roma il pellegrinaggio internazionale “Una cum Papa nostro” con il quale molti fedeli a vario titolo legati alla forma straordinaria del rito romano hanno voluto rendere grazie a Papa Benedetto per la sua lettera motu proprio data “Summorum pontificum” del 2007. Con questo documento il Papa ha chiarito una volta per tutte quale sia la posizione canonica e pastorale di questa forma celebrativa: essa rappresenta una delle due forme in cui si esprime il rito romano, il quale a sua volta è solo uno dei numerosi riti con cui la Chiesa universale celebra la liturgia; il termine “straordinaria” dichiara che, pur non essendo la forma più comune di celebrazione, essa ha comunque pari dignità e liceità di quella ordinaria. In seguito alla riforma liturgica del 1970, si è verificata una grande confusione nelle coscienze dei cristiani, fin anche dei sacerdoti e dei vescovi, ma finalmente il Papa ha chiarito che i libri liturgici precedenti ad essa non sono mai stati aboliti e, anzi, invita a conoscerli e diffonderne l’utilizzo. Ovviamente, il documento pontificio non è apparso nell’orizzonte della Chiesa senza un lungo cammino, spesso anche doloroso, che risale fino ad un altro motu proprio, “Ecclesia Dei”, del predecessore, il Beato Giovanni Paolo II. Proprio su questa linea si pone la bellissima intervista che il celebrante, il card. Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha rilasciato nei giorni precedenti al pellegrinaggio.

In San Pietro! (© foto: Rinascimento Sacro)

Sembra curioso, ma in considerazione dei numerosi e gravi pregiudizi che ancora incombono su questo aspetto della vita ecclesiale, spesso confermati e quasi goduti dagli stessi fedeli che lo seguono, è significativo che egli abbia definito “normale” la celebrazione della forma straordinaria del rito romano: “Ho accettato perché è un modo per far comprendere che è normale l’uso del messale del 1962: esistono due forme dello stesso rito, ma è lo stesso rito e dunque è normale usarlo nella celebrazione”. E aggiunge: “mi sembra che a cinque anni di distanza si possa meglio comprendere come non si tratti soltanto di alcuni fedeli che vivono nella nostalgia del latino, ma che si tratti di approfondire il senso della liturgia”. Ed effettivamente lo scopo della convivenza di due forme diverse dello stesso rito nella Chiesa, lungi dall’essere un cedimento alla mentalità dialettica e alla contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti, categorie definitivamente superate dal Magistero, è piuttosto quello di aiutare i fedeli ad approfondire l’importanza sempre più decisiva di una liturgia che veicoli sempre di più e sempre meglio il desiderio di Dio che è quello di parlare al cuore dell’uomo per condurlo al suo amore e così salvarlo dalla morte. Compito della Chiesa è favorire e edificare secondo verità questo rapporto personale di ognuno con Dio ed ecco la sua responsabilità in campo liturgico. È per questo sciocco perseverare con qualsivoglia polemica sull’argomento perché solo la sapienza divina della Chiesa ha il diritto e il dovere di indicare la strada per raggiungere questa unione. Allora, con i pellegrini che si sono recati a Roma per questa bella occasione, ringraziamo il Pastore universale e rinnoviamo la nostra fede e devozione nella Chiesa nostra madre. Rinnovamento a cui ci chiama in qualche modo anche l’Anno della Fede che lo stesso Papa ha indetto e che stiamo vivendo.

A destra il celebrante, il card. Canizares (© foto: Rinascimento Sacro)

Dopo due giorni di celebrazioni pontificali presiedute da vari Eccellentissimi Vescovi nella parrocchia personale della Santissima Trinità dei pellegrini a Roma, il pellegrinaggio è culminato con la Santa Messa pontificale celebrata dal Card. Antonio Canizares Llovera, all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Considerevole è stata la partecipazione dei fedeli i quali hanno riempito completamente i posti disponibili nell’abside della grande basilica, numerosissimi i sacerdoti e seminaristi che hanno assistito coralmente tra cui alcuni prelati della Curia Romana. Anche don Pietro Cantoni, moderatore generale della fraternità sacerdotale “Opus Marie Matris Ecclesiae” con una rappresentanza della sezione “Beato John Henry Newman” del Seminario Vescovile Maggiore di Massa Carrara – Pontremoli ed alcuni giovani della diocesi ha preso parte al pellegrinaggio. Lo stesso don Cantoni ha guidato la recita dell’Angelus alle ore 12 nella chiesa parrocchiale di San Salvatore in Lauro, dalla quale, dopo l’adorazione eucaristica, si è snodata la processione verso la basilica di San Pietro. Giunti in basilica, egli ha dato lettura in lingua italiana del messaggio ai pellegrini inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, il Card. Tarcisio Bertone.

Emanuele Borserini

Un momento della solenne Liturgia (© foto: Rinascimento Sacro)

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Ieri la Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato un nuovo Motu Proprio del Santo Padre Benedetto XVI, dal titolo Latina Lingua e dedicato alla promozione della lingua latina. Trovate il testo completo qui (in latino) e qui (in italiano).
Si tratta di un obiettivo nobilissimo e che questo blog modestamente sostiene.
Ma, prima di qualsiasi commento o impressioni, passiamo ad esaminare quanto scritto dal Papa.
Egli inizia subito (n.1) col riconoscere l’importante appoggio che la Chiesa e i Papi hanno dato al latino: “Latina Lingua permagni ab Ecclesia Catholica Romanisque Pontificibus usque est aestimata” (1); ma essi non si sono limitati a questo, ma ne hanno pure promosso la conoscenza e la diffusione (2) “cum Evangelii nuntium in universum orbem transmittere valeret” (3). Dicendo questo, papa Ratzinger non manca di far riferimento alla Costituzione Apostolica Veterum Sapientia del suo beato predecessore Giovanni XXIII che, lungi dall’essere quel rivoluzionario che alcuni presumono, desiderava in realtà conservare pienamente i sacri tesori della tradizione ecclesiale.


Ma torniamo alle parole di Benedetto. Dopo aver lodato la lingua latina, il Papa precisa giustamente che “a Pentecoste omnibus hominum linguis locuta et precata est Ecclesia” (4), ma la Chiesa dei primi secoli usò comunque in maniera ampia la lingua greca e quella latina. Ci fu quindi quel felice incontro tra la Parola di Cristo e l’eredità della cultura ellenistico-romana (5), tema che il Santo Padre ha già trattato in passato (6) e che sembra stargli decisamente a cuore.
Il Sommo Pontefice prosegue poi affermando che anche dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente (il celebre 476 d.C.) la Chiesa romana continuò ad usare la lingua latina. Non solo, ma “quodammodo custos eiusdem et fautrix fuit, sive in Theologiae ac Liturgiae, sive in institutionis et scientiae transmittendae provincia.” (7).
Questo per quanto riguarda il passato. Ma oggi? Qualcuno potrebbe dire: sì, d’accordo, allora andava bene, ma oggi non serve, è roba da tradizionalisti, bisogna lasciar perdere certe anticaglie. Il Papa non è certo di quest’idea, tanto che afferma come “Nostris quoque temporibus Latinae linguae et cultus cognitio perquam est necessaria” (8) per lo studio delle fonti e di numerose discipline ecclesiastiche (9). Però, risconosce Benedetto XVI, la cultura di oggi è affetta da un generalizzato affievolimento degli studi umanistici (10) ed esiste il pericolo (il Papa lo chiama proprio così: pericolo) di una conoscenza sempre più superficiale della lingua latina (11). Certo, prosegue, ci sono anche iniziative che fanno ben sperare: “renovatum culturae et linguae Latinae studium invenitur” (12), anche in luoghi inaspettati e riguarda pure giovani e studiosi provenienti da Nazioni e tradizioni assai diverse (13).
Da queste premesse il Papa trae una conclusione: “Quapropter necessitas instare videtur ut linguae Latinae altius cognoscendae eiusque congruenter utendae fulciatur cura, sive in ecclesiali sive in patentiore cultus campo.” (14) Per fare ciò, è opportuno adottare metodi didattici adeguati alle nuove condizioni (15) e promuovere una rete di rapporti tra Istituzioni e studiosi (16). Quindi, al fine di contribuire a raggiungere tali scopi (17), Benedetto XVI istituisce la “Pontificia Academia Latinitatis”, in dipendenza – com’è naturale – del Pontificio Consiglio della Cultura. Essa succede e continua l’opera della fondazione “Latinitas”, che Paolo VI aveva costituito nel 1976 e che quindi termina i suoi lavori.
E’ stato anche reso pubblico lo Statuto di questa nuova istituzione. Alcuni passaggi meritano d’essere sottolineati. All’art. 2 comma 1, per esempio, si rende conto che l’Accademia si interesserà di lingua e letteratura latina non solamente classica, ma pure patristica, medievale ed umanistica. Questo ci sembra quanto mai opportuno, perché non si deve pensare al latino confinandolo solamente a quello classico (che certamente rappresenta una vetta straordinaria), ma è necessario allargare lo sguardo alla grande parabola di quella lingua, il cui uso è continuato per secoli e secoli fino ai giorni nostri e proseguirà ancora, a Dio piacendo. Anche queste altre epoche, quindi, meritano quel rispetto e quell’attenzione, di cui forse non sempre sono state considerate degne.
Inoltre, s’afferma che si vuol promuove l’uso del latino sia nello scritto che nel parlato: e questo è uno stimolo in più poiché, se è evidente che non si è interessati a creare teatrini artificiosi di uso del latino, nondimeno si è convinti che questa lingua non è solo fissata sulla carta – in un certo modo, potremmo dire “muta”, non più udibile – ma può ancora risuonare da persona a persona (18), servire come mezzo di comunicazione parlata.

Cantando e suonando carmi in latino ed in greco
(© foto: http://vivariumnovum.net)

Proseguiamo con un’altra segnalazione: al comma 2 dell’art. 2, sono elencati alcune metodologie per raggiungere gli scopi dell’accademia. Si tratta di pubblicazioni, incontri, convegni di studio, rappresentazioni artistiche, corsi, seminari, uso dei moderni mezzi di comunicazione, attività espositive, mostre, concorsi ed altro ancora. Insomma, le possibilità sono tante: speriamo vivamente che si saprà dar vita a tante e valide iniziative.
Con questo motu proprio, Benedetto XVI si pone senz’altro nel solco dei suoi predecessori, come egli stesso rileva (19). Vediamo, in conclusione, di approfondire brevemente quest’aspetto, fornendo qualche citazione – com’è consuetudine su Continuitas – a comprova di ciò:

“[Alumni seminariorum] linguam latinam bene calleant” (20)(Codice di diritto canonico, dal can. 249)
“Dedicatevi con passione e promuovete con meditate decisioni la lingua latina, insigne per la maestà e la concisione romana, adatta per così dire a scolpire il vero e il giusto, e che conduce a un pensiero acuto e logico.” (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 26 novembre 1979)
“Abbiamo voluto iniziare questa nostra omelia in latino, perché – come è noto – esso è la lingua ufficiale della Chiesa, della quale, in maniera palmare ed efficace, la universalità e la unità.” (Giovanni Paolo I, dall’Omelia del 3 settembre 1978)
“lingua latina – indubbiamente degna, non è cosa da poco, di essere custodita con cura, essendo nella Chiesa Latina sorgente fecondissima di cristiana civiltà e ricchissimo tesoro di pietà” (Paolo VI, dall’Epistola “Sacrificum Laudis”, 15 agosto 1966)
Del beato Giovanni XXIII rimandiamo alla Costituzione “Veterum Sapientia” (qui il testo latino), del 22 febbraio 1962, volta proprio a promuovere lo studio della lingua latina;
“Il latino! lingua antica, ma non già morta, del cui superbo eco, se da secoli sono muti i diruti anfiteatri, i famosi fori e i templi dei Cesari, non tacciono le basiliche di Cristo, dove i sacerdoti del Vangelo e gli eredi dei martiri ripetono e ricantano le salmodie e gl’inni dei primi secoli nella lingua riconsacrata dei Quiriti.” (Pio XXI, dal Discorso del 30 gennaio 1949)
“Coloro che non conoscono la lingua latina assai difficilmente possono attingere alle documentatissime fonti scritte dei Padri e dei Dottori della Chiesa, i quali nella maggior parte si sono serviti, nei loro scritti, della lingua latina, per esporre e difendere la sapienza cristiana. Abbiate perciò a cuore che i vostri chierici, i quali un giorno saranno i ministri della Chiesa, mettano tutto il loro impegno per apprendere e usare questa lingua.” (Pio XI, dalla Lettera Apostolica “Unigenitus Dei”, del 19 marzo 1924)


Note:
(1) La lingua latina è sempre stata tenuta in altissima considerazione dalla Chiesa Cattolica e dai Romani Pontefici.
(2) cognoscendam et diffundendam assidue curaverunt
(3) poiché era in grado di trasmettere in tutto il mondo l’annuncio del Vangelo
(4) sin dalla Pentecoste la Chiesa ha parlato e ha pregato in tutte le lingue degli uomini
(5) Cfr. “Latina Lingua”, 1.
(6) Cfr. ad es. Udienza Generale del 12 marzo 2008; Discorso del 15 marzo 2008; Udienza Generale del 14 maggio 2008; Udienza Generale del 2 luglio 2008; Udienza Generale del 19 novembre 2008.
(7) se ne fece in certo modo custode e promotrice, sia in ambito teologico e liturgico, sia in quello della formazione e della trasmissione del sapere.
(8) Anche ai nostri tempi, la conoscenza della lingua e della cultura latina risulta quanto mai necessaria
(9) Il Papa in questo passo fa riferimento al Concilio Vaticano II, il quale nel decreto Optatam totius (al n.13) affermava che gli alunni dei seminari “linguae latinae cognitionem acquirant, qua tot scientiarum fontes et Ecclesiae documenta intelligere atque adhibere possint.” (devono acquistare quella conoscenza della lingua latina che è necessaria per comprendere e utilizzare le fonti di tante scienze e i documenti della Chiesa), come anche che “Studium linguae liturgicae unicuique ritui propriae necessarium habeatur” (È da considerarsi necessario altresì lo studio della lingua liturgica propria di ciascun rito) – e la lingua propria del rito latino è, manco a dirlo, quella latina – e pure che “cognitio vero congrua linguarum Sacrae Scripturae et Traditionis valde foveatur.” (si promuova molto una congrua conoscenza delle lingue della sacra Scrittura e della tradizione.) – e ci risulta difficile pensare ad una lingua più tradizionale, per la Chiesa di Roma, dell’idioma ciceroniano.
E pensare che forse qualcuno propinava l’idea bislacca che il Vaticano II avesse voluto seppellire il latino…
(10) humanarum litterarum extenuatis studiis
(11) periculum adest levioris linguae Latinae cognitionis
(12) si riscontra un rinnovato interesse per la cultura e la lingua latina
(13) Cfr. “Latina Lingua”, 3.
(14) Appare perciò urgente sostenere l’impegno per una maggiore conoscenza e un più competente uso della lingua latina, tanto nell’ambito ecclesiale, quanto nel più vasto mondo della cultura.
(15) consentaneum prorsus est docendi rationes adhibere aptas ad novas condiciones
(16) provehere item necessitudines inter Academicas institutiones et inquisitores
(17) Il Papa, con modestia, parla di contributo: è consapevole che da sola quest’iniziativa non sarà una panacea di tutti i mali. Per questo, non è forse eccessivo sperare che, come in campo liturgico l’opera di Benedetto XVI ha dato il là alla formazione e sviluppo di un nuovo movimento liturgico, così in questo campo l’impulso del successore di Pietro e della Santa Sede possa aiutare a formare un nuovo movimento culturale di riscoperta della lingua latina.
(18) Del resto, i dibattiti conciliari al Vaticano II (1962-1965) non si tennero forse massimamente in latino? Forse che qualcuno ritiene che quei prelati facessero solo teatro in san Pietro? No di certo: ci si capiva e ci si ascoltava (magari con maggiori o minori difficoltà) e in quel modo lavoravano.
(19) Cfr. “Latina Lingua”, 4: “Decessorum Nostrorum semitas calcantes” (percorrendo le orme dei Nostri Predecessori).
(20) [Gli alunni dei seminari] conoscano bene la lingua latina

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Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di «progressismo». Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero.
La tendenza opposta, che di solito viene definita come «conservatorismo» oppure «integrismo» , si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestata proprio nell’opera del Vaticano II. Mentre la prima tendenza sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l’altra invece vede il giusto soltanto in ciò che è «antico» ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l’«antico» in quanto tale, né il «nuovo» per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia «dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Cf. Mt 13, 52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico. (Cf. Lumen gentium, 25). (beato Giovanni Paolo, dalla Lettera al cardinal Ratzinger, 8 aprile 1988)

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