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Siri

20 maggio 1906: a Genova (parrocchia dell’Immacolata) nasceva Giuseppe Siri, figlio di Nicolò e Giulia Bellavista.

Saluto il signor Cardinale Giuseppe Siri, vostro amato Arcivescovo, al quale desidero rinnovare la espressione della mia stima per la sua opera pastorale, per lo zelo che egli ha sempre manifestato di fronte ai problemi teologici e sociali del nostro tempo, affermando con vigore e chiarezza il primato della verità e facendo conoscere che la strada del vero bene sociale passa per Cristo. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso ai fedeli della diocesi di Genova, 16 maggio 1987)

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[...] è il mese di maggio, il mese della Madonna: alla luce di Maria noi comprendiamo meglio la profondità della riconciliazione che Cristo ha attuato fra noi e Dio. L’amore della Madre di Gesù, manifestandosi verso ciascuno di noi, ci apporta il segno della benevolenza e della tenerezza del Padre. Tale amore inoltre ci aiuta a meglio comprendere che la riconciliazione concerne anche i rapporti degli uomini tra loro, poiché essendo madre della Chiesa, Maria è madre dell’unità e s’impegna a favorire tutto quello che unisce i suoi figli, tutto quello che li avvicina. (beato Giovanni Paolo II, dall’Udienza Generale del 18 maggio 1983)

Madonna

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Ogni uomo ha diritto alla vita. Questo diritto spetta sia al bambino non ancora nato, fin dal momento del concepimento, come al bambino già nato, sia agli anziani e ai malati come ai sani. Anche a voi, uomini politici, come ho già detto ai vostri Vescovi che vi hanno preceduto nella visita alcune settimane fa, dico: “Fate tutto il possibile per risvegliare le coscienze degli uomini e salvare la vita dei bambini non ancora nati. Con questa difesa del diritto alla vita per tutti gli esseri umani, all’inizio e alla fine del loro cammino terreno, si dimostra la credibilità della speranza che per tutti [...] c’è sempre una possibilità di vita”. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 30 aprile 1988 ad un gruppo di deputati tedeschi)

GiovanniPaoloII.1980

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Oggi come sempre, le domande di comunione ecclesiale richiedono una grande condivisione di doni all’interno della Chiesa. Tale condivisione, sia che la natura dei doni sia in modo predominante materiale o spirituale, è un segno delle grazie abbondanti che rianimano e unificano le membra del corpo di Cristo ed è una sorgente di arricchimento spirituale nel ricevere come nel donare. Nell’unità della Chiesa, tutti i cristiani sono chiamati, come membra l’uno dell’altro, a servirsi reciprocamente secondo i doni concessi ad ognuno. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 27 aprile 1993)

GiovanniPaoloII.1979

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Come i nostri venticinque lettori ricorderanno, in passato abbiamo segnalato su questo blog il pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (qui e qui), iniziativa che, tra gli altri scopi, aveva anche quello di mostrare a Benedetto XVI la vicinanza del popolo dei fedeli che si sentono attratti dalla forma straordinaria del rito romano.
Purtroppo vi sono state, anche in questo caso, divisioni e polemiche. Peccato senz’altro, ma non ci occuperemo, qui, di queste. Preferiamo invece fornire ai nostri lettori un testo che parla dell’iniziativa, la quale he ha impegnato e allietato tanti fedeli. Ringraziamo di queste parole l’autore Emanuele Borserini, seminarista dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, istituto che s’è reso benemerito verso il Papa, la Chiesa e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Cogliamo pure l’occasione per augurare all’Opus un fecondo cammino ecclesiale, ricco di carità e di buoni frutti.

I pellegrini verso San Pietro (© foto: Rinascimento Sacro)

Sabato 3 novembre scorso si è tenuto a Roma il pellegrinaggio internazionale “Una cum Papa nostro” con il quale molti fedeli a vario titolo legati alla forma straordinaria del rito romano hanno voluto rendere grazie a Papa Benedetto per la sua lettera motu proprio data “Summorum pontificum” del 2007. Con questo documento il Papa ha chiarito una volta per tutte quale sia la posizione canonica e pastorale di questa forma celebrativa: essa rappresenta una delle due forme in cui si esprime il rito romano, il quale a sua volta è solo uno dei numerosi riti con cui la Chiesa universale celebra la liturgia; il termine “straordinaria” dichiara che, pur non essendo la forma più comune di celebrazione, essa ha comunque pari dignità e liceità di quella ordinaria. In seguito alla riforma liturgica del 1970, si è verificata una grande confusione nelle coscienze dei cristiani, fin anche dei sacerdoti e dei vescovi, ma finalmente il Papa ha chiarito che i libri liturgici precedenti ad essa non sono mai stati aboliti e, anzi, invita a conoscerli e diffonderne l’utilizzo. Ovviamente, il documento pontificio non è apparso nell’orizzonte della Chiesa senza un lungo cammino, spesso anche doloroso, che risale fino ad un altro motu proprio, “Ecclesia Dei”, del predecessore, il Beato Giovanni Paolo II. Proprio su questa linea si pone la bellissima intervista che il celebrante, il card. Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha rilasciato nei giorni precedenti al pellegrinaggio.

In San Pietro! (© foto: Rinascimento Sacro)

Sembra curioso, ma in considerazione dei numerosi e gravi pregiudizi che ancora incombono su questo aspetto della vita ecclesiale, spesso confermati e quasi goduti dagli stessi fedeli che lo seguono, è significativo che egli abbia definito “normale” la celebrazione della forma straordinaria del rito romano: “Ho accettato perché è un modo per far comprendere che è normale l’uso del messale del 1962: esistono due forme dello stesso rito, ma è lo stesso rito e dunque è normale usarlo nella celebrazione”. E aggiunge: “mi sembra che a cinque anni di distanza si possa meglio comprendere come non si tratti soltanto di alcuni fedeli che vivono nella nostalgia del latino, ma che si tratti di approfondire il senso della liturgia”. Ed effettivamente lo scopo della convivenza di due forme diverse dello stesso rito nella Chiesa, lungi dall’essere un cedimento alla mentalità dialettica e alla contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti, categorie definitivamente superate dal Magistero, è piuttosto quello di aiutare i fedeli ad approfondire l’importanza sempre più decisiva di una liturgia che veicoli sempre di più e sempre meglio il desiderio di Dio che è quello di parlare al cuore dell’uomo per condurlo al suo amore e così salvarlo dalla morte. Compito della Chiesa è favorire e edificare secondo verità questo rapporto personale di ognuno con Dio ed ecco la sua responsabilità in campo liturgico. È per questo sciocco perseverare con qualsivoglia polemica sull’argomento perché solo la sapienza divina della Chiesa ha il diritto e il dovere di indicare la strada per raggiungere questa unione. Allora, con i pellegrini che si sono recati a Roma per questa bella occasione, ringraziamo il Pastore universale e rinnoviamo la nostra fede e devozione nella Chiesa nostra madre. Rinnovamento a cui ci chiama in qualche modo anche l’Anno della Fede che lo stesso Papa ha indetto e che stiamo vivendo.

A destra il celebrante, il card. Canizares (© foto: Rinascimento Sacro)

Dopo due giorni di celebrazioni pontificali presiedute da vari Eccellentissimi Vescovi nella parrocchia personale della Santissima Trinità dei pellegrini a Roma, il pellegrinaggio è culminato con la Santa Messa pontificale celebrata dal Card. Antonio Canizares Llovera, all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Considerevole è stata la partecipazione dei fedeli i quali hanno riempito completamente i posti disponibili nell’abside della grande basilica, numerosissimi i sacerdoti e seminaristi che hanno assistito coralmente tra cui alcuni prelati della Curia Romana. Anche don Pietro Cantoni, moderatore generale della fraternità sacerdotale “Opus Marie Matris Ecclesiae” con una rappresentanza della sezione “Beato John Henry Newman” del Seminario Vescovile Maggiore di Massa Carrara – Pontremoli ed alcuni giovani della diocesi ha preso parte al pellegrinaggio. Lo stesso don Cantoni ha guidato la recita dell’Angelus alle ore 12 nella chiesa parrocchiale di San Salvatore in Lauro, dalla quale, dopo l’adorazione eucaristica, si è snodata la processione verso la basilica di San Pietro. Giunti in basilica, egli ha dato lettura in lingua italiana del messaggio ai pellegrini inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, il Card. Tarcisio Bertone.

Emanuele Borserini

Un momento della solenne Liturgia (© foto: Rinascimento Sacro)

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Ieri la Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato un nuovo Motu Proprio del Santo Padre Benedetto XVI, dal titolo Latina Lingua e dedicato alla promozione della lingua latina. Trovate il testo completo qui (in latino) e qui (in italiano).
Si tratta di un obiettivo nobilissimo e che questo blog modestamente sostiene.
Ma, prima di qualsiasi commento o impressioni, passiamo ad esaminare quanto scritto dal Papa.
Egli inizia subito (n.1) col riconoscere l’importante appoggio che la Chiesa e i Papi hanno dato al latino: “Latina Lingua permagni ab Ecclesia Catholica Romanisque Pontificibus usque est aestimata” (1); ma essi non si sono limitati a questo, ma ne hanno pure promosso la conoscenza e la diffusione (2) “cum Evangelii nuntium in universum orbem transmittere valeret” (3). Dicendo questo, papa Ratzinger non manca di far riferimento alla Costituzione Apostolica Veterum Sapientia del suo beato predecessore Giovanni XXIII che, lungi dall’essere quel rivoluzionario che alcuni presumono, desiderava in realtà conservare pienamente i sacri tesori della tradizione ecclesiale.


Ma torniamo alle parole di Benedetto. Dopo aver lodato la lingua latina, il Papa precisa giustamente che “a Pentecoste omnibus hominum linguis locuta et precata est Ecclesia” (4), ma la Chiesa dei primi secoli usò comunque in maniera ampia la lingua greca e quella latina. Ci fu quindi quel felice incontro tra la Parola di Cristo e l’eredità della cultura ellenistico-romana (5), tema che il Santo Padre ha già trattato in passato (6) e che sembra stargli decisamente a cuore.
Il Sommo Pontefice prosegue poi affermando che anche dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente (il celebre 476 d.C.) la Chiesa romana continuò ad usare la lingua latina. Non solo, ma “quodammodo custos eiusdem et fautrix fuit, sive in Theologiae ac Liturgiae, sive in institutionis et scientiae transmittendae provincia.” (7).
Questo per quanto riguarda il passato. Ma oggi? Qualcuno potrebbe dire: sì, d’accordo, allora andava bene, ma oggi non serve, è roba da tradizionalisti, bisogna lasciar perdere certe anticaglie. Il Papa non è certo di quest’idea, tanto che afferma come “Nostris quoque temporibus Latinae linguae et cultus cognitio perquam est necessaria” (8) per lo studio delle fonti e di numerose discipline ecclesiastiche (9). Però, risconosce Benedetto XVI, la cultura di oggi è affetta da un generalizzato affievolimento degli studi umanistici (10) ed esiste il pericolo (il Papa lo chiama proprio così: pericolo) di una conoscenza sempre più superficiale della lingua latina (11). Certo, prosegue, ci sono anche iniziative che fanno ben sperare: “renovatum culturae et linguae Latinae studium invenitur” (12), anche in luoghi inaspettati e riguarda pure giovani e studiosi provenienti da Nazioni e tradizioni assai diverse (13).
Da queste premesse il Papa trae una conclusione: “Quapropter necessitas instare videtur ut linguae Latinae altius cognoscendae eiusque congruenter utendae fulciatur cura, sive in ecclesiali sive in patentiore cultus campo.” (14) Per fare ciò, è opportuno adottare metodi didattici adeguati alle nuove condizioni (15) e promuovere una rete di rapporti tra Istituzioni e studiosi (16). Quindi, al fine di contribuire a raggiungere tali scopi (17), Benedetto XVI istituisce la “Pontificia Academia Latinitatis”, in dipendenza – com’è naturale – del Pontificio Consiglio della Cultura. Essa succede e continua l’opera della fondazione “Latinitas”, che Paolo VI aveva costituito nel 1976 e che quindi termina i suoi lavori.
E’ stato anche reso pubblico lo Statuto di questa nuova istituzione. Alcuni passaggi meritano d’essere sottolineati. All’art. 2 comma 1, per esempio, si rende conto che l’Accademia si interesserà di lingua e letteratura latina non solamente classica, ma pure patristica, medievale ed umanistica. Questo ci sembra quanto mai opportuno, perché non si deve pensare al latino confinandolo solamente a quello classico (che certamente rappresenta una vetta straordinaria), ma è necessario allargare lo sguardo alla grande parabola di quella lingua, il cui uso è continuato per secoli e secoli fino ai giorni nostri e proseguirà ancora, a Dio piacendo. Anche queste altre epoche, quindi, meritano quel rispetto e quell’attenzione, di cui forse non sempre sono state considerate degne.
Inoltre, s’afferma che si vuol promuove l’uso del latino sia nello scritto che nel parlato: e questo è uno stimolo in più poiché, se è evidente che non si è interessati a creare teatrini artificiosi di uso del latino, nondimeno si è convinti che questa lingua non è solo fissata sulla carta – in un certo modo, potremmo dire “muta”, non più udibile – ma può ancora risuonare da persona a persona (18), servire come mezzo di comunicazione parlata.

Cantando e suonando carmi in latino ed in greco
(© foto: http://vivariumnovum.net)

Proseguiamo con un’altra segnalazione: al comma 2 dell’art. 2, sono elencati alcune metodologie per raggiungere gli scopi dell’accademia. Si tratta di pubblicazioni, incontri, convegni di studio, rappresentazioni artistiche, corsi, seminari, uso dei moderni mezzi di comunicazione, attività espositive, mostre, concorsi ed altro ancora. Insomma, le possibilità sono tante: speriamo vivamente che si saprà dar vita a tante e valide iniziative.
Con questo motu proprio, Benedetto XVI si pone senz’altro nel solco dei suoi predecessori, come egli stesso rileva (19). Vediamo, in conclusione, di approfondire brevemente quest’aspetto, fornendo qualche citazione – com’è consuetudine su Continuitas – a comprova di ciò:

“[Alumni seminariorum] linguam latinam bene calleant” (20)(Codice di diritto canonico, dal can. 249)
“Dedicatevi con passione e promuovete con meditate decisioni la lingua latina, insigne per la maestà e la concisione romana, adatta per così dire a scolpire il vero e il giusto, e che conduce a un pensiero acuto e logico.” (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 26 novembre 1979)
“Abbiamo voluto iniziare questa nostra omelia in latino, perché – come è noto – esso è la lingua ufficiale della Chiesa, della quale, in maniera palmare ed efficace, la universalità e la unità.” (Giovanni Paolo I, dall’Omelia del 3 settembre 1978)
“lingua latina – indubbiamente degna, non è cosa da poco, di essere custodita con cura, essendo nella Chiesa Latina sorgente fecondissima di cristiana civiltà e ricchissimo tesoro di pietà” (Paolo VI, dall’Epistola “Sacrificum Laudis”, 15 agosto 1966)
Del beato Giovanni XXIII rimandiamo alla Costituzione “Veterum Sapientia” (qui il testo latino), del 22 febbraio 1962, volta proprio a promuovere lo studio della lingua latina;
“Il latino! lingua antica, ma non già morta, del cui superbo eco, se da secoli sono muti i diruti anfiteatri, i famosi fori e i templi dei Cesari, non tacciono le basiliche di Cristo, dove i sacerdoti del Vangelo e gli eredi dei martiri ripetono e ricantano le salmodie e gl’inni dei primi secoli nella lingua riconsacrata dei Quiriti.” (Pio XXI, dal Discorso del 30 gennaio 1949)
“Coloro che non conoscono la lingua latina assai difficilmente possono attingere alle documentatissime fonti scritte dei Padri e dei Dottori della Chiesa, i quali nella maggior parte si sono serviti, nei loro scritti, della lingua latina, per esporre e difendere la sapienza cristiana. Abbiate perciò a cuore che i vostri chierici, i quali un giorno saranno i ministri della Chiesa, mettano tutto il loro impegno per apprendere e usare questa lingua.” (Pio XI, dalla Lettera Apostolica “Unigenitus Dei”, del 19 marzo 1924)


Note:
(1) La lingua latina è sempre stata tenuta in altissima considerazione dalla Chiesa Cattolica e dai Romani Pontefici.
(2) cognoscendam et diffundendam assidue curaverunt
(3) poiché era in grado di trasmettere in tutto il mondo l’annuncio del Vangelo
(4) sin dalla Pentecoste la Chiesa ha parlato e ha pregato in tutte le lingue degli uomini
(5) Cfr. “Latina Lingua”, 1.
(6) Cfr. ad es. Udienza Generale del 12 marzo 2008; Discorso del 15 marzo 2008; Udienza Generale del 14 maggio 2008; Udienza Generale del 2 luglio 2008; Udienza Generale del 19 novembre 2008.
(7) se ne fece in certo modo custode e promotrice, sia in ambito teologico e liturgico, sia in quello della formazione e della trasmissione del sapere.
(8) Anche ai nostri tempi, la conoscenza della lingua e della cultura latina risulta quanto mai necessaria
(9) Il Papa in questo passo fa riferimento al Concilio Vaticano II, il quale nel decreto Optatam totius (al n.13) affermava che gli alunni dei seminari “linguae latinae cognitionem acquirant, qua tot scientiarum fontes et Ecclesiae documenta intelligere atque adhibere possint.” (devono acquistare quella conoscenza della lingua latina che è necessaria per comprendere e utilizzare le fonti di tante scienze e i documenti della Chiesa), come anche che “Studium linguae liturgicae unicuique ritui propriae necessarium habeatur” (È da considerarsi necessario altresì lo studio della lingua liturgica propria di ciascun rito) – e la lingua propria del rito latino è, manco a dirlo, quella latina – e pure che “cognitio vero congrua linguarum Sacrae Scripturae et Traditionis valde foveatur.” (si promuova molto una congrua conoscenza delle lingue della sacra Scrittura e della tradizione.) – e ci risulta difficile pensare ad una lingua più tradizionale, per la Chiesa di Roma, dell’idioma ciceroniano.
E pensare che forse qualcuno propinava l’idea bislacca che il Vaticano II avesse voluto seppellire il latino…
(10) humanarum litterarum extenuatis studiis
(11) periculum adest levioris linguae Latinae cognitionis
(12) si riscontra un rinnovato interesse per la cultura e la lingua latina
(13) Cfr. “Latina Lingua”, 3.
(14) Appare perciò urgente sostenere l’impegno per una maggiore conoscenza e un più competente uso della lingua latina, tanto nell’ambito ecclesiale, quanto nel più vasto mondo della cultura.
(15) consentaneum prorsus est docendi rationes adhibere aptas ad novas condiciones
(16) provehere item necessitudines inter Academicas institutiones et inquisitores
(17) Il Papa, con modestia, parla di contributo: è consapevole che da sola quest’iniziativa non sarà una panacea di tutti i mali. Per questo, non è forse eccessivo sperare che, come in campo liturgico l’opera di Benedetto XVI ha dato il là alla formazione e sviluppo di un nuovo movimento liturgico, così in questo campo l’impulso del successore di Pietro e della Santa Sede possa aiutare a formare un nuovo movimento culturale di riscoperta della lingua latina.
(18) Del resto, i dibattiti conciliari al Vaticano II (1962-1965) non si tennero forse massimamente in latino? Forse che qualcuno ritiene che quei prelati facessero solo teatro in san Pietro? No di certo: ci si capiva e ci si ascoltava (magari con maggiori o minori difficoltà) e in quel modo lavoravano.
(19) Cfr. “Latina Lingua”, 4: “Decessorum Nostrorum semitas calcantes” (percorrendo le orme dei Nostri Predecessori).
(20) [Gli alunni dei seminari] conoscano bene la lingua latina

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Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di «progressismo». Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero.
La tendenza opposta, che di solito viene definita come «conservatorismo» oppure «integrismo» , si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestata proprio nell’opera del Vaticano II. Mentre la prima tendenza sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l’altra invece vede il giusto soltanto in ciò che è «antico» ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l’«antico» in quanto tale, né il «nuovo» per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia «dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Cf. Mt 13, 52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico. (Cf. Lumen gentium, 25). (beato Giovanni Paolo, dalla Lettera al cardinal Ratzinger, 8 aprile 1988)

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Colletta (forma ordinaria del rito romano) per la ricorrenza liturgica del beato Giovanni Paolo II (in quei luoghi dove è permesso usarla):

Deus, dives in misericórdia, qui beátum Ioánnem Paulum, papam, univérsæ Ecclésiæ tuæ præésse voluísti, præsta, quǽsumus, ut, eius institútis edócti, corda nostra salutíferæ grátiæ Christi, uníus redemptóris hóminis, fidénter aperiámus.

O Dio, ricco di misericordia, che hai chiamato il beato Giovanni Paolo II, papa, a guidare l’intera tua Chiesa, concedi a noi, forti del suo insegnamento, di aprire con fiducia i nostri cuori alla grazia salvifica di Cristo, unico Redentore dell’uomo.

Beato te, amato Papa Giovanni Paolo II, perché hai creduto! Continua – ti preghiamo – a sostenere dal Cielo la fede del Popolo di Dio. Tante volte ci hai benedetto in questa Piazza dal Palazzo! Oggi, ti preghiamo: Santo Padre ci benedica! Amen. (Benedetto XVI)

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Anche oggi ci rallegriamo del felice avvenimento per il quale una medesima festa ricorre in entrambe le forme del rito romano. Infatti, tanto nella forma ordinaria quanto in quella straordinaria di questo venerando rito, si festeggiano i santi Angeli Custodi. Figure, ahimè, che per un certo tempo sono state distorte: per esempio, da alcuni dimenticate (magari in nome di un malinteso ecumenismo) oppure strumentalizzate per pensieri di tipo “esoterico”. La Madre Chiesa, però, non le ha dimenticate e le richiama all’attenzione dei fedeli.
Ricordiamo anzitutto il fondamento dottrinale di questa devozione: per questo si può vedere il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 328-336 (in particolar modo l’ultimo, il paragrafo 336, che propone in nota anche utili rimandi).
Ecco poi qualche breve citazione dei Pontefici su questi intercessori:

il Signore è sempre vicino e operante nella storia dell’umanità, e ci accompagna anche con la singolare presenza dei suoi Angeli, che oggi la Chiesa venera quali “Custodi”, cioè ministri della divina premura per ogni uomo. Dall’inizio fino all’ora della morte, la vita umana è circondata dalla loro incessante protezione. (Benedetto XVI, dall’Angelus del 2 ottobre 2011)

la Chiesa confessa la sua fede negli angeli custodi, venerandoli nella liturgia con una festa apposita, e raccomandando il ricorso alla loro protezione con una preghiera frequente, come nell’invocazione dell’“Angelo di Dio”. (beato Giovanni Paolo II, dall’Udienza Generale del 6 agosto 1986)

La loro [degli Angeli Custodi, ndr] presenza penetra ed avvolge tutta la storia dei secoli : accanto ai progenitori nostri, e poi ai condottieri del popolo eletto, ai suoi re e profeti, fino allo stesso Gesù ed agli Apostoli suoi. [...]  il desiderio Nostro è che si aumenti la devozione all’Angelo Custode. Ciascuno ha il suo; e ciascuno può conversare con gli Angeli dei suoi simili. (beato Giovanni XXIII, dall’Udienza Generale del 9 agosto 1961)

Angele Dei, qui custos es mei,
 me, tibi commissum pietate superna,
illumina, custodi, rege et guberna. Amen.

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Prima sezione qui. Seconda sezione qui. Terza sezione qui. Quarta sezione qui. Articolo originale in inglese: Brian W. Harrison, “Pius IX, Vatican II and Religious Liberty” in “Living Tradition” n. 9 del gennaio 1987 (testo originale qui: http://www.rtforum.org/lt/lt9.html#II)

Le forme più virulente di protestantesimo e altri tipi di propaganda contro la Chiesa Cattolica potrebbero certamente essere legalmente vietate in accordo con le censure del Vaticano II verso le forme “disoneste” e “indegne” di sostenere la religione. Come abbiamo visto, secondo il Concilio la propaganda religiosa non dovrebbe nemmeno “sembrare di favorire” tali difetti. Ma alcune espressioni correnti di fondamentalismo trasudano attivamente “disonestà” e “indegnità”! I libri di fumetti anti-cattolici di Jack Chick, per esempio, contengono almeno una parodia della dottrina cattolica in ogni pagina. Essi accusano inoltre i gesuiti di lavare il cervello ai possibili convertiti al protestantesimo mantenendoli contemporaneamente chiusi in celle imbottite; mentre, ci vien detto, l’Azione Cattolica manda ragazze attraenti nei seminari protestanti e nelle loro congregazioni parrocchiali, stimolate dalle promesse di generose mitigazioni della loro pena in Purgatorio per ogni pastore o seminarista che riescano a sedurre e corrompere!
Anche la blasfemia è ovviamente una forma “indegna” di espressione “religiosa”. Ancora nel 1985 papa Giovanni Paolo II si è allineato con Gregorio XVI e Pio IX chiedendo di agire contro questa forma particolare di “violazione della religione cattolica”: egli ha protestato contro la proiezione pubblica a Roma del famigerato film “Ave Maria” [“Je vous salue, Marie”, ndt], anche se né lui né nessun altro ha cercato di sostenere che si trattasse di una minaccia alla “pace pubblica”.

I Padri del Vaticano II

Riassumiamo. Con il Vaticano II, la dottrina cattolica – o legge divina – rimane come è sempre stata verso le società e le autorità pubbliche di queste ultime sono moralmente obbligate ad agire, legiferare e governare in accordo coi principi della vera religione (anche il decreto conciliare sull’apostolato dei laici riafferma quest’insegnamento nel proprio articolo 13, il quale afferma che i cattolici dovrebbero “sforzarsi di permeare uno spirito cristiano nella mentalità, nei costumi, nelle leggi e nelle strutture” delle loro comunità). Questa stessa immutabile legge divina comporta il diritto e il dovere delle autorità pubbliche di sanzionare coloro che attaccano la vera religione nella misura in cui lo richiede il bene comune.

Fine quinta sezione – continua

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