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Bisogna assolutamente esporre con chiarezza tutta intera la dottrina. Niente è più alieno dall’ecumenismo che quel falso irenismo, che altera la purezza della dottrina cattolica e ne oscura il senso genuino e preciso. (Concilio Vaticano II, Unitatis Redintegratio, 11)

VaticanoII

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Oggi inizia la Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani, che terminerà venerdì prossimo, 25 gennaio. Il riunirsi di tutti i seguaci del Signore in un unico ovile è stato “uno dei principali intenti del sacro Concilio ecumenico Vaticano II” (cfr. Unitatis Redintegratio, 1). Questa settimana di preghiera è una delle vie principali che si percorrono per cercare di raggiungere quest’obiettivo. Si tratta di un’iniziativa “introdotta nel 1908 da Padre Paul Wattson, fondatore di una comunità religiosa anglicana che entrò in seguito nella Chiesa cattolica. L’iniziativa ricevette la benedizione del Papa san Pio X e fu poi promossa dal Papa Benedetto XV, che ne incoraggiò la celebrazione in tutta la Chiesa cattolica con il Breve Romanorum Pontificum, del 25 febbraio 1916.” (Benedetto XVI, dall’Udienza Generale del 18 gennaio 2012) Ecco un appello del Papa di qualche giorno fa (cfr. Udienza Generale del 16 gennaio 2012):

venerdì 18 gennaio, inizia la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che quest’anno ha come tema: “Quel che il Signore esige da noi”, ispirato a un passo del profeta Michea (cfr Mi 6, 6-8). Invito tutti a pregare, chiedendo con insistenza a Dio il grande dono dell’unità tra tutti i discepoli del Signore. La forza inesauribile dello Spirito Santo ci stimoli ad un impegno sincero di ricerca dell’unità, perché possiamo professare tutti insieme che Gesù è il Salvatore del mondo.

(copyright Valter Campanato/ABr)

(copyright Valter Campanato/ABr)

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Igitur ad Beatae Virginis gloriam ad nostrumque solacium, Mariam Sanctissimam declaramus Matrem Ecclesiae, hoc est totius populi christiani, tam fidelium quam Pastorum, qui eam Matrem amantissimam appellant; ac statuimus ut suavissimo hoc nomine iam nunc universus christianus populus magis adhuc honorem Deiparae tribuat eique supplicationes adhibeat.
[Perciò a gloria della Beata Vergine e a nostra consolazione dichiariamo Maria Santissima Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, sia dei fedeli che dei Pastori, che la chiamano Madre amatissima; e stabiliamo che con questo titolo tutto il popolo cristiano d’ora in poi tributi ancor più onore alla Madre di Dio e le rivolga suppliche.] (Paolo VI, Discorso a conclusione della III sessione del Vaticano II, 21 novembre 1964)

Le parole che avete appena letto, parole di papa Montini, parole d’un Sommo Pontefice, sono ben solenni e s’adattano al tributo d’onore che desideriamo rivolgere alla Beata Sempre Vergine Maria.
Come infatti sapranno i nostri attenti lettori, questo blog ha due patroni: oltre al servo di Dio Tomas Tyn O.P., infatti, ci siamo posti sotto la materna protezione della Santissima Madre di Dio, onorata col titolo di Madre della Chiesa.
Sarebbe certo opportuno approfondire un attimo questo titolo; e quale miglior modo di proporvi un altro passaggio del medesimo discorso di Paolo VI?

Si tratta di un titolo [Mater Ecclesiae, ndr], Venerabili Fratelli, non certo sconosciuto alla pietà dei cristiani; anzi i fedeli e tutta la Chiesa amano invocare Maria soprattutto con questo appellativo di Madre. Questo nome rientra certamente nel solco della vera devozione a Maria, perché si fonda saldamente sulla dignità di cui Maria è stata insignita in quanto Madre del Verbo di Dio Incarnato. Come infatti la divina Maternità è la causa per cui Maria ha una relazione assolutamente unica con Cristo ed è presente nell’opera dell’umana salvezza realizzata da Cristo, così pure soprattutto dalla divina Maternità fluiscono i rapporti che intercorrono tra Maria e la Chiesa; giacché Maria è la Madre di Cristo, che non appena assunse la natura umana nel suo grembo verginale unì a sé come Capo il suo Corpo mistico, ossia la Chiesa. Dunque Maria, come Madre di Cristo, è da ritenere anche Madre di tutti i fedeli e i Pastori, vale a dire della Chiesa. [...] [Maria] che ci ha dato un giorno Gesù, fonte della grazia soprannaturale, non può non rivolgere la sua funzione materna alla Chiesa, specialmente in questo tempo in cui la Sposa di Cristo si avvia a compiere con più alacre zelo la sua missione salutifera. [...] Dopo aver promulgata ufficialmente la Costituzione sulla Chiesa, alla quale abbiamo dato coronamento dichiarando Maria Madre di tutti i fedeli e Pastori, cioè della Chiesa, confidiamo fermamente che il popolo cristiano invocherà con maggiore speranza e più fervoroso ardore la Beatissima Vergine e le accorderà il culto e l’onore dovuti.

Tanti altri testi potremmo proporvi, ma ci limitiamo a rimandarvi alla trattazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 963-975).

Madre della Chiesa! Illumina il Popolo di Dio sulle vie della fede, della speranza e della carità! (beato Giovanni Paolo II)

Giovanni Battista Salvi da Sassoferrato, “Madonna col Bambino” (sec. XVII)

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Lo scorso 26 settembre il Santo Padre, Benedetto XVI, ha dedicato la catechesi dell’Udienza Generale al tema della liturgia. Data l’importanza dell’argomento, proponiamo quasi per intero le parole del Papa, invitando comunque i lettori che fossero interessati a leggere il testo integro (lo possono trovare qui).

Cari fratelli e sorelle [...] dopo una lunga serie di catechesi sulla preghiera nella Scrittura, possiamo domandarci: come posso io lasciarmi formare dallo Spirito Santo e così divenire capace di entrare nell’atmosfera di Dio, di pregare con Dio? Qual è questa scuola nella quale Egli mi insegna a pregare, viene in aiuto alla mia fatica di rivolgermi in modo giusto a Dio? La prima scuola per la preghiera – lo abbiamo visto in queste settimane – è la Parola di Dio, la Sacra Scrittura. [...] C’è ancora un altro prezioso «spazio», un’altra preziosa «fonte» per crescere nella preghiera, una sorgente di acqua viva in strettissima relazione con la precedente. Mi riferisco alla liturgia, che è un ambito privilegiato nel quale Dio parla a ciascuno di noi, qui ed ora, e attende la nostra risposta.
Che cos’è la liturgia? Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica – sussidio sempre prezioso, direi indispensabile – possiamo leggere che originariamente la parola «liturgia» significa «servizio da parte del popolo e in favore del popolo» (n. 1069). Se la teologia cristiana prese questo vocabolo del mondo greco, lo fece ovviamente pensando al nuovo Popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio. [..]
Il Catechismo indica inoltre che «nella tradizione cristiana (la parola “liturgia”) vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all’opera di Dio» (n. 1069), perché il popolo di Dio come tale esiste solo per opera di Dio.

(© foto: Mazur/catholicnews.org.uk)

Questo ce lo ha ricordato lo sviluppo stesso del Concilio Vaticano II, che iniziò i suoi lavori, cinquant’anni orsono, con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, approvato poi solennemente il 4 dicembre del 1963, il primo testo approvato dal Concilio. Che il documento sulla liturgia fosse il primo risultato dell’assemblea conciliare forse fu ritenuto da alcuni un caso. [...] Ma senza alcun dubbio, ciò che a prima vista può sembrare un caso, si è dimostrata la scelta più giusta [...] Iniziando, infatti, con il tema della «liturgia» il Concilio mise in luce in modo molto chiaro il primato di Dio, la sua priorità assoluta. Prima di tutto Dio: proprio questo ci dice la scelta conciliare di partire dalla liturgia. Dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. [...]
Però possiamo chiederci: qual è questa opera di Dio alla quale siamo chiamati a partecipare? La risposta che ci offre la Costituzione conciliare sulla sacra liturgia è apparentemente doppia. Al numero 5 ci indica, infatti, che l’opera di Dio sono le sue azioni storiche che ci portano la salvezza, culminate nella Morte e Risurrezione di Gesù Cristo; ma al numero 7 la stessa Costituzione definisce proprio la celebrazione della liturgia come «opera di Cristo». In realtà questi due significati sono inseparabilmente legati. Se ci chiediamo chi salva il mondo e l’uomo, l’unica risposta è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si rende attuale per noi, per me oggi il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? La risposta è: nell’azione di Cristo attraverso la Chiesa, nella liturgia, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale del Figlio di Dio, che ci ha redenti; nel Sacramento della Riconciliazione, in cui si passa dalla morte del peccato alla vita nuova; e negli altri atti sacramentali che ci santificano (cfr Presbyterorum ordinis, 5). Così, il Mistero Pasquale della Morte e Risurrezione di Cristo è il centro della teologia liturgica del Concilio.

Una Messa nella forma ordinaria del rito romano

Facciamo un altro passo in avanti e chiediamoci: in che modo si rende possibile questa attualizzazione del Mistero Pasquale di Cristo? Il beato Papa Giovanni Paolo II, a 25 anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, scrisse: «Per attualizzare il suo Mistero Pasquale, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nelle azioni liturgiche. La liturgia è, di conseguenza, il luogo privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con colui che Egli inviò, Gesù Cristo (cfr Gv 17,3)» (Vicesimus quintus annus, n. 7). Sulla stessa linea, leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica così: «Ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (n. 1153). Pertanto la prima esigenza per una buona celebrazione liturgica è che sia preghiera, colloquio con Dio, anzitutto ascolto e quindi risposta. San Benedetto, nella sua «Regola», parlando della preghiera dei Salmi, indica ai monaci: mens concordet voci, «la mente concordi con la voce». Il Santo insegna che nella preghiera dei Salmi le parole devono precedere la nostra mente. Abitualmente non avviene così, prima dobbiamo pensare e poi quanto abbiamo pensato si converte in parola. Qui invece, nella liturgia, è l’inverso, la parola precede. Dio ci ha dato la parola e la sacra liturgia ci offre le parole; noi dobbiamo entrare all’interno delle parole, nel loro significato, accoglierle in noi, metterci noi in sintonia con queste parole; così diventiamo figli di Dio, simili a Dio. Come ricorda la Sacrosanctum Concilium, per assicurare la piena efficacia della celebrazione «è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione di animo, pongano la propria anima in consonanza con la propria voce e collaborino con la divina grazia per non riceverla invano» (n. 11). Elemento fondamentale, primario, del dialogo con Dio nella liturgia, è la concordanza tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che portiamo nel cuore. [...]
vorrei solo accennare ad uno dei momenti che, durante la stessa liturgia, ci chiama e ci aiuta a trovare tale concordanza, questo conformarci a ciò che ascoltiamo, diciamo e facciamo nella celebrazione della liturgia. Mi riferisco all’invito che formula il Celebrante prima della Preghiera Eucaristica: «Sursum corda», innalziamo i nostri cuori al di fuori del groviglio delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre angustie, della nostra distrazione. Il nostro cuore, l’intimo di noi stessi, deve aprirsi docilmente alla Parola di Dio e raccogliersi nella preghiera della Chiesa, per ricevere il suo orientamento verso Dio dalle parole stesse che ascolta e dice. Lo sguardo del cuore deve dirigersi al Signore, che sta in mezzo a noi: è una disposizione fondamentale.
Quando viviamo la liturgia con questo atteggiamento di fondo, il nostro cuore è come sottratto alla forza di gravità, che lo attrae verso il basso, e si leva interiormente verso l’alto, verso la verità, verso l’amore, verso Dio. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La missione di Cristo e dello Spirito Santo che, nella Liturgia sacramentale della Chiesa, annunzia, attualizza e comunica il Mistero della salvezza, prosegue nel cuore che prega. I Padri della vita spirituale talvolta paragonano il cuore a un altare» (n. 2655): altare Dei est cor nostrum.
Cari amici, celebriamo e viviamo bene la liturgia solo se rimaniamo in atteggiamento orante, non se vogliamo “fare qualcosa”, farci vedere o agire, ma se orientiamo il nostro cuore a Dio e stiamo in atteggiamento di preghiera unendoci al Mistero di Cristo e al suo colloquio di Figlio con il Padre. Dio stesso ci insegna a pregare, afferma san Paolo (cfr Rm 8,26). Egli stesso ci ha dato le parole adeguate per dirigerci a Lui, parole che incontriamo nel Salterio, nelle grandi orazioni della sacra liturgia e nella stessa Celebrazione eucaristica. Preghiamo il Signore di essere ogni giorno più consapevoli del fatto che la Liturgia è azione di Dio e dell’uomo; preghiera che sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con il Figlio di Dio fatto uomo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2564). [...]

(© foto: Mazur/catholicnews.org.uk)

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A causa infatti della loro più intima unione con Cristo, gli abitanti del cielo rinsaldano tutta la Chiesa nella santità, nobilitano il culto che essa rende a Dio qui in terra e in molteplici maniere contribuiscono ad una più ampia edificazione (cfr. 1 Cor 12,12-27) [149]. Ammessi nella patria e presenti al Signore (cfr. 2 Cor 5,8), per mezzo di lui, con lui e in lui non cessano di intercedere per noi presso il Padre [150] offrendo i meriti acquistati in terra mediante Gesù Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini (cfr. 1 Tm 2,5), servendo al Signore in ogni cosa e dando compimento nella loro carne a ciò che manca alle tribolazioni di Cristo a vantaggio del suo corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1,24) [151]. La nostra debolezza quindi è molto aiutata dalla loro fraterna sollecitudine. (Concilio Ecumenico Vaticano II, dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium, 49)

Note:
[149] Si veda l’esposizione sintetica di questa dottrina paolina in: PIO XII, Encicl. Mystici Corporis: AAS 35 (1943), p. 200 e passim.
[150] Cf. per es. S. AGOSTINO, Enarr. in Ps. 85, 24: PL 37, 1099. S. GIROLAMO, Liber contra Vigilantium, 6: PL 23, 344. S. TOMMASO, In IV Sent., d. 45, q. 3, a. 2. S. BONAVENTURA, In IV Sent. d. 45, a. 3, q. 2; ecc.
[151] Cf. PIO XII, Encicl. Mystici Corporis: AAS 35 (1943), p. 245.

Giusto de’ Menabuoi (XIV sec.), “Paradiso”, battistero del duomo di Padova.

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Vogliate aggiungere alle nostre pure le vostre pressanti preghiere, affinché il Concilio Ecumenico, riunito presso il sepolcro di Pietro, brilli come stella scintillante d’unità per l’umana società; esponga vigorosamente la verità e la forza del Vangelo; annunci i tesori della Santa Chiesa; tutto ciò per diffondere il regno di Cristo, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. E soprattutto preghiamo insieme assiduamente il Principe della Pace, affinché la Sua pace, che supera ogni pensiero, custodisca i cuori e i pensieri degli uomini e distolga tutti i pericoli che minacciano la pace, i quali provocheranno solamente indicibili lacrime e rovine, a meno che non siano attentamente evitati con somma prudenza. (beato Giovanni XXIII, dal Messaggio ai Padri conciliari, 28 ottobre 1962)

[Vestras quoque instantissimas preces Nostris coniungere velitis, ut Oecumenicum Concilium, apud Petri sepulcrum collectum, humanae societati micantissimum unitatis sidus praeluceat, Evangelii veritatem virtutemque fortiter proponat, Ecclesiae Sanctae thesauros pandat, ad Christi regnum diffundendum, regnum sanctitatis et gratiae, regnum iustitiae, amoris et pacis. Ac praesertim una simul Principem Pacis enixe rogemus, ut eius pax, quae exsuperat omnem sensum, hominum corda et intelligentias custodiat, atque quaecumque pacis pericula avertat, quae, nisi summa prudentia sedulo praecaveantur, inenarrabiles tantum lacrimas ruinasque sint paritura.]

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Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di «progressismo». Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero.
La tendenza opposta, che di solito viene definita come «conservatorismo» oppure «integrismo» , si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestata proprio nell’opera del Vaticano II. Mentre la prima tendenza sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l’altra invece vede il giusto soltanto in ciò che è «antico» ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l’«antico» in quanto tale, né il «nuovo» per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia «dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Cf. Mt 13, 52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico. (Cf. Lumen gentium, 25). (beato Giovanni Paolo, dalla Lettera al cardinal Ratzinger, 8 aprile 1988)

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[...] è affiorata da qualche parte una certa ambiguità nell’interpretazione generale del Concilio ; anzi per taluni esso autorizzerebbe cambiamenti profondi nell’ordine teologico e mutamenti costituzionali eversivi. Gli aspetti principali di questa ambiguità, che talora ha non poco turbato il sensus fidei del Popolo di Dio, sono: il ripudio della tradizione; la contestazione dell’autorità, che, pur partendo da ottimi principi – quali servizio, eguaglianza, solidarietà e amore – la considera come se derivasse dal volere della comunità; l’adeguamento alle correnti democratiche della società profana; la tendenza ad eliminare i doveri e ad accrescere un’interpretazione più comoda e più facile dell’impegno cristiano. In contrapposto a tali atteggiamenti, resta oggi la necessità, come ha voluto il Concilio, di coordinare la concezione della libertà cristiana – del farsi « tutto a tutti », del non rendere difficile la vita cristiana – con l’esigenza della Fede e della Croce. (servo di Dio Paolo VI, discorso del 23 dicembre 1971)

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[Il Concilio Vaticano II] vuole manifestare la vitalità [della Chiesa] e sottolineare la sua missione spirituale. Vuole anche adattare i metodi della Chiesa, affinché la dottrina evangelica sia degnamente vissuta e più facilmente recepita fra i popoli. Vuole ancora spianare la strada dove avverrà l’incontro di molti fratelli [...] Il Concilio vuole infine mostrare al mondo come mettere in pratica la dottrina del suo divino Fondatore, il principe della pace. (beato Giovanni XXIII, dall’Allocuzione in Sistina del 12 ottobre 1962)

[Il veut en manifester la vitalité, et souligner sa mission spirituelle. Il veut aussi adapter ses moyens, pour que la doctrine évangélique soit dignement vécue et plus facilement écoutée parmi les peuples. Il veut encore aplanir la voie où se fera la rencontre de tant de frères [...] Le Concile veut enfin montrer au monde comment mettre en pratique la doctrine de son divin Fondateur, prince de la paix.]

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Giovedì 11 ottobre 1962, festa della Maternità della Beata Sempre Vergine Maria. Sono le 8 e 30 di quella mattinata quando, nella basilica di san Pietro a Roma ha solennemente inizio il Concilio Ecumenico Vaticano II. Il giorno prima pioveva a dirotto, ma da qualche ora ha smesso di piovere. Soffia un leggero vento e il sole spunta tra le nubi.
Il Papa Giovanni XXIII, dopo aver assunto le vesti liturgiche nell’Aula dei Paramenti, assieme solamente ai cardinali s’avvia verso la cappella Paolina, ove adora il Santissimo Sacramento solennemente esposto ed inizia a cantare l’inno “Ave, Maris Stella”. [notiamo qui che la mattinata del Papa inizia nel segno delle tre cose bianche: il Papa (se stesso!), la Santa Madre di Dio e la Santissima Eucaristia, ndr] Scende poi la scala regia e , preceduto da tutti i padri conciliari, dai prelati, dai nobili laici e dai restanti membri della famiglia pontificia, attraversa piazza san Pietro, mentre il clero romano in abito corale ivi pregava.

La processione di apertura del Vaticano II (11/10/1962)

Dopo essere entrato in san Pietro, il Papa si reca all’altare della Confessione e, al faldistorio, inizia l’inno “Veni, creator Spiritus”, che venne poi continuato dai cantori [papa Roncalli invocò quindi quello che Benedetto XVI e il cardinal Siri definirono il maggior protagonista del Concilio: lo Spirito Santo, ndr]. Dopo l’inno e le successive preghiere, il cardinal Eugenio Tisserant (1884-1972), decano del Sacro Collegio e vescovo di Ostia, Porto e Santa Rufina, celebra la Messa Pontificale “de Spiritu Sancto”.
Al termine della solenne liturgia, inizia la prima sessione conciliare, col segretario generale del Concilio, mons. Pericle Felici (1911-1982), che solennemente pone il libro dei Santi Vangeli su un tronetto. Dopo che i padri conciliari hanno prestato la dovuta obbedienza al Papa, quest’ultimo genuflette al faldistorio e pronuncia la solenne professione di fede, che tutti i Padri fanno propria. Seguono altre preghiere, tra le quali le litanie dei santi. Infine, dopo il canto del Vangelo in latino (Mt 28,18-20) ed in greco (Mt 16,13-20), i Padri assumono le mitre e, seduti, ascoltano l’allocuzione di Giovanni XXIII, cioè il celebre “Gaudet Mater Ecclesia”.

Il discorso d’apertura “Gaudet Mater Ecclesia” di Giovanni XXIII

Al termine del discorso, il Papa impartisce ai presenti la benedizione. Quindi mons. Felici toglie dal tronetto il codice dei Vangeli; in seguito annuncia il giorno e l’ora in cui si sarebbe tenuta la prima congregazione generale (cioè sabato 13 ottobre alle ore 9). A quel punto, il Papa, deposti i sacri paramenti, ritorna al palazzo apostolico.

Fonte principale del racconto: Acta Apostolicae Sedis 54 [1962], pp. 785-796

Un video di quella memorabile giornata (tratto dall’archivio dell’Istituto Luce):

Ci sia concesso concludere prevenendo le possibili polemiche di chi fosse portato a pensare che questo blog sia troppo entusiasta del Vaticano II. Sì, perché sembra essersi fatta spazio, anche tra i cattolici, una linea di pensiero che porta a considerare il Vaticano II come una sorta di pillola amara che in qualche modo bisogna ingoiare… Non è questo che sosteniamo. Al seguito del Santo Padre, invece, riteniamo che “difendere oggi la vera Tradizione della Chiesa significa difendere il Concilio” e che “la difesa della Tradizione è la difesa del Concilio” (parole del card. Joseph Ratzinger). Ci sia permesso dire, insomma, che non ci pare certo di dire una bestialità così grossa se affermiamo che chi ama la Tradizione, ama il Concilio.

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