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Oggi siamo oramai giunti alla sesta domenica del tempo per annum, mentre nella forma extra-ordinaria con i primi vespri di ieri è iniziato il periodo di Settuagesima, cioè di preparazione alla Quaresima.
Passiamo comunque alla colletta della forma ordinaria, nel solito ordine (testo ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Deus, qui te in rectis et sincéris manére pectóribus ásseris, da nobis tua grátia tales exsístere, in quibus habitáre dignéris.

O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora.

O Dio, che affermi di rimanere nei cuori onesti e sinceri, concedici per la Tua grazia di essere il tipo di popolo in cui Ti sei degnato di abitare.

O Dio (Deus, sostantivo, vocativo maschile singolare, da Deus, -i, «Dio»), che (qui, pronome relativo che regge una subordinata all’indicativo, «che») affermi (ásseris, verbo, indicativo presente, da asserire, «affermare, asserire») di rimanere (manére, verbo, infinito presente attivo, da manēre, «rimanere, restare, fermarsi») nei (in, preposizione che qui regge l’ablativo, «in») cuori (pectóribus, sostantivo, ablativo plurale neutro, da pectus, -oris, «petto, cuore, animo») onesti (rectis, aggettivo, ablativo plurale neutro, da rectus, -a, -um, “retto, onesto”) e (et, congiunzione coordinante, «e») sinceri (sincéris, aggettivo, ablativo plurale neutro, da sincerus, -a, -um, «sincero, onesto, leale»), concedi (da, verbo, imperativo presente singolare, da dare, «dare, concedere») a noi (nobis, pronome, ablativo plurale, da nos, nostri, «noi») per la Tua (tua, aggettivo, ablativo femminile singolare, da tuus, tua, tuum, «tuo») grazia (grátia, sostantivo, ablativo femminile singolare, da gratia, -ae, «grazia») di essere (exsístere, verbo, infinito presente attivo, da exsistere, «essere, esistere») il tipo di popolo (tales, aggettivo, nominativo maschile plurale, da talis, -e, «tali») in (in, preposizione che qui regge l’ablativo, «in») cui (quibus, pronome, ablativo maschile plurale, da qui, quae, quod, «che») Ti sei degnato (dignéris, verbo, congiuntivo presente, da dignari, «degnarsi») di abitare (habitáre, verbo, infinito presente attivo, da habitare, «abitare, dimorare»).
Il Signore afferma – e ciò che afferma Dio è senza dubbio la pura verità – di restare, di abitare nei cuori onesti e sinceri: due qualità senz’altro importanti. Se le possediamo, se le esercitiamo, possiamo dire che il Signore viene a prendere dimora all’interno della nostra anima.
Ma questo come si può raggiungere? Dio ci chiede senza dubbio uno sforzo personale, ma non dobbiamo pensare di costruire da soli tutto questo: «senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5). É necessario che ci facciamo modellare e lasciamo agire la grazia di Dio, in modo da essere tali come il Signore ci vuole.

Continuiamo il nostro viaggio nelle collette della liturgia romana. Oggi esaminiamo quella della quinta domenica del tempo per annum.
Ecco i testi (ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Famíliam tuam, quæsumus, Dómine, contínua pietáte custódi, ut, quæ in sola spe grátiæ cæléstis innítitur, tua semper protectióne muniátur.

Custodisci sempre con paterna bontà la tua famiglia, Signore, e poiché unico fondamento della nostra speranza è la grazia che viene da te, aiutaci sempre con la tua protezione.

Ti preghiamo, Signore, custodisci con incessante clemenza la Tua famiglia affinché, essa che si fonda nella sola speranza della grazia celeste, sia difesa sempre dalla Tua protezione.

Ed ora un’analisi grammaticale più approfondita.
Ti preghiamo (quæsumus, verbo, indicativo presente, da quaesere, «domandare, implorare, pregare») Signore (Dómine, sostantivo, vocativo singolare, da Dominus, -i, «Signore»), custodisci (custódi, verbo, imperativo presente, da custodire, «custodire, proteggere, difendere») con incessante (contínua, aggettivo, ablativo singolare, da continuus, -ua, -uum, «continua, incessante, duraturo») clemenza (pietáte, sostantivo, ablativo singolare, da pietas, -atis, «pietà, clemenza, affetto») la Tua (tuam, aggettivo, accusativo singolare, da tuus, tua, tuum, «tuo») famiglia (famíliam, sostantivo, accusativo singolare, da familia, -ae, «famiglia») affinché (ut, congiunzione subordinante che regge una finale al congiuntivo, «affinché»), essa che (quæ, pronome relativo nominativo singolare che regge una subordinata relativa all’indicativo, “che”) si fonda (innítitur, verbo, indicativo presente, da inniti, «fondarsi, poggiare su») nella (in, preposizione che qui regge l’ablativo, «in») sola (sola, aggettivo, ablativo singolare, da solus, sola, solum, «solo») speranza (spe, sostantivo, ablativo singolare, da spes, -ei, «speranza») della grazia (grátiæ, sostantivo, genitivo singolare, da gratia, -ae, «grazia») celeste (cæléstis, aggettivo, genitivo singolare, da caelestis, -e, «celeste, divino»), sia difesa (muniátur, verbo, congiuntivo presente passivo, da munire, «difendere, proteggere, preservare») sempre (semper, avverbio, «sempre») dalla Tua (tua, aggettivo, ablativo singolare, da tuus, tua, tuum, «tuo») protezione (protectióne, sostantivo, ablativo singolare, da protectio, -onis, «protezione, difesa, riparo»)
Struttura abbastanza classica, quella di questa colletta. Abbiamo un rivolgersi a Dio attraverso una prima preghiera iniziale, poi una relativa che espone una caratteristica (in questo caso della Chiesa, che è famiglia di Dio), infine una nuova richiesta a Dio.
Per prima cosa la Chiesa prega Dio di custodirla con incessante clemenza: ce n’è veramente bisogno, specialmente in questo periodo in cui essa è sottoposta a continui attacchi da parte delle forze del male e anche da parte di troppi uomini. Questa è una vera e propria battaglia che, come praticamente ogni scontro, causa vittime nelle file dei difensori: è quindi buona cosa chiedere al nostro Supremo Condottiero di difendere le Sue schiere terrene.
Poi, la relativa che esprime una caratteristica. Qui essa è riferita alla Chiesa, che – viene detto – è fondata solamente sulla speranza della grazia celeste, cioè dell’aiuto e sostegno da parte di Dio. In effetti, è questo il vero fondamento della fiducia dei figli di Dio: la grazia divina. Non, quindi, sostegni umani, che pure possono esserci e possono essere utili: ma non sono il basamento.
Infine, una nuova preghiera, che riprende la prima: si chiede a Dio che la Chiesa sia difesa sempre dalla divina protezione.

Questa domenica sarebbe la quarta del tempo ordinario; tuttavia, quest’anno essa cade il 2 febbraio, giorno della festa della Presentazione di Gesù al Tempio: ed è proprio quest’ultima liturgia ad avere la meglio e ad essere celebrata.
In passato questo giorno era chiamato “Purificazione della Beata Vergine Maria”, ma era anche conosciuto col nome popolare di “Candelora”, momento tanto caro alla pietà dei fedeli per l’uso delle candele – che poi verranno utilizzate ancora il giorno successivo, 3 febbraio, giorno di san Biagio, con la preghiera speciale contro i mali della gola.
Nella Festa odierna contempliamo il Signore Gesù che Maria e Giuseppe presentano al tempio “per offrirlo al Signore” (Lc 2,22). In questa scena evangelica si rivela il mistero del Figlio della Vergine, il consacrato del Padre, venuto nel mondo per compiere fedelmente la sua volontà (cfr Eb 10,5-7). Simeone lo addita come “luce per illuminare le genti” (Lc 2,32) e annuncia con parola profetica la sua offerta suprema a Dio e la sua vittoria finale (cfr Lc 2,32-35). È l’incontro dei due Testamenti, Antico e Nuovo. Gesù entra nell’antico tempio, Lui che è il nuovo Tempio di Dio: viene a visitare il suo popolo, portando a compimento l’obbedienza alla Legge ed inaugurando i tempi ultimi della salvezza.” (Benedetto XVI, dall’Omelia del 2 febbraio 2011)
Vediamo ora i testi della colletta di oggi (latino ufficiale, traduzione italiana Cei, nostro tentativo di traduzione letterale):

Omnípotens sempitérne Deus, maiestátem tuam súpplices exorámus, ut, sicut Unigénitus Fílius tuus hodiérna die cum nostrae carnis substántia in templo est praesentátus, ita nos fácias purificátis tibi méntibus praesentári.

Dio onnipotente ed eterno, guarda i tuoi fedeli riuniti nella festa della Presentazione al tempio del tuo unico Figlio fatto uomo, e concedi anche a noi di essere presentati a te pienamente rinnovati nello Spirito.

O Dio onnipotente ed eterno, imploriamo supplici la Tua maestà affinché, come il Tuo Figlio Unigenito oggi venne presentato nel tempio con la sostanza della nostra carne, così fa’ sì che noi siamo presentati a Te con l’anima purificata.

O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”) onnipotente (omnípotens, vocativo singolare, da omnipotens, “onnipotente”) ed eterno (sempitérne, vocativo singolare, da sempiternus, -a, -um, “eterno”), imploriamo (exorámus, indicativo presente, da exorare, “implorare, supplicare, pregare”) supplici (súpplices, nominativo plurale, da supplex, “supplichevole, supplice”) la Tua (tuam, accusativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo”) maestà (maiestátem, accusativo singolare, da maiestas, -atis, “maestà”), affinché (ut, congiunzione subordinante che regge una finale al congiuntivo, “affinché”), come (sicut, avverbio, “come, così come”) il Tuo (tuus, nominativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo”) Figlio (Fílius, nominativo singolare, da filius, -i, “figlio”) Unigenito (Unigénitus, nominativo singolare, da unigenitus, -i, “unigenito”) nel presente (hodiérna, ablativo singolare, da hodiernus, -a, -um, “odierno, presente”) giorno (die, ablativo singolare, da dies, -ei, “giorno, data”) venne presentato (est praesentátus, indicativo perfetto passivo, da praesentare, “presentare, introdurre, far vedere”) nel (in, preposizione che qui regge l’ablativo, “in”) tempio (templo, ablativo singolare, da templum, -i, “tempio”) con (cum, preposizione che regge l’ablativo, “con”) la sostanza (substántia, ablativo singolare, da substantia, -ae “sostanza”) della nostra (nostrae, genitivo singolare, da noster, -tra, -trum, “nostro”) carne (carnis, genitivo singolare, da caro, carnis, “carne”), così (ita, avverbio, “così, in questo modo, in tal maniera”) fa’ sì (fácias, congiuntivo presente, da facere, “fare, far sì”) che noi (nos, accusativo plurale, da nos, nostri, “noi”) siamo presentati (praesentári, infinito presente passivo, da praesentare, “presentare, introdurre, far vedere”) a Te (tibi, dativo singolare, da tu, tui, “tu”) con l’anima (méntibus, ablativo plurale, da mens, -tis, “anima, spirito”) purificata (purificátis, ablativo plurale, da purificatus, -a, -um, “purificato, pulito”).
Diciamo subito che il testo della colletta è identico nelle due forme del rito romano: e di questo non possiamo che essere soddisfatti.
Per quanto riguarda il testo, ci sembra piuttosto semplice. Dopo la classica invocazione iniziale, che abbiamo sentito molte volte nelle ultime domeniche, c’è una prima esposizione del nostro stato d’animo: imploriamo supplici la maestà di Dio, cioè il Padre stesso. Poi un inciso, in cui – anche qui classicamente – si mette in evidenza il mistero celebrato oggi, cioè la presenatzione di Gesù al tempio con la sostanza della nostra carne: Gesù è vero Dio, certamente, ma dire questo non è sufficiente. È anche vero uomo e dunque il suo corpo era rivestito della nostra stessa carne. E per illuminare questo mistero della Presentazione, cosa c’è di meglio delle parole del Catechismo (cfr. n. 529)? “La presentazione di Gesù al Tempio lo mostra come il Primogenito che appartiene al Signore. In Simeone e Anna è tutta l’attesa di Israele che viene all’incontro con il suo Salvatore (la tradizione bizantina chiama così questo avvenimento). Gesù è riconosciuto come il Messia tanto a lungo atteso, «luce delle genti » e « gloria di Israele », ma anche come « segno di contraddizione». La spada di dolore predetta a Maria annunzia l’altra offerta, perfetta e unica, quella della croce, la quale darà la salvezza « preparata da Dio davanti a tutti i popoli »”.
Terminato l’inciso, si riprende la preghiera: lo imploriamo di far sì che anche noi possiamo essere presentati, non nel tempio ma direttamente al Padre, con l’anima purificata. E qui possiamo pensare al modo principe che la Chiesa ci offre per lavarci dalla sozzure dei nostri peccati: cioè il sacramento della Confessione.

PresentazioneGesùTempio

Continuiamo il nostro cammino nel Tempo Ordinario. Siamo nel tempo del già e non ancora: già trascorso il Natale, non ancora in Quaresima.
Vediamo la colletta di questa domenica, nel solito ordine (testo ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Omnípotens sempitérne Deus, dírige actus nostros in beneplácito tuo, ut in nómine dilécti Fílii tui mereámur bonis opéribus abundáre.

Dio onnipotente ed eterno, guida i nostri atti secondo la tua volontà, perché nel nome del tuo diletto Figlio portiamo frutti generosi di opere buone.

O Dio onnipotente ed eterno, guida i nostri atti nella Tua volontà, affinché nel nome del Tuo diletto Figlio meritiamo di abbondare in opere buone.

O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”) onnipotente (omnípotens, vocativo singolare, da omnipotens, “onnipotente”) ed eterno (sempitérne, vocativo singolare, da sempiternus, -a, -um, “eterno”), guida (dírige, imperativo presente singolare, da dirigere, “guidare, dirigere, indirizzare”) i nostri (nostros, accusativo plurale, da noster, nostra, nostrum, “nostro, nostra”) atti (actus, accusativo plurale, da actus, -us, “atto, attività, comportamento”) nella (in, preposizione che qui regge l’ablativo, “in”) Tua (tuo, ablativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) volontà (beneplácito, ablativo singolare, da beneplacitum, -i, “beneplacito, volontà”), affinché (ut, congiunzione subordinante che regge una finale, “affinché, per”) nel (in, preposizione che qui regge l’ablativo, “in”) nome (nómine, ablativo singolare, da nomen, -inis, “nome”) del Tuo (tui, genitivo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) diletto (dilécti, genitivo singolare, da dilectus, -a, -um, “diletto, amato, caro”) Figlio (Fílii, genitivo singolare, da filius, -i, “figlio”) meritiamo (mereámur, congiuntivo presente, da merēri, “meritare”) di abbondare (abundáre, infinito presente attivo, da abundare, “abbondare”) in opere (opéribus, ablativo plurale, da opus, -eris, “opera”) buone (bonis, ablativo plurale, da bonus, -a, -um, “buono, buona”).
Il testo, come si può notare, è molto breve e semplice e quindi si inserisce in una consolidata tradizione del rito romano.
L’inizio è classico, con l’invocazione a Dio onnipotente ed eterno che già abbiamo visto in altre collette. Manca qui la classica relativa che, subito dopo queste prime parole, specifica una caratteristica o una proprietà. Si passa invece direttamente alla preghiera, con la quale si chiede al Padre di guidare i nostri atti secondo la Sua volontà. Insomma, si richiede che ci venga data la forza di conformare la nostra volontà a quella di Dio: indice sicuro, questo, di progresso nella vita umana e spirituale.
Particolarità di questa colletta è invece quella di indicare il fine, l’obiettivo per cui si chiede questo a Dio: affinché meritiamo di abbondare in opere buone. È evidente la correlazione: se Dio ci concede di conformarci alla Sua volontà, allora certamente possiamo abbondare in opere buone, possiamo fare tante cose belle, perché Dio ci dirige, ci spinge sempre e costantemente verso il bene.

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Da oramai una settimana stiamo vivendo liturgicamente il Tempo Ordinario (che forse è meglio definire con il suo nome latino: “per annum”, durante l’anno). Siamo tornati, diciamo così, alla calma, dopo lo stordimento gioioso delle feste natalizie. Ma continuiamo a vivere un tempo straordinario, un tempo di grazia, un tempo in cui vivere bene, amando Dio e volendoci bene gli uni gli altri. E possiamo viverlo con l’augurio che fecero diversi santi: “Facciamo straordinariamente bene le cose ordinarie”.
Ma passiamo alla colletta di questa domenica, coi soliti tre testi (ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale):

Omnípotens sempitérne Deus, qui cæléstia simul et terréna moderáris, supplicatiónes pópuli tui cleménter exáudi, et pacem tuam nostris concéde tempóribus.

Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace.

O Dio onnipotente ed eterno, che governi insieme le cose celesti e quelle terrene, ascolta con clemenza le preghiere del Tuo popolo e concedi al nostro tempo la Tua pace.

O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”) onnipotente (omnípotens, vocativo singolare, da omnipotens, “onnipotente”) ed eterno (sempitérne, vocativo singolare, da sempiternus, -a, -um, “eterno”), che (qui, pronome relativo nominativo singolare che regge una subordinata relativa all’indicativo, “il quale”) governi (moderáris, indicativo presente del deponente moderari, “dirigere, governare, guidare”) insieme (simul, avverbio, “insieme, allo stesso tempo”) le cose celesti (cæléstia, accusativo plurale, da caelestia, -ium, “cose celesti”) e (et, congiunzione coordinante, “e”) quelle terrene (terréna, accusativo plurale, da terrena, -orum, “cose terrene”), ascolta (exáudi, imperativo presente singolare, da exaudire, “ascoltare, udire, intendere”) con clemenza (cleménter, avverbio, “con clemenza, con indulgenza, pazientemente”) le preghiere (supplicatiónes, accusativo plurale, da supplicatio, -onis, “preghiera, supplica”) del Tuo (tui, genitivo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) popolo (pópuli, genitivo singolare, da populus, -i, “popolo, folla, gente”) e (et, congiunzione coordinante, “e”) concedi (concéde, imperativo presente singolare, da concedere, “concedere, accordare, permettere”) ai nostri (nostris, dativo plurale, da noster, -tra, -trum, “nostro, nostra”) tempi (tempóribus, dativo plurale, da tempus, -oris, “tempo, periodo”) la Tua (tuam, accusativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) pace (pacem, accusativo singolare, da pax, pacis, “pace, tranquillità”).
L’unica minima particolarità grammaticale che possiamo segnalare è l’uso di un verbo deponente (cioè di forma passiva ma di significato attivo) come moderari.
Possiamo ben vedere come questa colletta sia semplice, in un certo senso “ordinaria”. Non ci sono riferimenti ad eventi particolari della vita del Signore o alle Scritture del giorno: c’è una serena preghiera a Dio, per invocare, tra l’altro, il dono della pace. Eppure, è un testo antico: esso si trova nel Messale del beato Giovanni XXIII, previsto per la seconda domenica dopo l’Epifania. Dunque, una significativa continuità.
In effetti, anche questo testo segue uno schema classico, che prevede un’invocazione a Dio, poi l’enunciazione di una caratteristica di Dio stesso e infine una richiesta.
Qui viene messo in luce che il Padre, cui la preghiera è rivolta – come del resto quasi tutte le orazioni della Messa – governa sia le cose celesti che quelle terrene: la divina Provvidenza “si prende cura di tutto, dalle più piccole cose fino ai grandi eventi del mondo e della storia” (cfr. Catechismo, n. 303).
Poi la preghiera vera e propria, in due invocazioni: la prima è quella di ascoltare con clemenza le preghiere del popolo di Dio; la seconda quella di concedere a questa nostra epoca la pace. Ma non una pace generica o una pace puramente umana, ma la pace di Dio: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.” (Gv 14,27)

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Oramai il tempo di Natale si avvia alla conclusione. Con l’odierna domenica, nella quale la Santa Chiesa di Dio commemora il Battesimo del Signore Gesù nel fiume Giordano da parte di Giovanni il Battista, termina quel periodo dell’anno liturgico che, iniziato coi primi Vespri di Natale, ci ha invitato a meditare sul mistero del Verbo incarnato.
Oggi, dunque, terminiamo queste riflessioni – che però possono accompagnarci anche durante l’anno – sfiorando il mistero del Battesimo di Gesù. “Con questa domenica dopo l’Epifania si conclude il Tempo liturgico del Natale: tempo di luce, la luce di Cristo che, come nuovo sole apparso all’orizzonte dell’umanità, disperde le tenebre del male e dell’ignoranza. Celebriamo oggi la festa del Battesimo di Gesù: quel Bambino, figlio della Vergine, che abbiamo contemplato nel mistero della sua nascita, lo vediamo oggi adulto immergersi nelle acque del fiume Giordano, e santificare così tutte le acque e il cosmo intero – come evidenzia la tradizione orientale. Ma perché Gesù, in cui non c’era ombra di peccato, andò a farsi battezzare da Giovanni? Perché volle compiere quel gesto di penitenza e conversione, insieme con tante persone che così volevano prepararsi alla venuta del Messia? Quel gesto – che segna l’inizio della vita pubblica di Cristo – si pone nella stessa linea dell’Incarnazione, della discesa di Dio dal più alto dei cieli all’abisso degli inferi. Il senso di questo movimento di abbassamento divino si riassume in un’unica parola: amore, che è il nome stesso di Dio. Scrive l’apostolo Giovanni: «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui», e lo ha mandato «come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4,9-10). Ecco perché il primo atto pubblico di Gesù fu ricevere il battesimo di Giovanni, il quale, vedendolo arrivare, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).” (Benedetto XVI, dall’Angelus del 13 gennaio 2013).
Ma vediamo la colletta di oggi, come al solito nei tre testi (ufficiale latino, traduzione ufficiale italiana, nostro tentativo di traduzione letterale). Il Missale Romanum 2002 prevede due possibili collette: abbiamo scelto la prima.

Omnípotens sempitérne Deus, qui Christum, in Iordáne flúmine baptizátum, Spíritu Sancto super eum descendénte, diléctum Fílium tuum sollémniter declarásti, concéde fíliis adoptiónis tuæ, ex aqua et Spíritu Sancto renátis, ut in beneplácito tuo iúgiter persevérent.

Padre onnipotente ed eterno, che dopo il battesimo nel fiume Giordano proclamasti il Cristo tuo diletto Figlio, mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo concedi ai tuoi figli, rinati dall’acqua e dallo Spirito, di vivere sempre nel tuo amore.

O Dio onnipotente ed eterno, che hai proclamato solennemente il Cristo Tuo diletto Figlio, battezzato nel fiume Giordano, mentre lo Spirito Santo discendeva su di Lui, concedi ai figli della Tua adozione, rinati dall’acqua e dallo Spirito Santo, di perseverare sempre nel Tuo beneplacito.

O Dio (Deus, vocativo singolare, da Deus, -i, “Dio”) onnipotente (omnípotens, vocativo singolare, da omnipotens, “onnipotente”) ed eterno (sempitérne, vocativo singolare, da sempiternus, -a, -um, “eterno”), che (qui, pronome relativo nominativo singolare che regge una subordinata relativa, “il quale, la quale”) hai proclamato (declarásti, indicativo perfetto, da declarare, “annunciare, proclamare, manifestare”) solennemente (sollémniter, avverbio, “solennemente”) il Cristo (Christum, accusativo singolare, da Christus, -i, “Cristo) Tuo (tuum, accusativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) diletto (diléctum, accusativo singolare, da dilectus, -a, -um, “diletto, amato, caro”) Figlio (Fílium, accusativo singolare, da filius, -i, “figlio”), battezzato (baptizátum, accusativo singolare, da baptizatus, -a, -um, “battezzato, battezzata”) nel (in, preposizione che qui indica stato in luogo e quindi regge un ablativo, “in”) fiume (flúmine, ablativo singolare, da flumen, -is, “fiume”) Giordano (Iordáne, ablativo singolare, da Iordanes, -is, “Giordano”), discendente (descendénte, participio presente ablativo singolare, da descendere, “discendere”) su (super, preposizione che regge un accusativo, “su”) di Lui (eum, accusativo singolare, da is, ea, id, “lui, lei, esso”) lo Spirito (Spíritu, ablativo singolare, da spiritus, -us, “spirito”) Santo (Sancto, ablativo singolare, da sanctus, -a, -um, “santo”), concedi (concéde, imperativo presente singolare, da concedere, “concedere, permettere, accordare”) ai figli (fíliis, dativo plurale, da filius, -i, “figlio”) della Tua (tuæ, genitivo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) adozione (adoptiónis, genitivo singolare, da adoptio, -onis, “adozione”), rinati (renátis, dativo plurale, da renatus, -a, -um, “rinato, rinata”) dalla (ex, preposizione che regge un ablativo, “da”) acqua (aqua, ablativo singolare, da aqua, -ae, “acqua”) e (et, congiunzione coordinante, “e”) dallo Spirito (Spíritu, ablativo singolare, da spiritus, -us, “spirito”) Santo (Sancto, ablativo singolare, da sanctus, -a, -um, “santo, santa”), di (ut, congiunzione subordinante che regge una sostantiva al congiuntivo, “di”) perseverare (persevérent, congiuntivo presente, da perseverare, “perseverare”) sempre (iúgiter, avverbio, “sempre”) nel (in, preposizione che qui indica stato in luogo figurato e quindi regge un ablativo, “in”) Tuo (tuo, ablativo singolare, da tuus, tua, tuum, “tuo, tua”) beneplacito (beneplácito, ablativo singolare, da beneplacitum, -i, “beneplacito”).
Il testo, come forse alcuni lettori avranno intuito da alcuni indizi, non è tratto da antichi sacramentari né dal Missale Romanum 1962, ma è una composizione ex novo che si rifà quasi interamente alla Scrittura. La clausola iniziale è piuttosto classica, come abbiamo visto, per le collette del rito romano. Poi la subordinata relativa, nella quale si ricorda che il Padre proclamò in maniera solenne il Cristo Suo diletto Figlio dopo che questi era stato battezzato nel Giordano, fa evidentemente riferimento ai Vangeli. In essi infatti si parla di una voce dal Cielo che riconosce il Cristo come Figlio (cfr. Mt 3,17; Mc 1,11; Lc 3,22), come pure non si manca di affermare che lo Spirito Santo discese su di Lui in forma di colomba (cfr. Mt 3,16; Mc 1,10; Lc 3,22; Gv 1,32). A queste chiare reminescenze scritturali, segue l’invocazione, la richiesta: di concedere ai fedeli, che nel loro battesimo sono rinati dall’acqua e dallo Spirito, di perseverare sempre nell’amore di Dio.

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