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Archive for the ‘Vescovi’ Category

Come i nostri venticinque lettori ricorderanno, in passato abbiamo segnalato su questo blog il pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (qui e qui), iniziativa che, tra gli altri scopi, aveva anche quello di mostrare a Benedetto XVI la vicinanza del popolo dei fedeli che si sentono attratti dalla forma straordinaria del rito romano.
Purtroppo vi sono state, anche in questo caso, divisioni e polemiche. Peccato senz’altro, ma non ci occuperemo, qui, di queste. Preferiamo invece fornire ai nostri lettori un testo che parla dell’iniziativa, la quale he ha impegnato e allietato tanti fedeli. Ringraziamo di queste parole l’autore Emanuele Borserini, seminarista dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, istituto che s’è reso benemerito verso il Papa, la Chiesa e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Cogliamo pure l’occasione per augurare all’Opus un fecondo cammino ecclesiale, ricco di carità e di buoni frutti.

I pellegrini verso San Pietro (© foto: Rinascimento Sacro)

Sabato 3 novembre scorso si è tenuto a Roma il pellegrinaggio internazionale “Una cum Papa nostro” con il quale molti fedeli a vario titolo legati alla forma straordinaria del rito romano hanno voluto rendere grazie a Papa Benedetto per la sua lettera motu proprio data “Summorum pontificum” del 2007. Con questo documento il Papa ha chiarito una volta per tutte quale sia la posizione canonica e pastorale di questa forma celebrativa: essa rappresenta una delle due forme in cui si esprime il rito romano, il quale a sua volta è solo uno dei numerosi riti con cui la Chiesa universale celebra la liturgia; il termine “straordinaria” dichiara che, pur non essendo la forma più comune di celebrazione, essa ha comunque pari dignità e liceità di quella ordinaria. In seguito alla riforma liturgica del 1970, si è verificata una grande confusione nelle coscienze dei cristiani, fin anche dei sacerdoti e dei vescovi, ma finalmente il Papa ha chiarito che i libri liturgici precedenti ad essa non sono mai stati aboliti e, anzi, invita a conoscerli e diffonderne l’utilizzo. Ovviamente, il documento pontificio non è apparso nell’orizzonte della Chiesa senza un lungo cammino, spesso anche doloroso, che risale fino ad un altro motu proprio, “Ecclesia Dei”, del predecessore, il Beato Giovanni Paolo II. Proprio su questa linea si pone la bellissima intervista che il celebrante, il card. Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha rilasciato nei giorni precedenti al pellegrinaggio.

In San Pietro! (© foto: Rinascimento Sacro)

Sembra curioso, ma in considerazione dei numerosi e gravi pregiudizi che ancora incombono su questo aspetto della vita ecclesiale, spesso confermati e quasi goduti dagli stessi fedeli che lo seguono, è significativo che egli abbia definito “normale” la celebrazione della forma straordinaria del rito romano: “Ho accettato perché è un modo per far comprendere che è normale l’uso del messale del 1962: esistono due forme dello stesso rito, ma è lo stesso rito e dunque è normale usarlo nella celebrazione”. E aggiunge: “mi sembra che a cinque anni di distanza si possa meglio comprendere come non si tratti soltanto di alcuni fedeli che vivono nella nostalgia del latino, ma che si tratti di approfondire il senso della liturgia”. Ed effettivamente lo scopo della convivenza di due forme diverse dello stesso rito nella Chiesa, lungi dall’essere un cedimento alla mentalità dialettica e alla contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti, categorie definitivamente superate dal Magistero, è piuttosto quello di aiutare i fedeli ad approfondire l’importanza sempre più decisiva di una liturgia che veicoli sempre di più e sempre meglio il desiderio di Dio che è quello di parlare al cuore dell’uomo per condurlo al suo amore e così salvarlo dalla morte. Compito della Chiesa è favorire e edificare secondo verità questo rapporto personale di ognuno con Dio ed ecco la sua responsabilità in campo liturgico. È per questo sciocco perseverare con qualsivoglia polemica sull’argomento perché solo la sapienza divina della Chiesa ha il diritto e il dovere di indicare la strada per raggiungere questa unione. Allora, con i pellegrini che si sono recati a Roma per questa bella occasione, ringraziamo il Pastore universale e rinnoviamo la nostra fede e devozione nella Chiesa nostra madre. Rinnovamento a cui ci chiama in qualche modo anche l’Anno della Fede che lo stesso Papa ha indetto e che stiamo vivendo.

A destra il celebrante, il card. Canizares (© foto: Rinascimento Sacro)

Dopo due giorni di celebrazioni pontificali presiedute da vari Eccellentissimi Vescovi nella parrocchia personale della Santissima Trinità dei pellegrini a Roma, il pellegrinaggio è culminato con la Santa Messa pontificale celebrata dal Card. Antonio Canizares Llovera, all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Considerevole è stata la partecipazione dei fedeli i quali hanno riempito completamente i posti disponibili nell’abside della grande basilica, numerosissimi i sacerdoti e seminaristi che hanno assistito coralmente tra cui alcuni prelati della Curia Romana. Anche don Pietro Cantoni, moderatore generale della fraternità sacerdotale “Opus Marie Matris Ecclesiae” con una rappresentanza della sezione “Beato John Henry Newman” del Seminario Vescovile Maggiore di Massa Carrara – Pontremoli ed alcuni giovani della diocesi ha preso parte al pellegrinaggio. Lo stesso don Cantoni ha guidato la recita dell’Angelus alle ore 12 nella chiesa parrocchiale di San Salvatore in Lauro, dalla quale, dopo l’adorazione eucaristica, si è snodata la processione verso la basilica di San Pietro. Giunti in basilica, egli ha dato lettura in lingua italiana del messaggio ai pellegrini inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, il Card. Tarcisio Bertone.

Emanuele Borserini

Un momento della solenne Liturgia (© foto: Rinascimento Sacro)

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C’è una nuova Port-Royal che sta lacerando la Francia e non solo la Francia, ma [anche] la Chiesa. Ed è una minaccia molto più grave della prima, poiché per difendere se stessa dall’accusa di essere scismatica, è obbligata a vedere eresie nelle decisioni del Papa e di un Concilio Ecumenico. […] [Invece] la Chiesa di sempre è la Chiesa che ha il Papa. (Charles card. Journet, Lettera ad un religiosa, 13 gennaio 1975)

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Come sappiamo, l’11 ottobre 1962 si aprì il Concilio Vaticano II. I lavori iniziarono alcuni giorni dopo, ma tra i Padri ci fu chi sentì l’esigenza di mandare subito un messaggio a tutti gli uomini. Con l’assenso del Sommo Pontefice, venne così redatto e approvato quasi all’unanimità (“fere unanimiter“, dicono i resoconti) un breve messaggio. Non si tratta di un documento ufficiale  (il segretario del Vaticano II, mons. Pericle Felici, chiarì che si trattava di un messaggio dei vescovi, non del Concilio), ma ne proponiamo qui alcuni stralci, perché sembra utile quantomeno a capire quale fossero il contesto e le idee che circolavano nelle menti dei Padri, in quei primi lavori. Presentiamo, oltre all’originale latino, una nostra modesta traduzione, fatta un po’ in fretta ma che speriamo non si discosti troppo dal senso dell’originale. Il documento completo si può trovare in AAS 54 [1962], pp. 822-824.

In questo Concilio, sotto la guida dello Spirito Santo, vogliamo cercare il modo migliore di rinnovare noi stessi, affinché diventiamo sempre più fedeli al Vangelo di Cristo. Cercheremo di esporre agli uomini del nostro tempo la verità di Dio, integra e pura, affinché essi la comprendano e liberamento assentiscano ad essa. [...]
[Quo in conventu, Spiritu Sancto duce, quaerere volumus quomodo nosmetipsos renovemus oporteat, ut Evangelio Christi magis ac magis fideles inveniamur. Integram ac puram Dei veritatem huius aetatis hominibus sic proferre studebimus ut eam ipsi intellegant eique libenter assentiant. [...]]

[...] obbedienti alla volontà di Cristo, spendiamo tutte le nostre forze e pensieri per rinnovare noi stessi, che siamo presuli, come pure il gregge a noi affidato, affinché appaia alle genti l’amabile volto di Gesù Cristo [...]
[[...] Christi voluntati oboedientes [...] omnes vires cogitationesque impendimus in nosmetipsos, Praesules, necnon in greges nobis créditos ita renovandos ut gentibus appareat amabilis facies Iesu Christi [...]]

[...] mentre speriamo che dai lavori del Concilio splenda più chiara e vivida la luce della fede, attendiamo pure un rinnovamento spirituale, dal quale proceda anche un felice impulso che giovi al bene dell’uomo, cioè le scoperte della scienza, il progresso dell’arte tecnica e la maggior diffusione del sapere. [...]
[[...] cum ex Concilii laboribus fore speremus ut lux fidei clarior et vividior splendeat, spiritualem expectamus renovationem, ex qua etiam felix procedat impulsus quo proficiant humana bona, scilicet scientiae inventa, artis technicae progressus eruditionisque latior diffusio. [...]]

Con veemenza volgiamo l’animo a tutte le ansietà dalle quale oggi gli uomini sono tormentati. La nostra sollecitudine s’invola quindi per prima cosa verso i più umili, i più poveri, i più deboli [...]
[Ad omnes anxietates, quibus hodie homines punguntur, instanter animum intendimus. Con volet imprimis igitur sollicitudo nostra ad humiliores, pauperiores debilioresque [...]]

Il sommo Pontefice Giovanni XXIII, nel messaggio radiofonico dell’11 settembre 1962, ha messo in evidenza soprattutto due questioni. Per prima cosa, quella che si riferisce alla pace tra i popoli. [...] Poi il Sommo Pontefice spinge per la giustizia sociale. [...]
[Summus Pontifex Ioannes XXIII in radiophonico nuntio die 11 Septembris 1962 dato, duo praesertim inculcavit.
 Imprimis, quae ad pacem inter populos spectant. [...] Praeterea Summus Pontifex urget socialem iustitiam. [...]]

Supplichiamo che in mezzo a questo mondo, che ancora è lontano dalla desiderata pace a motivo dello stesso progresso delle scienze, certo ammirabile ma non sempre attento alla legge superiore della moralità, splenda la luce della grande speranza in Cristo Gesù, unico nostro Salvatore.
[Luceat, obsecramus, in medio mundi huius, qui procul ab optata pace adhuc abest ob minas ex ipso scientiarum progressu ortas, mirabili sane, sed non semper superiori moralitatis legi intento, luceat lumen magnae spei in Iesum Christum, unicum Salvatorem nostrum.]

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Giovedì 11 ottobre 1962, festa della Maternità della Beata Sempre Vergine Maria. Sono le 8 e 30 di quella mattinata quando, nella basilica di san Pietro a Roma ha solennemente inizio il Concilio Ecumenico Vaticano II. Il giorno prima pioveva a dirotto, ma da qualche ora ha smesso di piovere. Soffia un leggero vento e il sole spunta tra le nubi.
Il Papa Giovanni XXIII, dopo aver assunto le vesti liturgiche nell’Aula dei Paramenti, assieme solamente ai cardinali s’avvia verso la cappella Paolina, ove adora il Santissimo Sacramento solennemente esposto ed inizia a cantare l’inno “Ave, Maris Stella”. [notiamo qui che la mattinata del Papa inizia nel segno delle tre cose bianche: il Papa (se stesso!), la Santa Madre di Dio e la Santissima Eucaristia, ndr] Scende poi la scala regia e , preceduto da tutti i padri conciliari, dai prelati, dai nobili laici e dai restanti membri della famiglia pontificia, attraversa piazza san Pietro, mentre il clero romano in abito corale ivi pregava.

La processione di apertura del Vaticano II (11/10/1962)

Dopo essere entrato in san Pietro, il Papa si reca all’altare della Confessione e, al faldistorio, inizia l’inno “Veni, creator Spiritus”, che venne poi continuato dai cantori [papa Roncalli invocò quindi quello che Benedetto XVI e il cardinal Siri definirono il maggior protagonista del Concilio: lo Spirito Santo, ndr]. Dopo l’inno e le successive preghiere, il cardinal Eugenio Tisserant (1884-1972), decano del Sacro Collegio e vescovo di Ostia, Porto e Santa Rufina, celebra la Messa Pontificale “de Spiritu Sancto”.
Al termine della solenne liturgia, inizia la prima sessione conciliare, col segretario generale del Concilio, mons. Pericle Felici (1911-1982), che solennemente pone il libro dei Santi Vangeli su un tronetto. Dopo che i padri conciliari hanno prestato la dovuta obbedienza al Papa, quest’ultimo genuflette al faldistorio e pronuncia la solenne professione di fede, che tutti i Padri fanno propria. Seguono altre preghiere, tra le quali le litanie dei santi. Infine, dopo il canto del Vangelo in latino (Mt 28,18-20) ed in greco (Mt 16,13-20), i Padri assumono le mitre e, seduti, ascoltano l’allocuzione di Giovanni XXIII, cioè il celebre “Gaudet Mater Ecclesia”.

Il discorso d’apertura “Gaudet Mater Ecclesia” di Giovanni XXIII

Al termine del discorso, il Papa impartisce ai presenti la benedizione. Quindi mons. Felici toglie dal tronetto il codice dei Vangeli; in seguito annuncia il giorno e l’ora in cui si sarebbe tenuta la prima congregazione generale (cioè sabato 13 ottobre alle ore 9). A quel punto, il Papa, deposti i sacri paramenti, ritorna al palazzo apostolico.

Fonte principale del racconto: Acta Apostolicae Sedis 54 [1962], pp. 785-796

Un video di quella memorabile giornata (tratto dall’archivio dell’Istituto Luce):

Ci sia concesso concludere prevenendo le possibili polemiche di chi fosse portato a pensare che questo blog sia troppo entusiasta del Vaticano II. Sì, perché sembra essersi fatta spazio, anche tra i cattolici, una linea di pensiero che porta a considerare il Vaticano II come una sorta di pillola amara che in qualche modo bisogna ingoiare… Non è questo che sosteniamo. Al seguito del Santo Padre, invece, riteniamo che “difendere oggi la vera Tradizione della Chiesa significa difendere il Concilio” e che “la difesa della Tradizione è la difesa del Concilio” (parole del card. Joseph Ratzinger). Ci sia permesso dire, insomma, che non ci pare certo di dire una bestialità così grossa se affermiamo che chi ama la Tradizione, ama il Concilio.

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I Vescovi del mondo intero, con il loro numero e la diversità della loro provenienza, con la forza singolare della loro testimonianza, innalzeranno verso il cielo un canto primaverile di giovinezza. […] Il Concilio intende costruire un nuovo edificio sulle fondamenta poste nel corso della storia, con i mezzi divini e umani che la Chiesa ha nella propria disponibilità. É troppo evidente che non si tratta di nuova dottrina, di formule sensazionali! Ma il concilio, facendo sue le parole del Battista, riprese da Gesù: pœnitentiam agite, appropinquavit enim regnum cœlorum [Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino], estenderà le dimensioni della carità alle diverse necessità dei popoli e presenterà loro in maniera più chiara il messaggio di Cristo. Ciò implica per l’uomo conversione del cuore, nuovo vigore di spirito, fede lucida e attiva. (beato Giovanni XXIII, dal discorso del 2 settembre 1962)

Il beato Giovanni XXIII

 

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Qualche tempo fa taluni ambienti cattolici (e anche diversi credenti non in piena comunione con la Sede del beato Pietro) hanno ritenuto di dover mettere in discussione l’ortodossia del neo-prefetto per la Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Gehrard Müller. E’ evidente la gravità di simili rilievi, sia perché ci si sentiva in diritto di ritenere (sulla base, oltrettutto, di alcune scarne citazioni e basta) un eretico colui che è il maggior collaboratore del Santo Padre nella promozione e difesa della Fede cattolica, sia perché – almeno implicitamente – si accusava il Papa quantomeno di non essere in grado di scegliere una figura ortodossa per una carica tanto delicata.

Mons. Gerhard Müller

Intervistato dalla tv cattolica americana EWTN, mons. Müller ha parlato anche di queste accuse. Riportiamo – in nostra traduzione – alcuni passi dell’intervista, che potete integralmente leggere nell’originale inglese qui.

Il Santo Padre non me lo ha chiesto [di accettare la nomina, ndr]. Mi ha nominato senza discuterne [...] non si può dare una risposta negativa ai desideri del Santo Padre!
[The Holy Father did not ask me. He nominated me without discussion [...] you cannot give a negative answer to the wishes of the Holy Father!]

E’ ancora troppo presto per parlare dell’eredità di questo pontificato, ma in un certo senso possiamo paragonare il nostro attuale Santo Padre con i grandi pontefici intellettuali della storia, come il Papa Leone Magno nel V secolo e Benedetto XIV nel XVIII secolo.
[It’s too early to speak about the legacy of this papacy, but in a certain sense we can compare our present Holy Father with the great intellectual pontiffs of history, such as Pope Leo the Great in 5th century and Benedict XIV in the 18th century.]

La nostra fede cattolica è molto chiara: alla consacrazione durante la Messa avviene un cambiamento tale per cui l’intera sostanza del pane e del vino diventano l’intera sostanza del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo e questo cambiamento è giustamente chiamato transustanziazione. E abbiamo rifiutato di accettare tutte le altre interpretazioni: consustanziazione, transfinalizzazione e così via.
[Our Catholic faith is very clear that at the consecration during Mass a change occurs so that the whole substance of the bread and wine is changed into the whole substance body and blood of Jesus Christ, and that this change is rightly called transubstantiation. And we have refused to accept all the other interpretations, consubstantiation, transignification, transfinalisation and so on.]

[Uguale chiarezza anche riguardo alla] verginità di Maria, madre di Gesù, madre di Dio, prima, durante e dopo la nascita di Cristo.
[virginity of Mary, mother of Jesus, mother of God, before, during and after the birth of Christ]

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La vera riforma

[...] la vera riforma non può significare se non crescita della fede, della speranza, della carità; culto dell’umiltà, dell’ubbidienza, della preghiera; più amore alla Ss. Eucaristia, alla Madonna, al Papa; maggiore slancio missionario ed apostolico; pratica della disciplina ascetica. In una parola, il progresso legittimo e vero consiste in una più seria e costante imitazione di Gesù Crocifisso. Se non si cresce qui, è vano cianciare di vitalità o crescenza della Chiesa!

(Mons. Luigi Maria Carli (1914-1986), da Nova et Vetera, Roma, Istituto Editoriale del Mediterraneo, 1969)

© Fr. Lawrence Lew, O.P.

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Schuster: liturgia e vita

Che non ci raggiunga il rimprovero che Iddio muoveva già agli Ebrei! Feste, riti, pompe religiose: tutte cose belle e buone, ma valgono ben poco, quando dietro l’artistico paravento, manca la vita; quella condizione cioè essenziale che esigeva Cristo quando disse alla Samaritana: “Il Padre è spirito, e chi lo adora, deve adorarlo in spirito e verità.” [Gv 4,24]

(Beato card. Alfredo Ildefonso Schuster O.S.B., da La Sacra Liturgia. Il cuore della Chiesa orante, Casale Monferrato, Piemme, 1996, pp. 144-145)

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Per principio la Chiesa è sempre chiamata al rinnovamento, a comprendere e a vivere in misura sempre più ricca il messaggio che Cristo le ha affidato e che lo Spirito custodisce, illumina, vivifica per ogni anima.
Di ciò è custode un metodo ed un criterio che ha nel Romano Pontefice e nei Vescovi in comunione gerarchica con Lui il suo fondamento e di cui la teologia ha elaborato nei secoli le regole, fedele alle parole degli Apostoli: nihil innovetur, nisi quod traditum est. La Chiesa si rinnova in una continua fedeltà e rappresenta così il punto fermo del cammino della storia universale.

(Card. Giuseppe Siri, da Premessa a “Renovatio”, 1966)

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Ogni cammino d’evangelizzazione ha inizio non con l’elaborazione di piani pastorali o progetti accademici delle facoltà teologiche, e neppure attraverso un’auspicabile copertura del territorio da parte dei media [...] Sono infatti i discepoli, intesi personalmente e comunitariamente, che vengono prima degli uffici pastorali, prima delle facoltà teologiche, prima della rete mediatica [...]

(Mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia. Dall’omelia della Messa di inizio del ministero episcopale a Venezia)

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