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Archivio per la categoria ‘Vera e falsa Tradizione’

[...] Come sappiamo, le Sacre Scritture sono la testimonianza in forma scritta della Parola divina, il memoriale canonico che attesta l’evento della Rivelazione. La Parola di Dio, dunque, precede ed eccede la Bibbia. E’ per questo che la nostra fede non ha al centro soltanto un libro, ma una storia di salvezza e soprattutto una Persona, Gesù Cristo, Parola di Dio fatta carne. Proprio perché l’orizzonte della Parola divina abbraccia e si estende oltre la Scrittura, per comprenderla adeguatamente è necessaria la costante presenza dello Spirito Santo che «guida a tutta la verità» (Gv 16,13). Occorre collocarsi nella corrente della grande Tradizione che, sotto l’assistenza dello Spirito Santo e la guida del Magistero, ha riconosciuto gli scritti canonici come Parola rivolta da Dio al suo popolo e non ha mai cessato di meditarli e di scoprirne le inesauribili ricchezze. Il Concilio Vaticano II lo ha ribadito con grande chiarezza nella Costituzione dogmatica Dei Verbum : «Tutto quanto concerne il modo di interpretare la Scrittura è sottoposto in ultima istanza al giudizio della Chiesa, la quale adempie il divino mandato e ministero di conservare e interpretare la parola di Dio» (n. 12).

Come ci ricorda ancora la menzionata Costituzione conciliare, esiste un’inscindibile unità tra Sacra Scrittura e Tradizione, poiché entrambe provengono da una stessa fonte: «La sacra Tradizione e la Sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Ambedue infatti, scaturendo dalla stessa divina sorgente, formano, in un certo qual modo, una cosa sola e tendono allo stesso fine. Infatti, la Sacra Scrittura è Parola di Dio in quanto è messa per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo; invece la sacra Tradizione trasmette integralmente la Parola di Dio, affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli Apostoli, ai loro successori, affinché questi, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano. In questo modo la Chiesa attinge la sua certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Sacra Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e di riverenza» (ibid., 9).

Ne consegue pertanto che l’esegeta dev’essere attento a percepire la Parola di Dio presente nei testi biblici collocandoli all’interno della stessa fede della Chiesa. L’interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma dev’essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa. Questa norma è decisiva per precisare il corretto e reciproco rapporto tra l’esegesi e il Magistero della Chiesa. I testi ispirati da Dio sono stati affidati alla Comunità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa natura profonda delle Scritture condiziona la stessa validità e l’efficacia dell’ermeneutica biblica. Ciò comporta l’insufficienza di ogni interpretazione soggettiva o semplicemente limitata ad un’analisi incapace di accogliere in sé quel senso globale che nel corso dei secoli ha costituito la Tradizione dell’intero Popolo di Dio, che «in credendo falli nequit» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost dogm. Lumen gentium, 12). [...]

(Papa Francesco alla Pontificia Commissione Biblica, 12 aprile 2013)

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Non è stato un Dio ventriloquo a ispirare la Bibbia.
La voce divina attraversa il testo sacro
come un vento tempestoso
il folto di un bosco

(Nicolás Gómez Dávila)

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Con grande gioia segnaliamo ai nostri lettori il link per ascoltare e scaricare la tavola rotonda di Radio Maria (30 dicembre 2012) condotta da Stefano Chiappalone e dedicata a padre Tomas Tyn . Ospiti: P. Giovanni Cavalcoli, dott. Luigi Casalini, avv. Gianni Battisti:

http://www.radiomaria.it/tavola-rotonda-a-cura-di–chiappalone-dott-stefano-30122012.aspx

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C’è una nuova Port-Royal che sta lacerando la Francia e non solo la Francia, ma [anche] la Chiesa. Ed è una minaccia molto più grave della prima, poiché per difendere se stessa dall’accusa di essere scismatica, è obbligata a vedere eresie nelle decisioni del Papa e di un Concilio Ecumenico. […] [Invece] la Chiesa di sempre è la Chiesa che ha il Papa. (Charles card. Journet, Lettera ad un religiosa, 13 gennaio 1975)

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Proponiamo ai nostri lettori il testo di uno dei massimi teologi del secolo appena trascorso: il card. Charles Journet (1891-1975). Il tema è di quelli che scottano: la dottrina cristiana può crescere? E, se sì, in quale modo? Queste parole sono tratte da Charles card. Journet, “Introduzione” a “Teologia delle indulgenze”, Friburgo, Nova et Vetera, 1966)

Il progresso omogeneo della dottrina cristiana

Il deposito della rivelazione, conclusasi con la morte dell’ultimo degli apostoli, è affidato alla Chiesa, alla quale Cristo ha promesso la sua assistenza continua fino alla consumazione dei secoli perché fosse santamente conservato e fedelmente spiegato e sviluppato (1).
Il fatto dell’ “esplicitazione” progressiva di una dottrina nel corso dei secoli è normale nella Chiesa: queste successive prese di coscienza del deposito iniziale sono altrettante testimonianze della sua vita interiore. Il ritorno alla sorgente deve dunque essere inteso non come un metterne tra parentesi, ancor meno come un mettere in dubbio, le dottrine ulteriormente esplicitate, ma come un riallacciamento di queste alla rivelazione originale. In questo caso l’illuminazione è scambievole: la rivelazione primitiva illumina le sue “esplicitazioni”, e le “esplicitazioni” a loro volta permettono una nuova lettura, più attenta, della rivelazione stessa. Le definizioni del Concilio di Calcedonia, scaturite dal Vangelo, ci aiutano a rileggere il Prologo di san Giovanni; quelle di Trento, a rileggere le parole di Gesù che istituisce l’Eucarestia; quelle del primo Concilio Vaticano, a rileggere le parole di Gesù a san Pietro, ecc. Il criterio di verità di una “esplicitazione” non è affatto la data della sua apparizione nel tempo, ma l’omogeneità del suo contenuto con il deposito iniziale: “La religione, scrive san Vincenzo di Lérins (2), non è dunque suscettibile di alcun progresso nella Chiesa di Cristo? Certamente, ne deve esistere uno e considerevole… Ma a condizione che questo progresso costituisca veramente per la fede un progresso (profectus), e non una alterazione (permutatio)”. A questo punto seguono le parole che saranno riportate dal primo Concilio Vaticano (3): “Che crescano dunque e progrediscano largamente l’intelligenza, la scienza la sapienza… ma conformemente alla loro natura, cioè in una medesima dottrina (dogma), un medesimo senso (sensu), in una medesima credenza (sententia)”.

Via progressiva della “storia” delle dottrine via regressiva della “contemplazione” delle dottrine

La storia sarà certamente preziosa per far conoscere l’apparizione di una dottrina; ma questa dottrina, una volta riconosciuta dalla Chiesa, illuminerà retrospettivamente i giudizi di valore che lo storico cattolico porterà sugli avvenimenti che l’hanno preparata. Una sola luce, quella della rivelazione proposta dal magistero della Chiesa, rischiara le due vie complementari della teologia cattolica: la via della storia delle dottrine che è progressiva, in quanto ricostruisce la teologia a partire dal dato primitivo e dalle origini come queste risultano dal documento; e la via della contemplazione delle dottrine che è regressiva, in quanto parte dal termine storico dell’evoluzione tradizionale che essa considera come acquisito per risalire da quello alle sorgenti e rivelarcene la profondità. (4)

Note:
1) Concilio Vaticano I, Sess. IV, c. 4 (DS 3070)
2) Commonitorium, 23, 1-3
3) Concilio Vaticano I, Sess. III, c. 4 (DS 3020)
4) E’ così che Vladimir Soloviev, avendo citato la promessa di Gesù a Pietro, la illumina retrospettivamente con il fatto del primato: “La parola di Cristo non poteva rimanere senza effetto nella storia cristiana; e il principale fenomeno di questa storia doveva avere una causa sufficiente nella parola di Dio. Si trovi dunque, per la parola di Cristo a Pietro, un effetto corrispondente che non sia quello della cattedra di Pietro, e si scopra, per questa cattedra, una causa sufficiente che non sia la promessa fatta a Pietro”. [cfr.] La Russie et l’Eglise universelle, Parigi, Stok, 1922, p. 132.

Il card. Charles Journet
(1891-1975)

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Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di «progressismo». Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero.
La tendenza opposta, che di solito viene definita come «conservatorismo» oppure «integrismo» , si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestata proprio nell’opera del Vaticano II. Mentre la prima tendenza sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l’altra invece vede il giusto soltanto in ciò che è «antico» ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l’«antico» in quanto tale, né il «nuovo» per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia «dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Cf. Mt 13, 52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico. (Cf. Lumen gentium, 25). (beato Giovanni Paolo, dalla Lettera al cardinal Ratzinger, 8 aprile 1988)

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Talvolta, quando si discute di interpretazione del Concilio Vaticano II e del Magistero più recente, si sente affermare da alcuni che “la Tradizione giudica il Magistero”, o che “la Tradizione interpreta la Scrittura e il Magistero”. Probabilmente, da versanti opposti, si affermerebbe che “la Scrittura giudica il Magistero e la Tradizione” (o qualcosa di simile). Il vero bersaglio di queste affermazione, evidentemente, è il Magistero vivo della Chiesa (1). Tuttavia, quest’idea che il Magistero sia giudicato ed interpretato dalla Scrittura e dalla Tradizione è semplicemente sbagliata. Ci limitiamo a citare un breve passaggio di Pio XII:

Questo sacro Magistero per qualsiasi teologo deve essere essere, in materia di fede e costumi, norma prossima e universale di verità, poiché ad esso Cristo Signore affidò l’intero deposito della fede – appunto le Sacre Scritture e la divina Tradizione – affinché fosse custodito, difeso ed interpretato. (2)

Pio XII (1939-1958)

Volutamente abbiamo scelto un testo precedente al Vaticano II, affinché non potessimo essere accusati di proporre una dottrina “nuova”. Non ci risulta, infatti, che l’Humani Generis sia stata fatta oggetto, all’epoca in cui venne promulgata, di critiche “tradizionaliste”, né da mons. Lefebrvre, né da altri che successivamente si sarebbero opposti al Vaticano II.
Questo testo, dunque, afferma che al Magistero ecclesiale fu affidato il depositum fidei e ci vien detto espressamente che il Magistero deve custodire, difendere ed interpretare la Sacra Scrittura e la Tradizione.
In verità, vorremmo sbagliarci, ma temiamo che alcuni fratelli nella fede cerchino – speriamo inconsapevolmente – di sostenere certe tesi erronee per poter difendere la propria opposizione al Magistero. Se, infatti, come affermano loro, il soggetto interpretante fosse la Tradizione o la Scrittura, essi potrebbero veicolare la propria interpretazione di ciò che Tradizione e Scrittura affermano. In questo, il protestantesimo e il tradizionalismo (inteso non certo come amore per la Tradizione, quanto piuttosto come un atteggiamento deviato) finiscono davvero col toccarsi: sola Scriptura, dice uno (e la Scrittura me la interpreto io, come dico io, senza la mediazione della Chiesa); Traditio, traditio, dice l’altro (e la Tradizione come la interpreto io, come la intendo io). E’ un atteggiamento fuori luogo, perché di fatto scade nell’individualismo della fede.
Si potrebbe obiettare: la Scrittura e la Tradizione sono lampanti, evidenti, non necessitano di grandi interpretazioni: quel che vogliono dire, è evidente. Tuttavia, la storia della Chiesa – volendo limitarci a questo campo – insegna piuttosto il contrario; così come vanno in questo senso le succitate parole di papa Pacelli, che esplicitamente parla del Magistero che interpreta il deposito della fede.

Note:
(1) Parliamo di “magistero vivo” consapevoli che una simile espressione non è – come qualcuno vorrebbe pensare – legata al Vaticano II o al periodo successivo, ma precedente: si ritrova infatti spesso (per esempio) in Pio XII (cfr. ad es. Humani Generis, I: “Deus Ecclesiae suae Magisterium vivum dedit” “Dio diede alla Sua Chiesa un vivo Magistero”) e Leone XIII (cfr. ad es. Satis Cognitum: “vivum, authenticum, idemque perenne magisterium” “Magistero vivo, autentico e perenne”).
(2) [...] hoc sacrum Magisterium, in rebus fidei et morum, cuilibet theologo proxima et universalis veritatis norma esse debet, utpote cui Christus Dominus totum depositum fidei — Sacras nempe Litteras ac divinam «traditionem» – et custodiendum et tuendum et interpretandum concredidit [...] (cfr. Humani Generis, I)

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Un papiro rivela: Gesù era sposato”; “Antico papiro: Gesù era sposato”; “Gesù sposato con Maria Maddalena: la prova in nuovo vangelo”; “Il papiro copto che conferma: Gesù era sposato”; “Un papiro copto parla della moglie di Gesù”: ecco alcuni dei titoli che compaiono da qualche giorno in giro per il web. Manna per coloro che mettono in discussione la Chiesa, i suoi insegnamenti, i Vangeli canonici. E, per i credenti, forse il rischio di una spiacevole sensazione, di essere messi in discussione, di essere attaccati. Addirittura – speriamo di no – forse qualche dubbio più serio si è insinuato nel cuore degli stessi cattolici? Proprio non ce n’è ragione. Perché la notizia riportata con tanto fiato di trombe è in buona parte una “non notizia”. Vediamo un attimo perché.
Per prima cosa ci si può chiedere: che è successo? Affidandoci ad una fonte affidabile come Andrea Tornielli (http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/nel-mondo/dettaglio-articolo/articolo/fede-e-archeologia-faith-and-archeology-fe-y-arqueologia-18265/), veniamo quindi a sapere che, nel corso di un importante convegno internazionale una professoressa dell’università di Harvard (USA), Karen Leigh King, ha presentato i risultati preliminari di un proprio studio su un frammento di papiro del IV secolo d.C., dal quale parrebbe di poter evincere che Gesù Cristo fosse sposato. Va detto che la stessa docente ha fatto affermazioni decisamente più prudenti di quanto si possa pensare, limitandosi a sostenere che quello presentato sarebbe un documento che prova l’esistenza di un dibattito tra i cristiani antichi riguardo al fatto che Gesù fosse sposato.

(© foto: Karen L. King 2012) Ecco il frammento “incriminato” di papiro

Per quanto riguarda il merito di tutta la faccenda, ci permettiamo di rinviare anzitutto ad un articolo del sito Uccr (Unione Cristiani Cattolici Razionali) che affronta la materia con dovizia di testimonianze. Potete leggere l’intervento qui.
Ci limitiamo qui a segnalare i numerosissimi punti oscuri di questa vicenda:
a) non si conosce la provenienza del frammento. Si ipotizza l’Egitto ed è probabile: ma dove, di preciso? Il Fayum? L’Alto Egitto? Una necropoli? Inoltre, è anonimo anche il proprietario del frammento.
b) Il frammento sembra risalire – da un’analisi della grafia – al IV secolo. Tuttavia, è stato retrodatato al II secolo sulla base di due motivazioni: 1) perché ha paralleli nella letteratura del II secolo (vangelo di Tommaso, di Maria, degli Egiziani); 2) perché in quel periodo c’erano discussioni sullo stato maritale di Cristo. Come si può intuire, però, nessuna delle due prove è decisiva per una simile retrodatazione.
c) L’autenticità stessa del frammento è contestata. Non conosciamo infatti il contesto dal quale questo scritto proviene (forse una biblioteca gnostica?). Inoltre, il frammento è piccolo (4 cm per 8 cm) e non si sa di cosa parlasse la parte mancante del papiro. Non sono ancora state fatte neppure prove al radiocarbonio né test sull’inchiostro – quest’ultimo in particolare è un esame importante per capire se si tratta di un falso o meno.
d) Come si afferma nell’articolo dell’Uccr, non pochi studiosi sono tutt’altro che certi dell’autenticità del frammento;nell’agosto 2012, poi, la King propose alla Harvard Theological Review un articolo riguardo al papiro, ma due dei tre critici chiamati a giudicare in merito sollevarono dubbi sull’autenticità del frammento.
e) Non si può neppure escludere che il frammento sia stato rotto così di proposito – ad esempio, per isolare le parole “Mia moglie” dal contesto in cui erano inserite;
f) L’importanza del contesto, per l’appunto, è notevole: si pensi, per esempio, che nella Bibbia l’espressione “mia moglie” sembra ricorrere almeno sedici volte (Gn 20,11; Gn 20,12; Gn 26,7; Gn 44,27; Es 21,5; Gdc 15,1; 2 Sam 3,14; 2 Sam 11,11; Tb 2,11; Tb 2,13; Tb 8,21; Gb 19,17; Gb 31,10; Ez 24,18; Os 2,4; Lc 1,18); quella “mia sposa” almeno tre (Gn 29,21; 2 Sam 3,14; Os 2,21). Non si può escludere che Gesù stesse citando uno di questi passi.

Altro che frammenti di papiro…
qui troviamo la Parola di Dio!

Un altro esempio che fa ben comprendere l’importanza del contesto è questo: si provi a pensare cosa dovesse accadere qualora si fosse trovato un frammento del libro dei Salmi, che riporti le parole “Dio non esiste”. Una cosa del genere sarebbe possibile, perché quest’espressione ricorre in almeno due passaggi (Sal 9,25; 53,2). Tuttavia, dal contesto evinceremmo che la frase non è certo supportata dal testo sacro, ma condannata: “Nel suo orgoglio il malvagio disprezza il Signore: <Dio non ne chiede conto, non esiste!>” (9,25); “Lo stolto pensa: <Dio non c’è> (53,2).
g) A coloro che eventualmente dovessero sostenere con forza che Gesù era sposato, possiamo rispondere che, come cattolici, la cosa non solo non ci scandalizza, ma anzi siamo completamente d’accordo: Gesù era ed è sposato. Sì, con la Sua Chiesa. Basta infatti leggere san Paolo e altri passi del Nuovo Testamento per rendersene conto (rimandiamo a questo articolo per un maggior approfondimento), così come il Catechismo (ad esempio, nn. 756-757-771-772-773-789 e soprattutto 796). Richiami in merito vi sono anche nel Secondo Concilio di Nicea (anno 787) e nel Concilio di Vienne (anno 1311-1312)(cfr. DS 901) Esiste addirittura una Costituzione Apostolica di Pio XII (del 1950) che si intitola “Sponsa Christi” (anche se poi il testo tratta in gran parte di altre materie); del resto, nella Mystici Corporis di papa Pacelli si parla non di rado della Santa Chiesa quale sposa di Cristo. Qualche altra citazione: “la Chiesa, la quale [...] è unita a Cristo, suo Sposo” (Leone XIII, enc. Exeunte iam anno); san Pio X parla della “bellezza della sposa di Cristo [cioè la Chiesa, ndr]”(enc. Communium rerum); “Chiesa, sposa di suo [della Vergine, ndr] Figlio” (Benedetto XV, enc. Fausto appetente die); “la mistica Sposa di Cristo [la Chiesa, ndr] nel corso dei secoli non fu mai contaminata né giammai potrà contaminarsi” (Pio XI, enc. Mortalium Animos); “E Gesù Cristo, per continuare l’opera sua, volle che la Chiesa, sua mistica Sposa [...]” (ven. Pio XII, udienza generale del 6 dicembre 1939); “la Chiesa, Sposa di Cristo” (beato Giovanni XXIII, motu proprio Consilium, 3); Paolo VI dedicò al tema almeno un’udienza generale (quella del 15 giugno 1966), dove afferma per esempio che “questa allegoria […] ci autorizza a chiamare la Chiesa Sposa di Cristo”; “la Chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, a lei promessa dal Signore, affinché per l’umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma rimanga la degna sposa del suo Signore” (Giovanni Paolo I, radiomessaggio del 27 agosto 1978); il beato Giovanni Paolo dedicò al tema, per esempio, l’udienza generale del 18 dicembre 1991, ove affermò per esempio che “la Chiesa è la Sposa di Cristo”; “Chiesa, Sposa di Cristo” (Benedetto XVI, udienza generale del 15 dicembre 2010).
h) Concludendo con una battuta, si potrebbe dire che talvolta si ha come la sensazione che, pur di dar sotto alla Chiesa e alla fede cattolica, ci sia chi è disposto prima a sostenere che Gesù non è mai esistito; per passare poi ad esibire il certificato di matrimonio dello stesso…

Bibliografia:
http://www.hds.harvard.edu/faculty-research/research-projects/the-gospel-of-jesuss-wife (in inglese)(pagina ufficiale del progetto di ricerca sul frammento)
http://www.hds.harvard.edu/sites/hds.harvard.edu/files/attachments/faculty-research/research-projects/the-gospel-of-jesuss-wife/29865/King_JesusSaidToThem_draft_0920.pdf (in inglese)(lungo articolo di 52 pagine della King riguardo al frammento in questione)

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Apprendiamo con molto piacere che l’Associazione Alessandro Maggiolini (come non ricordare con venerazione quel pastore fedele che ha concluso il suo pellegrinaggio terreno alcuni anni fa?) e Alleanza Cattolica (impegnata, tra le altre cose, nella divulgazione del Magistero ecclesiale cum et sub Petro) hanno organizzato un ciclo di conferenze dedicato al tema della continuità dell’insegnamento magisteriale sia prima che dopo il Concilio Vaticano II. Presso il loro sito internet (qui) si possono trovare utili informazioni sull’iniziativa. In una delle pagine del sito è disponibile l’elenco degli incontri (al momento sono 8), i quali si terranno a Milano presso la Casa “Cardinal Schuster” in via sant’Antonio 5 (qui la mappa Google). Scorrendo l’elenco dei relatori, vediamo che si tratta di figure conosciute per il loro sostegno alla cosidetta “ermeneutica della continuità”, che tanto sta a cuore al nostro amato Santo Padre. Non ci stupiamo, quindi, di trovare nomi di ecclesiastici come il card. Burke, mons. Marchetto, don Bux, don Cantoni, padre Cavalcoli O.P.; oppure laici come Massimo Introvigne. Né è una sorpresa leggere del decisivo contributo all’organizzazione di tutto ciò dato da mons. Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro.
Tutti coloro che vivono in zona e sono interessati ad approfondire la tematica dell’ermeneutica della rottura hanno una serie di possibilità di farlo in maniera sana, in comunione con la Sede Apostolica.

(© foto: Rinascimento Sacro) Uno dei relatori, il card. Raymond Leo Burke, nel 2009 (quando ancora non aveva ricevuto il berretto cardinalizio)

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Ricevere e trasmettere: ecco la tradizione, della quale San Paolo si mostra tanto geloso. Questo ricevere dal Signore, e quindi trasmettere, e ancora ricevere e continuare a trasmettere — con fedeltà e nella integrità : « depositum custodi, devitans profanas vocum novitates » [1 Tim 6,20] , senza alterazioni, senza distogliere l’ascolto dalla verità e indirizzarlo alle interpretazioni arbitrarie, o alle favole, ai miti di ieri e di oggi [cfr. 2 Tim 4,4] — costituisce una catena che non può essere infranta. (servo di Dio Paolo VI, dal discorso veneziano del 16 settembre 1972)

Paolo VI con l’allora card. Luciani, nel corso della visita di papa Montini
a Venezia il 16 settembre 1972

 

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I Vescovi del mondo intero, con il loro numero e la diversità della loro provenienza, con la forza singolare della loro testimonianza, innalzeranno verso il cielo un canto primaverile di giovinezza. […] Il Concilio intende costruire un nuovo edificio sulle fondamenta poste nel corso della storia, con i mezzi divini e umani che la Chiesa ha nella propria disponibilità. É troppo evidente che non si tratta di nuova dottrina, di formule sensazionali! Ma il concilio, facendo sue le parole del Battista, riprese da Gesù: pœnitentiam agite, appropinquavit enim regnum cœlorum [Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino], estenderà le dimensioni della carità alle diverse necessità dei popoli e presenterà loro in maniera più chiara il messaggio di Cristo. Ciò implica per l’uomo conversione del cuore, nuovo vigore di spirito, fede lucida e attiva. (beato Giovanni XXIII, dal discorso del 2 settembre 1962)

Il beato Giovanni XXIII

 

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