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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

In una delle recenti Udienze generali dedicate ai sacramenti Papa Francesco ha parlato dell’Eucaristia. Vi invitiamo a leggere l’intera catechesi del 5 febbraio e intanto segnaliamo alcuni passaggi su cui non si rifletterà mai abbastanza…

 

“Sulla mensa c’è una croce, ad indicare che su quell’altare si offre il sacrificio di Cristo: è Lui il cibo spirituale che lì si riceve, sotto i segni del pane e del vino”

 

“Parola e Pane nella Messa diventano un tutt’uno, come nell’Ultima Cena, quando tutte le parole di Gesù, tutti i segni che aveva fatto, si condensarono nel gesto di spezzare il pane e di offrire il calice, anticipo del sacrificio della croce, e in quelle parole: Prendete, mangiate, questo è il mio corpo … Prendete, bevete, questo è il mio sangue”

 

“Dunque la celebrazione eucaristica è ben più di un semplice banchetto: è proprio il memoriale della Pasqua di Gesù, il mistero centrale della salvezza. «Memoriale» non significa solo un ricordo, un semplice ricordo, ma vuol dire che ogni volta che celebriamo questo Sacramento partecipiamo al mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo

 

“Cari amici, non ringrazieremo mai abbastanza il Signore per il dono che ci ha fatto con l’Eucaristia! E’ un dono tanto grande e per questo è tanto importante andare a Messa la domenica”

 

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“Montano italico cattolico romano” si definisce Giovanni Lindo Ferretti. Vi raccomandiamo la lettura di Barbarico, ultima opera del cantore della montagna, dei cavalli e della gloria di Dio, dove troverete questa e altre riflessioni:

Il bello della Chiesa Cattolica, la sua forza contenuta o dirompente è il Santo Padre, immagine di Cristo sulla Terra, e bisogna riconoscere che i signori Cardinali, nel tempo di mia vita posso testimoniarlo, lavorano bene nell’obbligo del Conclave ma tutti confidiamo nello Spirito Santo. Per il Santo Padre, con il Santo Padre bisogna pregare, tutto il resto è diceria clericale o idolatrica nell’alternarsi delle mode
(Giovanni Lindo Ferretti)

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Continua il “viaggio in Inghilterra” di Papa Francesco. Dopo la citazione di Gilbert Keith Chesterton, nell’omelia di qualche giorno fa sulle “idee cristiane impazzite” (leggi qui), questa volta tocca al grande convertito e poi cardinale, John Henry Newman, beatificato da Benedetto XVI nel 2009.

La preghiera pronunciata ieri dal Santo Padre, durante l’omaggio all’Immacolata in piazza di Spagna, riecheggiava quella “luce gentile” cara al beato John Henry Newman:

“Tu sei la Tutta Bella, o Maria!
In Te è la gioia piena della vita beata con Dio. 
Fa’ che non smarriamo il significato del nostro cammino terreno:
la luce gentile della fede illumini i nostri giorni,
la forza consolante della speranza orienti i nostri passi,
il calore contagioso dell’amore animi il nostro cuore,
gli occhi di noi tutti rimangano ben fissi là, in Dio, dove è la vera gioia”

(Papa Francesco, Omaggio all’Immacolata 8 dicembre 2013)

 

Provate a confrontarla con questi versi:

“Conducimi tu, luce gentile
conducimi nel buio che mi stringe;
la notte è scura la casa è lontana,
conducimi tu, luce gentile.
Tu guida i miei passi, luce gentile
non chiedo di vedere assai lontano
mi basta un passo solo il primo passo
conducimi avanti luce gentile.
Non sempre fu così, te ne pregai
perché tu mi guidassi e conducessi
da me la mia strada io volli vedere
adesso tu mi guidi luce gentile.
Io volli certezze dimentica quei giorni,
purché l’amore tuo non m’abbandoni
finché la notte passi, tu mi guiderai,
sicuramente a te luce gentile.
Conducimi tu, luce gentile
conducimi nel buio che mi stringe;
la notte è scura la casa è lontana,
conducimi tu, luce gentile.”
(John Henry Newman)

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Rivolti al Signore…

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“il cristiano, quello che si sente guardato dal Signore, con quello sguardo tanto bello, amato dal Signore e amato sino alla fine. Sente… Il cristiano sente che la sua vita è stata salvata per il sangue di Cristo.” (Papa Francesco, S.Messa all’altare del beato Giovanni Paolo II nella Basilica Vaticana, 31 ottobre 2013)

 

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Veni Sancte Spiritus

Se Dio non ci illumina interiormente, il nostro essere cristiani sarà superficiale. La Tradizione della Chiesa afferma che lo Spirito di verità agisce nel nostro cuore suscitando quel “senso della fede” (sensus fidei) attraverso il quale, come afferma il Concilio Vaticano II, il Popolo di Dio, sotto la guida del Magistero, aderisce indefettibilmente alla fede trasmessa, la approfondisce con retto giudizio e la applica più pienamente nella vita (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 12). Proviamo a chiederci: sono aperto all’azione dello Spirito Santo, lo prego perché mi dia luce, mi renda più sensibile alle cose di Dio? Questa è una preghiera che dobbiamo fare tutti i giorni: «Spirito Santo fa’ che il mio cuore sia aperto alla Parola di Dio, che il mio cuore sia aperto al bene, che il mio cuore sia aperto alla bellezza di Dio tutti i giorni». Vorrei fare una domanda a tutti: quanti di voi  pregano ogni giorno lo Spirito Santo? Saranno pochi, ma noi dobbiamo soddisfare questo desiderio di Gesù e pregare tutti i giorni lo Spirito Santo, perché ci apra il cuore verso Gesù.

(Papa Francesco, udienza generale del 15 maggio 2013)

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Veni, Sancte Spiritus, reple tuorum corda fidelium et tui amoris in eis ignem accende.
Emitte Spiritum tuum et creabuntur.
Et renovabis faciem terrae.

Oremus:
Deus, qui corda fidelium sancti Spiritus illustratione docuisti, da nobis in eodem Spiritu recta sapere et de eius semper consolatione gaudere. Per Christum Dominum nostrum.
Amen.

Vieni Santo Spirito, riempi il cuore dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore.
Manda il tuo spirito per una nuova creazione. 
E rinnoverai la faccia della terra.

Preghiamo:
O Signore, che hai istruito i cuori dei fedeli con la luce dello Spirito Santo, donaci di gustare nello stesso Spirito la verità e di godere sempre della sua consolazione. Per Cristo nostro Signore.
Amen.

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La stampa non mira ad informare il lettore, ma a convincerlo che lo sta informando
(Nicolás Gómez Dávila)

Abbiamo atteso un po’ prima di ricominciare a scrivere per ripararci dalla melassa massmediatica che mira ad etichettare un papa per screditarne un altro. Niente di nuovo sotto il sole: è un film già visto. Ci dispiacerebbe solo se la gente si soffermasse solo su questi dettagli, senza seguire poi gli insegnamenti dell’attuale pontefice, soprattutto quando risulteranno “scomodi” per quel “mondo” che ora lo acclama, trasformando l’Osanna in un Crucifige. E proprio in quel momento si vedrà chi difende il magistero di Papa Francesco e chi invece, in preda all’euforia collettiva, voleva solo un papa “simpatico”, magari scambiando la misericordia per condiscendenza.
Noi siamo papisti e serviamo con dedizione tutti i pontefici da san Pietro a papa Francesco, passando per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, perché Pietro ha molte facce ma è uno solo. Abbiamo un debole per il Papato, quindi ci piacciono tutti i papi: il polacco atletico, che al contempo era il “nonno polacco” per noi nati nei primi anni del suo pontificato; il tedesco mite e sapiente, che già apprezzavamo per i suoi scritti, l’amico e collaboratore più fidato di Giovanni Paolo II; e ora l’argentino semplice, il Papa preso “quasi alla fine del mondo”; ci piacciono quelli con la mozzetta rossa e quelli senza, quelli con la croce dorata e quelli con la croce di ferro, quelli con le scarpe rosse e quelli con le scarpe nere, e via con tutti i dettagli che in questo momento sembrano l’unico argomento di tanti giornalisti – ahinoi, anche cattolici – che sembrano confondere l’informazione con il gossip. Magari cercando la “rottura” a tutti i costi, soprattutto dove non c’è. Perché lo spirito (e lo splendore) della liturgia del papa bavarese e la povertà personale del pastore delle favelas indicano entrambi Cristo. Ma si sa che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito…
Così che, lo ammettiamo, inizialmente un po’ spiazzati da quella spontaneità che qualcuno leggeva subito come rottura con il “venerato predecessore”, siamo riusciti a goderci il nuovo Papa solo dopo aver spento la televisione o almeno messo a tacere il giornalista di turno – meglio, anzi peggio se “cattolico” impegnato in una velata ma sistematica critica a Benedetto XVI, sulla quale per decenza stendiamo un velo pietoso, anzi un piviale ché un velo non basta. E abbiamo scoperto che Papa Francesco ci piace, ma per motivi opposti a quelli del “mondo”: a noi il Papa piace perché si alza alle 5 per pregare; perché celebra la liturgia assorto in preghiera; perché sta continuando l’Anno della Fede sminuzzando il Catechismo per noi tardi di comprendonio. Ci piace perché parla di Maria, di Giuseppe, parla persino del demonio. E aggiungiamo, da “ratzingeriani”, perché anche nelle celebrazioni ha saputo integrare quella sua sobrietà (in parte militaresca, dato l’ordine di provenienza del pontefice, e in parte dovuta alle dure condizioni del suo popolo) con la centralità della Croce – centralità anche visiva -, che abbiamo imparato da Benedetto XVI.
A quest’ultimo, non lo nascondiamo, siamo legati sin da quando era il card. Ratzinger, e vogliamo imitarlo anche in quella “obbedienza e reverenza” che prima di congedarsi ha promesso al suo – allora ignoto – successore, in cui ora vediamo il volto di Pietro. Non sembri pragmatica, o addirittura da “Pravda” questa affermazione; la “Pravda” ci pare piuttosto quello sconcerto umano, troppo umano (e a nostra parziale discolpa, mediaticamente alimentato), con cui lì per lì ci siamo chiesti: e adesso? E adesso abbiamo un nuovo Pastore e sotto la sua guida continuiamo la stessa missione, anche attraverso l’amore per le cose belle, per la sana tradizione e per la bella liturgia che è ricchezza anche dei poveri e per i poveri (e lo stesso san Francesco diceva di scegliere la povertà per sé, ma di offrire le cose più preziose per il culto divino); e deponiamo questi nostri tesori ai suoi piedi, li affidiamo alle sue mani, che sono le mani di Pietro.
Lo sconcerto o l’euforia, la “rottura” e la smania di novità, lasciamole pure a chi vede la Chiesa a cielo chiuso, come se fosse un’organizzazione puramente umana (sarebbe “una ONG pietosa”, ci ha detto Papa Francesco), quindi da valutare in base a strategie umane. Ma noi proprio alla scuola della liturgia, ordinaria e straordinaria, abbiamo imparato la centralità di Cristo.
E a noi piace il Papa, qualsiasi Papa, che si chiami Karol o Joseph o Jorge Mario, perché è proprio a lui che Cristo ha consegnato le chiavi.

Francisco Summo Pontifici et universali Patri,
pax, vita et salus perpetua!

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Prima di entrare metaforicamente nel silenzio orante del conclave e disporci ad accogliere il nuovo successore di Pietro, pubblichiamo quale atto di gratitudine verso Benedetto XVI questo piccolo riepilogo del suo pontificato, scritto da uno dei nostri collaboratori lo scorso anno in occasione del compleanno del Papa. Image I – L’ultimo dono di Giovanni Paolo II
Quando 7 anni fa Giovanni Paolo II ci lasciava c’era un po’ un senso di smarrimento in chi come il sottoscritto non aveva visto direttamente altri papi, se non dai libri. Confesso che nei giorni precedenti il conclave – il “mio” primo conclave! – avevo un po’ il timore di vedere un “intruso” negli abiti bianchi papali che eravamo abituati ad associare soltanto al papa polacco eppure mi sforzavo di pensare che chiunque fosse stato scelto dai cardinali sarebbe stato Pietro, Colui al quale Cristo consegnava le chiavi della Chiesa. Eppure continuavo ad essere un po’ inquieto, immerso in quei sentimenti contrastanti della serie – per dirla con Guareschi – “il cervello lo sa, ma il fegato no…!” Questi pensieri però svanirono in quel 19 aprile, per far posto alla “grande gioia” – il gaudium magnum con cui vengono annunciati i nuovi pontefici. Ricordo che ero a Pisa (dove mi trovavo per gli studi universitari) ed ero andato a messa nella chiesa di Santa Caterina che frequentavo abitualmente. A metà della celebrazione prima una campana, poi un’altra , poi un’altra ancora, poi tutta la città scampanava festosamente e anche il celebrante intuì cosa doveva essere accaduto  e per la prima volta – dopo la piccola “quaresima” della sede vacante – durante il Canone menzionò “il nostro papa”, ancora ignoto, che nella Cappella Sistina aveva appena accettato l’elezione a Vicario di Cristo. Ovviamente quella messa – che pure era una messa feriale, quindi abbastanza breve – mi sembrò lunghissima perché non vedevo l’ora di scappare ad accendere la Tv per vedere il nuovo papa. E quando fu annunciato il nome dell’eletto e si aprì la loggia centrale di San Pietro, non c’era nessun intruso, al contrario, il mondo conobbe l’ultimo dono di Giovanni Paolo II: per la prima volta in abiti bianchi, c’era quell’anziano e mite (e forse un po’ intimidito) cardinale Ratzinger, che papa Wojtyla aveva voluto a tutti i costi al suo fianco fino all’ultimo (i vaticanisti fanno a gara a contare quante volte Giovanni Paolo II gli abbia rifiutato le dimissioni, per convincerlo a restare a Roma… chissà se quel papa mistico aveva visto qualcosa…).

II – La gioia…
Per lui, che giunto a 78 anni non vedeva l’ora di tornarsene in patria a continuare i suoi studi e a vivere gli ultimi anni in serenità e pace, fu un nuovo inizio. Ma fu un nuovo inizio anche per chi, come me, già lo apprezzava come uno dei pochi punti fermi accanto a Giovanni Paolo II, perché se prima conoscevo i suoi scritti in questi sette anni abbiamo potuto conoscere anche l’anima, la mente e il cuore da cui questi erano scaturiti. Questa mente e cuore che si possono riassumere in una frase del suo recente Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù, celebrata nella domenica delle Palme 2012: “La Chiesa ha la vocazione di portare al mondo la gioia, una gioia autentica e duratura, quella che gli Angeli hanno annunciato ai pastori di Betlemme nella notte della nascita di Gesù ”. Tutto questo messaggio è incentrato sulla gioia, e qualcuno nei giorni scorsi ricordava come la parola “gioia” sia probabilmente uno dei termini più frequenti in questo pontificato (e aggiungerei anche le parole “speranza” e “bellezza”), così che la vocazione della Chiesa di portare al mondo la gioia, sia specificamente fatta propria da Benedetto XVI. Ma il papa precisa: non una gioia qualsiasi, effimera, che oggi c’è e domani non lo sappiamo, ma “una gioia autentica e duratura”, quella degli Angeli, che a loro volta traggono la loro gioia dallo stare continuamente alla presenza di Cristo, che è “la fonte della gioia e dell’allegria” (per usare ancora le parole del Papa). Tutto il magistero di questo papa (che non parla solo con le parole ma anche con il silenzio dei gesti, dei “santi segni” della liturgia) è un grande tentativo  di aprire gli occhi e alzare lo sguardo verso quell’eterna festa che ruota intorno alla Trinità. Lo ha fatto e lo fa in tutti i modi: abbiamo visto il grande teologo, il professor Ratzinger, abbassarsi con umiltà a spiegare ai bambini con parole semplici i misteri della fede cristiana. E lo abbiamo visto rivolgersi agli intellettuali per esortarli a non sprecare l’uso della ragione, a non restringerla nei confini limitati di ciò che vediamo e tocchiamo concretamente, ma ad “allargare la ragione” (è un altro dei suoi leitmotiv…) spiegando a loro e a noi che una ragione ridotta al solo aspetto tecnico, razionalistico, è una ragione ristretta, mortificata, incapace di cogliere la bellezza. Fino a “richiamare” con l’esempio e con l’esortazione persino gli stessi sacerdoti a guardare in alto e a rimettere al centro Cristo (di qui la centralità della croce sull’altare nelle messe del papa) senza cedere alla tentazione di “costruire da sé” la liturgia, col rischio che le proprie invenzioni personali e trovate accattivanti, finiscano per oscurare quella festa, allo stesso tempo solenne e gioiosa, che gli angeli celebrano in cielo e che deve trasparire in ogni liturgia terrena.

III – Pastor Angelicus
Così se Giovanni Paolo II era sicuramente un papa mistico, anche Benedetto XVI può essere definito mistico, a suo modo. Nel senso che percorre e ci invita a percorrere una “piccola via” della mistica (simile a quella “piccola via” della “piccola” Santa Teresa di Lisieux), una via semplice e umile, come lui stesso si definì 7 anni fa, che consiste nel rendersi conto che la realtà è più ampia (e più bella) di come siamo abituati a vederla, e ad “uscire dalla quotidianità, dal mondo dell’utile, dell’utilitarismo” per “essere in cammino verso la trascendenza; trascendere se stesso, trascendere la quotidianità e così trovare anche una nuova libertà, un tempo di ripensamento interiore, di identificazione di se stesso, di vedere l’altro, Dio” (cfr. Viaggio a Santiago e Barcellona) –  ma questo è possibile solo se ci si sforza di vivere alla Sua presenza, come gli Angeli, ma anche come i bambini e come quei monaci che “vivono incessantemente alla maniera degli angeli” e che il Papa ammira a tal punto da prendere il nome del loro fondatore, san Benedetto. Anche per Benedetto XVI sarebbe dunque appropriato il motto, già attribuito a Pio XII, di Pastor Angelicus, il papa angelico, che vuole aiutarci a sperimentare le parole di Gesù nel Vangelo: beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… e quel “bambino dai capelli bianchi” che 7 anni fa si affacciò per la prima volta da San Pietro, vuole aiutarci a vedere Dio, a “vivere alla Sua presenza” già in questa vita per essere irradiati e nostra volta irradiare la speranza, la bellezza e la gioia.

IV – Gandalf il Bianco
Tutto questo sembra impossibile di fronte alle amarezze e alle sofferenze che costellano la vita quotidiana, ma il Papa ci assicura che “radicati nella fede” possiamo incontrare “anche in mezzo a contrarietà e sofferenze la fonte della gioia e dell’allegria” che è Cristo [cfr. GMG Madrid 2011]. Ci assicura e anche ci rassicura di fronte alle numerose sfide del nostro tempo. Non so se il Papa abbia letto Il Signore degli Anelli, fatto sta che qualche volta si trasforma persino in Gandalf il Bianco (il colore non è casuale..): il Saggio stregone dell’opera di J.R.R. Tolkien, a un certo punto ricorda ai suoi amici timorosi dei mali che si sarebbero potuti verificare: “non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”. Con parole simili Benedetto XVI ricordava a Madrid, soprattutto ai giovani: “Cari amici, che nessuna avversità vi paralizzi! Non abbiate paura del futuro né della vostra debolezza. Il Signore vi ha concesso di vivere in questo momento della storia perché grazie alla vostra fede continui a risuonare il Suo nome su tutta la terra ”

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Ebbene, cari amici, qui sulle rive del Mare finisce la nostra compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò: Non piangete – perché non tutte le lacrime sono un male” (J.R.R.Tolkien)

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die 28 februarii MMXIII, hora vigesima… consummatum est!

Il portone di Castel Gandolfo viene chiuso, le Guardie Svizzere si ritirano, il pontificato di Benedetto XVI è terminato. Certamente con qualche lacrima da parte nostra ma anche tanta gratitudine per questi otto anni sui quali avremo modo di tornare più avanti, con calma, a mente più lucida e occhi (speriamo) un po’ meno lucidi di ora…
La Sede vaca, ma la Fede non vacilla, sostenuta anche dalla preghiera incessante che Benedetto XVI, già Romano Pontefice, eleverà per ciascuno di noi fino al termine dei suoi (speriamo ancora lunghi) giorni. Una sola breve riflessione, in margine alla nuova dimensione contemplativa del Papa non più regnante, bensì orante: sono stati versati i proverbiali fiumi di inchiostro sul “precedente” creato dalla rinuncia, dicendo che i suoi Successori saranno condizionati da questa scelta. A noi pare che la rinuncia di Benedetto XVI sia stata un segnale forte – “apocalittico”, come scriveva Massimo Introvigne – proprio nella misura in cui è un evento eccezionale, non destinato a ripetersi, perché dettato da tempi estremamente duri che si spera passino presto. E se anche non fosse così, c’è un altro “precedente” che nessuno ha evidenziato: un eventuale futuro pontefice dimissionario, dovrebbe sentirsi condizionato non solo dalla rinuncia di Benedetto XVI, ma anche dall’epilogo “monastico”. Perché lui stesso nell’ultima Udienza Generale ha spiegato che anche rinunciando al pontificato non si torna indietro: “Il ‘sempre’ è anche un ‘per sempre’ – non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da Papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio“.
Insomma: Pontefice attivo o Pontefice contemplativo. Tertium non datur.

Benedetto XVI non è più Papa, ma non torna più neanche il Cardinal Ratzinger. Dalle ore 20 è “semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità

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Un mondo a-rituale…

 

 

Ad essere malato non è il rito, ma l’uomo moderno nel suo rapporto con il rito – ce n’est pas le rite qui est malade, c’est l’homme moderne dans son rapport au rite” (Genevieve Trainar)

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Con grande gioia segnaliamo ai nostri lettori il link per ascoltare e scaricare la tavola rotonda di Radio Maria (30 dicembre 2012) condotta da Stefano Chiappalone e dedicata a padre Tomas Tyn . Ospiti: P. Giovanni Cavalcoli, dott. Luigi Casalini, avv. Gianni Battisti:

http://www.radiomaria.it/tavola-rotonda-a-cura-di–chiappalone-dott-stefano-30122012.aspx

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