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Archive for the ‘Thibon’ Category

Prego per voi – non vuol dire ch’io pronunci di tanto in tanto qualche parola pensando a voi; vuol dire che mi sento responsabile di voi nella carne e nell’anima, che vi porto in me come una madre il suo bambino, che voglio condividere, anzi non solo condividere ma attirare interamente su di me il male ed il dolore che vi minacciano, e che offro a Dio tutta la mia notte perché egli ve la restituisca in luce” (Gustave Thibon)

“…devono entrare nel mio cuore, devono essere un’inquietudine per me. Il mio fratello soffre, la mia sorella soffre; ecco il mistero della comunione dei santi. Pregare: Signore guarda quello, piange, soffre. Pregare, permettetemi di dirlo, con la carne […] non con le idee; pregare con il cuore” (Papa Francesco)

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“Chiesa moderna (così come viene rappresentata da parte di certi chierici “aperti” al mondo): un’anziana signora che tenta maldestramente di ringiovanirsi imbellettandosi secondo il gusto del giorno, col trucco che finisce per sottolinearne la decrepitezza. Vuol far dimenticare d’essere vecchia nella misura in cui ha dimenticato d’essere eterna”

(Gustave Thibon)

“Rispetto alla Chiesa militante e alla Chiesa trionfante, il nuovo clero si incorpora nella Chiesa claudicante”

(Nicolás Gómez Dávila)

…Il Cristianesimo è un albero che è, per così dire, in perenne «aurora», è sempre giovane. E questa attualità, questo «aggiornamento» non significa rottura con la tradizione, ma ne esprime la continua vitalità; non significa ridurre la fede, abbassandola alla moda dei tempi, al metro di ciò che ci piace, a ciò che piace all’opinione pubblica, ma è il contrario: esattamente come fecero i Padri conciliari, dobbiamo portare l’«oggi» che viviamo alla misura dell’evento cristiano, dobbiamo portare l’«oggi» del nostro tempo nell’«oggi» di Dio. (Benedetto XVI, Incontro con i Vescovi che hanno partecipato al Concilio Vaticano II, 12 ottobre 2012)

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Che cos’è l’Opus Dei?

Gustave Thibon

«Non è ridicolo sospettare di un’organizzazione che mette tutta la sua potenza al servizio dell’amore?»

Che cos’è l’Opus Dei? Qual è il suo scopo? Quali sono i suoi mezzi? Cosa si deve pensarne? Molte domande che vengono rivolte ogni giorno a coloro che da lontano o da vicino sono in contatto con l’opera di Mons. Escrivá de Balaguer.
Non ho la pretesa di rispondere esaurientemente. Non faccio parte dell’Opus Dei e non mi sono dedicato ad alcuna indagine sistematica sulle sue attività. La mia testimonianza è strettamente personale, cioè dettata unicamente dai miei contatti diretti con membri dell’Opus Dei.
Lo scopo dichiarato dell’Opus Dei è la santificazione della vita quotidiana e delle attività cosiddette profane. Si tratta di abolire il muro che separa, in troppi cristiani, la fede e la pratica religiosa dal comportamento esteriore dell’individuo nella città degli uomini. In questo senso l’Opus Dei risponde all’invocazione dell’apostolo: instaurare omnia in Christo, instaurare tutto in Cristo. Ogni cosa mantiene il proprio ruolo e la carità si irradia attraverso tutto. Un medico cristiano ad esempio deve possedere, oltre alla più elevata competenza professionale, anche quelle qualità supreme di attenzione, accoglienza e oblatività che sole possono trasmettere al prossimo l’amore divino.
Questo ideale – inaccessibile nella sua purezza assoluta a causa dell’imperfezione umana – l’ho sentito presente, operante e prossimo in tutti i miei contatti coi membri o i gruppi dell’Opus Dei. Dappertutto ho trovato la medesima costanza nell’azione fondata sulla stessa fedeltà alla preghiera, il medesimo dono di sé senza ritorno su di sé – privilegio sacro degli uomini di fede che attingono dal cielo la forza, il coraggio di affrontare fino alla fine la dura corsa ad ostacoli dell’esistenza terrea.
L’Opus Dei non è né una società segreta né una setta. I suoi membri e le sue istituzioni non celano la propria appartenenza. Nell’Opera tutto avviene alla luce del sole, non vi si riscontra alcun settarismo, con tutto ciò che questo termine comporta in termini di chiusura, esclusivismo, orgoglio collettivo e disprezzo nei confronti di tutto quel che è estraneo alla setta; al contrario, vi si trova un fervore senza fanatismo e un’apertura lucida e calorosa al vero e al bene sotto tutte le loro forme. Ho qualche esperienza di sette: ci si trova oppressi fino ad asfissiare, mentre nell’Opus Dei si respira liberamente…
Il cardinale Luciani, divenuto in seguito Giovanni Paolo I, aveva senza dubbio fatto la stessa esperienza per scrivere, un mese prima di essere eletto papa: «L’estensione, il numero e la qualità dei membri dell’Opus Dei ha fatto pensare a chi sa quali mire di potere, a quale ferrea obbedienza di gregari. Il contrario è vero: c’è solo il desiderio di fare dei santi, ma in letizia, in spirito di servizio e di grande libertà».
Quanto alla potenza dell’Opus Dei e ai suoi mezzi temporali, risponderò che la forza è un bene in sé, tanto per gli individui quanto per le collettività. È condannabile solo l’uso cattivo che se ne fa. L’opera più pura – quella comandata dalla carità – esige, per essere efficace, dei mezzi a supporto dell’azione. Dio è onnipotente ma, salvo il caso dei miracoli, agisce attraverso l’intermediazione di cause seconde, delega i propri poteri gli uomini. E più questi ultimi sono potenti, tanto più possono fare del bene – o del male. Per soccorrere un povero o un malato occorre essere meno o poveri o stare meglio di lui, per istruire un ignorante occorre essere più sapienti, ecc. E tutte queste superiorità sono delle forze. Non si tratta dunque di giudicare la potenza dell’Opus Dei, ma di sapere in che senso essa venga esercitata: quello dell’amore di Dio e del prossimo o quello del dominio dell’uomo sull’uomo. Tutto ciò che ho potuto osservare mi conferma nell’idea che i suoi membri siano ispirati dall’umile volontà di servire e non dall’appetito orgoglioso di dominare.
Dirò anche di più. Propriamente parlando, i mezzi materiali cui facevo allusione – e che sono sempre utilizzati per fini immediatamente apostolici – non appartengono all’Opus Dei. Non possono appartenere a un’associazione che, in quanto tale, non possiede beni temporali. Questi mezzi costituiscono delle iniziative personali di ordinari cittadini, membri o meno dell’Opus Dei – in numerosi casi collaborano non cattolici e perfino non cristiani – che investono il proprio denaro e il proprio lavoro (per i cristiani anche la loro preghiera) in uno spirito di evidente servizio per gli altri.
Inoltre, in un mondo dove tanti poteri ufficiali o occulti seminano l’odio e la guerra – si pensi alla lotta di classe, alle rivalità tra i partiti politici e le nazioni, alle associazioni terroristiche, ecc. – non è ridicolo sospettare di un’organizzazione che mette tutta la sua potenza al servizio dell’amore?
L’Opus Dei: l’opera di Dio. Un’opera che passa attraverso gli uomini e di cui, malgrado le inevitabili imperfezioni delle creature, i membri dell’Opus Dei sono gli operai fedeli e diligenti.

(La Nouvelle République du centre-ouest, quotidien du Berry-Poitou-Val de Loire, 1980)

(Articolo originale: Qu’est-ce que l’Opus Dei?)

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di Gustave Thibon

Riproduciamo qui l’articolo di Gustave Thibon, pubblicato su Le Figaro del 25 giugno 1976, primo anniversario della morte di mons. Escrivá de Balaguer, fondatore dell’Opus Dei.

È passato un anno da quando monsignor Escrivá de Balaguer, fondatore e animatore spirituale dell’Opus Dei, ci ha lasciati. Prendevo parte a un colloquio in un centro dell’Opus Dei l’ora in cui giunse la notizia della sua morte. Dalla qualità dell’emozione degli astanti – vi sono atteggiamenti che non ingannano, con cui i corpi svelano i segreti delle anime – intuii, in un lampo, la profondità dell’influenza esercitata da quest’uomo sui suoi discepoli.
La parola influenza è ambigua. Può designare tanto un influsso alienante (la grippe originariamente si chiamava influenza!*) quanto un aiuto esterno che favorisce la crescita e la maturazione di un essere, per esempio l’influenza positiva della pioggia e del sole sullo sviluppo di una pianta. In quest’ultimo caso non subiamo l’influenza, la riceviamo arricchendoci interiormente di questo dono.
Il discernimento non lascia alcuna esitazione per quel che riguarda l’influenza del fondatore dell’Opus Dei.
Non appartengo all’Opus Dei, non ne patrocino la causa. Ma, in quanto testimone imparziale di un’opera di cui ho sentito dire il peggio e il meglio, posso affermare che in tutti i contatti che avuto coi suoi membri non ho mai percepito quell’atmosfera soffocante e quella indefinibile difficolta di respirazione spirituale che caratterizzano la setta o il partito.
Dappertutto ho trovato il medesimo clima e l’ordine scaturiti dalla convergenza delle libertà, dove l’unita degli scopi rispetta la diversità dei cammini, dove la disciplina è ispirata dall’interno piuttosto che imposta dall’esterno, insomma, in certo qual modo una società ideale dove, secondo la mirabile formula di Bossuet, «tutti obbediscono senza che nessuno comandi».
Il principio dominante della spiritualità di mons. Escrivá si riassume in questo: presenza del cristiano nel mondo temporale, santificazione del lavoro e, soprattutto, del lavoro professionale. Ciò implica il rigetto della tradizionale dicotomia tra l’azione e la preghiera, il profano e il sacro. La frontiera tra questi due mondi non sta negli oggetti dei nostri sentimenti e dei nostri atti: passa attraverso l’intimità delle nostre anime. Possiamo sacralizzare le cose dette profane applicandoci ad esse nella luce e nell’amore, ma possiamo, ahinoi!, profanare le cose sacre col confondervele, come fanno tanti «devoti», separati dal mondo ma non da se stessi, dalla nostra mediocrità e dalla nostra bassezza.
Tutto è puro per i puri, tutto è impuro per gli impuri.
Sarebbe scandaloso che le attività che occupano un terzo della vita dell’uomo sfuggissero al comandamento che ci ingiunge di «essere perfetti come il nostro Padre celeste è perfetto». La professione è la nostra via privilegiata verso la perfezione: sta a noi non farne un vicolo cieco.
«La santità non è cosa riservata a privilegiati» scrive mons. Escrivá. «Tutti i cammini della terra, tutte le condizioni, tutte le professioni e tutti i compiti possono essere divini». O ancora: «Fate tutto per amore. Così non ci sono piccole cose, c’è eroismo». Un eroismo non spettacolare e non scelto: il più difficile e il migliore.
«La grazia non giunge quando diciamo: io voglio, ma quando diciamo: è necessario», mi scriveva di recente uno sconosciuto. Le santità più oscure agli occhi del mondo sono le più luminose agli occhi di Dio.
Così si colma il fossato tra l’eterno e il quotidiano. A una donna che si lamentava di come, assorbita dai bisogni temporali, non avesse più il tempo di occuparsi delle cose divine, santa Caterina da Siena rispondeva: «Siamo noi a renderli temporali, perché tutto procede dalla bontà divina». È anche il senso della preghiera di Marie-Noël:

«Dio paziente delle lente e piccole opere
dona a ciascun istante un eterno amore»

Tutto è condensato in questa parola dell’apostolo: redimere tempus, riscattare il tempo. Non vi è un tempo per l’azione e un tempo per la preghiera. Mons. Escrivá, apostolo del monismo spirituale, ci invita non a diluire Dio nel mondo, ma a impregnare il mondo di Dio.

* In italiano nel testo originale (La sainteté du quotidien).

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Teresa è la grande sorella dell’umanità presente. La riflette e la contraddice al tempo stesso. Ne ha condiviso debolezza e angoscia, ma non le maschere e le rivolte. Teresa insegna alla povertà l’innocenza e la santità; rivela ai poveri un Dio spoglio dei fasti del sovraumano, contemporaneamente più accessibile e più puro.
Il dolore e la morte non sono entità autosufficienti: nel momento in cui le isoliamo, ne facciamo dei mostri assurdi e rivoltanti. – Il mondo antico, privo di Dio, ma interiormente agitato dalla sorda attesa di Dio, ha conosciuto il dolore e la morte informi. La venuta del Cristo ha posto termine a questa tragedia: il suo amore ha conferito una forma, un’anima alla sofferenza e al trapasso. Il mondo moderno, rifiutando il Cristo, è caduto più in basso della cecità antica: ha reso la morte e il dolore deformi.
Come tutti i santi, ma chinandosi forse più profondamente fra tutti loro sull’insufficienza umana, Teresa è passata sulla terra per rendere all’Amore tutto il volto negativo del destino. La sofferenza e la morte non sono l’amore, ma lo nutrono: l’amore attinge la propria forza e purezza dalla sofferenza e la propria eternità dalla morte. Dinanzi al suo amore, ogni uomo può dire come Giovanni Battista: bisogna che io diminuisca affinché egli cresca. Colui che non vuole né patire né morire, costui non è capace di amare.

(Gustave Thibon, La douleur et la mort chez Sainte Thérèse de Lisieux, in AA.VV., Une sainte parmi nous, Plon, Paris 1937, pp. 84-85)

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Pio XII: amare la Chiesa

“Né dobbiamo limitarci ad amare questo Corpo mistico perché insigne per la divinità del suo Capo e per le sue doti celesti, ma dobbiamo amarlo con amore operoso anche quale si manifesta in questa nostra carne mortale, composta talvolta di membra che hanno tutte le debolezze dell’umana natura, anche se esse siano meno degne del posto che occupano in quel venerando Corpo”
(Pio XII, lettera enciclica Mystici Corporis)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“I vostri capi sono senza dubbio imperfetti; possono avere, come tutti gli uomini, le loro debolezze e i loro errori; ma il più umile buon senso vi insegna che vi salverete in modo infinitamente più certo restando uniti sotto dei capi imperfetti che se, cercando la perfezione, create l’anarchia” (Gustave Thibon)

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Thibon: Les Fleurs du Ciel

Non cercare di stringere l’astro che brilla solo per guidarti. Restagli fedele, a dispetto di tutto. E troverai l’ideale incorporato al reale: la stella del cielo t’insegnerà il vero senso della terra. Le cose supreme non fioriscono che al di là della tomba. Ma esse cominciano quaggiù e la loro fragile semenza è nei nostri cuori, e niente fiorisce nel cielo, che non sia prima germogliato sulla terra.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 102)

 *    *    *

Paradiso. — Bisogna, quaggiù, che i fiori muoiano ed il loro profumo svanisca perché diventino frutto e nutrimento. Lassù, respireremo un fiore eterno. Ed il suo profumo ci nutrirà.
Solo ciò che muore si riproduce. La fecondità è un perpetuo compromesso tra l’essere ed il nulla. L’eternità è sterile: dove i fiori non appassiscono, i semi sono inutili.
L’inflessione unica della tua voce, la luce fuggitiva del tuo sguardo, la freschezza delle tue mani sulla mia fronte, l’ora eletta in cui la preghiera aveva il sapore del pane terreno spezzato dopo la rude fatica d’un giorno d’estate: questo, questo solo, ritroverò in Dio. Ma senza limiti, ed al di là del filtro avaro del momento e del luogo. Qui, ho vissuto solo di queste briciole, ho camminato solo alla luce rapida di questi lampi. Ma queste briciole saranno lassù un pane inesauribile, questi lampi un’alba senza tramonto.L’abitudine sarà scomparsa: tutto sarà stupefacente sorpresa. L’uniformità, la separazione — il triste destino dei granelli di sabbia tutti eguali e tutti solitari — non getteranno più la loro ombra: niente sarà simile a niente, e tutto sarà immerso nell’unità. La resurrezione sarà più vergine di una nascita; la certezza e l’imprevisto fioriranno insieme. «Amate quel che non potrà mai essere visto due volte». Tutto ciò che merita di essere contemplato non si lascia guardare impunemente due volte. Bisogna desiderare vederlo eternamente.
L’inferno è ripetizione; il cielo, rinnovamento. 

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 80)

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