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Siri

20 maggio 1906: a Genova (parrocchia dell’Immacolata) nasceva Giuseppe Siri, figlio di Nicolò e Giulia Bellavista.

Saluto il signor Cardinale Giuseppe Siri, vostro amato Arcivescovo, al quale desidero rinnovare la espressione della mia stima per la sua opera pastorale, per lo zelo che egli ha sempre manifestato di fronte ai problemi teologici e sociali del nostro tempo, affermando con vigore e chiarezza il primato della verità e facendo conoscere che la strada del vero bene sociale passa per Cristo. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso ai fedeli della diocesi di Genova, 16 maggio 1987)

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I sacramenti e la teologia

Card.Giuseppe Siri

Cardinale Giuseppe Siri

(«Renovatio», X (1975), fasc. 2, pp. 139-140)

La pseudoteologia — noi ci rifiutiamo decisamente di chiamarla teologia — procede imperterrita nella sua opera di demolizione di tutto. E poco dire che tende a protestantizzare: essa va molto al di là. E procede logicamente. Posto il relativismo, già da noi ripetutamente denunciato, decadono tutti gli elementi del cristianesimo.

Dire che è logico non significa dire che sia vero; significa solo che è coerente al suo principio perfettamente falso.

Ed ora comincia a «mordere» i sacramenti.

Questo piano, talmente lineare da far supporre una intenzionalità, ha cominciato dagli elementi periferici: vesti, cerimonie, devozioni tradizionali e care al popolo. Ma già vi s’agitava l’anima demoniaca di tutto il fenomeno: la distruzione della Chiesa mediante il relativismo. Ciò è apparso con gradualità, tanto che abbiamo visto gente che quando parla in un ambiente è cattolica, quando parla in un altro è ultramodernista e relativista. Da qualche tempo la maschera è caduta e l’incedere è divenuto imperioso, spavaldo, scoperto.

S’è detto, ora è la volta dei sacramenti.

Ed ecco il modo per arrivarci. L’oggettività della fede, ossia dell’atto di fede, è stata ridotta ad una «soggettività dell’atto di credere».

Lo spostamento dall’oggetto al soggetto, quasi alla chetichella, e stato fatto. Diciamo alla chetichella perché col metodo di parlare vago, senza definizioni, senza princìpi certi, senza movenze chiare, si può far passare tutto.

Fu il metodo di Pelagio che a Roma, così facendo, riuscì ad evadere il controllo di Innocenzo I, ma poi fu smascherato dai Vescovi africani.

La soggettivazione dell’atto di fede porta a distruggere il suo carattere fondamentale, le sue premesse, le sue garanzie. È solo questione di «creatività».

Stando così le cose, che può rimanere dei sacramenti? Un modesto riflesso soggettivo e, siccome i riflessi soggettivi (almeno questo è obiettivo per tutti) sono molti, i sacramenti possono essere invece che sette, anche settanta. Perché fermarsi, per inconsulta paura, ad otto o nove o dieci? Naturalmente, contro l’esplicita definizione dogmatica del Concilio di Trento. Oltraggiato il quale, non sappiamo a quale titolo ci si possa appellare ad un altro Concilio, fosse pure il Vaticano II.

Che si dica che i sacramenti sono segni «della Chiesa» non serve a nulla perché o sono quello che furono, o, nella alluvione relativistica, non sono più niente. Ed ameremmo che si avesse il coraggio di dire, da chi abbraccia il relativismo, «che non sono più niente».

Per provare quanto andiamo scrivendo con i documenti, si legga quest’ammirabile passo, che trascriviamo: «… la mensa eucaristica non crea di per sé la comunione (questa è svanita), neanche gli alimenti in essa apprestati (si capisce il dileggio dell’Eucarestia) la realizzano.

Occorre che l’uomo prima si decida a raccogliere la lezione che da essa promana (funzione meramente didattica). Il comune convito diventa Cena di alcune parole che si possono dire magiche (la forma dell’Eucarestia è liquidata), ma nella misura in cui i partecipanti tentano (non si sa dunque se ci riescano) di rivivere il significato che Cristo gli ha attribuito».

Non dunque l’Eucarestia renderà obiettivamente partecipi della vita divina, senza annullare la creaturalità, ma sarà la creatura a porre, creare ciò che in questo caso diviene pietosa illusione.

Diciamo infatti «pietosa», perché cosa mai può creare l’uomo, soprattutto di superiore a se stesso?

Perché l’autore di questo brano non ha avuto il coraggio (non lo ebbe del tutto neppure Lutero) di rinnegare semplicemente la presenza reale?

La sorte riservata all’Eucarestia dalla pseudoteologia, e non solo da quella, è triste. Dio provvederà, poiché a mali così gravi Dio solo può provvedere. A poco a poco si tenta di svuotare di valore tutti i sacramenti. Ce ne siamo accorti a proposito del matrimonio, in occasione dell’istituzione del divorzio in Italia; i tentativi indiretti nei confronti del sacramento della Penitenza hanno la stessa origine e lo stesso significato. La negazione dilaga. Questa gente non sente né Papi, ne Concili, né Vescovi, ne popolo cristiano (quello che resta fedele).

Quando è tanto chiaro il punto di partenza, è chiaro il dilemma che ne segue: o dentro o fuori.

La Chiesa ha vinto le eresie, ma ha ben più difficoltà a vincere le confusioni.

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Vita eucaristica

Quello che si fa, che si deve fare e fare bene, che si deve sopportare, soffrire, tutto può essere orientato verso la futura Comunione o tutto può rivolgersi verso di essa, come un ringraziamento continuato, obbiettivo, pratico. Se la Santa Comunione rappresenta un vertice nel quale si assommano il prima e il dopo, è possibile avere una vita eucaristica e un vero cammino verso la perfezione. (Giuseppe card. Siri, dalla Lettera Pastorale del 17 gennaio 1971)

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Siri e l’ars celebrandi

[...] i sacerdoti dimostrino patentemente di essere raccolti prima e dopo la celebrazione, lo dimostrino e lo facciano interiormente: le recitazioni esterne durano poco. In questa sbadataggine cadono anche sacerdoti dei quali si sente dire: sono santi preti. Se così fanno i santi, che pensare degli altri? (Giuseppe card. Siri, dalla Lettera Pastorale del 17 gennaio 1971)

Come celebrava l’Em.mo Siri

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I pastori hanno di fronte pecorelle arrabbiate e provocanti; bisogna guidare anche quelle, non farsi guidare. Sarebbe più facile dar loro ragione, il cedere, il seguirle, l’accontentarle. Ma questo non sarebbe il pensiero di Cristo. Un’impostazione del sacerdozio che fosse tutta nell’adeguarsi ai colori mondani, per paure, nel capitolare sempre, piuttosto che azzuffarsi coi lupi, sarebbe un tradimento… Un abbandonare le pecore alla confusione e al sangue sarebbe un tradimento e ci farebbe acquistare l’unico titolo che il Salvatore ha per casi del genere: mercenario. (Giuseppe card. Siri)

Cardinal Giuseppe Siri

Cardinal Giuseppe Siri

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Coraggio sacerdotale

Il coraggio fa parte del nostro ministero [sacerdotale][...] Nessuna delle pecore può essere abbandonata al destino dalla nostra ignavia. (Giuseppe card. Siri)

Il card. Giuseppe Siri

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Era la sera di martedì 2 maggio 1989, festa di sant’Atanasio, quando il cardinal Siri concludeva nella sua Genova il proprio pellegrinaggio terreno. Da circa un anno e mezzo aveva lasciato la guida dell’arcidiocesi di Genova nelle mani del suo successore, il card. Giovanni Canestri.

E’ stato, quello di Siri, un episcopato lungo, durato quarantuno anni (1946-1987): ma ciò che conta veramente fu la fecondità che promanò dalla sua attività di vescovo. Il seminario, per esempio, al quale il cardinale dedicava assidue cure: pur se anche a Genova si dovette fare i conti con la tremenda crisi che colpì il popolo cristiano a partire specialmente dagli anni Sessanta, nondimeno nella città della Lanterna il crollo vocazionale non ci fu: flessione certamente, ma non un calo abissale come altrove. E poi, se oggi si scruta il novero dei vescovi, come non notare che sono numerosi quelli da lui ordinati sacerdoti (card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova; card. Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero; card. Domenico Calcagno, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia; mons. Luigi Ernesto Palletti, ausiliare di Genova; mons. Alberto Tanasini, vescovo di Chiavari; mons. Giacomo Barabino, vescovo emerito di Ventimiglia-Sanremo; mons. Martino Canessa, vescovo di Tortona; mons. Peter James Cullinane, vescovo emerito di Palmerston North; mons. Justin Bianchini, vescovo di Geraldton; mons. Marc Aillet, vescovo di Bayonne; mons. Antonio Guido Filipazzi, nunzio in Indonesia), senza contare il Maestro delle Cerimonie Liturgiche pontificie, mons. Guido Marini?

Ma i meriti maggiori del cardinal Siri furono forse nel campo della cosiddetta “ermeneutica della continuità”. Quando nella Chiesa sembrava spadroneggiare la rottura, il rifiuto aprioristico del passato e persino – quod Deus avertat! – l’adesione (speriamo involontaria e inconsapevole) all’errore e all’eresia, egli seppe resistere a tutto ciò e si organizzò attivamente (per esempio con la rivista Renovatio o accogliendo seminaristi in cerca di una formazione più tradizionale) per far trionfare la continuità: la Chiesa è sempre la stessa, ieri, oggi e sempre. Per questo fu attaccato, villipeso, calunniato, emarginato: ma veramente Qui seminant in lacrimis, in exsultatione metent (chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia)(Sal 125,5): perché ciò che l’Em.mo Siri ebbe il coraggio di promuovere tra le fatiche e le difficoltà, sembra oggi essere divenuto – come dicevamo prima – un albero tra i più rigogliosi della Santa Chiesa Cattolica.

Morì il 2 maggio, giorno in cui la Madre Chiesa (in entrambe le forme del rito romano) festeggia sant’Atanasio (+ 373), vescovo di Alessandria, Padre e Dottore della Chiesa. Ecco, indubbiamente il cardinal Siri volle seguire le orme di quel grande santo, che difese la sana dottrina in tempi di tempesta contro l’eresia ariana. Anche il presule genovese visse buona parte della sua vita in un’età di grave crisi e come Atanasio volle difendere il dogma cattolico, a costo di subire persecuzioni.

Morì la sera di un martedì, giorno in cui la Madre Chiesa tradizionalmente venera i santi Angeli. Uno dei canti tradizionali (l’Alleluia nella forma straordinaria, l’antifona di Comunione per quella ordinaria) per quest’occasione afferma: In conspéctu Angelórum psallam tibi (davanti agli Angeli Ti loderò, Dio mio)(Sal 137,1). La speranza del nostro cuore è che proprio questo sia il destino eterno del cardinal Siri: cantare la lode all’Altissimo, tra il coro degli angeli, dei santi e dei beati, nella pace della Santa Gerusalemme celeste.

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