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Archivio per la categoria ‘Liturgia’

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La stampa non mira ad informare il lettore, ma a convincerlo che lo sta informando
(Nicolás Gómez Dávila)

Abbiamo atteso un po’ prima di ricominciare a scrivere per ripararci dalla melassa massmediatica che mira ad etichettare un papa per screditarne un altro. Niente di nuovo sotto il sole: è un film già visto. Ci dispiacerebbe solo se la gente si soffermasse solo su questi dettagli, senza seguire poi gli insegnamenti dell’attuale pontefice, soprattutto quando risulteranno “scomodi” per quel “mondo” che ora lo acclama, trasformando l’Osanna in un Crucifige. E proprio in quel momento si vedrà chi difende il magistero di Papa Francesco e chi invece, in preda all’euforia collettiva, voleva solo un papa “simpatico”, magari scambiando la misericordia per condiscendenza.
Noi siamo papisti e serviamo con dedizione tutti i pontefici da san Pietro a papa Francesco, passando per Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, perché Pietro ha molte facce ma è uno solo. Abbiamo un debole per il Papato, quindi ci piacciono tutti i papi: il polacco atletico, che al contempo era il “nonno polacco” per noi nati nei primi anni del suo pontificato; il tedesco mite e sapiente, che già apprezzavamo per i suoi scritti, l’amico e collaboratore più fidato di Giovanni Paolo II; e ora l’argentino semplice, il Papa preso “quasi alla fine del mondo”; ci piacciono quelli con la mozzetta rossa e quelli senza, quelli con la croce dorata e quelli con la croce di ferro, quelli con le scarpe rosse e quelli con le scarpe nere, e via con tutti i dettagli che in questo momento sembrano l’unico argomento di tanti giornalisti – ahinoi, anche cattolici – che sembrano confondere l’informazione con il gossip. Magari cercando la “rottura” a tutti i costi, soprattutto dove non c’è. Perché lo spirito (e lo splendore) della liturgia del papa bavarese e la povertà personale del pastore delle favelas indicano entrambi Cristo. Ma si sa che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito…
Così che, lo ammettiamo, inizialmente un po’ spiazzati da quella spontaneità che qualcuno leggeva subito come rottura con il “venerato predecessore”, siamo riusciti a goderci il nuovo Papa solo dopo aver spento la televisione o almeno messo a tacere il giornalista di turno – meglio, anzi peggio se “cattolico” impegnato in una velata ma sistematica critica a Benedetto XVI, sulla quale per decenza stendiamo un velo pietoso, anzi un piviale ché un velo non basta. E abbiamo scoperto che Papa Francesco ci piace, ma per motivi opposti a quelli del “mondo”: a noi il Papa piace perché si alza alle 5 per pregare; perché celebra la liturgia assorto in preghiera; perché sta continuando l’Anno della Fede sminuzzando il Catechismo per noi tardi di comprendonio. Ci piace perché parla di Maria, di Giuseppe, parla persino del demonio. E aggiungiamo, da “ratzingeriani”, perché anche nelle celebrazioni ha saputo integrare quella sua sobrietà (in parte militaresca, dato l’ordine di provenienza del pontefice, e in parte dovuta alle dure condizioni del suo popolo) con la centralità della Croce – centralità anche visiva -, che abbiamo imparato da Benedetto XVI.
A quest’ultimo, non lo nascondiamo, siamo legati sin da quando era il card. Ratzinger, e vogliamo imitarlo anche in quella “obbedienza e reverenza” che prima di congedarsi ha promesso al suo – allora ignoto – successore, in cui ora vediamo il volto di Pietro. Non sembri pragmatica, o addirittura da “Pravda” questa affermazione; la “Pravda” ci pare piuttosto quello sconcerto umano, troppo umano (e a nostra parziale discolpa, mediaticamente alimentato), con cui lì per lì ci siamo chiesti: e adesso? E adesso abbiamo un nuovo Pastore e sotto la sua guida continuiamo la stessa missione, anche attraverso l’amore per le cose belle, per la sana tradizione e per la bella liturgia che è ricchezza anche dei poveri e per i poveri (e lo stesso san Francesco diceva di scegliere la povertà per sé, ma di offrire le cose più preziose per il culto divino); e deponiamo questi nostri tesori ai suoi piedi, li affidiamo alle sue mani, che sono le mani di Pietro.
Lo sconcerto o l’euforia, la “rottura” e la smania di novità, lasciamole pure a chi vede la Chiesa a cielo chiuso, come se fosse un’organizzazione puramente umana (sarebbe “una ONG pietosa”, ci ha detto Papa Francesco), quindi da valutare in base a strategie umane. Ma noi proprio alla scuola della liturgia, ordinaria e straordinaria, abbiamo imparato la centralità di Cristo.
E a noi piace il Papa, qualsiasi Papa, che si chiami Karol o Joseph o Jorge Mario, perché è proprio a lui che Cristo ha consegnato le chiavi.

Francisco Summo Pontifici et universali Patri,
pax, vita et salus perpetua!

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Keep calm – 1

(copyright foto: Rinascimento Sacro; il testo invece è nostro)

(copyright foto: Rinascimento Sacro; il testo invece è nostro)

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Prima di entrare metaforicamente nel silenzio orante del conclave e disporci ad accogliere il nuovo successore di Pietro, pubblichiamo quale atto di gratitudine verso Benedetto XVI questo piccolo riepilogo del suo pontificato, scritto da uno dei nostri collaboratori lo scorso anno in occasione del compleanno del Papa. Image I – L’ultimo dono di Giovanni Paolo II
Quando 7 anni fa Giovanni Paolo II ci lasciava c’era un po’ un senso di smarrimento in chi come il sottoscritto non aveva visto direttamente altri papi, se non dai libri. Confesso che nei giorni precedenti il conclave – il “mio” primo conclave! – avevo un po’ il timore di vedere un “intruso” negli abiti bianchi papali che eravamo abituati ad associare soltanto al papa polacco eppure mi sforzavo di pensare che chiunque fosse stato scelto dai cardinali sarebbe stato Pietro, Colui al quale Cristo consegnava le chiavi della Chiesa. Eppure continuavo ad essere un po’ inquieto, immerso in quei sentimenti contrastanti della serie – per dirla con Guareschi – “il cervello lo sa, ma il fegato no…!” Questi pensieri però svanirono in quel 19 aprile, per far posto alla “grande gioia” – il gaudium magnum con cui vengono annunciati i nuovi pontefici. Ricordo che ero a Pisa (dove mi trovavo per gli studi universitari) ed ero andato a messa nella chiesa di Santa Caterina che frequentavo abitualmente. A metà della celebrazione prima una campana, poi un’altra , poi un’altra ancora, poi tutta la città scampanava festosamente e anche il celebrante intuì cosa doveva essere accaduto  e per la prima volta – dopo la piccola “quaresima” della sede vacante – durante il Canone menzionò “il nostro papa”, ancora ignoto, che nella Cappella Sistina aveva appena accettato l’elezione a Vicario di Cristo. Ovviamente quella messa – che pure era una messa feriale, quindi abbastanza breve – mi sembrò lunghissima perché non vedevo l’ora di scappare ad accendere la Tv per vedere il nuovo papa. E quando fu annunciato il nome dell’eletto e si aprì la loggia centrale di San Pietro, non c’era nessun intruso, al contrario, il mondo conobbe l’ultimo dono di Giovanni Paolo II: per la prima volta in abiti bianchi, c’era quell’anziano e mite (e forse un po’ intimidito) cardinale Ratzinger, che papa Wojtyla aveva voluto a tutti i costi al suo fianco fino all’ultimo (i vaticanisti fanno a gara a contare quante volte Giovanni Paolo II gli abbia rifiutato le dimissioni, per convincerlo a restare a Roma… chissà se quel papa mistico aveva visto qualcosa…).

II – La gioia…
Per lui, che giunto a 78 anni non vedeva l’ora di tornarsene in patria a continuare i suoi studi e a vivere gli ultimi anni in serenità e pace, fu un nuovo inizio. Ma fu un nuovo inizio anche per chi, come me, già lo apprezzava come uno dei pochi punti fermi accanto a Giovanni Paolo II, perché se prima conoscevo i suoi scritti in questi sette anni abbiamo potuto conoscere anche l’anima, la mente e il cuore da cui questi erano scaturiti. Questa mente e cuore che si possono riassumere in una frase del suo recente Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù, celebrata nella domenica delle Palme 2012: “La Chiesa ha la vocazione di portare al mondo la gioia, una gioia autentica e duratura, quella che gli Angeli hanno annunciato ai pastori di Betlemme nella notte della nascita di Gesù ”. Tutto questo messaggio è incentrato sulla gioia, e qualcuno nei giorni scorsi ricordava come la parola “gioia” sia probabilmente uno dei termini più frequenti in questo pontificato (e aggiungerei anche le parole “speranza” e “bellezza”), così che la vocazione della Chiesa di portare al mondo la gioia, sia specificamente fatta propria da Benedetto XVI. Ma il papa precisa: non una gioia qualsiasi, effimera, che oggi c’è e domani non lo sappiamo, ma “una gioia autentica e duratura”, quella degli Angeli, che a loro volta traggono la loro gioia dallo stare continuamente alla presenza di Cristo, che è “la fonte della gioia e dell’allegria” (per usare ancora le parole del Papa). Tutto il magistero di questo papa (che non parla solo con le parole ma anche con il silenzio dei gesti, dei “santi segni” della liturgia) è un grande tentativo  di aprire gli occhi e alzare lo sguardo verso quell’eterna festa che ruota intorno alla Trinità. Lo ha fatto e lo fa in tutti i modi: abbiamo visto il grande teologo, il professor Ratzinger, abbassarsi con umiltà a spiegare ai bambini con parole semplici i misteri della fede cristiana. E lo abbiamo visto rivolgersi agli intellettuali per esortarli a non sprecare l’uso della ragione, a non restringerla nei confini limitati di ciò che vediamo e tocchiamo concretamente, ma ad “allargare la ragione” (è un altro dei suoi leitmotiv…) spiegando a loro e a noi che una ragione ridotta al solo aspetto tecnico, razionalistico, è una ragione ristretta, mortificata, incapace di cogliere la bellezza. Fino a “richiamare” con l’esempio e con l’esortazione persino gli stessi sacerdoti a guardare in alto e a rimettere al centro Cristo (di qui la centralità della croce sull’altare nelle messe del papa) senza cedere alla tentazione di “costruire da sé” la liturgia, col rischio che le proprie invenzioni personali e trovate accattivanti, finiscano per oscurare quella festa, allo stesso tempo solenne e gioiosa, che gli angeli celebrano in cielo e che deve trasparire in ogni liturgia terrena.

III – Pastor Angelicus
Così se Giovanni Paolo II era sicuramente un papa mistico, anche Benedetto XVI può essere definito mistico, a suo modo. Nel senso che percorre e ci invita a percorrere una “piccola via” della mistica (simile a quella “piccola via” della “piccola” Santa Teresa di Lisieux), una via semplice e umile, come lui stesso si definì 7 anni fa, che consiste nel rendersi conto che la realtà è più ampia (e più bella) di come siamo abituati a vederla, e ad “uscire dalla quotidianità, dal mondo dell’utile, dell’utilitarismo” per “essere in cammino verso la trascendenza; trascendere se stesso, trascendere la quotidianità e così trovare anche una nuova libertà, un tempo di ripensamento interiore, di identificazione di se stesso, di vedere l’altro, Dio” (cfr. Viaggio a Santiago e Barcellona) –  ma questo è possibile solo se ci si sforza di vivere alla Sua presenza, come gli Angeli, ma anche come i bambini e come quei monaci che “vivono incessantemente alla maniera degli angeli” e che il Papa ammira a tal punto da prendere il nome del loro fondatore, san Benedetto. Anche per Benedetto XVI sarebbe dunque appropriato il motto, già attribuito a Pio XII, di Pastor Angelicus, il papa angelico, che vuole aiutarci a sperimentare le parole di Gesù nel Vangelo: beati i puri di cuore, perché vedranno Dio… e quel “bambino dai capelli bianchi” che 7 anni fa si affacciò per la prima volta da San Pietro, vuole aiutarci a vedere Dio, a “vivere alla Sua presenza” già in questa vita per essere irradiati e nostra volta irradiare la speranza, la bellezza e la gioia.

IV – Gandalf il Bianco
Tutto questo sembra impossibile di fronte alle amarezze e alle sofferenze che costellano la vita quotidiana, ma il Papa ci assicura che “radicati nella fede” possiamo incontrare “anche in mezzo a contrarietà e sofferenze la fonte della gioia e dell’allegria” che è Cristo [cfr. GMG Madrid 2011]. Ci assicura e anche ci rassicura di fronte alle numerose sfide del nostro tempo. Non so se il Papa abbia letto Il Signore degli Anelli, fatto sta che qualche volta si trasforma persino in Gandalf il Bianco (il colore non è casuale..): il Saggio stregone dell’opera di J.R.R. Tolkien, a un certo punto ricorda ai suoi amici timorosi dei mali che si sarebbero potuti verificare: “non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare”. Con parole simili Benedetto XVI ricordava a Madrid, soprattutto ai giovani: “Cari amici, che nessuna avversità vi paralizzi! Non abbiate paura del futuro né della vostra debolezza. Il Signore vi ha concesso di vivere in questo momento della storia perché grazie alla vostra fede continui a risuonare il Suo nome su tutta la terra ”

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Liturgia e ascolto

[...] nel nostro tempo dispersivo e distratto, questo Vangelo [Lc 4,14-21, ndr] ci invita ad interrogarci sulla nostra capacità di ascolto. Prima di poter parlare di Dio e con Dio, occorre ascoltarlo, e la liturgia della Chiesa è la “scuola” di questo ascolto del Signore che ci parla. (Benedetto XVI, dall’Angelus del 27 gennaio 2013)

© Mazur/catholicnews.org.uk

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Lo sviluppo liturgico

La sacra Liturgia [...] consta di elementi umani e di elementi divini: questi, essendo stati istituiti dal Divin Redentore, non possono, evidentemente, esser mutati dagli uomini; quelli, invece, possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime. Da qui nasce la stupenda varietà dei riti orientali ed occidentali; da qui lo sviluppo progressivo di particolari consuetudini religiose e pratiche di pietà inizialmente appena accennate; di qui viene che talvolta sono richiamate nell’uso e rinnovate pie istituzioni obliterate dal tempo. (ven. Pio XII, dall’enciclica Mediator Dei)

PioXIIMessa

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Con grande gioia segnaliamo ai nostri lettori il link per ascoltare e scaricare la tavola rotonda di Radio Maria (30 dicembre 2012) condotta da Stefano Chiappalone e dedicata a padre Tomas Tyn . Ospiti: P. Giovanni Cavalcoli, dott. Luigi Casalini, avv. Gianni Battisti:

http://www.radiomaria.it/tavola-rotonda-a-cura-di–chiappalone-dott-stefano-30122012.aspx

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La Liturgia dell’epoca antica è senza dubbio degna di venerazione, ma un antico uso non è, a motivo soltanto della sua antichità, il migliore sia in se stesso sia in relazione ai tempi posteriori ed alle nuove condizioni verificatesi. Anche i riti liturgici più recenti sono rispettabili, poiché sono sorti per influsso dello Spirito Santo che è con la Chiesa fino alla consumazione dei secoli, e sono mezzi dei quali l’inclita Sposa di Gesù Cristo si serve per stimolare e procurare la santità degli uomini. (ven. Pio XII, dall’Enciclica Mediator Dei, 20 novembre 1947)

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Come i nostri venticinque lettori ricorderanno, in passato abbiamo segnalato su questo blog il pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (qui e qui), iniziativa che, tra gli altri scopi, aveva anche quello di mostrare a Benedetto XVI la vicinanza del popolo dei fedeli che si sentono attratti dalla forma straordinaria del rito romano.
Purtroppo vi sono state, anche in questo caso, divisioni e polemiche. Peccato senz’altro, ma non ci occuperemo, qui, di queste. Preferiamo invece fornire ai nostri lettori un testo che parla dell’iniziativa, la quale he ha impegnato e allietato tanti fedeli. Ringraziamo di queste parole l’autore Emanuele Borserini, seminarista dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, istituto che s’è reso benemerito verso il Papa, la Chiesa e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Cogliamo pure l’occasione per augurare all’Opus un fecondo cammino ecclesiale, ricco di carità e di buoni frutti.

I pellegrini verso San Pietro (© foto: Rinascimento Sacro)

Sabato 3 novembre scorso si è tenuto a Roma il pellegrinaggio internazionale “Una cum Papa nostro” con il quale molti fedeli a vario titolo legati alla forma straordinaria del rito romano hanno voluto rendere grazie a Papa Benedetto per la sua lettera motu proprio data “Summorum pontificum” del 2007. Con questo documento il Papa ha chiarito una volta per tutte quale sia la posizione canonica e pastorale di questa forma celebrativa: essa rappresenta una delle due forme in cui si esprime il rito romano, il quale a sua volta è solo uno dei numerosi riti con cui la Chiesa universale celebra la liturgia; il termine “straordinaria” dichiara che, pur non essendo la forma più comune di celebrazione, essa ha comunque pari dignità e liceità di quella ordinaria. In seguito alla riforma liturgica del 1970, si è verificata una grande confusione nelle coscienze dei cristiani, fin anche dei sacerdoti e dei vescovi, ma finalmente il Papa ha chiarito che i libri liturgici precedenti ad essa non sono mai stati aboliti e, anzi, invita a conoscerli e diffonderne l’utilizzo. Ovviamente, il documento pontificio non è apparso nell’orizzonte della Chiesa senza un lungo cammino, spesso anche doloroso, che risale fino ad un altro motu proprio, “Ecclesia Dei”, del predecessore, il Beato Giovanni Paolo II. Proprio su questa linea si pone la bellissima intervista che il celebrante, il card. Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha rilasciato nei giorni precedenti al pellegrinaggio.

In San Pietro! (© foto: Rinascimento Sacro)

Sembra curioso, ma in considerazione dei numerosi e gravi pregiudizi che ancora incombono su questo aspetto della vita ecclesiale, spesso confermati e quasi goduti dagli stessi fedeli che lo seguono, è significativo che egli abbia definito “normale” la celebrazione della forma straordinaria del rito romano: “Ho accettato perché è un modo per far comprendere che è normale l’uso del messale del 1962: esistono due forme dello stesso rito, ma è lo stesso rito e dunque è normale usarlo nella celebrazione”. E aggiunge: “mi sembra che a cinque anni di distanza si possa meglio comprendere come non si tratti soltanto di alcuni fedeli che vivono nella nostalgia del latino, ma che si tratti di approfondire il senso della liturgia”. Ed effettivamente lo scopo della convivenza di due forme diverse dello stesso rito nella Chiesa, lungi dall’essere un cedimento alla mentalità dialettica e alla contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti, categorie definitivamente superate dal Magistero, è piuttosto quello di aiutare i fedeli ad approfondire l’importanza sempre più decisiva di una liturgia che veicoli sempre di più e sempre meglio il desiderio di Dio che è quello di parlare al cuore dell’uomo per condurlo al suo amore e così salvarlo dalla morte. Compito della Chiesa è favorire e edificare secondo verità questo rapporto personale di ognuno con Dio ed ecco la sua responsabilità in campo liturgico. È per questo sciocco perseverare con qualsivoglia polemica sull’argomento perché solo la sapienza divina della Chiesa ha il diritto e il dovere di indicare la strada per raggiungere questa unione. Allora, con i pellegrini che si sono recati a Roma per questa bella occasione, ringraziamo il Pastore universale e rinnoviamo la nostra fede e devozione nella Chiesa nostra madre. Rinnovamento a cui ci chiama in qualche modo anche l’Anno della Fede che lo stesso Papa ha indetto e che stiamo vivendo.

A destra il celebrante, il card. Canizares (© foto: Rinascimento Sacro)

Dopo due giorni di celebrazioni pontificali presiedute da vari Eccellentissimi Vescovi nella parrocchia personale della Santissima Trinità dei pellegrini a Roma, il pellegrinaggio è culminato con la Santa Messa pontificale celebrata dal Card. Antonio Canizares Llovera, all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Considerevole è stata la partecipazione dei fedeli i quali hanno riempito completamente i posti disponibili nell’abside della grande basilica, numerosissimi i sacerdoti e seminaristi che hanno assistito coralmente tra cui alcuni prelati della Curia Romana. Anche don Pietro Cantoni, moderatore generale della fraternità sacerdotale “Opus Marie Matris Ecclesiae” con una rappresentanza della sezione “Beato John Henry Newman” del Seminario Vescovile Maggiore di Massa Carrara – Pontremoli ed alcuni giovani della diocesi ha preso parte al pellegrinaggio. Lo stesso don Cantoni ha guidato la recita dell’Angelus alle ore 12 nella chiesa parrocchiale di San Salvatore in Lauro, dalla quale, dopo l’adorazione eucaristica, si è snodata la processione verso la basilica di San Pietro. Giunti in basilica, egli ha dato lettura in lingua italiana del messaggio ai pellegrini inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, il Card. Tarcisio Bertone.

Emanuele Borserini

Un momento della solenne Liturgia (© foto: Rinascimento Sacro)

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Anche oggi una ricorrenza, penseranno forse i nostri lettori? Sì, anche oggi, e nemmeno di poco conto. Si tratta infatti di una leggera ma significativa modifica della Santa Messa effettuata il 13 novembre 1962 e che, da allora, è rimasta invariata. La riforma liturgica post-conciliare, infatti, non l’ha toccata. Ci riferiamo all’inserzione del nome di san Giuseppe nel Canone Romano.
Andiamo però per ordine. Anzitutto, cos’è il Canone Romano?
Si tratta di un’antichissima e veneranda preghiera eucaristica, l’unica presente nella forma straordinaria del rito romano e una delle cinque della forma ordinaria (in quest’ultimo caso, è conosciuta anche come “Preghiera Eucaristica I”). Si tratta, in sostanza, di quell’insieme di preghiere che si fanno dopo il canto del Sanctus e fino alla dossologia finale (Per Ipsum…). E’ il cuore della Santa Messa, che racchiude il solenne momento della Consacrazione.
Purtroppo, ci sia consentito dirlo almeno “en passant”, nelle liturgie cui normalmente partecipa il popolo cattolico il Canone Romano viene scarsamente utilizzato, anche se numerosissime ragioni (il suo uso tradizionale per tanti secoli anni, la sua grande antichità, la bellezza delle espressioni, etc.) suggerirebbero il contrario. Vogliamo sperare che quei sacerdoti che lo cestinano sempre abbiano ragioni serie per farlo, che non siano la lunghezza del testo (pochi minuti in più, in verità) oppure – Dio non voglia! – perplessità teologiche sul testo (1).

L’inizio del Canone in un Messale del XIII secolo

Chiudendo la parentesi, chiediamoci: quanto è antico il Canone Romano? Molto, senza dubbio. Già nel IV secolo doveva esistere il nocciolo del medesimo (2) e il testo attuale era sostanzialmente già in uso nel V secolo (3). Se consideriamo poi che fino al IV secolo abbiamo scarse testimonianze delle preghiere liturgiche in uso – la documentazione diventa infatti consistente solo dopo la fine delle persecuzioni – ben comprendiamo quale valore d’antichità abbia il Canone e come facilmente parti di esso possano rimandare all’età apostolica.
La modifica compiuta nel 1962 riguarda quella parte del Canone, situata prima della Consacrazione, che è conosciuta come “Communicantes” (4). Si tratta di un testo che risale probabilmente al V secolo (5) e che rimanda chiaramente al legame con la Chiesa trionfante. Si parla infatti di essere in comunione e di venerare la memoria di numerosi santi: la beata Sempre Vergine Maria, san Giuseppe, gli Apostoli (senza l’Iscariota e il suo sostituto san Mattia, ma con san Paolo), e dodici martiri, di cui cinque Papi (san Lino, san Cleto, san Clemente, san Sisto, san Cornelio), un vescovo (san Cipriano), un diacono (san Lorenzo), un martire non facilmente identificabile (san Crisogono), due fratelli romani (santi Giovanni e Paolo) e due medici (santi Cosma e Damiano). L’orazione chiede al Padre che, per i loro meriti e le loro preghiere, ci siano sempre donati aiuto e protezione. L’elenco, senza san Giuseppe (inizialmente non presente), rimase sostanzialmente stabile – salvo consuetudini locali – a partire dal pontificato di san Gregorio Magno (+ 604), che diede gli ultimi ritocchi.
Passarono poi oltre tredici secoli prima che un Pontefice toccasse nuovamente i nomi del Communicantes: e fu Giovanni XXIII, il quale – gran devoto di san Giuseppe – di sua iniziativa (motu proprio) decise d’inserire in questo elenco anche colui che fu il padre putativo del Signore.
In verità, occorre dire che un simile progetto era già stato tentato in precedenza durante il pontificato di Leone XIII (1878-1903), ma senza successo (pur se l’approvazione sembrò essere molto vicina)(6).

Al centro Giovanni XXIII, che volle il provvedimento su san Giuseppe; e a destra mons. Dante, che firmò il provvedimento quale segretario della Congregazione dei Riti

Sul personaggio in sé, san Giuseppe, inclito Sposo della Beata Vergine Maria, protettore della Santa Chiesa (7) e del regnante Pontefice (non è forse stato battezzato col nome di Giuseppe, il nostro Santo Padre?), riteniamo di non doverci soffermare, tanto esso è conosciuto e caro al popolo cristiano: solo ci sia permesso rinviare alla lettura dell’Esortazione Apostolica “Redemptoris Custos” del beato Giovanni Paolo II, testo dedicato proprio alla figura del padre putativo di Gesù.
Detto questo, passiamo a fornire ai nostri lettori una nostra modesta traduzione (cui segue l’originale latino) del decreto “Novis hisce temporibus” della Sacra Congregazione dei Riti del 13 novembre 1962, col quale si prescriveva (a partire dall’8 dicembre successivo) di inserire il nome di san Giuseppe nel Canone. Interessante leggerne la breve spiegazione e genersi del provvedimento.

DECRETO
Sull’inserimento del nome di san Giuseppe nel Canone della Messa

Nei tempi recenti i Sommi Pontefici non persero occasione di rafforzare, per mezzo di riti più solenni, il culto di san Giuseppe, inclito Sposo della Beata Vergine Maria. Più di tutti si segnala però il papa Pio IX il quale, approvando i voti del Concilio Vaticano I, l’8 dicembre dell’anno 1870 designò il castissimo Sposo della Vergine Madre di Dio, quale celeste Patrono per la Chiesa universale. Seguendo le orme dei suoi predecessori, il santissimo signor nostro il papa Giovanni XXIII, designò lo stesso san Giuseppe non solamente quale “salutare protettore” del Concilio Vaticano II – come egli stesso annunciò – ma di propria iniziativa decretò pure che il Suo nome fosse recitato nel Canone della Messa, come gradito ricordo e frutto dello stesso Concilio.
Lo scorso 13 novembre attraverso il suo cardinale di Stato rivelò pubblicamente questa decisione ai Padri conciliari riuniti nella basilica Vaticana e ordinò di mettere in pratica quanto prescritto a partire dal giorno ottavo del prossimo mese di dicembre, cioè a partire dalla festa dell’Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria.
Perciò questa Sacra Congregazione dei Riti, seguendo la volontà del Sommo Pontefice, stabilisce che nel Canone dopo le parole: “Communicantes … Domini nostri Iesu Christi” [“In comunione...di nostro Signore Gesù Cristo”, ndr], siano aggiunte queste: “sed et beati Ioseph eiusdem Virginis Sponsi” [“ma pure di san Giuseppe, sposo della stessa Vergine”, ndr] e poi si prosegua “et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum…”["e dei Tuoi beati Apostoli e Martiri...”, ndr]
Decise pure questa Sacra Congregazione che quanto così prescritto sia osservato pure nei giorni in cui nel Messale è prescritta una formula peculiare del “Communicantes” [si fa riferimento a quei giorni - normalmente Natale e ottava, Epifania, Pasqua e ottava, Ascensione, Pentecoste e ottava - in cui si usa una formula leggermente modificata del Communicantes, ndr]. Nonostante qualsiasi disposizione in contrario, anche se degna di speciale menzione.
13 novembre 1962

Card. A. Larraona, Prefetto
Enrico Dante, arcivescovo di Carpasia, segretario

DECRETUM
De S. Ioseph nomine Canoni Missae inserendo
Novis hisce temporibus Summi Pontifices non unam nacti sunt occasionem ut ritibus sollemnioribus cultum S. Ioseph, inclyti Beatae Mariae Virginis Sponsi, augerent. Prae omnibus autem Pius Papa IX eminet, qui votis Concilii Vaticani I annuens, Ecclesiae universae castissimum Deiparae Virginis Sponsum, die octava Decembris anni 1870, caelestem Patronum designavit. Praedecessorum suorum vestigia persequens Sanctissimus D. N. Ioannes Papa XXIII eundem Sanctum Ioseph non tantum Concilii Vaticani I I , quod Ipse indixit, « Praestitem salutarem » constituit, sed motu proprio etiam decrevit Eius nomen, tanquam optatum mnemosynon et fructus ipsius Concilii, ut in Canone Missae recitaretur.
Quod consilium die 13 Novembris proxima superiori per Cardinalem suum a Status secretis, Concilii Patribus in Vaticana Basilica congregatis publice aperuit iussitque ut praescriptum inde a die octava proximi mensis Decembris, in festo scilicet Immaculatae Conceptionis Beatissimae Virginis Mariae, in praxim deduceretur.
Quapropter haec S. Rituum Congregatio, voluntatem Summi Pontificis prosecuta, decernit ut infra Actionem post verba: « Communicantes … Domini nostri Iesu Christi », haec addantur: « sed et beati Ioseph eiusdem Virginis Sponsi » et deinde prosequatur : « et beatorum Apostolorum ac Martyrum tuorum … ».
Statuit etiam ipsa S. Congregatio ut huiusmodi praescriptum diebus quoque observetur in quibus peculiaris formula « Communicantes » in Missali praescribitur. Contrariis non obstantibus quibuscumque, etiam speciali mentione dignis.
Die 13 Novembris 1962.
A. Card. LARRAONA, Praefectus
Henricus Dante, Archiep. Carpasien., a Secretis

San Giuseppe, di Robert la Longe (+1709)

Note:
(1) Perplessità teologiche non possono esservi, dato che il Concilio di Trento (1545-1562) affermò chiaramente come “Ecclesia Catholica, ut digne reverenterque offerretur ac perciperetur, sacrum canonem multis ante saeculis instituit, ita ab omni errore purum (can.6), ut nihil in eo contineatur, quod non maxime sanctitatem ac pietatem quandam redoleat mentesque offerentium in Deum erigat. Is enim constat cum ex ipsis Domini verbis, tum ex Apostolorum traditionibus ac sanctorum quoque Pontificum piis institutionibus.” (“la Chiesa Cattolica, perché esso potesse essere offerto e ricevuto degnamente e con riverenza, ha stabilito da molti secoli il sacro canone, talmente puro da ogni errore, da non contenere niente, che non profumi estremamente di santità e di pietà, e non innalzi a Dio la mente di quelli che lo offrono, formato com’è dalle parole stesse del Signore, da quanto hanno trasmesso gli apostoli e istituito piamente anche i santi pontefici.”) (cfr. DS 1745) Ancora più solennemente, quel Concilio giunse a dichiare che “Si quis dixerit, canonem Missae errores continere ideoque abrogandum esse: an. s.” (“Se qualcuno dirà che il Canone della Messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo, sia anatema.”)(cfr. DS 1756).
(2) Cfr. J. A. Jungmann S.J., Missarum Sollemnia. Origini, liturgia, storia e teologia della Messa romana, Torino, Marietti, 1953 (II ed.), pars I, p. 45.
(3) Cfr. Jungmann, op. cit., pars II, p. 85.
(4) A motivo della prima parola di questa parte, che inizia con le parole “Communicantes, et memoriam venerantes” (lett. “Noi che siamo in comunione e veneriamo la memoria”).
(5) Cfr. Jungmann, op. cit., pars I, p. 48. Alcune modifiche minori (aggiunta di nomi, spostamento di parti) venne probabilmente attuata da san Gregorio Magno (cfr. Jungmann, op. cit., pars II, p. 136).
(6) Cfr. Jungmann, op. cit., pars I, p. 142. Il progetto ottocentesco prevedeva addirittura cambiamenti superiori, perché si progettava d’inserire il nome di san Giuseppe non solo nel Communicantes, ma pure nel Confiteor (Confesso a Dio Onnipotente…), nel Suscipe Sancta Trinitas (preghiera che, nella forma straordinaria, viene dal celebrante recitata prima dell’Orate fratres – Pregate, fratelli, perché il mio…) e nel Libera nos (la preghiera che nella Messa segue il Padre nostro).
(7) Il beato Pio IX, aveva proclamato san Giuseppe “Patrono della Chiesa Universale” (cfr. decreto SRC “Quemadmodum Deus Iosephum” dell’8 dicembre 1870, in ASS 06 [1870-71], pp. 193-194 e connessa lettera agli Ordinari, ivi, pp. 194-196)

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[…] per il sacerdote, celebrare ogni giorno la Santa Messa non significa svolgere una funzione rituale, ma compiere una missione che coinvolge interamente e profondamente l’esistenza, in comunione con Cristo risorto che, nella sua Chiesa, continua ad attuare il Sacrificio redentore. (Benedetto XVI, dall’Omelia del 29 aprile 2012)

(foto: © Rinascimento Sacro)

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