Feeds:
Articoli
Commenti

Archivio per la categoria ‘Historia Ecclesiae’

Il modernismo è ancora attivo nella Chiesa Cattolica? (prima sezione)

Di John F. McCarthy
[ articolo originale: http://www.rtforum.org/lt/lt110.html ]

1. Introduzione.
L’8 settembre 1907 il Papa san Pio X pubblicò la lettera enciclica Pascendi Dominici gregis, in cui condannava l’eresia del Modernismo, un’eresia che fu definita come “la sintesi di tutte le eresie” (Pascendi, n. 39). Da allora e sino al Concilio Vaticano Secondo ci fu una grande sforzo da parte della Gerarchia per opporsi e spazzare via quest’eresia. Tra le altre cose, il Giuramento contro il Modernismo del 1° settembre 1910 fu richiesto ogni volta che un membro della Chiesa riceveva un ordine sacro o un ministero pastorale come vescovo di una diocesi, parrocco di una parrocchia, professore di seminario, predicatore, superiore religioso, funzionario di una diocesi o della Santa Sede, o per ricevere un grado ecclesiastico. Ma più o meno nel periodo del Concilio Vaticano Secondo, la necessita di tenere questo giuramento fu soppressa dalla Santa Sede, e non è più stata ripristinata. Per quanto è a mia conoscenza, non fu fornita alcuna ragione o motivo razionale per la rimozione di questo requisito, ma il presupposto è che non ci fossero più ragioni sufficienti per tenerlo in uso. Eppure, molte delle stesse manifestazioni all’interno e all’esterno della Chiesa Cattolica che motivarono Papa Pio X a scrivere l’Enciclica sembrano essere per molti versi ancora presenti oggi e in molti modi sono anche più presenti oggi di quanto non lo fossere agli inizi del ventesimo secolo. Il “Modernismo” osservato da Pio X nel 1907 era solo un’illusione? Affrontava una situazione che in realtà non esisteva? Oppure c’era un vero movimento che cessò poi di avere la stessa rilevanza che aveva avuto in precedenza? Queste sono domande che potrebbe essere doveroso per noi tenere in considerazione. Potremmo iniziare considerando alcune delle caratteristiche generali e istanze specifiche del Modernismo descritto nell’Enciclica e compararle con le istanze apparentemente similari che sembrano essere continuate ad esistere nella Chiesa fino ai nostri giorni, in modo che possiamo vedere se c’è una reale differenza tra di loro e in che cosa questa differenza possa consistere.

2. Riformatori della Chiesa.
Aprendo la descrizione del Modernismo e dei Modernisti nella sua enciclica Pascendi, Papa Pio X osserva che ci sono nella Chiesa molti laici e sacerdoti “i quali, sotto finta di amore per la Chiesa, scevri d’ogni solido presidio di filosofico e teologico sapere, tutti anzi penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si dànno, senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa” (Pascendi n. 2) Il Papa osserva che questi Modernisti “non pongono già la scure ai rami od ai germogli; ma alla radice medesima, cioè alla fede ed alle fibre di lei più profonde” e che “nessuna parte risparmiano della cattolica verità, nessuna che non cerchino di contaminare”. Egli continua dicendo che i Modernisti “la fanno promiscuamente da razionalisti e da cattolici, e ciò con sì fina simulazione da trarre agevolmente in inganno ogni incauto”. Essi “posseggono, di regola, la fama di una condotta austera” e “adagiatisi in una falsa coscienza, si persuadono che sia amore di verità ciò che è infatti superbia ed ostinazione” (Pascendi, n. 3).

3. La fede è un sentimento.
Come filosofi, i Modernisti sono agnostici in quanto ritengono che conoscere l’esistenza di Dio non è alla portata della ragione umana o “l’oggetto diretto della scienza”, e che Dio non è da considerarsi un soggetto della storia (Pascendi n. 6). Quindi, dicono, la fede è un sentimento (sensus) che nasce dal bisogno sentito del divino le cui radici affondano nel subconscio, dove stanno anche le radici della divina rivelazione (Pascendi n. 7). Essi rendo la coscienza religiosa quale legge a cui tutti devono sottomettersi, anche la suprema autorità della Chiesa (Pascendi n. 8). L’inconoscibile religioso si presenta sotto forma di qualche fenomeno misterioso o di un uomo “il cui carattere, i cui gesti, le cui parole mal si compongano colle leggi ordinarie della storia” (Pascendi n. 9).

pope-saint-pius-x

[fine prima parte - continua]

Read Full Post »

Qui facit magna: è questo il titolo della bolla pontificia con la quale papa Clemente V, da Avignone, proclamava santo Celestino V. Ricorre oggi il 700° anniversario di quel documento e quindi della canonizzazione del benedettino abruzzese. Abituati, in genere, alla lunghezza dei processi di beatificazione e canonizzazione – che peraltro all’epoca non esistevano ancora nella forma odierna – potremmo rimanere stupiti nel constatare come Pietro da Morrone – questo il nome di Celestino V prima di diventare Sommo Pontefice – sia stato proclamato santo a breve distanza dalla sua morte (che era avvenuta il 19 maggio 1296): meno di vent’anni dalla sua nascita al cielo.
Abbiamo detto, dunque, il suo nome: Pietro. Nato nel 1215 (ma la data non è certa) in Molise da umile famiglia, si fece ben presto monaco benedettino e fu infine ordinato sacerdote. La vita cenobitica non era però abbastanza per lui: decise di ritirarsi sempre più in solitudine, prima nel monte Morone e poi sulla Maiella. Straordinarie le penitenze cui si sottoponeva: digiunava tutti i giorni tranne le domeniche e osservava ogni anno quattro periodi di Quaresima, tre dei quali mangiando solo pane e acqua. Attirò ben presto folle di uomini che volevano seguire il suo esempio: erano centinaia e la Santa Sede ben presto lì approvò (Urbano IV, 1264). Nel 1284 Pietro sentì il peso del governo della congregazione, lasciando l’incarico ad un vicario e ritirandosi ancora più in solitudine. Nel frattempo la grande storia irrumpe improvvisamente e inaspettatamente nella vita del pio eremita. Il 4 aprile 1292 era infatti morto Papa Niccolò IV e il Conclave a due anni di distanza non riusciva ancora a trovare l’accordo per un successore. Incredibilmente, i cardinali si accordarono il 5 luglio 1294 eleggendo all’unanimità proprio lui, Pietro. Tre dignitari furono mandati con un gran seguito a chiedergli di accettare l’elezione. Con le lacrime agli occhi, l’eremita accettò la carica e venne incoronato Sommo Pontefice il 29 agosto successivo a L’Aquila, col nome di Celestino V.
Sono note le difficoltà e i problemi che l’ottantenne Papa si trovò ad affrontare. Giunse infine alla conclusione che, per il bene della Chiesa, era meglio che lui abbandonasse la carica, cosa che fece il 13 dicembre 1294.  Cercò di tornare dai suoi figli spirituali, ma dopo qualche mese venne catturato dal successore, il Papa Bonifacio VIII (1294-1303) e rinchiuso in prigione, ove morì il 19 maggio 1296.
Dopo aver illustrato brevemente la ricca vita di Pietro da Morrone, proponiamo la traduzione italiana della formula di canonizzazione (cfr. Ottorino Gurgo, Celestino V, il fascino e le ragioni del “gran rifiuto” al potere, Milano, Editoriale Nuova, 1982, p. 11):

A onore della Santa e Individua Trinità, a esaltazione della fede cattolica ed aumento della cristiana religione coll’autorità dello stesso Dio Onnipotente, Padre, Figliolo e Spirito Santo, dei Beati Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, col consiglio ed assenso dei nostri fratelli, decretiamo e definiamo Fra Pietro del Morrone Santo da iscriversi al catalogo dei Santi confessori e in tal catalogo lo iscriviamo. Ordiniamo che dall’Universa Chiesa, in ciascun anno, il 19 maggio, che fu il giorno della sua morte, la festa di lui e l’ufficio, siccome per un Confessore, devotamente e solennemente si celebri. Inoltre con la medesima autorità, a tutti i veramente pentiti e confessati che in ciascun anno visitano il suo sepolcro nel giorno suddetto, rilasciamo cinque anni e cinque qarantene d’indulgenza. A quelli che in ciascun anno lo visitano, entro l’ottava di tal festa, un anno e quaranta giorni di Penitenza ingiuntagli.

Celestino_V

Read Full Post »

Atanasio è stato senza dubbio uno dei Padri della Chiesa antica più importanti e venerati. Ma soprattutto questo grande Santo è l’appassionato teologo dell’incarnazione del Logos, il Verbo di Dio, che – come dice il prologo del quarto Vangelo – «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Proprio per questo motivo Atanasio fu anche il più importante e tenace avversario dell’eresia ariana, che allora minacciava la fede in Cristo, riducendolo ad una creatura «media» tra Dio e l’uomo, secondo una tendenza ricorrente nella storia, e che vediamo in atto in diversi modi anche oggi. (Benedetto XVI, dall’Udienza Generale del 20 giugno 2007)

Il testo completo di quell’Udienza generale, che papa Ratzinger dedicò interamente a sant’Atanasio, è disponibile online qui.

GmgSidney.3

Read Full Post »

Francesco e Ignazio

Un mese fa  il cardinale Jorge Mario Bergoglio S.J. veniva eletto al soglio pontificio assumendo il nome di Francesco.  Nell’inevitabile proliferare di interpretazioni del pontificato appena iniziato, ci pare che sia passata un po’ in secondo piano la chiave di lettura più ovvia per capire il primo papa proveniente dalla Compagnia di Gesù: la spiritualità di S.Ignazio di Loyola e in particolare gli Esercizi Spirituali. Per chi ha avuto la grazia di farli, saltano subito all’occhio le tracce “ignaziane” che affiorano qua e là (e speriamo sempre più frequentemente) nei primi insegnamenti del nuovo pontefice.

St Ignatius of Loyola 3

PRINCIPIO E FONDAMENTO
S.Ignazio: L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e, mediante questo, salvare la propria anima; e le altre cose sulla faccia della terra sono create per l’uomo, e perché lo aiutino a conseguire il fine per cui è creato [ES n. 23]
Papa Francesco: Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia. (14 aprile)

L’ESAME PARTICOLARE:
S.Ignazio: … si deve fare il proposito di guardarsi con diligenza da quel particolare peccato o difetto che si vuole correggere ed emendare [ES n. 24 ss ]
Papa Francesco:  [...]Questo ha una conseguenza nella nostra vita: spogliarci dei tanti idoli piccoli o grandi che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; possono essere l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri. Questa sera vorrei che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato io a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore? Adorare è spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita. (15 aprile)

I DUE STENDARDI
S. Ignazio: Cristo chiama e vuole tutti sotto la sua bandiera e Lucifero al contrario sotto la sua… [ES n. 37 ss.]
Papa Francesco: Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio (14 marzo)

DISCERNIMENTO DEGLI SPIRITI
S.Ignazio: È proprio dell’angelo cattivo, che si trasforma in angelo di luce, entrare con il punto di vista dell’anima fedele e uscire con il suo… [ES n. 332]
Papa Francesco: Gesù, che è in mezzo a noi; nasce dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili, e ce ne sono tanti! E in questo momento viene il nemico, viene il diavolo, mascherato da angelo tante volte, e insidiosamente ci dice la sua parola. Non ascoltatelo! Seguiamo Gesù! (24 marzo)

ANIMA CHRISTI (*)

Anima di Cristo, santificami
Corpo di Cristo, salvami
Sangue di Cristo, inebriami
Acqua del costato di Cristo, lavami
Passione di Cristo, confortami
O buon Gesù, esaudiscimi
Dentro le tue ferite nascondimi
Non permettere che io mi separi da te
Dal nemico maligno difendimi
Nell’ora della mia morte chiamami
E comandami di venire a te
Perché con i tuoi santi io ti lodi
nei secoli dei secoli.
Amen.

Papa Francesco: Nella mia vita personale ho visto tante volte il volto misericordioso di Dio, la sua pazienza; ho visto anche in tante persone il coraggio di entrare nelle piaghe di Gesù dicendogli: Signore sono qui, accetta la mia povertà, nascondi nelle tue piaghe il mio peccato, lavalo col tuo sangue. E ho sempre visto che Dio l’ha fatto, ha accolto, consolato, lavato, amato. (7 aprile)

Pope Francis Conducts The Palm Sunday Celebrations In St Peter's Square

(*) S.Ignazio era talmente affezionato a questa preghiera che, pur non essendo composta da lui, è richiamata più volte nel corso degli Esercizi Spirituali ed è ormai parte integrante della spiritualità ignaziana…

Read Full Post »

L’episodio che si ricorda in questi giorni è uno dei più celebri della storia. Accade esattamente 1700 anni fa e coinvolse quello che, all’epoca, era uno dei più potenti uomini di tutto l’Impero Romano e del mondo intero: Costantino. Il racconto è noto (1): il figlio di Costanzo Cloro, mentre combatteva per conquistare il potere, era colpito da dubbi religiosi e non riusciva a capire quale fosse la Verità, quale fosse il vero Dio. Iniziò allora a pregare con forza che l’Onnipotente lo illuminasse e, mentre lo faceva (erano oramai pomeriggio inoltrato, verso le tre), vide in cielo, sopra il disco solare, una croce luminosa, recante la scritta “εν τούτῳ νίκα” (“in questo [segno] vincerai”, universalmente nota nella sua versione latina “In hoc signo vinces”). Nonostante l’evento incredibile, ancora non riusciva ad interpretare bene cosa l’apparizione volesse significare. Giunta la notte, decise di andare a dormire e, mentre riposava, gli apparve Cristo con lo stesso segno che aveva visto in cielo, ordinandogli di farne una copia e di usarla come protezione dai nemici.
In seguito (2), nei pressi di ponte Milvio a Roma, sconfisse le armate di Massenzio e divenne il più importante uomo politico dell’epoca: era il 28 ottobre dell’anno 312.

La battaglia di Ponte Milvio, di Giulio Romano (1499-1546)

Questo racconto ha dato adito a diverse polemiche: si va da coloro che lo ritengono praticamente del tutto veritiero a chi lo ritiene un falso. In merito il beato Giovanni Paolo II ebbe a dire che “non possiamo constatare con certezza storica la verità di queste parole” (3), ma questo non comporta che sia necessario essere del tutto scettici. Come ha detto la studiosa Marta Sordi “Lo storico non è obbligato ovviamente a credere alla realtà della visione di Costantino, ma ben difficilmente, se non è prevenuto, può negare che l’uomo non abbia avuto un’esperienza religiosa eccezionale” (4).
Inoltre, ci sembra giusto rispettare una lunga tradizione che ha ritenuto l’episodio come vero, evitando quindi di accantonarla subito come “fantasia” o “invenzione”. In merito, oltretutto, abbiamo la testimonianza di Eusebio di Cesarea, il quale – raccontando l’evento nella Vita Constantini – afferma esplicitamente che la presunta apparizione è difficile da credersi, ma che lo stesso Costantino l’aveva raccontata in prima persona e aveva giurato si trattasse della verità (5). Tutto ciò, ci sembra, non è facilmente liquidabile, anche da un punto di vista storiografico.

Visione della Croce, della scuola di Raffaello (XVI sec.)

Anche il contesto è favorevole a riconoscere che qualcosa di importante era avvenuto: sull’arco che il Senato decretò fosse eretto al vincitore della battaglia di Ponte Milvio, non è riportato il nome di una divinità solare o di una divinità pagana, ma si parla dell’ispirazione di un Dio non definito (“instinctu divinitatis”). E Costantino, entrando a Roma, stupì molti quando decise di non salire in Campidoglio per offrire un sacrificio a Giove in ringraziamento della vittoria ottenuta. Evitiamo, qui, di approfondire questi aspetti; se qualcuno fosse interessato, potrebbe trovare utili i testi citati nella bibliografia in calce a quest’articolo.
Un altro elemento da prendere in considerazione, pensiamo, è il fatto che alcuni nostri fratelli nella fede cattolica, ma di rito orientale, venerano Costantino quale santo. Ora, non si tratta d’atto infallibile, né questo garantisce in maniera certa la veridicità dell’evento; tuttavia, ci sembra un’elementare forma di rispetto verso questi amici (ed anche, in chiave ecumenica, verso i fratelli separati ortodossi) il trattare la materia con delicatezza e senza disprezzo.
In ogni caso, se è vero che prove assolutamente certe non ne sono, nondimeno riteniamo esistano elementi che ci conducono a pensare come la visione della croce e il successivo sogno presentino, nella loro sostanza, elementi di veridicità.
Ci sia consentito comunque concludere, con il beato Giovanni Paolo II, che il significato della visione è certamente grande: “In hoc signo vincis, perché il segno della Croce è veramente il segno della vittoria.” (6); e con Benedetto XVI parlare dell’ “apparizione che gli [a Costantino, ndr] fece vedere, nella notte simbolica della sua incredulità, il monogramma di Cristo sfavillante” (7).

Note:
(1) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXVIII-XXIX.
(2) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXXVIII.
(3) Cfr. Giovanni Paolo II, dal Discorso del 17 gennaio 1993.
(4) Cfr. Marta Sordi, Ci vorrebbe un nuovo Costantino, Tempi n. 30, 21/07/2005, pp. 74s.
(5) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXVIII.
(6) Cfr. Giovanni Paolo II, dal Discorso del 17 gennaio 1993.
(7) Cfr. Benedetto XVI, dal Discorso del 14 settembre 2012.

Bibliografia generale:
Eusebio di Cesarea, Vita Constantini;
Marta Sordi, Ci vorrebbe un nuovo Costantino, in Tempi n. 30, 21/07/2005, pp. 74s;
Marta Sordi, Costantino e la “libertas Ecclesiae”, in Tracce. Litterae Communionis, febbraio 2005, pp. 24-26;
Marta Sordi, La svolta di Costantino, in Il Timone, luglio/agosto 2002, pp. 24-25;
Giorgio Falco, La Santa Romana Repubblica, Milano-Napoli, Ricciardi Editore, 1986, pp. 24-29;
John Henry Newman, Two essays on Scripture miracles and on ecclesiastical, Londra, Basil Montagu Pickering, 1870, pp. 271-286.

Read Full Post »

Come sappiamo, l’11 ottobre 1962 si aprì il Concilio Vaticano II. I lavori iniziarono alcuni giorni dopo, ma tra i Padri ci fu chi sentì l’esigenza di mandare subito un messaggio a tutti gli uomini. Con l’assenso del Sommo Pontefice, venne così redatto e approvato quasi all’unanimità (“fere unanimiter“, dicono i resoconti) un breve messaggio. Non si tratta di un documento ufficiale  (il segretario del Vaticano II, mons. Pericle Felici, chiarì che si trattava di un messaggio dei vescovi, non del Concilio), ma ne proponiamo qui alcuni stralci, perché sembra utile quantomeno a capire quale fossero il contesto e le idee che circolavano nelle menti dei Padri, in quei primi lavori. Presentiamo, oltre all’originale latino, una nostra modesta traduzione, fatta un po’ in fretta ma che speriamo non si discosti troppo dal senso dell’originale. Il documento completo si può trovare in AAS 54 [1962], pp. 822-824.

In questo Concilio, sotto la guida dello Spirito Santo, vogliamo cercare il modo migliore di rinnovare noi stessi, affinché diventiamo sempre più fedeli al Vangelo di Cristo. Cercheremo di esporre agli uomini del nostro tempo la verità di Dio, integra e pura, affinché essi la comprendano e liberamento assentiscano ad essa. [...]
[Quo in conventu, Spiritu Sancto duce, quaerere volumus quomodo nosmetipsos renovemus oporteat, ut Evangelio Christi magis ac magis fideles inveniamur. Integram ac puram Dei veritatem huius aetatis hominibus sic proferre studebimus ut eam ipsi intellegant eique libenter assentiant. [...]]

[...] obbedienti alla volontà di Cristo, spendiamo tutte le nostre forze e pensieri per rinnovare noi stessi, che siamo presuli, come pure il gregge a noi affidato, affinché appaia alle genti l’amabile volto di Gesù Cristo [...]
[[...] Christi voluntati oboedientes [...] omnes vires cogitationesque impendimus in nosmetipsos, Praesules, necnon in greges nobis créditos ita renovandos ut gentibus appareat amabilis facies Iesu Christi [...]]

[...] mentre speriamo che dai lavori del Concilio splenda più chiara e vivida la luce della fede, attendiamo pure un rinnovamento spirituale, dal quale proceda anche un felice impulso che giovi al bene dell’uomo, cioè le scoperte della scienza, il progresso dell’arte tecnica e la maggior diffusione del sapere. [...]
[[...] cum ex Concilii laboribus fore speremus ut lux fidei clarior et vividior splendeat, spiritualem expectamus renovationem, ex qua etiam felix procedat impulsus quo proficiant humana bona, scilicet scientiae inventa, artis technicae progressus eruditionisque latior diffusio. [...]]

Con veemenza volgiamo l’animo a tutte le ansietà dalle quale oggi gli uomini sono tormentati. La nostra sollecitudine s’invola quindi per prima cosa verso i più umili, i più poveri, i più deboli [...]
[Ad omnes anxietates, quibus hodie homines punguntur, instanter animum intendimus. Con volet imprimis igitur sollicitudo nostra ad humiliores, pauperiores debilioresque [...]]

Il sommo Pontefice Giovanni XXIII, nel messaggio radiofonico dell’11 settembre 1962, ha messo in evidenza soprattutto due questioni. Per prima cosa, quella che si riferisce alla pace tra i popoli. [...] Poi il Sommo Pontefice spinge per la giustizia sociale. [...]
[Summus Pontifex Ioannes XXIII in radiophonico nuntio die 11 Septembris 1962 dato, duo praesertim inculcavit.
 Imprimis, quae ad pacem inter populos spectant. [...] Praeterea Summus Pontifex urget socialem iustitiam. [...]]

Supplichiamo che in mezzo a questo mondo, che ancora è lontano dalla desiderata pace a motivo dello stesso progresso delle scienze, certo ammirabile ma non sempre attento alla legge superiore della moralità, splenda la luce della grande speranza in Cristo Gesù, unico nostro Salvatore.
[Luceat, obsecramus, in medio mundi huius, qui procul ab optata pace adhuc abest ob minas ex ipso scientiarum progressu ortas, mirabili sane, sed non semper superiori moralitatis legi intento, luceat lumen magnae spei in Iesum Christum, unicum Salvatorem nostrum.]

Read Full Post »

Era il 17 ottobre dell’anno 1912: da qualche giorno l’Est europeo era sconvolto da una nuova guerra (la prima guerra balcanica); il giorno successivo (18 ottobre) si sarebbe conclusa la guerra di Libia tra il regno d’Italia e l’Impero Ottomano; sulla cattedra di Pietro siedeva Giuseppe Sarto, papa Pio X. Proprio in quel giorno, in una piccola valle incastonata tra le vette dolomitiche, nasceva un neonato di gracile salute (tanto da far temere per la sua sopravvivenza), cui fu posto il nome di Albino. Era figlio di Giovanni Luciani, operaio, e di Bortola Tancon. Sessantasei anni dopo, quel bambino, cresciuto, fu eletto al soglio petrino, divenendo papa Giovanni Paolo I. E’ noto che il suo ministero durò poco più di un mese e fu interrotto dalla morte improvvisa, non sorprendente se si considerano le sue non buone condizioni di salute. Eppure, riuscì comunque ad entrare nel cuore di diversi fedeli e la sua vita, anche prima di essere Papa, fu rivolta a Dio: specie come sacerdote, vescovo, cardinale.
Lo ricordiamo con alcuni estratti del suo “programma” di ministero, come li espose in Sistina il 27 agosto 1978:

vogliamo seguire costantemente l’eredità del Concilio Vaticano II [volumus sine intermissione persequi hereditatem Concilii Vaticani II] [...][ma, precisò, evitando quelle iniziative che ne deformavano la dottrina e il senso, ndr]
vogliamo salvaguardare integra la grande disciplina della Chiesa, tanto nella vita dei sacerdoti che in quella dei fedeli [integram servare volumus magnam disciplinam Ecclesiae in vita sacerdotum ac fidelium][...]
vogliamo ammonire tutta la Chiesa che il suo primo compito è quello di evangelizzare [volumus Ecclesiam universam monere primum officium suum esse evangelizationem][...]
intendiamo continuare l’impegno in materia ecumenica [intendimus pergere nisum circa rem oecumenicam][...]
vogliamo continuare, con pazienza e fermezza, quel dialogo [...] che Paolo VI stabilì a fondamento della sua azione pastorale [volumus pergere patienti et firmo animo dialogum illum [...] quem Paulus VI [...] constituit veluti fundamentum et actionis pastoralis suae][...]
vogliamo infine assecondare tutti i progetti lodevoli e distinti che vogliano  proteggere ed incrementare la pace in questo mondo turbato [volumus denique secundare omnia incepta laudabilia et egregia, quae pacem in hoc mundo perturbato valeant tueri et incrementis augere][...]

Giovanni Paolo I con l’allora card. Ratzinger

Read Full Post »

Giovedì 11 ottobre 1962, festa della Maternità della Beata Sempre Vergine Maria. Sono le 8 e 30 di quella mattinata quando, nella basilica di san Pietro a Roma ha solennemente inizio il Concilio Ecumenico Vaticano II. Il giorno prima pioveva a dirotto, ma da qualche ora ha smesso di piovere. Soffia un leggero vento e il sole spunta tra le nubi.
Il Papa Giovanni XXIII, dopo aver assunto le vesti liturgiche nell’Aula dei Paramenti, assieme solamente ai cardinali s’avvia verso la cappella Paolina, ove adora il Santissimo Sacramento solennemente esposto ed inizia a cantare l’inno “Ave, Maris Stella”. [notiamo qui che la mattinata del Papa inizia nel segno delle tre cose bianche: il Papa (se stesso!), la Santa Madre di Dio e la Santissima Eucaristia, ndr] Scende poi la scala regia e , preceduto da tutti i padri conciliari, dai prelati, dai nobili laici e dai restanti membri della famiglia pontificia, attraversa piazza san Pietro, mentre il clero romano in abito corale ivi pregava.

La processione di apertura del Vaticano II (11/10/1962)

Dopo essere entrato in san Pietro, il Papa si reca all’altare della Confessione e, al faldistorio, inizia l’inno “Veni, creator Spiritus”, che venne poi continuato dai cantori [papa Roncalli invocò quindi quello che Benedetto XVI e il cardinal Siri definirono il maggior protagonista del Concilio: lo Spirito Santo, ndr]. Dopo l’inno e le successive preghiere, il cardinal Eugenio Tisserant (1884-1972), decano del Sacro Collegio e vescovo di Ostia, Porto e Santa Rufina, celebra la Messa Pontificale “de Spiritu Sancto”.
Al termine della solenne liturgia, inizia la prima sessione conciliare, col segretario generale del Concilio, mons. Pericle Felici (1911-1982), che solennemente pone il libro dei Santi Vangeli su un tronetto. Dopo che i padri conciliari hanno prestato la dovuta obbedienza al Papa, quest’ultimo genuflette al faldistorio e pronuncia la solenne professione di fede, che tutti i Padri fanno propria. Seguono altre preghiere, tra le quali le litanie dei santi. Infine, dopo il canto del Vangelo in latino (Mt 28,18-20) ed in greco (Mt 16,13-20), i Padri assumono le mitre e, seduti, ascoltano l’allocuzione di Giovanni XXIII, cioè il celebre “Gaudet Mater Ecclesia”.

Il discorso d’apertura “Gaudet Mater Ecclesia” di Giovanni XXIII

Al termine del discorso, il Papa impartisce ai presenti la benedizione. Quindi mons. Felici toglie dal tronetto il codice dei Vangeli; in seguito annuncia il giorno e l’ora in cui si sarebbe tenuta la prima congregazione generale (cioè sabato 13 ottobre alle ore 9). A quel punto, il Papa, deposti i sacri paramenti, ritorna al palazzo apostolico.

Fonte principale del racconto: Acta Apostolicae Sedis 54 [1962], pp. 785-796

Un video di quella memorabile giornata (tratto dall’archivio dell’Istituto Luce):

Ci sia concesso concludere prevenendo le possibili polemiche di chi fosse portato a pensare che questo blog sia troppo entusiasta del Vaticano II. Sì, perché sembra essersi fatta spazio, anche tra i cattolici, una linea di pensiero che porta a considerare il Vaticano II come una sorta di pillola amara che in qualche modo bisogna ingoiare… Non è questo che sosteniamo. Al seguito del Santo Padre, invece, riteniamo che “difendere oggi la vera Tradizione della Chiesa significa difendere il Concilio” e che “la difesa della Tradizione è la difesa del Concilio” (parole del card. Joseph Ratzinger). Ci sia permesso dire, insomma, che non ci pare certo di dire una bestialità così grossa se affermiamo che chi ama la Tradizione, ama il Concilio.

Read Full Post »

650 anni: tale è la distanza che ci separa dall’evento che vorremmo qui commemorare, cioè l’elezione al soglio di Pietro del beato papa Urbano V. Il suo pontificato iniziò infatti il 28 settembre 1362 (ci scusino i lettori se pubblichiamo queste parole con un giorno di ritardo) e si concluse con la morte, avvenuta otto anni dopo, il 19 dicembre 1370. Era quello, dunque, il periodo della “cattività avignonese”: ma, a dispetto di certa storiografia che ha evidenziato forse eccessivamente gli aspetti negativi di quell’epoca, desideriamo qui metterne in luce anche alcune prospettive positive (sulle quali ci concentriamo).
Ma vediamo di conoscere meglio la figura di questo Papa, che la Chiesa ha iscritto tra i propri beati.
Si chiamava Guillame de Grimoard e nacque a Grisac, nella Linguadoca francese, nell’anno 1310. Ebbe una figura d’eccezione come padrino di battesimo: sant’Elzearo di Sabran, conte di Ariano (+ 1323). La famiglia Guillame era vassalla (quindi esercitava un certo potere), ma il giovane non seguì la loro strada: dopo essere stato educato a Montpellier e Tolosa, infatti, si fece monaco benedettino a Chirac. Tale rimase, nel cuore, per tutta la sua vita: neppure da pontefice, infatti, smise di indossare l’abito dell’Ordine di san Benedetto. Ordinato sacerdote, studiò poi teologia e diritto canonico in numerose università francesi, giungendo a ricevere il dottorato e ad essere riconosciuto come uno dei più grandi canonisti della sua epoca. Ricoprì poi diversi incarichi ecclesiali, tra i quali quello di vicario generale delle diocesi di Clermont e di Uzès, e quello di abate a san Germano ad Auxerre (e poi di san Vittore a Marsiglia). Fu anche diplomatico per conto della Sede Apostolica e fu proprio durante una missione in Italia che venne raggiunto dalla notizia di essere stato eletto Papa (era infatti morto il reganante Pontefice, Innocenzo VI, che abbiamo ricordato qui). Si mise quindi in viaggio verso Avignone, dove il 6 novembre successivo fu consacrato vescovo.
Si mise in luce per i suoi forti tentativi di difendere l’autonomia della Santa Sede e di tutta la Chiesa dalle ingerenze politiche esterne. Amante della pace, si impegnò per la pacificazione tra belligeranti, adoperandosi in modo particolare per controllare le bande di mercenari.
Il suo nome, però, rimane legato alla decisione di tornare a Roma. Nonostante l’opposizione della Francia e dei suoi cardinali, Urbano lasciò Avignone il 30 aprile 1367 e, dopo essersi imbarcato a Marsiglia, sbarcò a Corneto, per poi trasferirsi a Viterbo e, con una considerevole scorta (dovuta alla turbolenza del periodo), entrò a Roma il 16 ottobre.

Urbano V (1370-1378) in un’opera d’epoca successiva

Il Papa, quindi, si adoperò per migliorare le condizioni spirituali e materiali della città. Vennero restaurate e decorate basiliche e palazzi; il tesoro pontificio fu distribuito alle chiese cittadine e diversi disoccupati vennero assunti per mettere ordine nei giardini vaticani. Urbano fece inoltre distribuire grano (che era scarso in città), rafforzò la disciplina del clero e incoraggiò la frequenza dei Sacramenti.
Tuttavia, la sicurezza rimaneva difficile e gli Stati pontifici tutt’altro che pacificati. La morte del cardinal Albornoz (24 agosto 1367) privò il Pontefice di un validissimo aiuto; in più, l’entourage francese spingeva affinché il Papa abbandonasse territori insicuri per ritornare in Francia. Infine, anche per tentare di sedare la guerra scoppiata tra Francia e Inghilterra, Urbano – seppur triste e con intima sofferenza – prese nuovamente il mare (5 settembre 1370) per tornare ad Avignone, ove però rimase pochi mesi, poiché morì il 19 dicembre successivo.
Fu sepolto in maniera definitiva, secondo i suoi desideri, presso l’abbazia di san Vittore a Marsiglia; presso la sua tomba avvennero numerosi miracoli, tanto che che già il suo successore Gregorio XI (1370-1378) sembrava propenso a canonizzarlo. Tuttavia non se ne fece nulla e l’approvazione ufficiale del culto di Urbano V giunse solo numerosi secoli dopo, nel 1870, col beato Pio IX (1846-1878).
Visse la sua missione cristiana in maniera pura e disinteressata; fu alieno da eccessi nepotistici (se, infatti, elevò il fratello al cardinalato, nondimeno la nomina venne giudicata come giuste, date la capacità del congiunto) e visse privatamente come un monaco, seguendo la disciplina della Regola benedettina, ma rimanendo comunque sempre accessibile a coloro che avessero bisogno del suo aiuto. Disapprovò la pompa e il lusso che contraddistinguevano la vita di troppi cardinali, come pure l’avidità e l’accumulo delle cariche.
Difese e promosse la cultura (fondò e rinnovò università e collegi e creò delle “borse di studio” per alunni poveri) e fu in corrispondenza col Petrarca (il quale aveva salutato la sua nomina scrivendogli che essa “sembra essere venuta più da Dio che dagli uomini”).
Il beato Giovanni XXIII ne ricordò l’integrità, l’austerità, l’esimia pietà, le notevoli doti d’ingegno (cfr. Lettera “Duplicis Anniversariae”, 11 luglio 1962)
Il Martirologio Romano (che lo festeggia il 19 dicembre) così lo ricorda: “Ad Avignone nella Provenza in Francia, beato Urbano V, papa, che, dopo essere stato monaco, fu elevato alla cattedra di Pietro e si adoperò per riportare quanto prima la Sede Apostolica a Roma e ristabilire l’unità nella Chiesa.” (cfr. http://www.santiebeati.it/dettaglio/82350)

Il beato Urbano V (1370-1378)

Bibliografia:
Catholic Encyclopedia, New York, The Encyclopedia Press, 1907-1922
Dizionario illustrato dei Papi, Casale Monferrato, Piemme, 1989

http://en.wikipedia.org

http://www.treccani.it/enciclopedia/urbano-v_(Enciclopedia-dei-Papi)/

Read Full Post »

Era il 12 settembre di 650 anni fa (anno del Signore 1362) quando l’allora regnante pontefice, Innocenzo VI, rendeva l’anima a Dio nella città di Avignone. Aveva guidato come Papa la Santa Chiesa Cattolica per quasi dieci anni, nella parte finale di quel periodo che gli storici ricordano come “cattività avignonese”. Proprio per l’aver vissuto in quei travagliati giorni, la figura di questo servo dei servi di Dio rischia di essere offuscata: qui vediamo di ricordarne in una luce più favorevole la figura.
Si chiamava Étienne Aubert ed era nato a Mont, nella diocesi di Limoges, in Francia, negli anni Ottanta-Novanta del XIII secolo. Dopo studi giuridici, divenne chierico e cominciò a servire la Chiesa in diverse cariche: prima come vescovo di Noyon (1338), poi come vescovo di Clermont (1340). Clemente VI (1342-1352) lo nominò cardinale presbitero (1342), cardinale vescovo di Ostia (1352), penitenziere maggiore e amministratore della sede di Avignone in assenza del vescovo.
Alla morte proprio di Clemente VI, dopo due giorni di conclave i cardinali elessero (18 dicembre 1352) l’Aubert, il quale prese il nome di Innocenzo VI.

Papa Innocenzo VI (1352-1362) in un dipinto d’epoca posteriore

Animato da fervente spirito ecclesiastico, rifiutò illegittime limitazioni al potere pontificio; anzi, decise di restaurare il controllo papale sullo Stato della Chiesa, nel quale i poteri locali – data anche la lontananza dei Papi – avevano assunto un ruolo preponderante. Innocenzo inviò quindi il cardinale spagnolo Egidio Albornoz (1310-1367) proprio per ridurre le usurpazioni del potere pontificio in Italia centrale, in vista del ritorno del papato a Roma, obiettivo che il Papa era intenzionato a portare a termine.
Rifiutò anche di dar corda alla folla di ecclesiastici in cerca di prebende che s’affollavano attorno a lui: poco dopo essere stato incoronato, ingiunse loro di tornarsene nelle loro diocesi, sotto pena di scomunica qualora non avessero obbedito. Cercò di riorganizzare e razionalizzare il sistema dei benefici, mentre assumeva personalmente uno stile di vita improntato alla morigeratezza – anche la corte papale e i cardinali furono obbligati a seguire questa linea di condotta.
In campo europeo, si adoperò per porre fine alla guerra dei Cent’Anni che da tempo coinvolgeva Francia ed Inghilterra, così come per pacificare Castiglia ed Aragona: non ottenne, tuttavia, risultati positivi duraturi, se non – nel primo caso – una tregua decennale.
Innocenzo rinnovò le misure positive verso gli ordini mendicanti, incoraggiò una maggior disciplina tra i domenicani e prese duri provvedimenti contro i cavalieri di san Giovanni.
Non mancarono – va detto – provvedimenti nepotistici (anche se sarebbe giusto esaminare con più obiettività la questione del nepotismo, tenendo soprattutto conto del contesto di quei secoli) e incomprensioni. Tuttavia, Innocenzo VI può essere considerato uno dei migliori pontefici avignonesi, né può essere misconosciuta la sua integrità morale.

Il sepolcro di Innocenzo VI nella certosa di Val de Bénédiction presso Avignone (Francia)(© immagine: Baldiri, presso commons.wikimedia.org)

Bibliografia:
Catholic Encyclopedia, New York, The Encyclopedia Press, 1907-1922
Dizionario illustrato dei Papi, Casale Monferrato, Piemme, 1989

http://en.wikipedia.org

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 38 follower