[...] è il mese di maggio, il mese della Madonna: alla luce di Maria noi comprendiamo meglio la profondità della riconciliazione che Cristo ha attuato fra noi e Dio. L’amore della Madre di Gesù, manifestandosi verso ciascuno di noi, ci apporta il segno della benevolenza e della tenerezza del Padre. Tale amore inoltre ci aiuta a meglio comprendere che la riconciliazione concerne anche i rapporti degli uomini tra loro, poiché essendo madre della Chiesa, Maria è madre dell’unità e s’impegna a favorire tutto quello che unisce i suoi figli, tutto quello che li avvicina. (beato Giovanni Paolo II, dall’Udienza Generale del 18 maggio 1983)
Archivio per la categoria ‘Giovanni Paolo II’
Maggio, mese della Madonna
Postato in Giovanni Paolo II, tagged giovanni paolo ii, maggio, Maria SS., papa giovanni paolo ii, riconciliazione il giorno maggio 18, 2013 | Lascia un commento »
Salvare vite: un impegno per la politica
Postato in Giovanni Paolo II, tagged anziani, bambini, giovanni paolo ii, no all'aborto, papa giovanni paolo ii, stop all'aborto il giorno aprile 30, 2013 | Lascia un commento »
Ogni uomo ha diritto alla vita. Questo diritto spetta sia al bambino non ancora nato, fin dal momento del concepimento, come al bambino già nato, sia agli anziani e ai malati come ai sani. Anche a voi, uomini politici, come ho già detto ai vostri Vescovi che vi hanno preceduto nella visita alcune settimane fa, dico: “Fate tutto il possibile per risvegliare le coscienze degli uomini e salvare la vita dei bambini non ancora nati. Con questa difesa del diritto alla vita per tutti gli esseri umani, all’inizio e alla fine del loro cammino terreno, si dimostra la credibilità della speranza che per tutti [...] c’è sempre una possibilità di vita”. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 30 aprile 1988 ad un gruppo di deputati tedeschi)
Condividere i doni
Postato in Giovanni Paolo II, tagged condivisione, corpo di Cristo, giovanni paolo ii, papa giovanni paolo ii, servizio il giorno aprile 27, 2013 | Lascia un commento »
Oggi come sempre, le domande di comunione ecclesiale richiedono una grande condivisione di doni all’interno della Chiesa. Tale condivisione, sia che la natura dei doni sia in modo predominante materiale o spirituale, è un segno delle grazie abbondanti che rianimano e unificano le membra del corpo di Cristo ed è una sorgente di arricchimento spirituale nel ricevere come nel donare. Nell’unità della Chiesa, tutti i cristiani sono chiamati, come membra l’uno dell’altro, a servirsi reciprocamente secondo i doni concessi ad ognuno. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso del 27 aprile 1993)
Papa Wojtyla e i bambini
Postato in Giovanni Paolo II, tagged bambini, papa giovanni paolo ii il giorno gennaio 16, 2013 | Lascia un commento »
Vorrei innanzitutto riaffermare la dignità del bambino, giacché oggi non di rado si tende ad escluderlo o almeno a “subirne” la presenza, spesso strumentalizzarlo per secondi fini, o addirittura ad abusare della sua naturale debolezza. Il bambino è “persona”, è uomo; come tale deve essere accolto, amato, aiutato nel suo sviluppo fisico e morale affinché possa occupare il suo “irripetibile” posto nella società e nella comunità ecclesiale. Ogni bambino è voluto da Dio Padre, è redento da Cristo, diventa tempio dello Spirito Santo nel Battesimo. Se questa è la dignità del bambino, tutti devono considerare un privilegio accoglierlo, custodirlo ed amarlo come ci ha insegnato il Signore. (Beato Giovanni Paolo II, Discorso alla F.I.S.M., 16 gennaio 1988)
Maria, Mater Ecclesiae
Postato in Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Maria Santissima, Paolo VI, tagged concilio ecumenico vaticano ii, Madre della Chiesa, Maria SS., Paolo VI, papa giovanni paolo ii, vaticano ii il giorno novembre 20, 2012 | Lascia un commento »
Igitur ad Beatae Virginis gloriam ad nostrumque solacium, Mariam Sanctissimam declaramus Matrem Ecclesiae, hoc est totius populi christiani, tam fidelium quam Pastorum, qui eam Matrem amantissimam appellant; ac statuimus ut suavissimo hoc nomine iam nunc universus christianus populus magis adhuc honorem Deiparae tribuat eique supplicationes adhibeat.
[Perciò a gloria della Beata Vergine e a nostra consolazione dichiariamo Maria Santissima Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, sia dei fedeli che dei Pastori, che la chiamano Madre amatissima; e stabiliamo che con questo titolo tutto il popolo cristiano d’ora in poi tributi ancor più onore alla Madre di Dio e le rivolga suppliche.] (Paolo VI, Discorso a conclusione della III sessione del Vaticano II, 21 novembre 1964)
Le parole che avete appena letto, parole di papa Montini, parole d’un Sommo Pontefice, sono ben solenni e s’adattano al tributo d’onore che desideriamo rivolgere alla Beata Sempre Vergine Maria.
Come infatti sapranno i nostri attenti lettori, questo blog ha due patroni: oltre al servo di Dio Tomas Tyn O.P., infatti, ci siamo posti sotto la materna protezione della Santissima Madre di Dio, onorata col titolo di Madre della Chiesa.
Sarebbe certo opportuno approfondire un attimo questo titolo; e quale miglior modo di proporvi un altro passaggio del medesimo discorso di Paolo VI?
Si tratta di un titolo [Mater Ecclesiae, ndr], Venerabili Fratelli, non certo sconosciuto alla pietà dei cristiani; anzi i fedeli e tutta la Chiesa amano invocare Maria soprattutto con questo appellativo di Madre. Questo nome rientra certamente nel solco della vera devozione a Maria, perché si fonda saldamente sulla dignità di cui Maria è stata insignita in quanto Madre del Verbo di Dio Incarnato. Come infatti la divina Maternità è la causa per cui Maria ha una relazione assolutamente unica con Cristo ed è presente nell’opera dell’umana salvezza realizzata da Cristo, così pure soprattutto dalla divina Maternità fluiscono i rapporti che intercorrono tra Maria e la Chiesa; giacché Maria è la Madre di Cristo, che non appena assunse la natura umana nel suo grembo verginale unì a sé come Capo il suo Corpo mistico, ossia la Chiesa. Dunque Maria, come Madre di Cristo, è da ritenere anche Madre di tutti i fedeli e i Pastori, vale a dire della Chiesa. [...] [Maria] che ci ha dato un giorno Gesù, fonte della grazia soprannaturale, non può non rivolgere la sua funzione materna alla Chiesa, specialmente in questo tempo in cui la Sposa di Cristo si avvia a compiere con più alacre zelo la sua missione salutifera. [...] Dopo aver promulgata ufficialmente la Costituzione sulla Chiesa, alla quale abbiamo dato coronamento dichiarando Maria Madre di tutti i fedeli e Pastori, cioè della Chiesa, confidiamo fermamente che il popolo cristiano invocherà con maggiore speranza e più fervoroso ardore la Beatissima Vergine e le accorderà il culto e l’onore dovuti.
Tanti altri testi potremmo proporvi, ma ci limitiamo a rimandarvi alla trattazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (nn. 963-975).
Madre della Chiesa! Illumina il Popolo di Dio sulle vie della fede, della speranza e della carità! (beato Giovanni Paolo II)
Pellegrinaggio “Una cum Papa nostro”: le impressioni di un partecipante
Postato in Benedetto XVI, Concilio e post-concilio, Giovanni Paolo II, Liturgia, Vescovi, tagged Benedetto XVI, Canizares, Cantoni, giovanni paolo ii, Liturgia, liturgia antica, Messa, Opus Mariae Matris Ecclesiae, pellegrinaggio il giorno novembre 19, 2012 | Lascia un commento »
Come i nostri venticinque lettori ricorderanno, in passato abbiamo segnalato su questo blog il pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (qui e qui), iniziativa che, tra gli altri scopi, aveva anche quello di mostrare a Benedetto XVI la vicinanza del popolo dei fedeli che si sentono attratti dalla forma straordinaria del rito romano.
Purtroppo vi sono state, anche in questo caso, divisioni e polemiche. Peccato senz’altro, ma non ci occuperemo, qui, di queste. Preferiamo invece fornire ai nostri lettori un testo che parla dell’iniziativa, la quale he ha impegnato e allietato tanti fedeli. Ringraziamo di queste parole l’autore Emanuele Borserini, seminarista dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, istituto che s’è reso benemerito verso il Papa, la Chiesa e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Cogliamo pure l’occasione per augurare all’Opus un fecondo cammino ecclesiale, ricco di carità e di buoni frutti.
Sabato 3 novembre scorso si è tenuto a Roma il pellegrinaggio internazionale “Una cum Papa nostro” con il quale molti fedeli a vario titolo legati alla forma straordinaria del rito romano hanno voluto rendere grazie a Papa Benedetto per la sua lettera motu proprio data “Summorum pontificum” del 2007. Con questo documento il Papa ha chiarito una volta per tutte quale sia la posizione canonica e pastorale di questa forma celebrativa: essa rappresenta una delle due forme in cui si esprime il rito romano, il quale a sua volta è solo uno dei numerosi riti con cui la Chiesa universale celebra la liturgia; il termine “straordinaria” dichiara che, pur non essendo la forma più comune di celebrazione, essa ha comunque pari dignità e liceità di quella ordinaria. In seguito alla riforma liturgica del 1970, si è verificata una grande confusione nelle coscienze dei cristiani, fin anche dei sacerdoti e dei vescovi, ma finalmente il Papa ha chiarito che i libri liturgici precedenti ad essa non sono mai stati aboliti e, anzi, invita a conoscerli e diffonderne l’utilizzo. Ovviamente, il documento pontificio non è apparso nell’orizzonte della Chiesa senza un lungo cammino, spesso anche doloroso, che risale fino ad un altro motu proprio, “Ecclesia Dei”, del predecessore, il Beato Giovanni Paolo II. Proprio su questa linea si pone la bellissima intervista che il celebrante, il card. Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha rilasciato nei giorni precedenti al pellegrinaggio.
Sembra curioso, ma in considerazione dei numerosi e gravi pregiudizi che ancora incombono su questo aspetto della vita ecclesiale, spesso confermati e quasi goduti dagli stessi fedeli che lo seguono, è significativo che egli abbia definito “normale” la celebrazione della forma straordinaria del rito romano: “Ho accettato perché è un modo per far comprendere che è normale l’uso del messale del 1962: esistono due forme dello stesso rito, ma è lo stesso rito e dunque è normale usarlo nella celebrazione”. E aggiunge: “mi sembra che a cinque anni di distanza si possa meglio comprendere come non si tratti soltanto di alcuni fedeli che vivono nella nostalgia del latino, ma che si tratti di approfondire il senso della liturgia”. Ed effettivamente lo scopo della convivenza di due forme diverse dello stesso rito nella Chiesa, lungi dall’essere un cedimento alla mentalità dialettica e alla contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti, categorie definitivamente superate dal Magistero, è piuttosto quello di aiutare i fedeli ad approfondire l’importanza sempre più decisiva di una liturgia che veicoli sempre di più e sempre meglio il desiderio di Dio che è quello di parlare al cuore dell’uomo per condurlo al suo amore e così salvarlo dalla morte. Compito della Chiesa è favorire e edificare secondo verità questo rapporto personale di ognuno con Dio ed ecco la sua responsabilità in campo liturgico. È per questo sciocco perseverare con qualsivoglia polemica sull’argomento perché solo la sapienza divina della Chiesa ha il diritto e il dovere di indicare la strada per raggiungere questa unione. Allora, con i pellegrini che si sono recati a Roma per questa bella occasione, ringraziamo il Pastore universale e rinnoviamo la nostra fede e devozione nella Chiesa nostra madre. Rinnovamento a cui ci chiama in qualche modo anche l’Anno della Fede che lo stesso Papa ha indetto e che stiamo vivendo.
Dopo due giorni di celebrazioni pontificali presiedute da vari Eccellentissimi Vescovi nella parrocchia personale della Santissima Trinità dei pellegrini a Roma, il pellegrinaggio è culminato con la Santa Messa pontificale celebrata dal Card. Antonio Canizares Llovera, all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Considerevole è stata la partecipazione dei fedeli i quali hanno riempito completamente i posti disponibili nell’abside della grande basilica, numerosissimi i sacerdoti e seminaristi che hanno assistito coralmente tra cui alcuni prelati della Curia Romana. Anche don Pietro Cantoni, moderatore generale della fraternità sacerdotale “Opus Marie Matris Ecclesiae” con una rappresentanza della sezione “Beato John Henry Newman” del Seminario Vescovile Maggiore di Massa Carrara – Pontremoli ed alcuni giovani della diocesi ha preso parte al pellegrinaggio. Lo stesso don Cantoni ha guidato la recita dell’Angelus alle ore 12 nella chiesa parrocchiale di San Salvatore in Lauro, dalla quale, dopo l’adorazione eucaristica, si è snodata la processione verso la basilica di San Pietro. Giunti in basilica, egli ha dato lettura in lingua italiana del messaggio ai pellegrini inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, il Card. Tarcisio Bertone.
Emanuele Borserini
Vivere e comprendere la Sacra Liturgia
Postato in Benedetto XVI, Concilio Vaticano II, Giovanni Paolo II, Liturgia, magistero, tagged Benedetto XVI, concilio ecumenico vaticano ii, Concilio Vaticano II, documenti conciliari, Liturgia, Sacra Scrittura, vaticano ii il giorno novembre 3, 2012 | 1 Commento »
Lo scorso 26 settembre il Santo Padre, Benedetto XVI, ha dedicato la catechesi dell’Udienza Generale al tema della liturgia. Data l’importanza dell’argomento, proponiamo quasi per intero le parole del Papa, invitando comunque i lettori che fossero interessati a leggere il testo integro (lo possono trovare qui).
Cari fratelli e sorelle [...] dopo una lunga serie di catechesi sulla preghiera nella Scrittura, possiamo domandarci: come posso io lasciarmi formare dallo Spirito Santo e così divenire capace di entrare nell’atmosfera di Dio, di pregare con Dio? Qual è questa scuola nella quale Egli mi insegna a pregare, viene in aiuto alla mia fatica di rivolgermi in modo giusto a Dio? La prima scuola per la preghiera – lo abbiamo visto in queste settimane – è la Parola di Dio, la Sacra Scrittura. [...] C’è ancora un altro prezioso «spazio», un’altra preziosa «fonte» per crescere nella preghiera, una sorgente di acqua viva in strettissima relazione con la precedente. Mi riferisco alla liturgia, che è un ambito privilegiato nel quale Dio parla a ciascuno di noi, qui ed ora, e attende la nostra risposta.
Che cos’è la liturgia? Se apriamo il Catechismo della Chiesa Cattolica – sussidio sempre prezioso, direi indispensabile – possiamo leggere che originariamente la parola «liturgia» significa «servizio da parte del popolo e in favore del popolo» (n. 1069). Se la teologia cristiana prese questo vocabolo del mondo greco, lo fece ovviamente pensando al nuovo Popolo di Dio nato da Cristo che ha aperto le sue braccia sulla Croce per unire gli uomini nella pace dell’unico Dio. [..]
Il Catechismo indica inoltre che «nella tradizione cristiana (la parola “liturgia”) vuole significare che il Popolo di Dio partecipa all’opera di Dio» (n. 1069), perché il popolo di Dio come tale esiste solo per opera di Dio.Questo ce lo ha ricordato lo sviluppo stesso del Concilio Vaticano II, che iniziò i suoi lavori, cinquant’anni orsono, con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, approvato poi solennemente il 4 dicembre del 1963, il primo testo approvato dal Concilio. Che il documento sulla liturgia fosse il primo risultato dell’assemblea conciliare forse fu ritenuto da alcuni un caso. [...] Ma senza alcun dubbio, ciò che a prima vista può sembrare un caso, si è dimostrata la scelta più giusta [...] Iniziando, infatti, con il tema della «liturgia» il Concilio mise in luce in modo molto chiaro il primato di Dio, la sua priorità assoluta. Prima di tutto Dio: proprio questo ci dice la scelta conciliare di partire dalla liturgia. Dove lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. [...]
Però possiamo chiederci: qual è questa opera di Dio alla quale siamo chiamati a partecipare? La risposta che ci offre la Costituzione conciliare sulla sacra liturgia è apparentemente doppia. Al numero 5 ci indica, infatti, che l’opera di Dio sono le sue azioni storiche che ci portano la salvezza, culminate nella Morte e Risurrezione di Gesù Cristo; ma al numero 7 la stessa Costituzione definisce proprio la celebrazione della liturgia come «opera di Cristo». In realtà questi due significati sono inseparabilmente legati. Se ci chiediamo chi salva il mondo e l’uomo, l’unica risposta è: Gesù di Nazaret, Signore e Cristo, crocifisso e risorto. E dove si rende attuale per noi, per me oggi il Mistero della Morte e Risurrezione di Cristo, che porta la salvezza? La risposta è: nell’azione di Cristo attraverso la Chiesa, nella liturgia, in particolare nel Sacramento dell’Eucaristia, che rende presente l’offerta sacrificale del Figlio di Dio, che ci ha redenti; nel Sacramento della Riconciliazione, in cui si passa dalla morte del peccato alla vita nuova; e negli altri atti sacramentali che ci santificano (cfr Presbyterorum ordinis, 5). Così, il Mistero Pasquale della Morte e Risurrezione di Cristo è il centro della teologia liturgica del Concilio.Facciamo un altro passo in avanti e chiediamoci: in che modo si rende possibile questa attualizzazione del Mistero Pasquale di Cristo? Il beato Papa Giovanni Paolo II, a 25 anni dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, scrisse: «Per attualizzare il suo Mistero Pasquale, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, soprattutto nelle azioni liturgiche. La liturgia è, di conseguenza, il luogo privilegiato dell’incontro dei cristiani con Dio e con colui che Egli inviò, Gesù Cristo (cfr Gv 17,3)» (Vicesimus quintus annus, n. 7). Sulla stessa linea, leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica così: «Ogni celebrazione sacramentale è un incontro dei figli di Dio con il loro Padre, in Cristo e nello Spirito Santo, e tale incontro si esprime come un dialogo, attraverso azioni e parole» (n. 1153). Pertanto la prima esigenza per una buona celebrazione liturgica è che sia preghiera, colloquio con Dio, anzitutto ascolto e quindi risposta. San Benedetto, nella sua «Regola», parlando della preghiera dei Salmi, indica ai monaci: mens concordet voci, «la mente concordi con la voce». Il Santo insegna che nella preghiera dei Salmi le parole devono precedere la nostra mente. Abitualmente non avviene così, prima dobbiamo pensare e poi quanto abbiamo pensato si converte in parola. Qui invece, nella liturgia, è l’inverso, la parola precede. Dio ci ha dato la parola e la sacra liturgia ci offre le parole; noi dobbiamo entrare all’interno delle parole, nel loro significato, accoglierle in noi, metterci noi in sintonia con queste parole; così diventiamo figli di Dio, simili a Dio. Come ricorda la Sacrosanctum Concilium, per assicurare la piena efficacia della celebrazione «è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione di animo, pongano la propria anima in consonanza con la propria voce e collaborino con la divina grazia per non riceverla invano» (n. 11). Elemento fondamentale, primario, del dialogo con Dio nella liturgia, è la concordanza tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che portiamo nel cuore. [...]
vorrei solo accennare ad uno dei momenti che, durante la stessa liturgia, ci chiama e ci aiuta a trovare tale concordanza, questo conformarci a ciò che ascoltiamo, diciamo e facciamo nella celebrazione della liturgia. Mi riferisco all’invito che formula il Celebrante prima della Preghiera Eucaristica: «Sursum corda», innalziamo i nostri cuori al di fuori del groviglio delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre angustie, della nostra distrazione. Il nostro cuore, l’intimo di noi stessi, deve aprirsi docilmente alla Parola di Dio e raccogliersi nella preghiera della Chiesa, per ricevere il suo orientamento verso Dio dalle parole stesse che ascolta e dice. Lo sguardo del cuore deve dirigersi al Signore, che sta in mezzo a noi: è una disposizione fondamentale.
Quando viviamo la liturgia con questo atteggiamento di fondo, il nostro cuore è come sottratto alla forza di gravità, che lo attrae verso il basso, e si leva interiormente verso l’alto, verso la verità, verso l’amore, verso Dio. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica: «La missione di Cristo e dello Spirito Santo che, nella Liturgia sacramentale della Chiesa, annunzia, attualizza e comunica il Mistero della salvezza, prosegue nel cuore che prega. I Padri della vita spirituale talvolta paragonano il cuore a un altare» (n. 2655): altare Dei est cor nostrum.
Cari amici, celebriamo e viviamo bene la liturgia solo se rimaniamo in atteggiamento orante, non se vogliamo “fare qualcosa”, farci vedere o agire, ma se orientiamo il nostro cuore a Dio e stiamo in atteggiamento di preghiera unendoci al Mistero di Cristo e al suo colloquio di Figlio con il Padre. Dio stesso ci insegna a pregare, afferma san Paolo (cfr Rm 8,26). Egli stesso ci ha dato le parole adeguate per dirigerci a Lui, parole che incontriamo nel Salterio, nelle grandi orazioni della sacra liturgia e nella stessa Celebrazione eucaristica. Preghiamo il Signore di essere ogni giorno più consapevoli del fatto che la Liturgia è azione di Dio e dell’uomo; preghiera che sgorga dallo Spirito Santo e da noi, interamente rivolta al Padre, in unione con il Figlio di Dio fatto uomo (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2564). [...]
Piccolo gregge, ma senza scoraggiarsi!
Postato in Giovanni Paolo II, tagged papa giovanni paolo ii, piccolo gregge il giorno ottobre 28, 2012 | 3 Commenti »
[...] l’esperienza di Chiesa locale che voi fate, insieme ai vostri sacerdoti e fedeli, è spesso solo quella di un piccolo gregge; tuttavia essa è portatrice della promessa di Cristo a tutto il Paese. Questa situazione rende particolarmente evidente il carattere del Vangelo quale luce, lievito e sale della terra e non dovrebbe essere motivo di scoraggiamento. (beato Giovanni Paolo II, dal Discorso ai vescovi tedeschi, 28 ottobre 1982)
Queste parole di papa Wojtyla furono rivolte ai vescovi tedeschi in visita ad limina, ma pensiamo possano essere di spunto anche per altre diocesi che vivono situazioni simili, anche nel nostro mondo sempre più secolarizzato e dimentico di Dio.
A.D. 312 – A.D. 2012: “In hoc signo vinces”
Postato in Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Historia Ecclesiae, tagged battaglia di Ponte Milvio, Benedetto XVI, Costantino, croce, in hoc signo vinces, papa giovanni paolo ii, storia, storia della Chiesa Cattolica il giorno ottobre 27, 2012 | Lascia un commento »
L’episodio che si ricorda in questi giorni è uno dei più celebri della storia. Accade esattamente 1700 anni fa e coinvolse quello che, all’epoca, era uno dei più potenti uomini di tutto l’Impero Romano e del mondo intero: Costantino. Il racconto è noto (1): il figlio di Costanzo Cloro, mentre combatteva per conquistare il potere, era colpito da dubbi religiosi e non riusciva a capire quale fosse la Verità, quale fosse il vero Dio. Iniziò allora a pregare con forza che l’Onnipotente lo illuminasse e, mentre lo faceva (erano oramai pomeriggio inoltrato, verso le tre), vide in cielo, sopra il disco solare, una croce luminosa, recante la scritta “εν τούτῳ νίκα” (“in questo [segno] vincerai”, universalmente nota nella sua versione latina “In hoc signo vinces”). Nonostante l’evento incredibile, ancora non riusciva ad interpretare bene cosa l’apparizione volesse significare. Giunta la notte, decise di andare a dormire e, mentre riposava, gli apparve Cristo con lo stesso segno che aveva visto in cielo, ordinandogli di farne una copia e di usarla come protezione dai nemici.
In seguito (2), nei pressi di ponte Milvio a Roma, sconfisse le armate di Massenzio e divenne il più importante uomo politico dell’epoca: era il 28 ottobre dell’anno 312.
Questo racconto ha dato adito a diverse polemiche: si va da coloro che lo ritengono praticamente del tutto veritiero a chi lo ritiene un falso. In merito il beato Giovanni Paolo II ebbe a dire che “non possiamo constatare con certezza storica la verità di queste parole” (3), ma questo non comporta che sia necessario essere del tutto scettici. Come ha detto la studiosa Marta Sordi “Lo storico non è obbligato ovviamente a credere alla realtà della visione di Costantino, ma ben difficilmente, se non è prevenuto, può negare che l’uomo non abbia avuto un’esperienza religiosa eccezionale” (4).
Inoltre, ci sembra giusto rispettare una lunga tradizione che ha ritenuto l’episodio come vero, evitando quindi di accantonarla subito come “fantasia” o “invenzione”. In merito, oltretutto, abbiamo la testimonianza di Eusebio di Cesarea, il quale – raccontando l’evento nella Vita Constantini – afferma esplicitamente che la presunta apparizione è difficile da credersi, ma che lo stesso Costantino l’aveva raccontata in prima persona e aveva giurato si trattasse della verità (5). Tutto ciò, ci sembra, non è facilmente liquidabile, anche da un punto di vista storiografico.
Anche il contesto è favorevole a riconoscere che qualcosa di importante era avvenuto: sull’arco che il Senato decretò fosse eretto al vincitore della battaglia di Ponte Milvio, non è riportato il nome di una divinità solare o di una divinità pagana, ma si parla dell’ispirazione di un Dio non definito (“instinctu divinitatis”). E Costantino, entrando a Roma, stupì molti quando decise di non salire in Campidoglio per offrire un sacrificio a Giove in ringraziamento della vittoria ottenuta. Evitiamo, qui, di approfondire questi aspetti; se qualcuno fosse interessato, potrebbe trovare utili i testi citati nella bibliografia in calce a quest’articolo.
Un altro elemento da prendere in considerazione, pensiamo, è il fatto che alcuni nostri fratelli nella fede cattolica, ma di rito orientale, venerano Costantino quale santo. Ora, non si tratta d’atto infallibile, né questo garantisce in maniera certa la veridicità dell’evento; tuttavia, ci sembra un’elementare forma di rispetto verso questi amici (ed anche, in chiave ecumenica, verso i fratelli separati ortodossi) il trattare la materia con delicatezza e senza disprezzo.
In ogni caso, se è vero che prove assolutamente certe non ne sono, nondimeno riteniamo esistano elementi che ci conducono a pensare come la visione della croce e il successivo sogno presentino, nella loro sostanza, elementi di veridicità.
Ci sia consentito comunque concludere, con il beato Giovanni Paolo II, che il significato della visione è certamente grande: “In hoc signo vincis, perché il segno della Croce è veramente il segno della vittoria.” (6); e con Benedetto XVI parlare dell’ “apparizione che gli [a Costantino, ndr] fece vedere, nella notte simbolica della sua incredulità, il monogramma di Cristo sfavillante” (7).
Note:
(1) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXVIII-XXIX.
(2) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXXVIII.
(3) Cfr. Giovanni Paolo II, dal Discorso del 17 gennaio 1993.
(4) Cfr. Marta Sordi, Ci vorrebbe un nuovo Costantino, Tempi n. 30, 21/07/2005, pp. 74s.
(5) Cfr. Eusebio di Cesarea, Vita Constantini, liber I, cap. XXVIII.
(6) Cfr. Giovanni Paolo II, dal Discorso del 17 gennaio 1993.
(7) Cfr. Benedetto XVI, dal Discorso del 14 settembre 2012.
Bibliografia generale:
Eusebio di Cesarea, Vita Constantini;
Marta Sordi, Ci vorrebbe un nuovo Costantino, in Tempi n. 30, 21/07/2005, pp. 74s;
Marta Sordi, Costantino e la “libertas Ecclesiae”, in Tracce. Litterae Communionis, febbraio 2005, pp. 24-26;
Marta Sordi, La svolta di Costantino, in Il Timone, luglio/agosto 2002, pp. 24-25;
Giorgio Falco, La Santa Romana Repubblica, Milano-Napoli, Ricciardi Editore, 1986, pp. 24-29;
John Henry Newman, Two essays on Scripture miracles and on ecclesiastical, Londra, Basil Montagu Pickering, 1870, pp. 271-286.
Progressismo e conservatorismo
Postato in Concilio e post-concilio, Giovanni Paolo II, Vera e falsa Tradizione, tagged concilio ecumenico vaticano ii, Concilio Vaticano II, conservatorismo, giovanni paolo ii, Magistero, progressismo, Tradizione, tradizione cattolica, vaticano ii il giorno ottobre 24, 2012 | Lascia un commento »
Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di «progressismo». Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero.
La tendenza opposta, che di solito viene definita come «conservatorismo» oppure «integrismo» , si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestata proprio nell’opera del Vaticano II. Mentre la prima tendenza sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l’altra invece vede il giusto soltanto in ciò che è «antico» ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l’«antico» in quanto tale, né il «nuovo» per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia «dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Cf. Mt 13, 52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico. (Cf. Lumen gentium, 25). (beato Giovanni Paolo, dalla Lettera al cardinal Ratzinger, 8 aprile 1988)















