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Archive for the ‘Concilio e post-concilio’ Category

Per la prima parte, vedere qui.

Arriva poi il 1978. Il 6 agosto, festa della Trasfigurazione, si chiude la scena terrena del pontificato di Paolo VI. Viene chiamato a succedergli il card. Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I. 33 giorni di Pontificato, il suo, ma riesce – pur in questo brevissimo lasso di tempo – a fare anche lui un accenno alla tematica che stiamo trattando. Il 1° settembre, infatti, nel discorso ai membri della stampa internazionale, fa riferimento allo “spirito delle indicazioni del Decreto Conciliare «Inter Mirifica»“. Anche lui, quindi, si assesta sulla linea di Paolo VI: il Vaticano II – e quindi i suoi documenti – hanno uno spirito che li forma e che bisogna tenere in considerazione.
In ottobre, gli succede il Papa polacco, Giovanni Paolo II. E il nuovo Pontefice non perde tempo: sei giorni dopo l’elezione subito afferma che “desideriamo confermarvi la nostra ferma volontà di proseguire sulla via dell’unità nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai rappresentanti delle Chiese non cattoliche del 22 ottobre 1978). Un decennio dopo la connessione con l’ecumenismo ritorna, perché il Papa loda la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “Ciò corrisponde allo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Udienza Generale del 18 gennaio 1989). Ma torniamo indietro, al 1979: il Sommo Pontefice fa’ riferimento a “un’importante tappa sulla strada della collegialità, nello spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Discorso ai cardinali, 9 novembre 1979). E non manca di sottolineare la dimensione aperta verso il futuro di questo spirito: “la sfida del futuro, la cui direzione viene tracciata mediante la dottrina e lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso alla partenza dalla Germania, 19 novembre 1980). Scrivendo ai vescovi olandesi, ne rileva il “lavoro di rinnovamento della Chiesa secondo lo spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II” (cfr. Lettera ai vescovi olandesi, 2 febbraio 1981). Ma non lo si rivolge solo a loro, anche ai tedeschi: desidera infatti “incoraggiare i pastori e fedeli tedeschi nel loro impegno pastorale secondo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 10 agosto 1980). Molto importante il pensiero di conciliazione ecclesiale tra le diverse sensibilità che il Papa pronuncia nell’omelia del 15 giugno 1984: “Rispettiamoci l’un l’altro: gli studiosi e i maestri di fede nei confronti del sentimento e della religiosità del semplice fedele, colui che è fortemente legato alla tradizione nei confronti di coloro che si sforzano per un rinnovamento autentico della vita religiosa ed ecclesiastica nello spirito del Concilio Vaticano II“.
Come Paolo VI, anche Giovanni Paolo II nota che le riforme post-conciliari si rifanno allo spirito del Concilio: “il nuovo Codice di diritto canonico incarna le direttive e l’autentico spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Lettera a mons. Plourde, 10 agosto 1984). Anche la liturgia è coinvolta: “Rinnovo questo invito a proseguire attivamente l’opera di riforma liturgica nello spirito del Concilio ecumenico” (cfr. Discorso ai vescovi caldei, 14 febbraio 1986). Ma gli abusi in nome del Concilio sono da rigettare: “Tali abusi non hanno nulla a che vedere con l’autentico spirito del Concilio” (cfr. Lettera Apostolica Spiritus et Sponsa, 15, del 4 dicembre 2003).
Ma questo spirito viene proposto all’attenzione anche dei fedeli: “particolare manifestazione della collegialità dei vescovi, fa pure riferimento alla primitiva tradizione della visita apostolica e mette in evidenza l’unità e la cattolicità della Chiesa. Si può dire che in ciò si rispecchia lo spirito del Concilio Vaticano II, in particolare la sua ecclesiologia.” (cfr. Udienza Generale del 13 febbraio 1985). E da esso non ci si può allontanare, anzi: il Papa parla di “fedeltà allo spirito del Vaticano II” (cfr. Discorso del 20 settembre 1985). Eppure ci sono cattive interpretazioni: “Un esame obiettivo della situazione nel suo insieme attesta che le difficoltà maggiori e certe polarizzazioni riguardanti sia la dottrina che l’applicazione dei documenti conciliari sono derivate da visioni parziali, da interpretazioni frammentarie ed equivoche, spesso contrarie allo spirito del Concilio e disattente alle precisazioni che il magistero ecclesiale è andato puntualmente offrendo.” (cfr. Angelus del 15 febbraio 1987). Ci sono quasi dei pirati che hanno rapito e sfruttato il Vaticano II a loro favore: “Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio.” (cfr. Lettera al card. Ratzinger, 8 aprile 1988).
Concludiamo questa breve rassegna – non certo esaustiva, come del resto tutto questo scritto – col far riferimento al fatto che anche Papa Wojtyla fece riferimento allo spirito del Concilio di Trento: parlando in sloveno, all’Udienza Generale del 10 settembre 1997, loda il vescovo Tomaz Hren: “Nello spirito del Concilio di Trento si è impegnato per la formazione ed educazione del clero come pure nella liturgia, favorendo il canto liturgico e le devozioni popolari.” (cfr. Udienza Generale del 10 settembre 1997).

GiovanniPaoloII

Il 2 aprile 2005 si chiude l’avventura terrena di Giovanni Paolo II. Gli succede Benedetto XVI, che imposta in modo particolare il suo insegnamento sul tema del Concilio e della sua interpretazione. Già da cardinale aveva avuto modo di parlare in merito e, facendo riferimento allo spirito del Concilio, aveva avuto modo di denunciare che al vero Concilio “già durante le sedute e poi via via sempre di più nel periodo successivo si contrappose un sedicente ‘spirito del Concilio’ che in realtà ne è un vero ‘anti-spirito’. Secondo questo pernicioso anti-spirito – Konzils-Ungeist per dirlo in tedesco – tutto ciò che è ‘nuovo’ (o presunto tale: quante antiche eresie sono riapparse in questi anni, presentate come novità!) sarebbe sempre e comunque migliore di ciò che c’è stato o c’è. E’ l’anti-spirito secondo il quale la storia della Chiesa sarebbe da far cominciare dal Vaticano II, visto come una specie di punto zero” (cfr. Joseph Ratzinger/Benedetto XVI,Rapporto sulla fede, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005 (ed. or. 1985), p. 33). Da Pontefice non tarderà a ribadirlo: “L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità.” (cfr. Discorso alla Curia Romana, 22 dicembre 2005). E ancora, pochi anni più tardi: “Come ho avuto modo di chiarire nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre del 2005, una corrente interpretativa, appellandosi ad un presunto «spirito del Concilio», ha inteso stabilire una discontinuità e addirittura una contrapposizione tra la Chiesa prima e la Chiesa dopo il Concilio, travalicando a volte gli stessi confini oggettivamente esistenti tra il ministero gerarchico e le responsabilità dei laici nella Chiesa.” (cfr. Discorso del 26 maggio 2009).
Dunque Papa Benedetto rompe coi suoi predecessori e condanna lo spirito del Concilio? Proprio no. Ciò che egli vuol dire è che esiste un falso spirito, un anti-spirito, che vorrebbe fregiarsi d’essere il vero spirito del Vaticano II, ma che ne è in realtà una distorsione. Va’ rifiutato e condannato, dice il Papa. Ma esiste anche uno spirito buono, vero, che già i suoi predecessori avevano messo in luce e che anche lui non dimentica. Qualche esempio: nel 2007 ricorda che “dobbiamo sempre e di nuovo con il Concilio e nello spirito del Concilio, interiorizzando la sua visione, imparare la Parola di Dio.” (cfr. Discorso del 22 febbraio 2007); pochi mesi dopo afferma che esiste una “timida, umile ricerca di realizzare il vero spirito del Concilio.” (cfr. Discorso al clero del 24 luglio 2007). Anche parlando ai fedeli aveva auspicato che “la Vergine Maria [...] aiuti tutti i credenti in Cristo a tenere sempre vivo lo spirito del Concilio Vaticano II” (cfr. Angelus del 30 ottobre 2005). Spirito che si concretizza anche in chiave ecumenica: “Ho potuto anche ricordare ai cristiani della regione la loro responsabilità interreligiosa ed ecumenica, in sintonia con lo spirito del Concilio Vaticano II.” (cfr. Discorso del 25 giugno 2009). E’ uno sprone per il futuro: “c’è ancora molto da fare per arrivare ad una lettura veramente nello spirito del Concilio” (cfr. Discorso al clero romano, 14 febbraio 2013).
E concludiamo la breve disamina del pensiero di Benedetto XVI notando che anche lui parla dello spirito tridentino, ricordando san Carlo Borromeo, il quale promosse “la riforma della Chiesa secondo lo spirito del Concilio di Trento” (cfr. Discorso all’ambasciata d’Italia, 13 dicembre 2008).
Papa Francesco, a quanto consta, non si è ancora espresso sul tema, ma non dubitiamo che si porrà nella linea tracciata dai suoi venerati predecessori.
A conclusione di questo brevissimo studio, è forse utile trarre una piccola conclusione.
Anzitutto, bisogna considerare che c’è identità e continuità nel pensiero di tutti i Pontefici post-conciliari: c’è chi magari pone un accento più qui che là, ma la sostanza non cambia ed è identica nell’insegnamento di ognuno di essi.
E qual è questa sostanza? Esistono due spiriti del Concilio: uno spirito vero, bello, autentico, reale del Vaticano II, che viene proposto all’attenzione dei fedeli e che può dare grande spinta rinnovatrice (riforma nella continuità) alla Chiesa. Al contempo, esiste un falso spirito, cattivo, distorto, un anti-spirito, che si richiama strumentalmente al Vaticano II ma in realtà non gli è fedele: da questo bisogna guardarsi e non farlo proprio.
Anche in questo campo, quindi, come in tanti altri, si tratta di vagliare tutto e mantenere ciò che vale (1 Ts 5,21), fedeli alla Madre Chiesa, al Vaticano II, alla Sacra Scrittura e alla Sacra Tradizione.

© Mazur/catholicnews.org.uk

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FINE SECONDA PARTE. CONCLUSIONE DELL’ARTICOLO.

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Molti ne hanno parlato e ne parlano. Alcuni con timore, quasi a volerlo scacciare dalla mente; altri per invocarlo e proporlo come la soluzione di tutti i mali. E’ una specie di spettro che si aggira per le sagrestie e i conventi, si intrufola nei convegni e nelle riunioni pastorali, brandito e temuto: è lo “spirito del Concilio”. Per la teologia di marca progressista, si tratta quasi della vera innovazione del Vaticano II, che non andrebbe ricercata nella lettera dei documenti che esso produsse, ma in un presunto spirito che animò i Padri Conciliari e quegli anni. E’ stato usato come pretesto per proporre – lo diciamo fin da subito – tante aberrazioni in campo dottrinale e pastorale. Sacerdozio femminile, relativismo culturale, dedogmatizzazione della dottrina, accettazione dell’aborto e dell’eutanasia: ecco un campionario di tesi che potrebbero essere state sostenute in nome dello “spirito del Concilio”.
A questi evidenti eccessi e gravi errori, ha reagito una teologia più tradizionale, che ha finito col respingere e stigmatizzare lo “spirito del Concilio”.
In effetti, per noi oggi esso significa soprattutto strambe (quando va bene) o eretiche (quando va male) proposte di cambiamento nella Chiesa. Questo perché una certa deteriore teologia progressista – ma forse non merita neanche l’appellativo di teologia – se ne è appropriata e ne ha fatto uno dei propri emblemi.
E’ per questo che alcuni, forse con non poca, intima sorpresa, scopriranno che in realtà questo spettro, questo fantasma, questo “spirito”, fa parte del Magistero pontificio. Vediamo di approfondire un attimo la questione, attingendo ai documenti dei Papi post-conciliari.
Il Pontefice che più di tutti e prima di tutti ha fatto riferimento allo “spirito del Concilio” è stato Paolo VI. E non è certo una sorpresa, essendo stato il Pontefice che ha chiuso l’assise conciliare e ha poi gestito i burrascosi anni dell’ “aggiornamento”.
E proprio il giorno della chiusura del Vaticano II papa Montini, parlando del Consiglio per l’applicazione della Costituzione sulla liturgia, fa riferimento al fatto che esso deve “far applicare questa Costituzione [la Sacrosanctum Concilium] secondo le decisioni e lo spirito del Concilio che l’ha approvata.” Poco dopo, il 29 dicembre dello stesso anno, durante l’Udienza Generale ritorna sul tema. “È perciò importante che nell’ambito ecclesiale, nei nuclei specialmente dei fedeli più fedeli, del Clero e dei Religiosi, dei Cattolici coscienti ed impegnati, rimanga la persuasione che il Concilio è tuttora operante; anzi, che esso diventa operante dopo la sua chiusura. Questo stato d’animo è stato definito «lo spirito del Concilio».” Proseguiva così: “L’espressione è molto alta e bella; ma esige d’essere precisata per non diventare vaga e feconda di idee approssimative e fors’anche pericolose.” Dunque il Papa già sembrava presagire che la ribellione poteva nascondersi sotto fragili pretesti. E si chiedeva: “Che cosa s’intende per «spirito del Concilio»?” E si concentra su un aspetto dello stesso: il “fervore“, atto a “a infondere cioè nel Popolo di Dio risveglio, consapevolezza, buon volere, devozione, zelo, propositi nuovi, speranze nuove, attività nuove, energia spirituale, fuoco“. Ma sono tutte le Udienze Generali di quel periodo che il Papa usa per delineare questo “spirito”. Prendiamo ad esempio quella del 26 gennaio 1966. In essa, tra le altre cose, il Papa affermava che “Abbiamo [...] indagato sommariamente lo spirito del Concilio, e Ci sembra di averne potuto indicare alcuni caratteri salienti, che dicono essere stato animato il Concilio da uno spirito di fervore e di rinnovamento, da uno spirito comunitario, da uno spirito apostolico, pastorale, missionario ed ecumenico, da uno spirito di verità e di fedeltà alla dottrina religiosa della Chiesa.
Di certo il Papa non intendeva difendere coloro che strumentalizzavano il Vaticano II per difendere i propri errori e deviazioni: per esempio, il 12 gennaio 1966 affermava che “davvero lo «Spirito del Concilio» vuol essere Spirito di verità“. Passano alcuni mesi e Paolo VI ritorna su quest’espressione per difendere uno degli aspetti più negletti del post-Concilio, l’obbedienza: “L’obbedienza, interpreta lo spirito del Concilio? Non ha parlato il Concilio dei diritti della personalità, della coscienza, della libertà? Sì, ha parlato di questi temi, ma non ha certo taciuto quello dell’obbedienza.” (cfr. Udienza Generale del 5 ottobre 1966)
Ma non hanno ragione neppure quelli che interpretano il Vaticano II come una mera conferma di quello che si era detto e fatto prima, senza il minimo aspetto di riforma. Afferma infatti Paolo VI che “Finito il Concilio, tutto ritorna come prima? Le apparenze e le abitudini risponderanno che sì. Lo spirito del Concilio risponderà che no. Qualche cosa, e non piccola, dovrà essere anche per noi – per noi anzi soprattutto – nuova.” (cfr. Discorso ai cardinali, arcivescovi e vescovi d’Italia, 6 dicembre 1965)

Concilio Vaticano II

E lo spirito del Vaticano II non è un qualcosa di inerte, ma che deve infiammare gli animi: “Il cristiano, che si pone alla scuola del Concilio, deve sentirsi stimolato ad una nuova, più chiara, più intensa, più apostolica professione della propria fede. Lo spirito del Concilio, si direbbe, soffia nelle anime per riaccendere in esse una più viva fiamma di fede.” (cfr. Udienza Generale del 14 dicembre 1966) e “deve formare in noi una nuova ed autentica mentalità cristiana e deve esprimersi in un nuovo stile di vita ecclesiale” (cfr. Udienza generale del 24 giugno 1970). Non è cosa da poco, anche perché questo tendenza dell’animo si deve addirittura “professare” (cfr. Discorso al Patriziato e nobiltà romana del 13 gennaio 1966). E’ uno spirito importante per il post-Concilio, lo ribadirà anni dopo: “Per l’attualizzazione della Chiesa oggi non bastano più direttive chiare o grandi quantità di documenti; ciò che manca sono personalità e comunità che incarnino e trasmettano lo spirito del Concilio in modo consapevole” (cfr. Allocuzione del 2 febbraio 1972).
Questo spirito anima le riforme postconciliari: “L’attività svolta dalla Santa Sede in questo periodo, come ognuno può vedere, riveste due caratteri: intensità di lavoro e fedeltà al Concilio. Si vorrà riconoscere che si procede con alacrità e fermezza, e con spirito di sincera fedeltà alla lettera e soprattutto allo spirito del Concilio.” (cfr. Discorso al Sacro Collegio del 24 giugno 1967) e “deve fare sentire il suo benefico influsso rinnovatore in ogni settore della vita religiosa” (cfr. Udienza Generale del 18 gennaio 1967). E’ uno spirito “che vorremmo puro e ardente“, afferma il Papa (cfr. Udienza Generale del 18 settembre 1968)
Ma la ribellione serpeggia e Paolo VI si sente in dovere di precisare e mettere in guardia: “vi è una tendenza a far scomparire il nome di cattolico, a tutto laicizzare e desacralizzare. Sarebbe tale tendenza conforme allo spirito del Concilio? Avrebbe essa la virtù di animare quel rinnovamento che il Concilio intende promuovere? Fatte le debite distinzioni, a Noi non sembra.” (cfr. Udienza generale del 23 agosto 1967). Già qualche tempo prima aveva avuto occasione di proporre ai fedeli l’adesione “al vero spirito del Concilio” (cfr. Discorso a santa Maria Maggiore dell’8 dicembre 1966): segno che il Pontefice riconosceva l’esistenza di un falso spirito.
Passano alcuni anni e, con la tempesta post-conciliare che diventa sempre più burrascosa, anche il Papa torna sul tema per precisare, per far stigmatizzare il falso spirito conciliare. Nell’udienza generale del 5 marzo 1969 dice che “Il Concilio dev’essere conosciuto : chi lo conosce veramente? Molti credono di conoscerlo per l’idea vaga e generica, che se ne fanno, come d’un rivolgimento, che ci distacca dalle tradizioni complicate e pesanti del passato, e che autorizza ad assumere atteggiamenti di pensiero e d’azione avventati, quasi che questo fosse lo spirito del Concilio.” I novatori, dunque, non hanno affatto compreso il vero spirito del Vaticano II, anche se lo affermano a parole. E quando propongo Cristo come rivoluzionario? Il Papa risponde che “Voler ravvisare in Cristo, riformatore e rinnovatore della coscienza umana, un sovversivo radicale delle istituzioni temporali e giuridiche, non è interpretazione esatta dei testi biblici, né della storia della Chiesa e dei Santi. Lo spirito del Concilio mette il cristiano a confronto col mondo in termini del tutto diversi” (cfr. Udienza generale del 21 ottobre 1970). Persino il culto mariano, tanto inviso ad alcuni, viene da papa Montini giustificato anche col seguire questo spirito (cfr. Omelia del 3 febbraio 1969).
Tuttavia, nonostante le distorsioni, il Papa rifiuta di cedere lo spirito del Concilio a certe frange e ancora il 30 aprile 1975, all’Udienza Generale, propone ai fedeli di orientare il Giubileo secondo lo spirito del Concilio, mentre l’anno prima l’aveva citato nella lettera apostolica Apostolorum Limina (23 maggio 1974): “noi esortiamo vivamente tutti i responsabili a riflettere intorno a questi intendimenti, a prendere iniziative, a prestarsi reciproco aiuto, di modo che durante l’anno santo si compiano passi decisivi nel rinnovamento ecclesiale e nel cammino verso alcune mete, che ci stanno particolarmente a cuore secondo lo spirito del concilio Vaticano II, proiettato verso l’avvenire: è cioè necessario che la penitenza, la purificazione interiore e la conversione a Dio procurino, come loro naturale conseguenza, un ulteriore sviluppo della azione apostolica della Chiesa.
Abbiamo fin qui parlato dello spirito del Vaticano II. Ma non è l’unico Concilio della storia della Chiesa e infatti nel Magistero di Paolo VI troviamo che egli parlò anche dello spirito del Concilio di Trento (cfr. Omelia dell’8 marzo 1964). In quell’occasione il Papa parlò del “ricordare, conservare, rivivere lo spirito del grande Concilio” ed esortava i fedeli trentini a “tenere acceso questo spirito, come una fiaccola“, perché “lo spirito del Concilio di Trento è la luce religiosa non solo per il lontano secolo decimosesto, ma lo è altresì per il nostro; perché lo spirito del Concilio di Trento riaccende e rianima quello del presente Concilio Vaticano, che a quello si collega e da quello prende le mosse per affrontare i vecchi ed i nuovi problemi rimasti allora insoluti, o insorti nel volgere dei tempi nuovi.

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FINE PRIMA PARTE – CONTINUA

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Proponiamo all’attenzione dei nostri lettori il recente intervento del prof. Massimo Introvigne (tratto da qui: http://www.cesnur.org/2013/mi20131011.htm ) riguardo al tema dell’obbedienza al Papa, senza la quale si scivola inevitabilmente verso lo scisma.

Capisco il disagio, ma nella Chiesa o si cammina con il Papa o si va verso lo scisma

di Massimo Introvigne (il Foglio, 11 ottobre 2013, p. 4)

Da sociologo, ho letto con interesse l’articolo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, come spia di in disagio rispetto a gesti e atteggiamenti di Papa Francesco che anch’io ho rilevato in settori minoritari ma non irrilevanti nella Chiesa. Assunto e trasformato in riflessione e cultura, questo disagio può essere utile, e credo che lo stesso Papa Francesco lo preveda e ne tenga conto nella sua visione di una Chiesa dove, come ama spiegare, l’unità non va confusa con l’uniformità.

Il disagio non va però confuso con il rifiuto del Magistero ordinario, che invece porta verso lo scisma. La tesi potrà sembrare forte, ma la si capisce con un passo indietro. Quando, a partire almeno dal 1968, il venerabile Paolo VI cercò di prevenire certe derive del post-Concilio, i progressisti rifiutarono di seguirlo sostenendo che i pronunciamenti del Papa non erano infallibili e costituivano semplici indicazioni pastorali, da cui si poteva dissentire rimanendo buoni cattolici. Continuarono con il beato Giovanni Paolo II. Il cardinale Ratzinger e il cardinale Scheffczyk replicarono affermando non che tutto il Magistero è infallibile – una solenne sciocchezza, di cui non conosco seri sostenitori – ma che non si può essere cattolici accettando solo i rarissimi pronunciamenti infallibili dei Pontefici: per stare nella Chiesa occorre camminare con i Papi e farsi guidare dal loro Magistero quotidiano. Fuori di questo cammino stretto c’è la strada larga che porta allo scisma.

È un rischio – per usare categorie politiche non del tutto pertinenti, ma che aiutano a capire – a sinistra. Ma è un rischio anche a destra, dove – naturalmente a proposito di testi diversi da quelli criticati dai progressisti – si cominciò a ripetere la stessa stanca canzone secondo cui, per esempio, certi documenti del Concilio Ecumenico Vaticano II non sono infallibili e sono meramente pastorali, per cui potrebbero essere tranquillamente ignorati o rifiutati.

Benedetto XVI cercò di mettere ordine con la sua famosa proposta della «ermeneutica della riforma nella continuità», che invitava ad accogliere lealmente gli elementi di riforma del Concilio interpretandoli però non contro il Magistero precedente ma tenendo conto di questo. La proposta fu rifiutata a sinistra, e spesso capita male a destra. Qui si plaudì alla continuità dimenticandosi della riforma, e si credette che il Papa autorizzasse ad accogliere, del Vaticano II, solo quanto avesse presentato in modo nuovo («nove») quanto era già stato insegnato prima, rifiutando invece quanto era in effetti «novum», nuovo, non – secondo Benedetto XVI – in contraddizione con il Magistero precedente ma certo non riducibile a questo. Non era così. Questa «destra» interpretò il discorso di commiato di Papa Ratzinger ai parroci romani del 14 febbraio 2013 come un’ammissione che l’ermeneutica della riforma nella continuità era fallita. Mentre quello che era fallito era il tentativo di usare Benedetto XVI per rifiutare il Concilio. Rivendicando orgogliosamente il suo ruolo di teologo al Concilio in quella «Alleanza renana» dei padri conciliari tedeschi, francesi, belgi e olandesi che proposero alcune delle principali riforme del Vaticano II, Papa Ratzinger chiariva, al momento di lasciare il ministero petrino, che nulla nel suo pontificato autorizzava a rifiutare la riforma in nome della continuità.

È possibile che Papa Francesco avvii ulteriori riforme nella Chiesa, che il cattolico fedele dovrà accogliere con docilità e insieme cercare di leggere non contro gli insegnamenti dei precedenti Pontefici ma tenendo conto di essi. Nell’enciclica «Caritas in veritate» Benedetto XVI ha chiarito che l’ermeneutica della «riforma nella continuità» non riguarda solo il Vaticano II ma tutta la vita della Chiesa.

La formula di Benedetto XVI sarà di grande aiuto per metabolizzare il disagio, e per trasformarlo in una voce utile nella grande sinfonia della Chiesa. Costruire la continuità come rifiuto della riforma, o dichiarare di voler seguire il Papa solo nei suoi pronunciamenti infallibili – un paio al secolo -, confinando tutto il resto in una sfera del «fallibile» che potrebbe essere ignorata, porta invece, magari insensibilmente, allo scisma.

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Qualche mese fa avvisammo degli incontri tenuti dall’Associazione Alessandro Maggiolini insieme con Alleanza Cattolica (vedi qui) a Milano. Oggi questo ciclo si è concluso e ne pubblichiamo un breve resoconto.

Concluso il Ciclo di Incontri in occasione dell’Anno della Fede

Si è concluso il 17 maggio il ciclo di incontri, organizzato a Milano dall’Associazione Alessandro Maggiolini in collaborazione con Alleanza Cattolica, dedicato all’approfondimento dell’Anno della Fede. Le conferenze, iniziate nel mese di ottobre, hanno affrontato il tema controverso del Concilio Ecumenico Vaticano II, in particolare cercando di contrastare quella interpretazione del Vaticano II diffusa dalla Scuola di Bologna come una rottura nella storia della Chiesa, che avrebbe diviso quest’ultima in un “prima” e in un “dopo” il Concilio. Tale idea, purtroppo ancora maggioritaria nella Chiesa, è stata criticata – tra gli altri – dalla sagace penna del card. Giacomo Biffi e da Benedetto XVI, ancora cardinale. Ed è proprio su questa linea che gli organizzatori si sono esplicitamente posti.

Fedeli all’esempio di mons. Alessandro Maggiolini, che non ha mai nascosto le sue critiche a quanti «hanno l’abitudine di dire che tutto va bene e il cattolicesimo vive un’epoca gloriosa», i relatori, così come gli organizzatori e gli stessi uditori, non hanno potuto sottacere anche i gravi problemi verificatisi all’interno del corpo ecclesiale negli anni dopo il Concilio. Pur senza interpretazioni apocalittiche, ad esempio, il card. Raymond Leo Burke, così il vescovo mons. Agostino Marchetto, ha evidenziato una certa dimenticanza dell’obbedienza e del Diritto, che ha mostrato invece essere essenziale anche per la “Nuova Evangelizzazione”. Il diritto infatti occupa un ruolo importante nonostante i continui attacchi subiti in questi ultimi decenni, in odio alla legge, al limite, al principio di autorità, tutti valori aggrediti da una cultura trasgressiva e libertaria, penetrata ovunque, anche all’interno del mondo cattolico, negli anni successivi alla rivoluzione culturale del 1968, anni che coincidevano con la crisi postconciliare. Sua Eminenza, con alcuni accenni alla propria esperienza di giovane studente prima, vescovo e cardinale successivamente, ha mostrato come questa non sia solo una sensazione.

Altro aspetto ad aver suscitato particolare interesse è stata la prima conferenza dopo la fine del Pontificato di Benedetto XVI, dedicata al tema della Sacra Liturgia. Anche qui, don Nicola Bux e Daniele Nigro hanno indicato alcuni punti controversi e indicato alcune piste da seguire personalmente.

Sono poi intervenuti i docenti Giuseppe Bonvegna e Alberto Torresani, Andrea Tornielli e Massimo Introvigne, don Pietro Cantoni e il padre domenicano Giovanni Cavalcoli.

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Con grande gioia segnaliamo ai nostri lettori il link per ascoltare e scaricare la tavola rotonda di Radio Maria (30 dicembre 2012) condotta da Stefano Chiappalone e dedicata a padre Tomas Tyn . Ospiti: P. Giovanni Cavalcoli, dott. Luigi Casalini, avv. Gianni Battisti:

http://www.radiomaria.it/tavola-rotonda-a-cura-di–chiappalone-dott-stefano-30122012.aspx

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Vaticano_II_50_anni_dopoLo scorso 17 ottobre, in occasione della celebrazione per il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) e del 450° anniversario della chiusura del Concilio Ecumenico Tridentino (1545-1563), nella sala conferenze di Palazzo Caritro a Rovereto ha avuto luogo un dibattito per la presentazione del volume del parroco roveretano don Enrico Finotti, Vaticano II. 50 anni dopo (Fede & Cultura, Verona 2012). Durante l’incontro, organizzato dalla locale associazione “Amici della liturgia”, sono intervenuti l’autore e padre Giovanni Cavalcoli OP, autore a sua volta del saggio Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e del post-concilio (Fede & Cultura, Verona 2011). Continuitas era presente e offre ai suoi lettori una sintesi delle due relazioni.
Don Finotti ha subito sottolineato la grande importanza di una retta interpretazione del Concilio Vaticano II nell’ottica di una nuova evangelizzazione. Ha poi affrontato il tema del Concilio quale “nuova Pentecoste”, ricordando che una preghiera dell’epoca che invocava l’aiuto di Dio per i lavori dei Padri (“rinnova nella nostra epoca i prodigi come di una novella Pentecoste”: così l’orazione). Bisogna però fare attenzione: non c’era la volontà di identificare il Vaticano II con la Pentecoste avvenuta 2000 anni fa e descritta negli Atti degli Apostoli (At 2), ma piuttosto quella di tracciare un’analogia. Infatti, l’evento che coinvolse Pietro e gli altri fu unico e quasi un sigillo della Chiesa; ma, nel corso della storia della Chiesa, sono accadute altre Pentecosti, esplicative di una Chiesa già costituita.
Il sacerdote trentino ha proseguito analizzando quanto accaduto 2000 anni fa, la discesa cioè dello Spirito Santo su coloro che erano riuniti nel Cenacolo, ed ha individuato tre momenti di quel fatto: 1) il momento dottrinale (il Paraclito fece interiorizzare la dottrina di Cristo agli apostoli, che ricevettero dall’alto il sigillo divino); 2) il momento pastorale (i Dodici incontrarono Israele e i popoli della terra, con il momento culminante dell’annuncio di Pietro); 3) il momento sacramentale (in risposta all’annuncio, la gente chiese cosa doveva fare e Cefa rispose che si dovevano pentire e far battezzare).
Questi tre momenti, ha affermato don Finotti, ricorrono anche nella novella Pentecoste del Vaticano II: l’aspetto dottrinale (i vescovi riuniti nella basilica di San Pietro insegnano, non inventando la Chiesa, ma attuando il progresso voluto dallo Spirito Santo), quello pastorale (l’incontro con la vecchia cristianità – che in parte aveva perso la fede – e tutti i popoli della terra, con l’annuncio da parte di Pietro e dei vescovi in comunione con lui) e quello sacramentale (il Concilio ha successo se tutte le nazioni accettano di entrare nell’ovile di Cristo).
Don Finotti ha proseguito poi evidenziando i rischi del post Concilio, dei quali ha citato espressamente il rifiuto della via sacramentale e il dialogo fine a se stesso. Non ha mancato di parlare del “para-Concilio”, cioè di quell’insieme di sensibilità, teologie, etc. che “coprono” il vero Concilio. Dopo averne citato alcuni esempi in campo ascetico-morale e liturgico ed aver sottolineato come questa mentalità abbia portato alla svalutazione di ciò che c’era prima del Vaticano II, ha analizzato alcune formae mentis di questo “para-evento”: cioè la “discussione” e la “pastorale”. Aspetti, ha detto, comprensibili durante i lavori dei Padri, ma non dopo. Infatti, la loro strumentalizzazione non deve portare alla costituzione di una sorta di “Concilio permanente”. Perché certamente il Vaticano II è stato pastorale, con l’obiettivo di parlare più efficacemente alla gente del nostro tempo; tuttavia, la pastorale non deve essere un pretesto per distorcere il Vangelo.
Ancora, don Finotti ha parlato del complesso anti-romano dei primi anni post-Conciliari; ha evidenziato che è il Magistero ha interpretare la Scrittura e la Tradizione; ha poi parlato della crisi della dipendenza da Dio, sostenendo che prima bisogna adorare, contemplare, dipendere da Dio: solo dopo si potrà fare vera pastorale.
Non poteva mancare un richiamo all’importanza del discorso del Santo Padre Benedetto XVI alla Curia Romana (22 dicembre 2005), che richiamò con forza l’ermeneutica della riforma nella continuità. Il sacerdote trentino ha poi sottolineato che il Vaticano II è il ventunesimo Concilio Ecumenico, non l’unico. Ha sottolineato l’idea di sviluppo organico (il bambino diventa adolescente, ha detto, ma rimane la stessa persona) e che la riforma conciliare non si può sopprimere. I cambiamenti, però, sono assimilabili ad un cambiamento d’abito, mentre chi li indossa rimane sempre lo stesso.
Ritornando poi agli atteggiamenti deviati del post-Concilio, ha citato la diffusione del sola Scriptura (di derivazione protestante) coniugato con l’essere proni alla cultura dominante. Ha poi parlato di altri errori, come il rifiuto dei Padri della Chiesa, della Liturgia, del Magistero, della Tradizione: di tanti luoghi teologici, insomma. Una prima barriera contro quest’ermeneutica della rottura è stato il Credo del Popolo di Dio; l’opera è stata poi completata dal beato Giovanni Paolo II con la promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Don Finotti ha poi tracciato un suggestivo collegamento tra il Vaticano I e il Vaticano II: sono due pezzi di un unico evento – ha sostenuto – tanto che il primo pose le basi dell’altro. Infatti la Dei Filius (Vaticano I), sottolineando l’importanza della ragione, apre la strada alla Gaudium et Spes (Vaticano II); la Pastor Aeternus (Vaticano I), mettendo il luce la roccia di Pietro, prepara la Lumen Gentium e la Dei Verbum (Vaticano II).
Interrogato poi sul senso di un termine caro a Paolo VI, “civiltà dell’amore”, ha detto che essa prevarrà. L’orizzonte futuro, infatti, è positivo. Siamo già oggi sotto la regalità di Cristo; il mondo è da Lui gestito ed è proprio Lui che guida la storia e l’universo intero. Oggi viviamo un periodo come durante la notte: non vediamo molta luce, ma il Sole vero continua a splendere. Sono giorni come di tempesta, ma sopra le nuvole minacciose il Sole continua a splendere. Siamo in attesa del gran finale (la Parusia) e sappiamo che il male, per quanto grande possa essere, è un temporale che passa. Dopo aver detto questo, ha tracciato un paragone col passato, cioè col IV-V secolo. Come allora v’erano stati secoli di feroci persecuzioni anticristiane, così da secoli i cristiani sono nuovamente sotto attacco. Come allora rifulse la teologia patristica, così oggi abbiamo la nuova sintesi teologica post-conciliare. Così come allora vi fu una massiccia riforma liturgica, così è avvenuto oggi. Così come allora vi fu il Concilio di Nicea, così oggi il Vaticano II. Così come allora s’assistette al crollo dell’Impero Romano, così oggi a quello della cultura europea. Così come allora vi furono grandi migrazioni di popoli, così oggi. Così come vi furono grandi problemi post-conciliari dopo Nicea, così oggi dopo il Vaticano II. Così come allora il Concilio di Efeso (431) definì Maria Theotokos (Madre di Dio), così Paolo VI la proclamò Mater Ecclesiae (Madre della Chiesa). Così come allora v’era una grande diffusione del diritto romano e uso della lingua latina per le comunicazioni, così oggi abbiamo un grande sviluppo delle nuove comunicazioni.
Dopo aver sottolineato ciò, don Finotti ha concluso con un’affermazione consolante, in questi tempi difficili: già oggi – ha detto – regna la vittoria di Cristo.

Nel suo intervento padre Giovanni Cavalcoli ha presentato i criteri di una corretta ermeneutica dei documenti del Concilio Vaticano II, onde poterne dare un’interpretazione autenticamente cattolica. Per valutare il grado di adesione richiesto dagli insegnamenti conciliari, ha detto il teologo domenicano, occorre innanzitutto operare una prima distinzione fondamentale tra insegnamenti dottrinali-dogmatici e insegnamenti giuridico-pastorali. Solo i primi sono certi e esenti da errore: il corpus dottrinale contiene verità di fede – riguardanti vari rami della teologia (cristologia, ecclesiologia, liturgia, ecc.) – appartenenti al depositum fidei.
Gli insegnamenti pastorali invece consistono essenzialmente in direttive pratiche, direttive giuridiche (suggerimenti, indicazioni, proposte, linee guida, ecc.). Le disposizioni pastorali possono essere errate o quanto meno mutevoli, caduche e contingenti; è quindi consentito in questo caso, dopo un prudente discernimento, manifestare un rispettoso dissenso.
Padre Cavalcoli si è preoccupato anche di specificare l’autentico significato della “pastoralità” del Concilio Vaticano II, fugando i fraintedimenti occorsi in occasione degli interventi di papa Paolo VI in merito alla recezione degli insegnamenti conciliari (1). Il senso dell’intervento di papa Montini si è chiarito definitivamente con la pubblicazione della Nota illustrativa della Congregazione per la Dottrina della Fede alla Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Ad tuendam fidem del 1998. Questo documento distingue tre gradi di certezza dottrinale: un primo livello (dottrina “definita”), che comprende gli insegnamenti che richiedono al fedele l’adesione di fede teologale o fede divina. Si tratta del grado massimo di certezza dottrinale. In questo caso la Chiesa non si limita al mero enunciato, ma dichiara solennemente ed espressamente la volontà di definire una verità di fede facendo ricorso ad espressioni variabili. Ma esistono anche pronunciamenti di grado inferiore, di secondo (dottrina “definitiva”, ma priva di esplicita volontà definitoria) e terzo grado. Anche al livello di quest’ultimo grado, sebbene la Chiesa non parli neppure di dottrine definitive, si tratta ugualmente di dottrine certe e vere.
In questo senso vanno intesi i pronunciamenti di Paolo VI: in campo dottrinale la Chiesa nel Concilio non ha impegnato l’infallibilità al grado massimo di certezza teologica (primo grado), ma si è pur sempre impegnata secondo i due gradi minori (secondo e terzo grado). Le dottrine insegnate vanno dunque considerate certe e vincolanti per il buon cattolico.
Nel prosieguo del suo intervento il padre domenicano si è poi soffermato sul concetto di “progresso dogmatico”. Ciò che progredisce e muta nella storia della Chiesa non è il dato rivelato in se stesso, il “sacro deposito” affidato da Cristo agli Apostoli affinché lo conservassero e lo trasmettessero al mondo intero, ma la conoscenza e la comprensione di questo dato. È esplicitato cioè il significato proprio delle verità di fede: la Chiesa non insegna mai nulla di nuovo, ma predica in modo nuovo le medesime verità rivelate. Solo in questo senso si può parlare in campo cattolico di “progresso dogmatico”.

(1) «Vi è chi si domanda quale sia l’autorità, la qualificazione teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l’infallibilità del magistero ecclesiastico. E la risposta è nota per chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’autorità del supremo magistero ordinario il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti».  (Paolo VI, Udienza generale del 12 gennaio 1966)

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Come i nostri venticinque lettori ricorderanno, in passato abbiamo segnalato su questo blog il pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (qui e qui), iniziativa che, tra gli altri scopi, aveva anche quello di mostrare a Benedetto XVI la vicinanza del popolo dei fedeli che si sentono attratti dalla forma straordinaria del rito romano.
Purtroppo vi sono state, anche in questo caso, divisioni e polemiche. Peccato senz’altro, ma non ci occuperemo, qui, di queste. Preferiamo invece fornire ai nostri lettori un testo che parla dell’iniziativa, la quale he ha impegnato e allietato tanti fedeli. Ringraziamo di queste parole l’autore Emanuele Borserini, seminarista dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, istituto che s’è reso benemerito verso il Papa, la Chiesa e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Cogliamo pure l’occasione per augurare all’Opus un fecondo cammino ecclesiale, ricco di carità e di buoni frutti.

I pellegrini verso San Pietro (© foto: Rinascimento Sacro)

Sabato 3 novembre scorso si è tenuto a Roma il pellegrinaggio internazionale “Una cum Papa nostro” con il quale molti fedeli a vario titolo legati alla forma straordinaria del rito romano hanno voluto rendere grazie a Papa Benedetto per la sua lettera motu proprio data “Summorum pontificum” del 2007. Con questo documento il Papa ha chiarito una volta per tutte quale sia la posizione canonica e pastorale di questa forma celebrativa: essa rappresenta una delle due forme in cui si esprime il rito romano, il quale a sua volta è solo uno dei numerosi riti con cui la Chiesa universale celebra la liturgia; il termine “straordinaria” dichiara che, pur non essendo la forma più comune di celebrazione, essa ha comunque pari dignità e liceità di quella ordinaria. In seguito alla riforma liturgica del 1970, si è verificata una grande confusione nelle coscienze dei cristiani, fin anche dei sacerdoti e dei vescovi, ma finalmente il Papa ha chiarito che i libri liturgici precedenti ad essa non sono mai stati aboliti e, anzi, invita a conoscerli e diffonderne l’utilizzo. Ovviamente, il documento pontificio non è apparso nell’orizzonte della Chiesa senza un lungo cammino, spesso anche doloroso, che risale fino ad un altro motu proprio, “Ecclesia Dei”, del predecessore, il Beato Giovanni Paolo II. Proprio su questa linea si pone la bellissima intervista che il celebrante, il card. Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha rilasciato nei giorni precedenti al pellegrinaggio.

In San Pietro! (© foto: Rinascimento Sacro)

Sembra curioso, ma in considerazione dei numerosi e gravi pregiudizi che ancora incombono su questo aspetto della vita ecclesiale, spesso confermati e quasi goduti dagli stessi fedeli che lo seguono, è significativo che egli abbia definito “normale” la celebrazione della forma straordinaria del rito romano: “Ho accettato perché è un modo per far comprendere che è normale l’uso del messale del 1962: esistono due forme dello stesso rito, ma è lo stesso rito e dunque è normale usarlo nella celebrazione”. E aggiunge: “mi sembra che a cinque anni di distanza si possa meglio comprendere come non si tratti soltanto di alcuni fedeli che vivono nella nostalgia del latino, ma che si tratti di approfondire il senso della liturgia”. Ed effettivamente lo scopo della convivenza di due forme diverse dello stesso rito nella Chiesa, lungi dall’essere un cedimento alla mentalità dialettica e alla contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti, categorie definitivamente superate dal Magistero, è piuttosto quello di aiutare i fedeli ad approfondire l’importanza sempre più decisiva di una liturgia che veicoli sempre di più e sempre meglio il desiderio di Dio che è quello di parlare al cuore dell’uomo per condurlo al suo amore e così salvarlo dalla morte. Compito della Chiesa è favorire e edificare secondo verità questo rapporto personale di ognuno con Dio ed ecco la sua responsabilità in campo liturgico. È per questo sciocco perseverare con qualsivoglia polemica sull’argomento perché solo la sapienza divina della Chiesa ha il diritto e il dovere di indicare la strada per raggiungere questa unione. Allora, con i pellegrini che si sono recati a Roma per questa bella occasione, ringraziamo il Pastore universale e rinnoviamo la nostra fede e devozione nella Chiesa nostra madre. Rinnovamento a cui ci chiama in qualche modo anche l’Anno della Fede che lo stesso Papa ha indetto e che stiamo vivendo.

A destra il celebrante, il card. Canizares (© foto: Rinascimento Sacro)

Dopo due giorni di celebrazioni pontificali presiedute da vari Eccellentissimi Vescovi nella parrocchia personale della Santissima Trinità dei pellegrini a Roma, il pellegrinaggio è culminato con la Santa Messa pontificale celebrata dal Card. Antonio Canizares Llovera, all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Considerevole è stata la partecipazione dei fedeli i quali hanno riempito completamente i posti disponibili nell’abside della grande basilica, numerosissimi i sacerdoti e seminaristi che hanno assistito coralmente tra cui alcuni prelati della Curia Romana. Anche don Pietro Cantoni, moderatore generale della fraternità sacerdotale “Opus Marie Matris Ecclesiae” con una rappresentanza della sezione “Beato John Henry Newman” del Seminario Vescovile Maggiore di Massa Carrara – Pontremoli ed alcuni giovani della diocesi ha preso parte al pellegrinaggio. Lo stesso don Cantoni ha guidato la recita dell’Angelus alle ore 12 nella chiesa parrocchiale di San Salvatore in Lauro, dalla quale, dopo l’adorazione eucaristica, si è snodata la processione verso la basilica di San Pietro. Giunti in basilica, egli ha dato lettura in lingua italiana del messaggio ai pellegrini inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, il Card. Tarcisio Bertone.

Emanuele Borserini

Un momento della solenne Liturgia (© foto: Rinascimento Sacro)

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