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Archivio per la categoria ‘Concilio e post-concilio’

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Con grande gioia segnaliamo ai nostri lettori il link per ascoltare e scaricare la tavola rotonda di Radio Maria (30 dicembre 2012) condotta da Stefano Chiappalone e dedicata a padre Tomas Tyn . Ospiti: P. Giovanni Cavalcoli, dott. Luigi Casalini, avv. Gianni Battisti:

http://www.radiomaria.it/tavola-rotonda-a-cura-di–chiappalone-dott-stefano-30122012.aspx

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Vaticano_II_50_anni_dopoLo scorso 17 ottobre, in occasione della celebrazione per il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) e del 450° anniversario della chiusura del Concilio Ecumenico Tridentino (1545-1563), nella sala conferenze di Palazzo Caritro a Rovereto ha avuto luogo un dibattito per la presentazione del volume del parroco roveretano don Enrico Finotti, Vaticano II. 50 anni dopo (Fede & Cultura, Verona 2012). Durante l’incontro, organizzato dalla locale associazione “Amici della liturgia”, sono intervenuti l’autore e padre Giovanni Cavalcoli OP, autore a sua volta del saggio Progresso nella continuità. La questione del Concilio Vaticano II e del post-concilio (Fede & Cultura, Verona 2011). Continuitas era presente e offre ai suoi lettori una sintesi delle due relazioni.
Don Finotti ha subito sottolineato la grande importanza di una retta interpretazione del Concilio Vaticano II nell’ottica di una nuova evangelizzazione. Ha poi affrontato il tema del Concilio quale “nuova Pentecoste”, ricordando che una preghiera dell’epoca che invocava l’aiuto di Dio per i lavori dei Padri (“rinnova nella nostra epoca i prodigi come di una novella Pentecoste”: così l’orazione). Bisogna però fare attenzione: non c’era la volontà di identificare il Vaticano II con la Pentecoste avvenuta 2000 anni fa e descritta negli Atti degli Apostoli (At 2), ma piuttosto quella di tracciare un’analogia. Infatti, l’evento che coinvolse Pietro e gli altri fu unico e quasi un sigillo della Chiesa; ma, nel corso della storia della Chiesa, sono accadute altre Pentecosti, esplicative di una Chiesa già costituita.
Il sacerdote trentino ha proseguito analizzando quanto accaduto 2000 anni fa, la discesa cioè dello Spirito Santo su coloro che erano riuniti nel Cenacolo, ed ha individuato tre momenti di quel fatto: 1) il momento dottrinale (il Paraclito fece interiorizzare la dottrina di Cristo agli apostoli, che ricevettero dall’alto il sigillo divino); 2) il momento pastorale (i Dodici incontrarono Israele e i popoli della terra, con il momento culminante dell’annuncio di Pietro); 3) il momento sacramentale (in risposta all’annuncio, la gente chiese cosa doveva fare e Cefa rispose che si dovevano pentire e far battezzare).
Questi tre momenti, ha affermato don Finotti, ricorrono anche nella novella Pentecoste del Vaticano II: l’aspetto dottrinale (i vescovi riuniti nella basilica di San Pietro insegnano, non inventando la Chiesa, ma attuando il progresso voluto dallo Spirito Santo), quello pastorale (l’incontro con la vecchia cristianità – che in parte aveva perso la fede – e tutti i popoli della terra, con l’annuncio da parte di Pietro e dei vescovi in comunione con lui) e quello sacramentale (il Concilio ha successo se tutte le nazioni accettano di entrare nell’ovile di Cristo).
Don Finotti ha proseguito poi evidenziando i rischi del post Concilio, dei quali ha citato espressamente il rifiuto della via sacramentale e il dialogo fine a se stesso. Non ha mancato di parlare del “para-Concilio”, cioè di quell’insieme di sensibilità, teologie, etc. che “coprono” il vero Concilio. Dopo averne citato alcuni esempi in campo ascetico-morale e liturgico ed aver sottolineato come questa mentalità abbia portato alla svalutazione di ciò che c’era prima del Vaticano II, ha analizzato alcune formae mentis di questo “para-evento”: cioè la “discussione” e la “pastorale”. Aspetti, ha detto, comprensibili durante i lavori dei Padri, ma non dopo. Infatti, la loro strumentalizzazione non deve portare alla costituzione di una sorta di “Concilio permanente”. Perché certamente il Vaticano II è stato pastorale, con l’obiettivo di parlare più efficacemente alla gente del nostro tempo; tuttavia, la pastorale non deve essere un pretesto per distorcere il Vangelo.
Ancora, don Finotti ha parlato del complesso anti-romano dei primi anni post-Conciliari; ha evidenziato che è il Magistero ha interpretare la Scrittura e la Tradizione; ha poi parlato della crisi della dipendenza da Dio, sostenendo che prima bisogna adorare, contemplare, dipendere da Dio: solo dopo si potrà fare vera pastorale.
Non poteva mancare un richiamo all’importanza del discorso del Santo Padre Benedetto XVI alla Curia Romana (22 dicembre 2005), che richiamò con forza l’ermeneutica della riforma nella continuità. Il sacerdote trentino ha poi sottolineato che il Vaticano II è il ventunesimo Concilio Ecumenico, non l’unico. Ha sottolineato l’idea di sviluppo organico (il bambino diventa adolescente, ha detto, ma rimane la stessa persona) e che la riforma conciliare non si può sopprimere. I cambiamenti, però, sono assimilabili ad un cambiamento d’abito, mentre chi li indossa rimane sempre lo stesso.
Ritornando poi agli atteggiamenti deviati del post-Concilio, ha citato la diffusione del sola Scriptura (di derivazione protestante) coniugato con l’essere proni alla cultura dominante. Ha poi parlato di altri errori, come il rifiuto dei Padri della Chiesa, della Liturgia, del Magistero, della Tradizione: di tanti luoghi teologici, insomma. Una prima barriera contro quest’ermeneutica della rottura è stato il Credo del Popolo di Dio; l’opera è stata poi completata dal beato Giovanni Paolo II con la promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Don Finotti ha poi tracciato un suggestivo collegamento tra il Vaticano I e il Vaticano II: sono due pezzi di un unico evento – ha sostenuto – tanto che il primo pose le basi dell’altro. Infatti la Dei Filius (Vaticano I), sottolineando l’importanza della ragione, apre la strada alla Gaudium et Spes (Vaticano II); la Pastor Aeternus (Vaticano I), mettendo il luce la roccia di Pietro, prepara la Lumen Gentium e la Dei Verbum (Vaticano II).
Interrogato poi sul senso di un termine caro a Paolo VI, “civiltà dell’amore”, ha detto che essa prevarrà. L’orizzonte futuro, infatti, è positivo. Siamo già oggi sotto la regalità di Cristo; il mondo è da Lui gestito ed è proprio Lui che guida la storia e l’universo intero. Oggi viviamo un periodo come durante la notte: non vediamo molta luce, ma il Sole vero continua a splendere. Sono giorni come di tempesta, ma sopra le nuvole minacciose il Sole continua a splendere. Siamo in attesa del gran finale (la Parusia) e sappiamo che il male, per quanto grande possa essere, è un temporale che passa. Dopo aver detto questo, ha tracciato un paragone col passato, cioè col IV-V secolo. Come allora v’erano stati secoli di feroci persecuzioni anticristiane, così da secoli i cristiani sono nuovamente sotto attacco. Come allora rifulse la teologia patristica, così oggi abbiamo la nuova sintesi teologica post-conciliare. Così come allora vi fu una massiccia riforma liturgica, così è avvenuto oggi. Così come allora vi fu il Concilio di Nicea, così oggi il Vaticano II. Così come allora s’assistette al crollo dell’Impero Romano, così oggi a quello della cultura europea. Così come allora vi furono grandi migrazioni di popoli, così oggi. Così come vi furono grandi problemi post-conciliari dopo Nicea, così oggi dopo il Vaticano II. Così come allora il Concilio di Efeso (431) definì Maria Theotokos (Madre di Dio), così Paolo VI la proclamò Mater Ecclesiae (Madre della Chiesa). Così come allora v’era una grande diffusione del diritto romano e uso della lingua latina per le comunicazioni, così oggi abbiamo un grande sviluppo delle nuove comunicazioni.
Dopo aver sottolineato ciò, don Finotti ha concluso con un’affermazione consolante, in questi tempi difficili: già oggi – ha detto – regna la vittoria di Cristo.

Nel suo intervento padre Giovanni Cavalcoli ha presentato i criteri di una corretta ermeneutica dei documenti del Concilio Vaticano II, onde poterne dare un’interpretazione autenticamente cattolica. Per valutare il grado di adesione richiesto dagli insegnamenti conciliari, ha detto il teologo domenicano, occorre innanzitutto operare una prima distinzione fondamentale tra insegnamenti dottrinali-dogmatici e insegnamenti giuridico-pastorali. Solo i primi sono certi e esenti da errore: il corpus dottrinale contiene verità di fede – riguardanti vari rami della teologia (cristologia, ecclesiologia, liturgia, ecc.) – appartenenti al depositum fidei.
Gli insegnamenti pastorali invece consistono essenzialmente in direttive pratiche, direttive giuridiche (suggerimenti, indicazioni, proposte, linee guida, ecc.). Le disposizioni pastorali possono essere errate o quanto meno mutevoli, caduche e contingenti; è quindi consentito in questo caso, dopo un prudente discernimento, manifestare un rispettoso dissenso.
Padre Cavalcoli si è preoccupato anche di specificare l’autentico significato della “pastoralità” del Concilio Vaticano II, fugando i fraintedimenti occorsi in occasione degli interventi di papa Paolo VI in merito alla recezione degli insegnamenti conciliari (1). Il senso dell’intervento di papa Montini si è chiarito definitivamente con la pubblicazione della Nota illustrativa della Congregazione per la Dottrina della Fede alla Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Ad tuendam fidem del 1998. Questo documento distingue tre gradi di certezza dottrinale: un primo livello (dottrina “definita”), che comprende gli insegnamenti che richiedono al fedele l’adesione di fede teologale o fede divina. Si tratta del grado massimo di certezza dottrinale. In questo caso la Chiesa non si limita al mero enunciato, ma dichiara solennemente ed espressamente la volontà di definire una verità di fede facendo ricorso ad espressioni variabili. Ma esistono anche pronunciamenti di grado inferiore, di secondo (dottrina “definitiva”, ma priva di esplicita volontà definitoria) e terzo grado. Anche al livello di quest’ultimo grado, sebbene la Chiesa non parli neppure di dottrine definitive, si tratta ugualmente di dottrine certe e vere.
In questo senso vanno intesi i pronunciamenti di Paolo VI: in campo dottrinale la Chiesa nel Concilio non ha impegnato l’infallibilità al grado massimo di certezza teologica (primo grado), ma si è pur sempre impegnata secondo i due gradi minori (secondo e terzo grado). Le dottrine insegnate vanno dunque considerate certe e vincolanti per il buon cattolico.
Nel prosieguo del suo intervento il padre domenicano si è poi soffermato sul concetto di “progresso dogmatico”. Ciò che progredisce e muta nella storia della Chiesa non è il dato rivelato in se stesso, il “sacro deposito” affidato da Cristo agli Apostoli affinché lo conservassero e lo trasmettessero al mondo intero, ma la conoscenza e la comprensione di questo dato. È esplicitato cioè il significato proprio delle verità di fede: la Chiesa non insegna mai nulla di nuovo, ma predica in modo nuovo le medesime verità rivelate. Solo in questo senso si può parlare in campo cattolico di “progresso dogmatico”.

(1) «Vi è chi si domanda quale sia l’autorità, la qualificazione teologica, che il Concilio ha voluto attribuire ai suoi insegnamenti, sapendo che esso ha evitato di dare definizioni dogmatiche solenni, impegnanti l’infallibilità del magistero ecclesiastico. E la risposta è nota per chi ricorda la dichiarazione conciliare del 6 marzo 1964, ripetuta il 16 novembre 1964: dato il carattere pastorale del Concilio, esso ha evitato di pronunciare in modo straordinario dogmi dotati della nota di infallibilità; ma esso ha tuttavia munito i suoi insegnamenti dell’autorità del supremo magistero ordinario il quale magistero ordinario e così palesemente autentico deve essere accolto docilmente e sinceramente da tutti i fedeli, secondo la mente del Concilio circa la natura e gli scopi dei singoli documenti».  (Paolo VI, Udienza generale del 12 gennaio 1966)

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Come i nostri venticinque lettori ricorderanno, in passato abbiamo segnalato su questo blog il pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (qui e qui), iniziativa che, tra gli altri scopi, aveva anche quello di mostrare a Benedetto XVI la vicinanza del popolo dei fedeli che si sentono attratti dalla forma straordinaria del rito romano.
Purtroppo vi sono state, anche in questo caso, divisioni e polemiche. Peccato senz’altro, ma non ci occuperemo, qui, di queste. Preferiamo invece fornire ai nostri lettori un testo che parla dell’iniziativa, la quale he ha impegnato e allietato tanti fedeli. Ringraziamo di queste parole l’autore Emanuele Borserini, seminarista dell’Opus Mariae Matris Ecclesiae, istituto che s’è reso benemerito verso il Papa, la Chiesa e l’ermeneutica della riforma nella continuità. Cogliamo pure l’occasione per augurare all’Opus un fecondo cammino ecclesiale, ricco di carità e di buoni frutti.

I pellegrini verso San Pietro (© foto: Rinascimento Sacro)

Sabato 3 novembre scorso si è tenuto a Roma il pellegrinaggio internazionale “Una cum Papa nostro” con il quale molti fedeli a vario titolo legati alla forma straordinaria del rito romano hanno voluto rendere grazie a Papa Benedetto per la sua lettera motu proprio data “Summorum pontificum” del 2007. Con questo documento il Papa ha chiarito una volta per tutte quale sia la posizione canonica e pastorale di questa forma celebrativa: essa rappresenta una delle due forme in cui si esprime il rito romano, il quale a sua volta è solo uno dei numerosi riti con cui la Chiesa universale celebra la liturgia; il termine “straordinaria” dichiara che, pur non essendo la forma più comune di celebrazione, essa ha comunque pari dignità e liceità di quella ordinaria. In seguito alla riforma liturgica del 1970, si è verificata una grande confusione nelle coscienze dei cristiani, fin anche dei sacerdoti e dei vescovi, ma finalmente il Papa ha chiarito che i libri liturgici precedenti ad essa non sono mai stati aboliti e, anzi, invita a conoscerli e diffonderne l’utilizzo. Ovviamente, il documento pontificio non è apparso nell’orizzonte della Chiesa senza un lungo cammino, spesso anche doloroso, che risale fino ad un altro motu proprio, “Ecclesia Dei”, del predecessore, il Beato Giovanni Paolo II. Proprio su questa linea si pone la bellissima intervista che il celebrante, il card. Canizares Llovera, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha rilasciato nei giorni precedenti al pellegrinaggio.

In San Pietro! (© foto: Rinascimento Sacro)

Sembra curioso, ma in considerazione dei numerosi e gravi pregiudizi che ancora incombono su questo aspetto della vita ecclesiale, spesso confermati e quasi goduti dagli stessi fedeli che lo seguono, è significativo che egli abbia definito “normale” la celebrazione della forma straordinaria del rito romano: “Ho accettato perché è un modo per far comprendere che è normale l’uso del messale del 1962: esistono due forme dello stesso rito, ma è lo stesso rito e dunque è normale usarlo nella celebrazione”. E aggiunge: “mi sembra che a cinque anni di distanza si possa meglio comprendere come non si tratti soltanto di alcuni fedeli che vivono nella nostalgia del latino, ma che si tratti di approfondire il senso della liturgia”. Ed effettivamente lo scopo della convivenza di due forme diverse dello stesso rito nella Chiesa, lungi dall’essere un cedimento alla mentalità dialettica e alla contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti, categorie definitivamente superate dal Magistero, è piuttosto quello di aiutare i fedeli ad approfondire l’importanza sempre più decisiva di una liturgia che veicoli sempre di più e sempre meglio il desiderio di Dio che è quello di parlare al cuore dell’uomo per condurlo al suo amore e così salvarlo dalla morte. Compito della Chiesa è favorire e edificare secondo verità questo rapporto personale di ognuno con Dio ed ecco la sua responsabilità in campo liturgico. È per questo sciocco perseverare con qualsivoglia polemica sull’argomento perché solo la sapienza divina della Chiesa ha il diritto e il dovere di indicare la strada per raggiungere questa unione. Allora, con i pellegrini che si sono recati a Roma per questa bella occasione, ringraziamo il Pastore universale e rinnoviamo la nostra fede e devozione nella Chiesa nostra madre. Rinnovamento a cui ci chiama in qualche modo anche l’Anno della Fede che lo stesso Papa ha indetto e che stiamo vivendo.

A destra il celebrante, il card. Canizares (© foto: Rinascimento Sacro)

Dopo due giorni di celebrazioni pontificali presiedute da vari Eccellentissimi Vescovi nella parrocchia personale della Santissima Trinità dei pellegrini a Roma, il pellegrinaggio è culminato con la Santa Messa pontificale celebrata dal Card. Antonio Canizares Llovera, all’altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Considerevole è stata la partecipazione dei fedeli i quali hanno riempito completamente i posti disponibili nell’abside della grande basilica, numerosissimi i sacerdoti e seminaristi che hanno assistito coralmente tra cui alcuni prelati della Curia Romana. Anche don Pietro Cantoni, moderatore generale della fraternità sacerdotale “Opus Marie Matris Ecclesiae” con una rappresentanza della sezione “Beato John Henry Newman” del Seminario Vescovile Maggiore di Massa Carrara – Pontremoli ed alcuni giovani della diocesi ha preso parte al pellegrinaggio. Lo stesso don Cantoni ha guidato la recita dell’Angelus alle ore 12 nella chiesa parrocchiale di San Salvatore in Lauro, dalla quale, dopo l’adorazione eucaristica, si è snodata la processione verso la basilica di San Pietro. Giunti in basilica, egli ha dato lettura in lingua italiana del messaggio ai pellegrini inviato dal Segretario di Stato di Sua Santità, il Card. Tarcisio Bertone.

Emanuele Borserini

Un momento della solenne Liturgia (© foto: Rinascimento Sacro)

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C’è una nuova Port-Royal che sta lacerando la Francia e non solo la Francia, ma [anche] la Chiesa. Ed è una minaccia molto più grave della prima, poiché per difendere se stessa dall’accusa di essere scismatica, è obbligata a vedere eresie nelle decisioni del Papa e di un Concilio Ecumenico. […] [Invece] la Chiesa di sempre è la Chiesa che ha il Papa. (Charles card. Journet, Lettera ad un religiosa, 13 gennaio 1975)

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Proponiamo ai nostri lettori il testo di uno dei massimi teologi del secolo appena trascorso: il card. Charles Journet (1891-1975). Il tema è di quelli che scottano: la dottrina cristiana può crescere? E, se sì, in quale modo? Queste parole sono tratte da Charles card. Journet, “Introduzione” a “Teologia delle indulgenze”, Friburgo, Nova et Vetera, 1966)

Il progresso omogeneo della dottrina cristiana

Il deposito della rivelazione, conclusasi con la morte dell’ultimo degli apostoli, è affidato alla Chiesa, alla quale Cristo ha promesso la sua assistenza continua fino alla consumazione dei secoli perché fosse santamente conservato e fedelmente spiegato e sviluppato (1).
Il fatto dell’ “esplicitazione” progressiva di una dottrina nel corso dei secoli è normale nella Chiesa: queste successive prese di coscienza del deposito iniziale sono altrettante testimonianze della sua vita interiore. Il ritorno alla sorgente deve dunque essere inteso non come un metterne tra parentesi, ancor meno come un mettere in dubbio, le dottrine ulteriormente esplicitate, ma come un riallacciamento di queste alla rivelazione originale. In questo caso l’illuminazione è scambievole: la rivelazione primitiva illumina le sue “esplicitazioni”, e le “esplicitazioni” a loro volta permettono una nuova lettura, più attenta, della rivelazione stessa. Le definizioni del Concilio di Calcedonia, scaturite dal Vangelo, ci aiutano a rileggere il Prologo di san Giovanni; quelle di Trento, a rileggere le parole di Gesù che istituisce l’Eucarestia; quelle del primo Concilio Vaticano, a rileggere le parole di Gesù a san Pietro, ecc. Il criterio di verità di una “esplicitazione” non è affatto la data della sua apparizione nel tempo, ma l’omogeneità del suo contenuto con il deposito iniziale: “La religione, scrive san Vincenzo di Lérins (2), non è dunque suscettibile di alcun progresso nella Chiesa di Cristo? Certamente, ne deve esistere uno e considerevole… Ma a condizione che questo progresso costituisca veramente per la fede un progresso (profectus), e non una alterazione (permutatio)”. A questo punto seguono le parole che saranno riportate dal primo Concilio Vaticano (3): “Che crescano dunque e progrediscano largamente l’intelligenza, la scienza la sapienza… ma conformemente alla loro natura, cioè in una medesima dottrina (dogma), un medesimo senso (sensu), in una medesima credenza (sententia)”.

Via progressiva della “storia” delle dottrine via regressiva della “contemplazione” delle dottrine

La storia sarà certamente preziosa per far conoscere l’apparizione di una dottrina; ma questa dottrina, una volta riconosciuta dalla Chiesa, illuminerà retrospettivamente i giudizi di valore che lo storico cattolico porterà sugli avvenimenti che l’hanno preparata. Una sola luce, quella della rivelazione proposta dal magistero della Chiesa, rischiara le due vie complementari della teologia cattolica: la via della storia delle dottrine che è progressiva, in quanto ricostruisce la teologia a partire dal dato primitivo e dalle origini come queste risultano dal documento; e la via della contemplazione delle dottrine che è regressiva, in quanto parte dal termine storico dell’evoluzione tradizionale che essa considera come acquisito per risalire da quello alle sorgenti e rivelarcene la profondità. (4)

Note:
1) Concilio Vaticano I, Sess. IV, c. 4 (DS 3070)
2) Commonitorium, 23, 1-3
3) Concilio Vaticano I, Sess. III, c. 4 (DS 3020)
4) E’ così che Vladimir Soloviev, avendo citato la promessa di Gesù a Pietro, la illumina retrospettivamente con il fatto del primato: “La parola di Cristo non poteva rimanere senza effetto nella storia cristiana; e il principale fenomeno di questa storia doveva avere una causa sufficiente nella parola di Dio. Si trovi dunque, per la parola di Cristo a Pietro, un effetto corrispondente che non sia quello della cattedra di Pietro, e si scopra, per questa cattedra, una causa sufficiente che non sia la promessa fatta a Pietro”. [cfr.] La Russie et l’Eglise universelle, Parigi, Stok, 1922, p. 132.

Il card. Charles Journet
(1891-1975)

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“Chiesa moderna (così come viene rappresentata da parte di certi chierici “aperti” al mondo): un’anziana signora che tenta maldestramente di ringiovanirsi imbellettandosi secondo il gusto del giorno, col trucco che finisce per sottolinearne la decrepitezza. Vuol far dimenticare d’essere vecchia nella misura in cui ha dimenticato d’essere eterna”

(Gustave Thibon)

“Rispetto alla Chiesa militante e alla Chiesa trionfante, il nuovo clero si incorpora nella Chiesa claudicante”

(Nicolás Gómez Dávila)

…Il Cristianesimo è un albero che è, per così dire, in perenne «aurora», è sempre giovane. E questa attualità, questo «aggiornamento» non significa rottura con la tradizione, ma ne esprime la continua vitalità; non significa ridurre la fede, abbassandola alla moda dei tempi, al metro di ciò che ci piace, a ciò che piace all’opinione pubblica, ma è il contrario: esattamente come fecero i Padri conciliari, dobbiamo portare l’«oggi» che viviamo alla misura dell’evento cristiano, dobbiamo portare l’«oggi» del nostro tempo nell’«oggi» di Dio. (Benedetto XVI, Incontro con i Vescovi che hanno partecipato al Concilio Vaticano II, 12 ottobre 2012)

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Nel periodo post-conciliare siamo testimoni di un grande lavoro della Chiesa per far sì che questo «novum» costituito dal Vaticano II penetri in modo giusto nella coscienza e nella vita delle singole comunità del Popolo di Dio. Tuttavia, accanto a questo sforzo si sono fatte vive delle tendenze, che sulla via della realizzazione del Concilio creano una certa difficoltà. Una di queste tendenze è caratterizzata dal desiderio di cambiamenti che non sempre sono in sintonia con l’insegnamento e con lo spirito del Vaticano II, anche se cercano di fare riferimento al Concilio. Questi cambiamenti vorrebbero esprimere un progresso, e perciò questa tendenza è designata con il nome di «progressismo». Il progresso, in questo caso, è una aspirazione verso il futuro, che rompe con il passato, non tenendo conto della funzione della Tradizione che è fondamentale alla missione della Chiesa, perché essa possa perdurare nella Verità ad essa trasmessa da Cristo Signore e dagli Apostoli, e custodita con diligenza dal Magistero.
La tendenza opposta, che di solito viene definita come «conservatorismo» oppure «integrismo» , si ferma al passato stesso, senza tener conto della giusta aspirazione verso il futuro quale si è manifestata proprio nell’opera del Vaticano II. Mentre la prima tendenza sembra riconoscere come giusto ciò che è nuovo, l’altra invece vede il giusto soltanto in ciò che è «antico» ritenendolo sinonimo della Tradizione. Tuttavia non è l’«antico» in quanto tale, né il «nuovo» per se stesso che corrispondono al concetto giusto della Tradizione nella vita della Chiesa. Tale concetto infatti significa la fedele permanenza della Chiesa nella verità ricevuta da Dio, attraverso le mutevoli vicende della Storia. La Chiesa, come quel padrone di casa del Vangelo, estrae con sagacia «dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Cf. Mt 13, 52) rimanendo assolutamente obbediente allo Spirito di verità che Cristo ha dato alla Chiesa come Guida divina. E la Chiesa compie questa delicata opera di discernimento attraverso il Magistero autentico. (Cf. Lumen gentium, 25). (beato Giovanni Paolo, dalla Lettera al cardinal Ratzinger, 8 aprile 1988)

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Talvolta, quando si discute di interpretazione del Concilio Vaticano II e del Magistero più recente, si sente affermare da alcuni che “la Tradizione giudica il Magistero”, o che “la Tradizione interpreta la Scrittura e il Magistero”. Probabilmente, da versanti opposti, si affermerebbe che “la Scrittura giudica il Magistero e la Tradizione” (o qualcosa di simile). Il vero bersaglio di queste affermazione, evidentemente, è il Magistero vivo della Chiesa (1). Tuttavia, quest’idea che il Magistero sia giudicato ed interpretato dalla Scrittura e dalla Tradizione è semplicemente sbagliata. Ci limitiamo a citare un breve passaggio di Pio XII:

Questo sacro Magistero per qualsiasi teologo deve essere essere, in materia di fede e costumi, norma prossima e universale di verità, poiché ad esso Cristo Signore affidò l’intero deposito della fede – appunto le Sacre Scritture e la divina Tradizione – affinché fosse custodito, difeso ed interpretato. (2)

Pio XII (1939-1958)

Volutamente abbiamo scelto un testo precedente al Vaticano II, affinché non potessimo essere accusati di proporre una dottrina “nuova”. Non ci risulta, infatti, che l’Humani Generis sia stata fatta oggetto, all’epoca in cui venne promulgata, di critiche “tradizionaliste”, né da mons. Lefebrvre, né da altri che successivamente si sarebbero opposti al Vaticano II.
Questo testo, dunque, afferma che al Magistero ecclesiale fu affidato il depositum fidei e ci vien detto espressamente che il Magistero deve custodire, difendere ed interpretare la Sacra Scrittura e la Tradizione.
In verità, vorremmo sbagliarci, ma temiamo che alcuni fratelli nella fede cerchino – speriamo inconsapevolmente – di sostenere certe tesi erronee per poter difendere la propria opposizione al Magistero. Se, infatti, come affermano loro, il soggetto interpretante fosse la Tradizione o la Scrittura, essi potrebbero veicolare la propria interpretazione di ciò che Tradizione e Scrittura affermano. In questo, il protestantesimo e il tradizionalismo (inteso non certo come amore per la Tradizione, quanto piuttosto come un atteggiamento deviato) finiscono davvero col toccarsi: sola Scriptura, dice uno (e la Scrittura me la interpreto io, come dico io, senza la mediazione della Chiesa); Traditio, traditio, dice l’altro (e la Tradizione come la interpreto io, come la intendo io). E’ un atteggiamento fuori luogo, perché di fatto scade nell’individualismo della fede.
Si potrebbe obiettare: la Scrittura e la Tradizione sono lampanti, evidenti, non necessitano di grandi interpretazioni: quel che vogliono dire, è evidente. Tuttavia, la storia della Chiesa – volendo limitarci a questo campo – insegna piuttosto il contrario; così come vanno in questo senso le succitate parole di papa Pacelli, che esplicitamente parla del Magistero che interpreta il deposito della fede.

Note:
(1) Parliamo di “magistero vivo” consapevoli che una simile espressione non è – come qualcuno vorrebbe pensare – legata al Vaticano II o al periodo successivo, ma precedente: si ritrova infatti spesso (per esempio) in Pio XII (cfr. ad es. Humani Generis, I: “Deus Ecclesiae suae Magisterium vivum dedit” “Dio diede alla Sua Chiesa un vivo Magistero”) e Leone XIII (cfr. ad es. Satis Cognitum: “vivum, authenticum, idemque perenne magisterium” “Magistero vivo, autentico e perenne”).
(2) [...] hoc sacrum Magisterium, in rebus fidei et morum, cuilibet theologo proxima et universalis veritatis norma esse debet, utpote cui Christus Dominus totum depositum fidei — Sacras nempe Litteras ac divinam «traditionem» – et custodiendum et tuendum et interpretandum concredidit [...] (cfr. Humani Generis, I)

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Come sappiamo, l’11 ottobre 1962 si aprì il Concilio Vaticano II. I lavori iniziarono alcuni giorni dopo, ma tra i Padri ci fu chi sentì l’esigenza di mandare subito un messaggio a tutti gli uomini. Con l’assenso del Sommo Pontefice, venne così redatto e approvato quasi all’unanimità (“fere unanimiter“, dicono i resoconti) un breve messaggio. Non si tratta di un documento ufficiale  (il segretario del Vaticano II, mons. Pericle Felici, chiarì che si trattava di un messaggio dei vescovi, non del Concilio), ma ne proponiamo qui alcuni stralci, perché sembra utile quantomeno a capire quale fossero il contesto e le idee che circolavano nelle menti dei Padri, in quei primi lavori. Presentiamo, oltre all’originale latino, una nostra modesta traduzione, fatta un po’ in fretta ma che speriamo non si discosti troppo dal senso dell’originale. Il documento completo si può trovare in AAS 54 [1962], pp. 822-824.

In questo Concilio, sotto la guida dello Spirito Santo, vogliamo cercare il modo migliore di rinnovare noi stessi, affinché diventiamo sempre più fedeli al Vangelo di Cristo. Cercheremo di esporre agli uomini del nostro tempo la verità di Dio, integra e pura, affinché essi la comprendano e liberamento assentiscano ad essa. [...]
[Quo in conventu, Spiritu Sancto duce, quaerere volumus quomodo nosmetipsos renovemus oporteat, ut Evangelio Christi magis ac magis fideles inveniamur. Integram ac puram Dei veritatem huius aetatis hominibus sic proferre studebimus ut eam ipsi intellegant eique libenter assentiant. [...]]

[...] obbedienti alla volontà di Cristo, spendiamo tutte le nostre forze e pensieri per rinnovare noi stessi, che siamo presuli, come pure il gregge a noi affidato, affinché appaia alle genti l’amabile volto di Gesù Cristo [...]
[[...] Christi voluntati oboedientes [...] omnes vires cogitationesque impendimus in nosmetipsos, Praesules, necnon in greges nobis créditos ita renovandos ut gentibus appareat amabilis facies Iesu Christi [...]]

[...] mentre speriamo che dai lavori del Concilio splenda più chiara e vivida la luce della fede, attendiamo pure un rinnovamento spirituale, dal quale proceda anche un felice impulso che giovi al bene dell’uomo, cioè le scoperte della scienza, il progresso dell’arte tecnica e la maggior diffusione del sapere. [...]
[[...] cum ex Concilii laboribus fore speremus ut lux fidei clarior et vividior splendeat, spiritualem expectamus renovationem, ex qua etiam felix procedat impulsus quo proficiant humana bona, scilicet scientiae inventa, artis technicae progressus eruditionisque latior diffusio. [...]]

Con veemenza volgiamo l’animo a tutte le ansietà dalle quale oggi gli uomini sono tormentati. La nostra sollecitudine s’invola quindi per prima cosa verso i più umili, i più poveri, i più deboli [...]
[Ad omnes anxietates, quibus hodie homines punguntur, instanter animum intendimus. Con volet imprimis igitur sollicitudo nostra ad humiliores, pauperiores debilioresque [...]]

Il sommo Pontefice Giovanni XXIII, nel messaggio radiofonico dell’11 settembre 1962, ha messo in evidenza soprattutto due questioni. Per prima cosa, quella che si riferisce alla pace tra i popoli. [...] Poi il Sommo Pontefice spinge per la giustizia sociale. [...]
[Summus Pontifex Ioannes XXIII in radiophonico nuntio die 11 Septembris 1962 dato, duo praesertim inculcavit.
 Imprimis, quae ad pacem inter populos spectant. [...] Praeterea Summus Pontifex urget socialem iustitiam. [...]]

Supplichiamo che in mezzo a questo mondo, che ancora è lontano dalla desiderata pace a motivo dello stesso progresso delle scienze, certo ammirabile ma non sempre attento alla legge superiore della moralità, splenda la luce della grande speranza in Cristo Gesù, unico nostro Salvatore.
[Luceat, obsecramus, in medio mundi huius, qui procul ab optata pace adhuc abest ob minas ex ipso scientiarum progressu ortas, mirabili sane, sed non semper superiori moralitatis legi intento, luceat lumen magnae spei in Iesum Christum, unicum Salvatorem nostrum.]

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[...] è affiorata da qualche parte una certa ambiguità nell’interpretazione generale del Concilio ; anzi per taluni esso autorizzerebbe cambiamenti profondi nell’ordine teologico e mutamenti costituzionali eversivi. Gli aspetti principali di questa ambiguità, che talora ha non poco turbato il sensus fidei del Popolo di Dio, sono: il ripudio della tradizione; la contestazione dell’autorità, che, pur partendo da ottimi principi – quali servizio, eguaglianza, solidarietà e amore – la considera come se derivasse dal volere della comunità; l’adeguamento alle correnti democratiche della società profana; la tendenza ad eliminare i doveri e ad accrescere un’interpretazione più comoda e più facile dell’impegno cristiano. In contrapposto a tali atteggiamenti, resta oggi la necessità, come ha voluto il Concilio, di coordinare la concezione della libertà cristiana – del farsi « tutto a tutti », del non rendere difficile la vita cristiana – con l’esigenza della Fede e della Croce. (servo di Dio Paolo VI, discorso del 23 dicembre 1971)

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