Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for maggio 2012

Era un sabato di 35 anni anni fa, proprio il 28 maggio: dopo aver ricevuto da Paolo VI la nomina a nuovo arcivescovo di Monaco-Frisinga, l’allora teologo don Joseph Ratzinger veniva ordinato vescovo.
Da allora sono trascorsi sette lustri, ma quel neo-successore degli Apostoli continuò la sua corsa: e così, dopo aver servito cinque anni la sua gente come pastore, si trasferì a Roma, presso la Sede Apostolica, dove – per precisa volontà di Giovanni Paolo II – per ventitre anni fu uno dei maggiori difensori dell’ortodossia cattolica quale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Nell’aprile di sette anni fa, ecco una nuova, inattesa, grandiosa svolta: Dio lo chiama ad essere Pontefice della Santa Chiesa Cattolica. E ancor oggi, in tal veste, la sua corsa continua: da parte di questo blog, Santo Padre, il fervente augurio che il percorso continui ancora a lungo!

Durante la liturgia d’ordinazione episcopale, il card. Bengsch (1921-1979) impone le mani a don Ratzinger.

Read Full Post »

Prima sezione qui. Articolo originale in inglese: Brian W. Harrison, “Pius IX, Vatican II and Religious Liberty” in “Living Tradition” n. 9 del gennaio 1987 (testo originale qui: http://www.rtforum.org/lt/lt9.html#II)


Ora, l’insegnamento del Vaticano II non è così liberale come quello di Lamennais e dei suoi seguaci. Pertanto, non rientra nella condanna stabilita dalle encicliche del XIX secolo, che erano rivolte esattamente a quei personaggi. In realtà Dignitatis Humanæ, lontana dal contraddire papa Pio IX, esplicitamente ripete l’insegnamento di quest’ultimo che la “pubblica pace” non è il solo criterio al quale i governi possono appellarsi per restringere dimostrazioni o propaganda di tipo religioso (o anti-religioso). Secondo l’articolo 7 della Dichiarazione conciliare, la “pubblica pace” è solo uno dei tre criteri che lo Stato può invocare per tale scopo. Gli altri due sono la “necessaria protezione della pubblica moralità” e “l’effettiva protezione dei diritti di tutti i cittadini” (e la “pacifica risoluzione dei conflitti di diritti”). Grazie ad un intervento del giovane Arcivescovo Karol Wojtyla, a questo paragrafo fu aggiunta un’affermazione la quale insisteva che questi limiti debbano essere decisi ed imposti in base all’ “ordine morale oggettivo”. Ed è naturalmente la Chiesa Cattolica l’unica interprete di cosa sia oggettivamente morale o immorale.

In quest’immagine si nota – in seconda finale, secondo da destra – mons. Karol Wojtyla (poi Papa), che diede un contributo di non poco conto a Dignitatis Humanae

Dunque il Concilio suggeriva che idealmente i governi dovrebbero riconoscere il ruolo unico della Chiesa Cattolica riguardo a questi aspetti? Sì. Infatti, non solo l’articolo 1 della Dichiarazione conciliare riafferma “l’insegnamento cattolico tradizionale” sui “doveri morali” delle “società” (non solo degli individui) verso la vera religione, ma il relatore ufficiale dello schema sulla libertà religiosa, il vescovo Emil de Smedt, spiegò ai Padri riuniti in Concilio che quel primo articolo doveva essere certamente inteso come riaffermazione del dovere dell’ “autorità pubblica” verso la Chiesa Cattolica quale vera religione. Egli sottolineò che il precedente progetto di schema era stato rivisto proprio per far sì che il documento si esprimesse più chiaramente in continuità con gli insegnamenti dei Papi del XIX secolo (fino a quel momento e fino a quando non furono apportate allo schema altre revisioni dell’ultimo minuto, ogni qualvolta le bozze precedenti erano state sottoposte al giudizio dei Padri conciliari la persistente critica conservatrice – e, possiamo aggiungere, la potenza dello Spirito Santo – aveva ripetutamente impedito di raggiungere un solido consenso di voti positivi)(11). Vale la pena di citare il commento ufficiale del vescovo de Smedt (che, a quanto ne so, non è mai stato pubblicato prima in inglese): lo ritengo di vitale importanza. Durante la 164° congregazione generale del Concilio (19 novembre 1965) egli diede la seguente spiegazione:

Alcuni Padri affermano che la Dichiarazione non esprime in maniera sufficientemente chiara come la nostra dottrina non si opponga ai documenti ecclesiastici emessi sino al tempo del Sommo Pontefice Leone XIII. Come abbiamo detto nella scorsa relatio, questa è una questione adatta ad essere più chiaramente illuminata da futuri studi teologici e storici. Per quanto riguarda la sostanza del problema, il punto che dovrebbe essere fatto è che, mentre i documenti papali sino a Leone XIII insistevano più sul dovere morale delle pubbliche autorità verso la vera religione, i recenti Sommi Pontefici, pur mantenendo questa dottrina, la integrarono evidenziando un altro dovere delle stesse autorità, vale a dire quello di osservare le esigenze della dignità della persona umana in campo religioso in quanto elemento necessario del bene comune. Il testo che avete davanti oggi richiama più chiaramente (vedi nn. 1 e 3) i doveri della pubblica autorità verso la vera religione (officia potestatis publicæ erga veram religionem); con ciò è evidente che questa parte della dottrina non è stata trascurata. Tuttavia, l’oggetto particolare della nostra Dichiarazione è di chiarire la seconda parte della dottrina dei recenti Sommi Pontefici – quello che ha a che fare coi diritti e i doveri che nascono dalla riflessione sulla dignità della persona umana. (12)

Fine seconda sezione – continua

Note:
(11) Per esempio, quando – il 17 ottobre 1965 – fu votata la penultima bozza, ci furono 65 voti contrari e 534 voti favorevoli ma con riserva, per quanto riguarda i primi cinque articoli dello schema sulla libertà religiosa. Questa significava che circa tre Padri conciliari su dieci – una minoranza significativa – erano ancora più o meno a disagio riguardo alla sezione fondamentale del documento (cfr. Acta Synodalia S. Conc. Vat. II., vol. IV, parte VI, p. 724). Il mese successivo, dopo aver ascoltato la spiegazione del vescovo de Smedt riguardo allo schema rivisto, fu richiesto ai Padri di votare di nuovo – questa volta solamente con un netto “sì” o “no”. Il risultato fu che l’89% votò a favore e l’11% contro. Quando divenne chiaro che Paolo VI stava per approvare quel progetto di schema, l’opposizione scese nel voto formale conclusivo a 70 vescovi (circa il 3%)(a dire il vero, dopo che il Papa ebbe firmato lo schema, credo che solo l’arcivescovo Lefebvre abbia rifiutato di apporre ad esso la sua firma [in realtà, anche mons. Lefebvre firmò lo schema, ndt]).
(12) Acta Synodalia, op. cit., p. 719.

[traduzione, immagini e relative didascalie sono di Continuitas]

Read Full Post »

Proponiamo ai nostri lettori la traduzione di un articolo scritto oramai un quarto di secolo fa dal sacerdote cattolico Brian Harrison riguardo al tema della libertà religiosa. Crediamo mantenga sostanzialmente intatta la sua utilità ancor oggi.
Articolo originale in inglese: Brian W. Harrison, “Pius IX, Vatican II and Religious Liberty” in “Living Tradition” n. 9 del gennaio 1987 (testo originale qui: http://www.rtforum.org/lt/lt9.html#II)

Pio IX, il Vaticano II e la libertà religiosa

di Brian W. Harrison

Parte prima.
Nell’ultimo anno o due, la questione della libertà religiosa, così veentemente dibattuta più di vent’anni fa tra i vescovi e i periti al Concilio Vaticano II, ha nuovamente fatto parlare di se. Abbastanza sorprendentemente, abbiamo visto padre Charles Curran uscirsene al fianco addirittura dell’arcivescovo Marcel Lefebvre (almeno per quanto riguarda uno degli aspetti della questione). Questi due dissidenti, siti ad estremità differenti delle tendenze cattoliche, hanno unito le forze – per una volta – coll’obiettivo di sostenere che la Dichiarazione del Vaticano II sulla libertà religiosa Dignitatis Humanæ è irriconciliabile con la dottrina cattolica pre-conciliare. Questo presunto conflitto soddisfa padre Curran (poiché egli pensa che esso fornisca un precedente per le sue proposte di “revisioni” della morale cattolica), mentre scandalizza l’arcivescovo (che lo vede come una ragione per rigettare il Vaticano II).
Da dove nasce la difficoltà? Sarebbe necessario un intero libro per trattare adeguatamente la questione, ma tra le affermazioni dottrinali pre-conciliari del Magistero che sarebbero incompatibili coll’insegnamento del Vaticano II, la più comunemente citata è probabilmente quella relativa all’insegnamento molto energico di papa Pio IX, che si trova nell’enciclica Quanta Cura (1864), riguardante i doveri delle autorità civili contro i “violatori della religione cattolica”. Il Pontefice infatti condanna come opinione “malvagia” il parere – che anzi “comanda” sia “da tutti i figli della Chiesa Cattolica assolutamente tenuto (omnino haberi) come riprovato, biasimato e condannato”(1) – per il quale, nella “miglior” condizione della società, tali persone [i violatori sopracitati, ndt] non debbano essere penalizzate dal governo a meno che non mettano in pericolo la “pace pubblica” (pax publica)(2). Il Papa insegna che i governi possono e dovrebbero essere più restrittivi di così verso la propaganda non-cattolica.

Il beato Pio IX, autore dell’enciclica Quanta Cura (1864)

Per comprendere con precisione cosa Pio IX aveva in mente in questo passo, dobbiamo essere al corrente del contesto storico dell’enciclica. Quanta Cura fu in larga parte una riaffermazione di ciò che Gregorio XVI aveva detto trent’anni prima nell’enciclica Mirari Vos (1832). Il principale obiettivo, in quel caso, era stato il giornalista-filosofo francese H. F. del Lamennais, il cui quotidiano L’Avenir aveva chiesto che lo Stato garantisse, come se fosse una questione di principio universale, la libertà di diffusione dell’errore, che si ammetteva sarebbe stata virtualmente illimitata (on laisse a l’erreur la faculté illimitée de se produire (3) [si lascia all'errore la possibilità illimitata di prodursi, di accadere, ndt]). Lo Stato, secondo L’Avenir, doveva essere totalmente laico e poteva limitare la propaganda di qualsiasi tipo “solo in ordine ad interessi materiali” (ne … que dans l’ordre des interêts matériels)(4). Doveva essere garantita totale libertà di propaganda, cosicché

Il potere costituzionale possiede solo il diritto e il dovere di reprimere i crimini e le altre offese che attentino materialmente a queste libertà (qui attenteraient matériellement à ces libertés) o ad altri diritti civili o politici dei cittadini. (5)

In altri termini, Lamennais non concedeva che lo Stato potesse riconoscere in alcun modo efficace l’esistenza di Dio o una natura spirituale e trascendente dell’uomo – ancor meno l’unica verità della fede cattolica o dei valori morali cristiani. Veniva richiesta “separazione totale” di Chiesa e Stato (anche in paesi prevalentemente cattolici)(6) insieme coll’abolizione di tutti i concordati tra i governi e la Santa Sede (7). In questo sistema, i criteri “materialistici” apertamente richiesti dallo Stato avrebbero permesso a quest’ultimo di esercitare la censura o la coercizione solo per prevenire l’incitamento a rivolte, alla sedizione o alla rivoluzione oppure per evitare danni fisici o molestie a persone o proprietà. In altri termini, per preservare “la pace pubblica”.
Lamennais fu condannato e alla fine lasciò la Chiesa, ma la sua influenza rimase forte, specialmente in Francia, e Pio IX alla fine si sentì costretto a rinnovare la condanna fatta dal suo predecessore. E’ chiaramente lo stesso estremo liberismo che Quanta Cura ha in mente: quel tipo di liberismo il quale richiede che

i cittadini abbiano il diritto ad ogni tipo di libertà, a non essere limitati da alcuna legge, sia ecclesiastica che civile, così che essi possano essere in grado di manifestare apertamente apertamente e pubblicamente le loro idee, a voce, attraverso la stampa o con qualsiasi altro mezzo. (8)

Questo contesto storico è essenziale per comprendere accuratamente cosa Gregorio XVI e Pio IX avessero in mente quando condannarono la “libertà di coscienza e di culto”. Certo, i concordati che essi e i loro successori siglarono con nazioni come la Spagna ed alcuni Paesi latino-americani erano molto più restrittivi verso le altre religioni di quelli che la Santa Sede la Santa Sede sembrerebbe oggi disposta a permettere (9); ma ciò che le prime encicliche condannavano come incompatibile con la dottrina cattolica (cioè con la legge divina) era quella visione totalmente permissiva e la visione laicista dello Stato, la quale era di moda, ieri come oggi, presso alcuni intellettuali cattolici (fu il diritto pubblico preconciliare della Chiesa, non la dottrina preconciliare, a ritenere che, nei paesi a maggioranza cattolica, la propaganda non cattolica potesse essere vista, in quanto tale, come una minaccia al bene comune e quindi limitata per legge)(10).

Fine prima sezione – continua

Note:
(1) Denzinger-Schönmetzer 2896.
(2) Quanta Cura, 3. Il testo latino è tratto da p. Gasparri (ed.), Codicis Iuris Canonici Fontes, vol. II, roma, Typis Polyglottis Vaticanis, 1924, p. 995. In due recenti articoli, p. William G. Most ha citato brani da una traduzione non accurata di Quanta Cura, la quale – in questo passaggio del testo – attribuiva erroneamente l’espressione “ordine pubblico” a Pio IX. Cfr. gli articoli di p. Most, “Religious Liberty: What the Texts Demand” [Libertà religiosa: cosa richiedono i testi, ndt], Faith & Reason, vol. IX, n. 3, Autunno 1983, pp. 201, 206 e “Vatican II on Religion and the State” [Il Vaticano II riguardo alla religione e allo Stato, ndt], The Wanderer, 23 ottobre 1986, p. 4. Quest’erronea traduzione crea senza ragione difficoltà al cattolico che desidera difendere il Vaticano II dall’accusa di aver contraddetto la dottrina precedente, poiché il Vaticano II insegna in realtà molto chiaramente che un “giusto ordine pubblico” (iustus ordo publicus) è il solo criterio ammissibile per limitare la libertà religiosa (cfr. Dignitatis Humanæ 2, 3 e 7)
(3) L’Avenir, citato in Dictionnaire de Théologie Catholique [Dizionario di Teologia Cattolica, ndt], vol. IX, parte I, Parigi, Librairie Letouzey et Ané, 1926, sotto la voce “Libéralisme Catholique” [Liberalismo cattolico, ndt], colonna 536.
(4) Ibid., colonna 550.
(5) Ibid.
(6) Ibid., colonna 539.
(7) Ibid., colonna 541.
(8) Quanta Cura, 3, loc. cit. (il corsivo è mio)
(9) Il concordato del 1953 tra Santa Sede e Spagna, per esempio, riconosce l’articolo 6 di quella che sarà poi la Costituzione spagnola, il quale proibisce manifestazioni pubbliche di qualsiasi religione non cattolica. Cfr. Acta Apostolicæ Sedis, vol. 45 (1953), pp. 651-52.
(10) Vedi, per esempio, il classico manuale preconciliare sul diritto pubblico della Chiesa di p. F. M. Cappello, Summa Iuris Publici Ecclesiastici, Roma, Università Gregoriana Editrice, 1936 (IV edizione), p. 369.

[traduzione, immagini e relative didascalie sono nostre]

Read Full Post »

Tradizionalmente, la domenica che si trova tra Ascensione e Pentecoste (dando per scontato che l’Ascensione si celebri il giovedì che segna il 40° giorno dopo la Pasqua)(1) è denominata “Dominica de Rosa”, domenica della rosa. Come mai questo nome particolare?
Per scoprirlo, andiamo a leggere un breve brano di un antico testo, l’Ordo Romanus XI (2):

Dominica de Rosa, statio ad sanctam Mariam Rotundam, ubi pontifex debet cantare Missam, et in praedicatione dicere de adventu Spiritus Sancti, quia de altitudine templi mittuntur rosae in figura eiusdem Spiritus Sancti.
[Domenica della Rosa, stazione a santa Maria Rotonda, dove il pontefice deve cantare la Messa e predicare riguardo alla venuta dello Spirito Santo, poiché dall'alto della chiesa vengono gettate delle rose, come simbolo dello Spirito Santo stesso]

La stazione di cui si parla nel testo è la solenne liturgia ufficiale del Sommo Pontefice che egli celebrava ora in una, ora in un’altra chiesa dell’Urbe (3).
La chiesa cui si fa riferimento (santa Maria Rotonda) altro non è che il Pantheon, situato nel quartiere della Pigna, nel centro di Roma.
Notiamo anche nel testo si afferma che il Papa dovesse predicare riguardo alla venuta dello Spirito Santo: si trattava dunque, in qualche modo, di anticipare e preparare la grande solennità di Pentecoste che avrebbe avuto luogo nella domenica successiva.
Per simboleggiare, poi, la discesa dello Spirito Santo, ecco che il genio romano pensò di adottare una piccola cerimonia spettacolare e significativa: dalla cima del Pantheon (che, come si sa, è vuota, presentando un oculo largo alcuni metri) venivano lasciate cadere delle rose, a figurare proprio la discesa del Paraclito.
Questa cerimonia è stata ripristinata da qualche tempo e si svolge il giorno di Pentecoste. Ecco un paio di immagini:

© fr. John Zuhlsdorf (wdtprs.com)

© fr. John Zuhlsdorf (wdtprs.com)

 NOTE:

(1) In alcuni luoghi, come ad esempio in Italia, il precetto e la festa liturgica sono stati spostati dal giovedì alla domenica successiva.
(2) L’Ordo Romanus XI è un testo composto dal canonico Benedetto di san Pietro e tratta questioni liturgiche della città di Roma. Risale orientativamente alla metà del XII secolo (più precisamente tra il 1140 e il 1143, quindi sotto il pontificato di Innocenzo II). Cfr. Jungmann, Missarum Sollemnia, vol. I, Casale Monferrato, Marietti, 1953, p. 58.
(3) Cfr. Righetti, Storia liturgica, vol. II, Milano, Ancora, 1998 (ed. or. 1969), pp. 146-147.

Read Full Post »

di Brian W. Harrison

All’inizio di questo secolo [l'autore scrive venticinque anni fa, quindi qui fa riferimento ai primi anni del Novecento, ndt], alcune tendenze nella Chiesa – le quali miravano a riconciliare il pensiero cristiano con la cultura moderna, ma in realtà svuotavano del loro contenuto essenziale molte convinzioni centrale del Cattolicesimo – furono severamente condannate come Modernismo dal Papa san Pio X.
É oggi generalmente riconosciuto che quella risposta, benché necessaria, fu talvolta attuata con eccesso di zelo, tanto che un certo numero di fedeli chierici (tra i quali il futuro Papa Giovanni XXIII) furono, nel generale clima di sospetto, ingiustamente penalizzati o denunciati. In effetti, lo stesso santo Pontefice Pio X riconobbe che alcune persone erano state accusate senza reale fondamento. Si trattava, in un certo senso, di una “caccia aperta” agli eretici.

I Pastori guidano i cani del Signore contro le bestie dell’eresia…

Oggi è sorprendente constatare come, nella Chiesa Cattolica, la tendenza sia oramai passata al polo opposto rispetto ai giorni del movimento anti-modernista. Chiunque abbia familiarità con l’ambiente contemporaneo dell’educazione religiosa cattolica – quale che sia la sua posizione in campo teologico – è consapevole che, mentre pochi negheranno in linea teorica che l’eresia sia tanto possibile quanto dannosa (se reale), nondimeno l’atmosfera nel suo insieme, il consenso sociale, l’ambiente emotivo, sono fortemente orientati in favore di una tolleranza della novità. L’eretico è stato sostituito dal “cacciatore di eresie” (o “conservatore”) quale fonte di divisione e quale oggetto di sospetto ed di ostracismo. Le parole favorite sono oggi “pluralismo”, “apertura”, “dialogo”, “adattabilità” e le attitudini in genere più combattute e temute sono “intransigenza”, “ultraconservatorismo”, “fondamentalismo”, “rigidità” e “chiusura mentale”.
Non si può negare che la tensione derivante da ciò causi molto dolore e divisioni. Sarebbe confortante pensare che maggior carità e una pazienza ovunque diffusa potrebbero essere sufficienti per sanare la ferita. Ma se il problema non è la cattiva volontà, neanche tutta la buona volontà del mondo potrà fornire una soluzione.
Per come la vedo io, il conflitto di fondo nella Chiesa odierna non è necessaria uno di cattiva e buona volontà: è di natura spirituale ed intellettuale. Se partiamo dal presupposto (deliberato o meno) che la fede cristiana è anzitutto una questione di sentimento e di esperienza – una “viva esperienza” personale dell’amore di Dio manifestato attraverso Gesù – allora credi, dottrine, precetti morali e definizioni di ortodossia saranno visti in ultima istanza come fenomeni “di superficie”. Essi appariranno come tentativi (necessari ma inadeguati) di riflettere e formulare ciò che, in ultima analisi, sarebbe inesprimibile: l’esperienza religiosa primordiale, di fondo. Per chi ragiona in questo modo, il “cacciatore di eresie” è semplicemente incomprensibile: egli sembra essere ossessionato e agitato da questioni sbagliate – temi che non sarebbero poi così importanti.

Una vita religiosa basata sulla semplice “esperienza” – magari incline al sentimentalismo – è sufficiente?

Se invece partiamo dal presupposto che la fede è fondamentalmente più una questione di testa che di cuore – “fondamentalmente” in senso letterale, per cui una “esperienza personale” di Dio è l’apice, non la base, della vita cristiana e dovrebbe in sé essere basata sull’assenso razionale difendibile da un punto di vista intellettuale – allora tutta la prospettiva personale cambia radicalmente. Da questo punto di vista, la coerenza logica e l’inflessibile difesa dell’ortodossia proposizionale [basata cioè su proposizioni, ndt] assumono un ruolo assolutamente centrale – quello del sine qua non.
Questo secondo modo di vedere le cose è la posizione storica della Tradizione Cattolica e del Magistero: ed è un’asserzione che viene fatta oggetto, in questi tempi, di pesanti attacchi. Viviamo nell’epoca di quella che Karl Rahner (quello dei primi tempi, più ortodossi) chiamò “eresia criptogamica”: eresia che non è facile da individuare o definire con precisione, in quanto consiste principalmente in atteggiamenti emotivi basilari, piuttosto che in proposizioni chiaramente intellegibili. Come diceva Rahner, essa “spesso consiste semplicemente in un atteggiamento di sfiducia e risentimento verso il Magistero della Chiesa, in un diffuso sentimento per cui uno si sente sorvegliato, tra sospetti e mentalità ristretta”.
In breve, è l’eresia di odiare la “caccia all’eresia” più dell’eresia stessa. Come è diverso quello spirito cattolico puro e senza tempo mostrato dal cardinal Newman nella sua grande Apologia: “Dall’età di quindici anni, il dogma è stato il principio fondamentale della mia religione: non conosco altra religione; non riesco a capire nessun altro tipo di religione; la religione come mero sentimento è per me un sogno e un inganno.”

(traduzione, immagini e relative didascalie sono nostre)

Articolo originale: Brian W. Harrison, Hunting the “heresy-hunters”, in Living Tradition 14 [Novembre 1987]. Disponibile online qui: http://www.rtforum.org/lt/lt14.html

Read Full Post »

Pubblichiamo la seconda parte (per la prima parte, vedi qui) del breve studio riguardante Dignitatis Humanae.

LE OBIEZIONI
Un’ultima possibile obiezione potrebbe basarsi sulla categoria preconciliare di “bene comune” come criterio per la repressione o tolleranza dell’errore. La Dignitatis Humanae dopo aver esposto le tre norme che limitano l’immunità dalla coercizione (difesa dei diritti, della pace pubblica, della moralità) afferma: “Questi sono elementi che costituiscono la parte fondamentale del bene comune e sono compresi sotto il nome di ordine pubblico”. Il Vaticano II sembra dire che il limite non è più il bene comune, ma solo una parte di esso – benché sia “la parte fondamentale” – definita “ordine pubblico”.
Tale obiezione sarebbe vera solo se l’ “ordine pubblico” contenesse solo alcuni dei valori del “bene comune”, trascurandone altri, ma le cose non stanno così. L’ordine pubblico è piuttosto la difesa degli stessi valori del bene comune: “difesa dei diritti”, “tutela di quella autentica pace pubblica”, “custodia della pubblica moralità”. Non si può promuovere un valore, senza reprimere ciò che vi attenta, per questo l’ordine pubblico è “la parte fondamentale del bene comune”. Quanto alla parola “ordine pubblico”, piuttosto che “difesa del bene comune”, essa, come spiega il relatore al Concilio, mons. De Smedt, viene impiegata solo perché più ricorrente nell’attuale legislazione civile, e comunque la Chiesa specifica bene i tre concetti che lo costituiscono.
Si potrebbe ancora obiettare che la libertà affermata dal Concilio è condannata dal Syllabus (prop.77: “alla nostra epoca non è più utile che la religione cattolica sia considerata religione di stato, ad esclusione di tutti gli altri culti). Evidentemente l’esclusione di tutti gli altri culti non può valere in senso assoluto, come principio valido sempre e dovunque (8): ne risulterebbe vanificato il principio della tolleranza del male, sempre affermato dalla Chiesa. La proposizione 77 si riferisce al documento Nemo Vestrum del 1855, in cui Pio IX critica l’abolizione unilaterale, da parte del regime anticlericale spagnolo, dell’articolo 1 del concordato, secondo il quale la religione cattolica è l’unica religione della Spagna. Pio IX ha in mente sia l’adesione formale alla sola religione cattolica, sia l’esclusione di tutti gli altri culti. Egli giudica entrambe queste misure necessarie in uno stato a maggioranza cattolica come la Spagna dell’epoca. Ma vuole anche affermare come dottrina universalmente valida, il principio che in uno stato a schiacciante maggioranza cattolica debbano sempre – in ogni tempo – essere esclusi tutti gli altri culti?
Ricordiamo che la dottrina preconciliare indica come criterio per la restrizione dell’errore religioso il bene comune, altrimenti si dovrebbe affermare che esso è punibile dalla legge civile in quanto è errore religioso, non in quanto attenta al bene comune; ma il cattolicesimo non ha mai identificato legge divina e legge civile, a differenza dell’Islam, o della Ginevra calvinista (9). Il bene comune, cui è subordinata la repressione dell’errore, può benissimo richiedere misure diverse, in uno Stato a maggioranza cattolica del XIX secolo, e in uno Stato a maggioranza cattolica del XXI. La condanna della proposizione 77 non è dunque un principio valido universalmente, ma l’applicazione del principio di proteggere la verità restringendo per quanto possibile l’errore, esso sì, universalmente valido, quindi dottrinale.

IL DOVERE DELLA SOCIETA’ VERSO LA VERA RELIGIONE
Il Concilio si distanzia dall’ideale laicista quando afferma che lo stato deve favorire la vita religiosa dei cittadini. Però viene da chiedersi: quale religione? Lo stato ha degli obblighi verso una particolare religione? Il testo definitivo della Dignitatis Humanae dice espressamente che il Concilio “lascia intatta la dottrina tradizionale cattolica sul dovere dei singoli e delle società verso la vera religione e l’unica Chiesa di Cristo”. Dice il p. Harrison: “il Concilio non ha l’intenzione di sviluppare del tutto l’insegnamento anteriore o tradizionale dei papi del XIX secolo, ma di lasciarlo tale e quale – “intatto” – e di concentrare l’attenzione su questi diritti di tutt’altro ordine (…), i diritti della persona umana all’immunità dalla coercizione.”
Quanto all’eventuale riconoscimento sulla carta, della religione cattolica – su cui il Concilio non si esprime – esso non è un principio dottrinale, in quanto non universalmente applicabile: può ben darsi una comunità priva di leggi e costituzioni scritte (la consuetudine è una rispettabile forma di legge), che quindi non ratifichi sulla carta tale riconoscimento, e tuttavia viva e promuova, anche pubblicamente, la religione cattolica.
Resta un’ultima incertezza: tale dovere delle società è il principio fondamentale che regola le relazioni tra Chiesa e stato o è subordinato a qualcosa di ancor più indispensabile?. La Dignitatis Humanae afferma che tale principio fondamentale è la libertà d’azione della Chiesa: “la libertà della Chiesa è il principio fondamentale nelle relazioni fra la Chiesa e i poteri pubblici e tutto l’ordinamento giuridico della società civile” (n. 13). Leone XIII era dello stesso avviso, nella lettera Officio Sanctissimo, citata pressoché fedelmente nel paragrafo 13 della dichiarazione.

Fine della seconda ed ultima parte

NOTE:
(8) Pio XII, Ci Riesce: “l’affermazione: il traviamento religioso e morale deve essere sempre impedito, quando è possibile, perchè la sua tolleranza è in sè stessa immorale – non può valere nella sua incondizionata assolutezza.”
(9) Nel mondo cattolico la repressione dell’eresia non era dovuta all’eresia in sé, quanto alle sue conseguenze sul piano sociale; non a caso era un compito dell’autorità civile. All’inquisitore ecclesiastico spettava infatti distinguere tra l’errore religioso – roba da confessore – e l’eresia vera e propria – sovversiva sul piano civile.

Bibliografia:

- don Brian W. Harrison, Le développement de la doctrine catholique sur la liberté religieuse. Un précédent pour un changement vis-à-vis de la contraception?, ed. francese, Société Saint-Thomas-d’Aquin/Dominique Martin Morin, Chémerè-le-Roi/Grez-en-Bouère, 1988

- Dichiarazione Dignitatis Humanae: http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decl_19651207_dignitatis-humanae_it.html

APPENDICE: Benedetto XVI, Angelus del 4 dicembre 2005:

[...] La Vergine è Colei che resta in ascolto, pronta sempre a compiere la volontà del Signore, ed è esempio per il credente che vive nella ricerca di Dio. A questo tema, come pure al rapporto tra verità e libertà, il Concilio Vaticano II ha dedicato un’attenta riflessione. In particolare, i Padri Conciliari hanno approvato, proprio quarant’anni or sono, una Dichiarazione concernente la questione della libertà religiosa, cioè il diritto delle persone e delle comunità a poter ricercare la verità e professare liberamente la loro fede. Le prime parole che danno il titolo a tale Documento sono “dignitatis humanae”: la libertà religiosa deriva dalla singolare dignità dell’uomo che, fra tutte le creature di questa terra, è l’unica in grado di stabilire una relazione libera e consapevole con il suo Creatore. “A motivo della loro dignità – dice il Concilio – tutti gli uomini, in quanto sono persone, dotate di ragione e di libera volontà… sono spinti dalla loro stessa natura e tenuti per obbligo morale a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione” (DH, 2). Il Vaticano II riafferma così la dottrina tradizionale cattolica per cui l’uomo, in quanto creatura spirituale, può conoscere la verità e, quindi, ha il dovere e il diritto di cercarla (cfr ivi, 3). Posto questo fondamento, il Concilio insiste ampiamente sulla libertà religiosa, che dev’essere garantita sia ai singoli che alle comunità, nel rispetto delle legittime esigenze dell’ordine pubblico. E questo insegnamento conciliare, dopo quarant’anni, resta ancora di grande attualità. Infatti la libertà religiosa è ben lontana dall’essere ovunque effettivamente assicurata: in alcuni casi essa è negata per motivi religiosi o ideologici; altre volte, pur riconosciuta sulla carta, viene ostacolata nei fatti dal potere politico oppure, in maniera più subdola, dal predominio culturale dell’agnosticismo e del relativismo. [...]
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2005/documents/hf_ben-xvi_ang_20051204_it.html

Read Full Post »

Sergio IV

Esattamente mille anni: tanti sono gli anni che sono trascorsi dalla morte di papa Sergio IV, il quale si spegneva a Roma il 12 maggio dell’anno 1012. Ma chi era questo poco conosciuto Pontefice?
Si chiamava Pietro ed era nato nella Città Eterna, forse nella IX regione, quella della Pigna (la zona che, orientativamente, va da Piazza Venezia al Pantheon), probabilmente verso l’anno 970. Era figlio di un calzolaio di nome Pietro e di una donna di nome Stefania. Il figlio, invece, di cui qui trattiamo, fu soprannominato “Bucca Porci” (bocca di maiale).
Nel 1004 venne creato cardinale vescovo di Albano dal suo predecessore, il romano Giovanni XVIII (1003-1009). Alla morte di quest’ultimo, nel giugno del 1009, fu eletto Pontefice della Santa Chiesa Cattolica nello stesso anno e poi consacrato il 31 luglio. Fu uno dei primi Papi a cambiare il suo nome: volle infatti essere chiamato Sergio IV (e non Pietro II) per rispetto verso il Principe degli Apostoli. Dopo di lui, questa tradizione divenne sempre più comune.
Il suo pontificato fu breve (poco meno di tre anni) e ne possediamo scarse notizie. Era l’epoca in cui il patrizio Giovanni II Crescenzio dominava Roma e anche papa Sergio dovette probabilmente conviverci, in qualche modo.
Tenne comunque qualche rapporto con l’imperatore tedesco, Enrico II di Germania (1002-1024).
Nel corso del suo Pontificato nominò una decina di cardinali. Fece anche costruire in Laterano un monumento funebre per papa Silvestro II (999-1003).
Morì, come detto, il 12 maggio 1012 e fu sepolto nell’arcibasilica Lateranense, dove ancor oggi si trova un cenotafio con epitaffio in sua memoria. Lo riproduciamo qui di seguito:

QVISQVIS AD HEC TENDIS SVBLIMIA LIMINA LECTOR
ET CAPERIS TANTE NOBILITATE DOMVS
INTENTIS OCVLIS AVLE PERCVRRERE RARAS
DESINE MATERIAS ARTE IVVANTE MANVS
LVMINA CVM GRESSV PRVDENS ARGVTA COHERCENS
RESPICE SOLLICITVSQVIT VELIT HIC TITVLVS
HIC TVMVLATA IACENT PASTORIS MEMBRA SERENI
QVEM DEVS ECCLESIE CONTVLIT OMNIPOTENS
PAVPERIBVS PANIS NVDORVM VESTIS OPIMA
DOCTOR ET EGREGIVS QVI FVIT IN POPVLO
IVRA SACERDOTI LETAS DVM VIDIT ARISTAS
CETIBVS EQVAVIT NAVIGER ANGELICIS
ALBANVM REGIMEN LVSTRO VENERABILIS VNO
REXIT POST SVMMVM DVCITVR AD SOLIVM
IN QVO MVTATO PERMANSIT NOMINE PRESVL
SERGIVS EX PETRO SIC VOCITATVS ERAT
DOCTVS MENTE PIA IHV DIC PARCE REDEMTOR
VTQVE VICEM CAPIAS DIC DS HVNC HABEAS
Q. SEDIT ANI. II ET M. VIII ET DIE XII. OBIT M. MDI. DIE XII INDI. X
AN. DNICE INCARN. MILLESIMO TERTIO X.

(cfr. Antonio Sennis, Enciclopedia dei papi, vol. II, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000, p. 128)

Seguendo la traduzione di padre Thomas Buffer (cfr. Wendy Reardon, The deaths of the popes : comprehensive accounts, including funerals, burial places and epitaphs, Jefferson, McFarland & Co. Publishers, 2004, p. 80-81) la rendiamo così:

Chiunque giunga a quest’alta soglia con occhi attenti ed è sorpreso dalla nobiltà di questa grande casa, cessi di stupirsi dei rari tesori sapientemente modellati dalla mano dell’uomo e sia prudente. Tieni i tuoi passi entro le luci scintillanti e attentamente leggi ciò che questi versi desiderano dire. Qui giacciono tumulati i resti del sereno pastore che Dio Onnipotente diede alla Chiesa. Fu eccellente maestro per il popolo, poiché diede vesti a chi era nudo e pane ai poveri. Quando vide le abbondanti messi di grano, rese eguali i diritti dell’angelico sacerdote con quelli delle folle. Quest’uomo venerabile resse il timone d’Albano per un lustro e poi fu condotto al supremo soglio, nel quale rimase vescovo ma cambiò il suo nome. Così, prima era Pietro, poi fu chiamato Sergio. Tu che leggi, condotto qui da pio sentimento, dì “Perdona, Signore!” e, in modo che tu possa avere una positiva svolta di vita, dì “Prendi con te Sergio, o Dio!”. Regnò due anni, otto mesi e dodici giorni. Morì il 12 maggio, decima indizione, nell’anno 1012 dall’Incarnazioni di Nostro Signore.

Bibliografia:

Catholic Encyclopedia, New York, The Encyclopedia Press, 1907-1922
Dizionario illustrato dei Papi, Casale Monferrato, Piemme, 1989

http://www2.fiu.edu/~mirandas/bios1004.htm

http://www.treccani.it/enciclopedia/sergio-iv_(Enciclopedia-dei-Papi)

Read Full Post »

6 maggio 1312: si conclude, nella Francia meridionale, il quindicesimo Concilio Ecumenico della Chiesa Cattolica: il Concilio di Vienne.
Quest’assise conciliare, che era iniziata il 16 ottobre dell’anno precedente, è generalmente conosciuta per aver trattato la questione dei Templari. Tuttavia, essa non si è limitata a questo. Infatti, vennero presi numerosi provvedimenti disciplinari.
Tra questi, può essere interessante scoprire la condanna dei Padri conciliari contro quei chierici che infangavano – in modi diversi – il culto cristiano. Così si rimproverò, nella recita delle Ore canoniche, l’eccessiva velocità, l’abbreviazione delle preghiere, l’uso di inframezzare ad esse discorsi vani e profani. Alcuni avevano poca cura delle proprie vesti e della tonsura (cioè dei segni distintivi del loro stato) e si davano ad occupazioni profane, piuttosto che all’Opus Dei. Talvolta nelle chiese e nei cimiteri si avevano balli, canzoni e stranezze. C’era anche chi utilizzava paramenti , vesti e vasi sacri indecenti. Il Concilio condannò tutto questo e sollecitò una cura maggiore verso il culto divino (richiamo attuale, potremmo dire, come anche – almeno in senso traslato – l’elenco degli abusi appena proposto).
Nell’ambito dell’Inquisizione, si presero provvedimenti di regolamentazione, tra i quali segnaliamo il giuramento imposto ai custodi degli eretici, giuramento col quale essi si impegnavano ad usare ogni diligenza e sollecitudine verso i carcerati (espressamente si imponeva ai custodi di non sottrarre alcunché alle razioni dei detenuti): certo provvedimenti ben lontani dall’immagine stereotipata della “malvagia Inquisizione”. A tal riguardo, può essere utile segnalare un altro passaggio. Sentiamo cosa diceva il Concilio: “comandiamo al vescovo, all’inquisitore e a quegli altri che essi sceglieranno per tale ufficio, in virtù di santa obbedienza e sotto minaccia di eterna maledizione, di procedere contro i sospetti o gli accusati tanto discretamente e con tanta prontezza da non addossare ad alcuno, falsamente, con frode e malizia una macchia cosi grande [=eresia].” Insomma, non volontà di estirpare il male “a qualunque costo”, ma rettitudine nell’agire.
Da un punto di vista dottrinale, furono esaminate diverse questioni (cfr. DS 891-908): tra queste, si provvide a condannare gli errori dei Begardi e delle Beghine riguardo allo stato di perfezione (cfr. DS 891-899).
Il Concilio intervenne anche per  tentare di regolamentare la questione francescana, per evitare la frattura degli Spirituali.
Un altro provvedimento di una certa importanza fu la difesa, da parte dei Padri conciliari, della memoria di Bonifacio VIII (1294-1303), che era stata infangata con accuse infamanti.

Il luogo ove si tenne il Concilio a Vienne: la cattedrale di san Maurizio (© foto: Arnaud-Victor Monteux)

 

Read Full Post »

Correva l’anno del Signore 1512, quando la Chiesa Cattolica si accingeva a riunirsi nel diciottesimo Concilio Ecumenico della propria storia. Per la quinta volta esso veniva convocato nella chiesa madre e capo di tutte: la basilica del Laterano.
L’anno precedente era stato il papa regnante, Giulio II (1503-1513) a decretare l’inizio del Concilio (bolla Sacrosanctae  del 18 luglio 1511).
La prima sessione del Quinto Concilio Lateranense si tenne il 3 maggio 1512: esattamente cinquecento anni fa, quindi. Quel giorno un grande spettacolo si offrì agli occhi dei romani d’allora: quindici cardinali, due patriarchi, dieci arcivescovi, cinquantasei vescovi e poi abati e generali d’ordini si riunirono nell’Arcibasilica del Santissimo Salvatore.
I lavori si protrassero per cinque anni e cercarono soprattutto di reprimere le pulsioni gallicane che sorgevano nel regno di Francia. Inoltre, esso respinse la tesi per la quale l’immortalità dell’anima doveva essere creduta per sola fede e non poteva essere dimostrata razionalmente (sessio VIII, in DS 1440-1441). Tra le altre cose, poi, favorì e approvò anche l’istituto dei monti di pietà (sessio X, in DS 1442-1444) e ribadì ulteriormente la condanna del cosiddetto “conciliarismo” (sessio XI, in DS 1445).

Read Full Post »

Era la sera di martedì 2 maggio 1989, festa di sant’Atanasio, quando il cardinal Siri concludeva nella sua Genova il proprio pellegrinaggio terreno. Da circa un anno e mezzo aveva lasciato la guida dell’arcidiocesi di Genova nelle mani del suo successore, il card. Giovanni Canestri.

E’ stato, quello di Siri, un episcopato lungo, durato quarantuno anni (1946-1987): ma ciò che conta veramente fu la fecondità che promanò dalla sua attività di vescovo. Il seminario, per esempio, al quale il cardinale dedicava assidue cure: pur se anche a Genova si dovette fare i conti con la tremenda crisi che colpì il popolo cristiano a partire specialmente dagli anni Sessanta, nondimeno nella città della Lanterna il crollo vocazionale non ci fu: flessione certamente, ma non un calo abissale come altrove. E poi, se oggi si scruta il novero dei vescovi, come non notare che sono numerosi quelli da lui ordinati sacerdoti (card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova; card. Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero; card. Domenico Calcagno, presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; mons. Francesco Moraglia, patriarca di Venezia; mons. Luigi Ernesto Palletti, ausiliare di Genova; mons. Alberto Tanasini, vescovo di Chiavari; mons. Giacomo Barabino, vescovo emerito di Ventimiglia-Sanremo; mons. Martino Canessa, vescovo di Tortona; mons. Peter James Cullinane, vescovo emerito di Palmerston North; mons. Justin Bianchini, vescovo di Geraldton; mons. Marc Aillet, vescovo di Bayonne; mons. Antonio Guido Filipazzi, nunzio in Indonesia), senza contare il Maestro delle Cerimonie Liturgiche pontificie, mons. Guido Marini?

Ma i meriti maggiori del cardinal Siri furono forse nel campo della cosiddetta “ermeneutica della continuità”. Quando nella Chiesa sembrava spadroneggiare la rottura, il rifiuto aprioristico del passato e persino – quod Deus avertat! – l’adesione (speriamo involontaria e inconsapevole) all’errore e all’eresia, egli seppe resistere a tutto ciò e si organizzò attivamente (per esempio con la rivista Renovatio o accogliendo seminaristi in cerca di una formazione più tradizionale) per far trionfare la continuità: la Chiesa è sempre la stessa, ieri, oggi e sempre. Per questo fu attaccato, villipeso, calunniato, emarginato: ma veramente Qui seminant in lacrimis, in exsultatione metent (chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia)(Sal 125,5): perché ciò che l’Em.mo Siri ebbe il coraggio di promuovere tra le fatiche e le difficoltà, sembra oggi essere divenuto – come dicevamo prima – un albero tra i più rigogliosi della Santa Chiesa Cattolica.

Morì il 2 maggio, giorno in cui la Madre Chiesa (in entrambe le forme del rito romano) festeggia sant’Atanasio (+ 373), vescovo di Alessandria, Padre e Dottore della Chiesa. Ecco, indubbiamente il cardinal Siri volle seguire le orme di quel grande santo, che difese la sana dottrina in tempi di tempesta contro l’eresia ariana. Anche il presule genovese visse buona parte della sua vita in un’età di grave crisi e come Atanasio volle difendere il dogma cattolico, a costo di subire persecuzioni.

Morì la sera di un martedì, giorno in cui la Madre Chiesa tradizionalmente venera i santi Angeli. Uno dei canti tradizionali (l’Alleluia nella forma straordinaria, l’antifona di Comunione per quella ordinaria) per quest’occasione afferma: In conspéctu Angelórum psallam tibi (davanti agli Angeli Ti loderò, Dio mio)(Sal 137,1). La speranza del nostro cuore è che proprio questo sia il destino eterno del cardinal Siri: cantare la lode all’Altissimo, tra il coro degli angeli, dei santi e dei beati, nella pace della Santa Gerusalemme celeste.

Read Full Post »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 65 follower