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Archive for settembre 2011

Biformalismo? Sì, grazie!

Dopo che il Santo Padre Benedetto XVI ha emanato nel 2007 un provvedimento fondamentale per la liturgia della Chiesa Cattolica, cioè il Motu Proprio Summorum Pontificum, è prepotentemente salita alla ribalta una questione di non poco conto: quella del cosiddetto biritualismo. Con questo termine si è soliti indicare la celebrazione di entrambe le forme del rito romano: quella ordinaria e quella extra-ordinaria. In realtà, pare più corretto utilizzare il termine biformalismo, poiché la liturgia del servo di Dio Paolo VI e quella di san Pio V (utilizziamo queste denominazioni come sinonimi comunemente accettati, ma consapevoli che non sono del tutto corrette) sono due forme dell’unico rito romano (cfr. Summorum Pontificum, art. 1; Universæ Ecclesiæ, 6), non due riti distinti. Questo non è una mera precisazione terminologica, ma un’indicazione profonda ed importante, che ricorda l’intima unità che collega – volenti o nolenti – questi due usi della lex orandi della Santa Chiesa Cattolica.

Da quando la forma celebrativa straordinaria è stata “liberalizzata” dal regnante Sommo Pontefice, non pochi sacerdoti hanno potuto attingere alle straordinarie ricchezze della Messa tridentina, senza per questo smettere di celebrare col Messale di papa Montini.

Tuttavia, da alcuni settori della Chiesa (nonché da altri, vicini al sedevacantismo – in potenza o in atto) si è levata qualche voce in disaccordo. A detta di costoro, solo la forma straordinaria meriterebbe davvero d’essere celebrata: quella ordinaria sarebbe ambigua, pericolosa, addirittura capace di condurre all’eresia. Di conseguenza, il biformalismo diventerebbe un pericoloso veicolo di trasmissione, quasi capace d’infettare la Messa gregoriana coi presunti, nocivi bacilli del Messale paolino…

Ora, questa posizione non può in alcun modo essere accettata.

In primo luogo, essa si pone contro l’espressa volontà della Sede Apostolica. Nella celebre Lettera accompagnatoria del Summorum Pontificum, infatti, il Santo Padre ha affermato che uno degli obiettivi del provvedimento è “una riconciliazione interna nel seno della Chiesa” (cfr. anche Universæ Ecclesiæ, 8, c). Ed egli non si riferisce ad una riappacificazione con la sola Fraternità San Pio X, ma anche con tutta quella parte della Chiesa Cattolica che, senza essersi mai ribellata, ha nondimeno chiesto – e finalmente ottenuto – di poter attingere ad una fonte di santità – qual’è la forma straordinaria – cui si sente particolarmente legata e dalla quale ricava abbondanti frutti spirituali (cfr. Universæ Ecclesiæ, 5). In quest’ottica, continua il Santo Padre, non essendoci “nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum”, le due forme del Rito romano “possono arricchirsi a vicenda”. Non si parla di un mero scambio, ma di arricchimento: è evidente l’accezione positiva. Significa che ogni uso ha degli aspetti positivi che possono essere utili all’altro. Poco dopo, il Sommo Pontefice con estrema e limpida chiarezza afferma che “per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione totale dello stesso.” Questa frase demolisce sul nascere qualsiasi volontà di rifiutare il biformalismo. Esso, insegna il successore di san Pietro, ha valore ed è santo. Quindi, in linea di principio, non è assolutamente possibile escludere, per coloro che celebrano la forma straordinaria, di tenere liturgie anche in quella ordinaria. Questo non esclude che alcuni possano, nella pratica, rivolgersi ad una sola forma celebrativa (per esempio, perché la ritengono maggiormente efficace ai fini di santificazione, o per ragioni di opportunità pastorale). E’ però escluso, come invece avviene nei casi cui facevamo sopra riferimento, il rifiuto in linea di principio al biformalismo.

D’altronde, bisogna riconoscere che coloro che rifiutano di celebrare nell’uso ordinaria lo fanno per ragioni che il Santo Padre esplicitamente disconosce. Essi, infatti, non accettano che il Messale paolino abbia valore e sia santo. Nella maggior parte dei casi ne affermano la validità intrinseca; ma non di rado ne negano l’efficacia, la santità, la legittimità.

Non c’addentriamo, qui, in questioni teologico-storico-liturgiche che riguardano questi aspetti: in merito, per chi volesse, segnaliamo il lavoro del Rev.do don Pietro Cantoni, Novus Ordo Missæ e Fede Cattolica, Genova, Quadrivium, 1988, disponibile anche online all’indirizzo http://www.opusmariae.it/libro_novusordo.pdf (il quale, dopo adeguata indagine, giunge alla conclusione che “il rito è sostanzialmente cattolico” – pagina 132 – e che “ Non si può legittimamente mettere in dubbio che si tratti di un rito cattolico ” – pagina 133).

Questa, del resto, è evidentemente ciò che propone la Chiesa Cattolica: i Sommi Pontefici – nessuno escluso – e la totalità morale dei vescovi chiaramente non rifiutano efficacia, santità e legittimità della forma ordinaria. E’ anzi stupefacente, per chi conosca un poco la storia della Santa Chiesa, questo grande consenso, che – dovranno ammetterlo anche gli irriducibili avversari del Messale paolino – viene rotto da voci alquanto isolate.

Ma il biformalismo non solo è legittimo – diremmo di più: anche auspicabile – ma è anche estremamente opportuno da un punto di vista pastorale.

Qualcuno potrà forse storcere il naso di fronte a questo richiamo: talmente tante idee bizzarre – quando non erronee o persino, temiamo, eretiche – sono state propinate a fedeli e clero in nome della “pastoralità”, che da un certo punto di vista è comprensibile una certa diffidenza verso questo termine. Non bisogna però dimenticare che da sempre la Chiesa ha manifestato attenzione a quest’aspetto: basti pensare a quante volte nei documenti emanati prima del Concilio Vaticano II ricorrano espressione come “pastoralis sollicitudo” o similari. Anche qui, come in altri casi, vale l’antico detto: Abusus non tollit usum.

E quindi, chiarito questo, è chiaro che, alla luce dei principi teorici sopra esposti, la sollecitudine pastorale viene efficacemente soddisfatta dal biformalismo. Nessuno può infatti negare che gran parte delle liturgie della Chiesa Cattolica siano tenute nella forma ordinaria. E’ dunque ben ragionevole che essa, arricchita dallo scambio con la forma extra-ordinaria, è (e auspichiamo sarà, sempre di più, in futuro) il veicolo principale attraverso il quale istruire il popolo cattolico. L’alternativa proposta – cioè tornare subito, tout court, alla Messa tridentina – pare veramente scarsamente praticabile. Sarebbe altamente prevedibile, infatti, che un simile cambiamento porterebbe ad una massiccia confusione e spaesamento tra i fedeli. E questa prospettiva pare veramente percorribile solo nel caso si ammetta che la forma ordinaria è dannosa: la qual cosa, come abbiamo detto sopra, è davvero da rigettarsi. Di conseguenza, poiché anche il Messale paolino è vero rito cattolico, il suo ripudio non sembra davvero giustificato, ai fini di una corretta pastorale. Il biformalismo, invece, grazie ad un percorso più graduale e ad una connotazione attenta alle difficoltà dei fedeli, pare molto più indicato al fine di recuperare appieno una liturgia cattolica che sia ovunque sana e santificante.

(© M.Mazur/www.thepapalvisit.org.uk)

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Dalle messe “talk-show”, alle chitarre in chiesa, per arrivare a  tabernacoli e crocifissi relegati in un angolo, balaustre e altari demoliti, tavolini al posto dell’altare “vero” pur di celebrare verso il popolo, liturgia incentrata sul celebrante-attore, comunione sulle mani, proibizione di inginocchiarsi, cartelloni colorati, testimonianze-omelie di laici durante la messa: queste e tante altre novità sono state introdotte proprio “in nome del Concilio”. Ok, ma non è chiaro a quale concilio si riferiscano, dal momento che il Concilio Ecumenico Vaticano II non parla di tutte queste cose. Anzi, rileggendo la Costituzione conciliare “Sacrosantum Concilium” emergono alcuni orientamenti dei padri conciliari, che invece i nostri parroci sembrano aver dimenticato “in nome del Concilio” – il quale però diceva:

36.1L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini.

36.2 Dato però che, sia nella messa che nell’amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l’uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia, specialmente nelle letture e nelle ammonizioni, in alcune preghiere e canti, secondo le norme fissate per i singoli casi nei capitoli seguenti.

116. La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30.

Insomma la “Messa del Concilio” sarebbe più o meno questa:

Quella nel video è la stessa messa “riformata” che troviamo in tutte le chiese, lo stesso messale che usa il nostro parroco. Con la differenza di essere perfettamente aderente allo “spirito del Concilio” (quello vero…)

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