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Archive for agosto 2011

Benedetto e la bellezza

- Stefano Chiappalone – 

Ubi Benedictus ibi pulchritudo, verrebbe da dire ogniqualvolta ci si ritrovi, con stupore, in qualcuna di quelle vere e proprie oasi di bellezza scaturite dalla persona o dal carisma di san Benedetto da Norcia. Nelle grandi e celebri abbazie o nei piccoli e sconosciuti eremi si respira intatta la medesima scia di pace e di bellezza, di fusione tra la creazione divina e le opere umane, al punto da chiedersi – forse un po’ ingenuamente – se ci sia una “ricetta” particolare, se Benedetto abbia lasciato particolari direttive in proposito. Tuttavia compulsando la Regola benedettina alla ricerca del segreto si rischia di restare delusi: il termine “bellezza” non ricorre neanche una volta. Per il semplice motivo che non ce n’era bisogno: il segreto dei monaci è la loro stessa vita, poiché essi si dissetano costantemente alla fonte della bellezza.

La liturgia e la festa

Quella dei monaci è infatti una vita essenzialmente liturgica (nihil Operi Dei praeponatur, Regola, cap. XLIII), simile a quella degli angeli: non solo perché pregano incessantemente ma perché lo fanno disinteressatamente. “Essi pregano innanzitutto non per questa o quell’altra cosa, ma semplicemente perché Dio merita di essere adorato. […] È il “servizio” per eccellenza, il “servizio sacro” dei monaci. Esso è offerto al Dio trinitario che, al di sopra di tutto, è degno “di ricevere la gloria, l’onore e la potenza” (Ap 4,11), perché ha creato il mondo in modo meraviglioso e in modo ancora più meraviglioso l’ha rinnovato. ” (Benedetto XVI) Di conseguenza, perennemente immersi nella Trinità, essi ne escono trasfigurati – diventano “Geistliche (cioè persone spirituali)”  – e non possono fare a meno di trasfigurare tutte le loro attività. Inconsapevolmente essi “ornano” il mondo, perché la loro vita è essenzialmente festiva proprio nella misura in cui è impregnata di liturgia. Il filosofo tedesco Josef Pieper ci aiuta a cogliere più approfonditamente il legame tra festa e culto in un saggio intitolatoSintonia con il mondo. Pieper ci spiega che la “vera” festa, ciò che comunemente definiamo come “una bella giornata”, più che nell’attivismo si situa al livello della contemplazione, dell’ammirazione; ma questo è possibile solo se si riesce a gettare lo sguardo sul fondamento del mondo, per scoprirne quell’originaria ed essenziale bontà che, malgrado il male presente, resta intatta e irrevocabile. Qualunque sia il motivo contingente, “per rallegrarsi di qualcosa si deve approvare tutto” (Friedrich Nietzsche, cit. da Pieper). Non stupisce quindi che Pieper definisca il culto come il nucleo, anzi “la forma più festiva della festa”, poiché alla radice del culto vi è il consenso verso il mondo intero: “È di fatto “un illimitato dire di sì e amen”. Ogni preghiera si conclude con queste parole, così va bene, così dev’essere, cosia sia, ainsi soit-il. Ugualmente si deve supporre che si sentirà risuonare il canto di lode dell’Alleluja. Anche il culto celeste delle visioni apocalittiche è un’unica acclamazione composta da ripetute esclamazioni come ‘lode’, ‘esaltazione’, ‘onore’, ‘ringraziamento’”, e lo stesso termineeucaristia significa “azione di grazie”. Non a caso la Pasqua e quindi la domenica è la festa fondamentale del cristianesimo, è il primo e l’ultimo giorno, beneficium creationis  – “era cosa molto buona” (Gn 1,31)- e imago venturi saeculi: dietro ogni liturgia cristiana, irradiazione della Pasqua, c’è la festa eterna della creazione e della ri-creazione, che si svolge al di là del tempo.

Lo sguardo su Dio

Benedetto XVI, in visita all’abbazia di Heiligenkreuz, identifica la vera “ricetta” della bellezza monastica in quel “non si anteponga nulla all’opera di Dio” (cioè all’ufficio divino), che Benedetto raccomanda ai suoi monaci, ricordando loro che la partecipazione interiore all’ufficio divino consiste nel considerare “come bisogna comportarsi alla presenza di Dio e dei suoi Angeli”(Regola XIX): “La bellezza di una tale disposizione interiore si esprimerà nella bellezza della liturgia al punto che là dove insieme cantiamo, lodiamo, esaltiamo ed adoriamo Dio, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo. Non è davvero temerario se in una liturgia totalmente centrata su Dio, nei riti e nei canti, si vede un’immagine dell’eternità. Altrimenti, come avrebbero potuto i nostri antenati centinaia di anni fa costruire un edificio sacro così solenne come questo? Già la sola architettura qui attrae in alto i nostri sensi verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (cfr 1 Cor 2, 9). Non solo negli edifici sacri, poiché “in tutti i secoli i monaci, partendo dal loro sguardo rivolto a Dio, hanno reso la terra vivibile e bella. La salvaguardia e il risanamento della creazione provenivano proprio dal loro guardare a Dio”. E poichébonum – ma anche pulchrum­ – diffusivum sui, dall’ora al labora, dagli altari ai campi, alle città, ai paesaggi, a partire da quell’unico sguardo (Ct 4,9) centrato su Dio è scaturita a raggiera, come un gigantesco ostensorio, un’intera civiltà plasmata anche visivamente dalla bellezza della liturgia. L’esempio dell’Austria, definita dal Papa Klösterreich – nel duplice senso di “regno di monasteri” e “ricca di monasteri” – vale per qualsiasi luogo fecondato dai figli di san Benedetto, dove persino l’ateo più accanito troverà ristoro per gli occhi e quindi per il cuore.

Bellezza e ordine

La vita liturgica dei monaci ci permette di scoprire anche un’altra dimensione della bellezza e della pace che ne deriva: l’ordine. Un monaco benedettino, Francois Cassingena Trevedy, nel suo saggio suLa bellezza della liturgia, mette in evidenza la connessione etimologica tra ornare e ordinare. La liturgia – che, ribadiamo, impregna tutta la vita, anzi tutto l’essere del monaco – mette ordine, tra le altre cose, anche nel tempo e, nello spazio, in vista del ripristino di quell’ordine primordiale, a cui ogni uomo tende naturalmente poiché è la cifra che lo stesso Creatore ha iscritto nella creazione, e che si manifesterà compiutamente dopo la risurrezione: il mondo dei risorti sarà un mondo ordinato intorno a Cristo per celebrare una liturgia eterna.  La liturgia ordina innanzitutto il tempo, se ne appropria per riempirlo di significato, riproponendo attraverso i vari cicli – da quello diurno della liturgia delle ore a quello annuale incentrato sulla Pasqua, sul Natale e sulle feste dei santi – il mistero multiforme di Cristo che essa inculca sempre più profondamente in noi mediante un movimento a spirale. La liturgia si appropria e instaura un nuovo ordine anche nello spazio e nelle realtà materiali e chiama a raccolta e porta a compimento tutta la creazione: niente in essa ha una funzione puramente decorativa, anzi tutti gli elementi (pane, vino, acqua, fuoco, ecc.) del mondo diventano addirittura co-liturghi  – così come l’architetto Gaudì “introdusse dentro l’edificio sacro [della Sagrada Familia] pietre, alberi e vita umana, affinché tutta la creazione convergesse nella lode divina” (Benedetto XVI).

La nuova creazione

La sintonia col mondo, il ripristino dell’ordine originario è particolarmente evidente nei cosiddetti “salmi cosmici” che concludono le lodi chiamando a raccolta tutti gli elementi della creazione – stelle, acque, nevi, venti, pesci, uccelli, greggi, uomini – affinché tutti “laudent nomen Domini”. Quest’ordine non può che scaturire da un cuore “ordinato” e guarire le ferite degli altri cuori, contagiandoli con la nostalgia del tempo in cui “ il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato” (Gn 2,8). Infatti, grazie alla liturgia, i monaci vivono allo stesso tempo nell’Eden e nella Gerusalemme celeste. Senza dimenticare la terra, al contrario, irradiando anche visibilmente su di essa lo splendore del Paradiso.

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Sacerdoti: siate obbedienti!

[…] aprite la vostra anima alla luce del Signore per vedere se questo cammino, che richiede audacia e autenticità, è il vostro, avanzando fino al sacerdozio solo se sarete fermamente persuasi che Dio vi chiama ad essere suoi ministri e fermamente decisi ad esercitarlo obbedendo alle disposizioni della Chiesa. (Sua Santità Benedetto XVI, Omelia del 20 agosto 2011)

[…] nessuno è realmente capace di pascere il gregge di Cristo, se non vive una profonda e reale obbedienza a Cristo e alla Chiesa, e la stessa docilità del Popolo ai suoi sacerdoti dipende dalla docilità dei sacerdoti verso Cristo […] (Sua Santità Benedetto XVI, Udienza generale del 26 maggio 2010)

A ben riflettere, l’obbedienza a cui egli [il sacerdote, ndr] si è impegnato nel giorno dell’Ordinazione, e la cui promessa è invitato a ribadire nella Messa crismale, prende luce da questo rapporto con l’Eucaristia. Obbedendo per amore, rinunciando magari a legittimi spazi di libertà quando si tratta di aderire all’autorevole discernimento dei Vescovi, il sacerdote attua nella propria carne quel « prendete e mangiate » con cui Cristo, nell’Ultima Cena, affidò se stesso alla Chiesa. (Beato Giovanni Paolo II, Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo 2005, 13 marzo 2005)

[…] i seminaristi devono perciò ricevere una formazione che li abitui a questa disposizione di obbedienza verso l’autorità. Si tratta di un’obbedienza animata dalla fede, che nelle decisioni dell’autorità riconosce la volontà divina: un’obbedienza che non si realizza senza certi sacrifici, ma che cooperano alla fecondità del ministero sacerdotale, e soprattutto associano il sacerdote all’obbedienza, che ha caratterizzato il sacrificio della croce, e ai frutti di questo sacrificio. (Beato Giovanni Paolo II, Angelus del 22 luglio 1990)

[…] il ministero sacerdotale, dato che è il ministero della Chiesa stessa, non può essere realizzato se non nella comunione gerarchica di tutto il corpo. La carità pastorale esige pertanto che i presbiteri, lavorando in questa comunione, con l’obbedienza facciano dono della propria volontà nel servizio di Dio e dei fratelli, ricevendo e mettendo in pratica con spirito di fede le prescrizioni e i consigli del sommo Pontefice, del loro vescovo e degli altri superiori […] (Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto “Presbyterorum Ordinis”, 7 dicembre 1965)

Cioè siate sicuri che l’obbedienza, quale dovrà fiorire in ogni settore della Chiesa di Dio, non sarà né superfluo o superbo sfoggio d’autorità, non sarà né illogica, né umiliante; non sarà imposta da un comando dispotico e irresponsabile, ovvero; come oggi si va dicendo, costantiniano o feudale; ma deriverà con sempre maggiore evidenza da una potestà voluta e derivata da Dio, buona e forte, per la trasmissione dei suoi insegnamenti e per la edificazione della comunità ecclesiale, per l’esercizio tanto provvido e complesso della carità pastorale, per la liberazione delle anime dai loro dubbi e dalle loro debolezze, per l’elevazione dei figli di Dio alla coscienza della loro dignità e all’esercizio delle loro rispettive responsabilità, per la santificazione comune, di chi dirige, di chi obbedisce, di chi osserva la soavità e la fortezza del costume cattolico. (Servo di Dio Paolo VI, Discorso ai parroci e ai predicatori quaresimalisti di Roma, 1° marzo 1965)

Ci piace proporre come esempio ai sacerdoti questa rigida obbedienza [del santo Curato d'Ars, ndr], nella fiducia che essi ne comprenderanno tutta la grandezza e ne acquisteranno il gusto spirituale. […] Sacerdoti di Gesù Cristo, siamo immersi nel braciere che il fuoco dello Spirito Santo vivifica; abbiamo ricevuto tutto dalla Chiesa; operiamo in suo nome e in virtù dei poteri da essa conferitici: amiamo servirla nei vincoli dell’unità e nella maniera in cui vuole essere servita. (Beato Giovanni XXIII, Enciclica “Sacerdotii Nostri Primordia“, 1° agosto 1959)

In un’età come la nostra, in cui il principio d’autorità è gravemente scosso, è assolutamente necessario che il Sacerdote, saldo nei principii della fede, consideri e accetti l’autorità non solo come baluardo dell’ordine sociale e religioso, ma anche come fondamento della sua stessa santificazione personale. Mentre i nemici di Dio, con criminosa astuzia, si sforzano di sobillare e solleticare le smoderate bramosie di qualcuno, per indurlo ad erigersi contro la Santa Madre Chiesa, Noi desideriamo dare la dovuta lode e sostenere con paterno animo quella larga schiera di Ministri di Dio, che per dimostrare apertamente la loro cristiana obbedienza e conservare intatta la propria fedeltà a Gesù ed alla legittima autorità da lui stabilita, ” sono stati trovati degni di soffrire contumelie per il nome di Cristo ” (At 5, 41), e non solo contumelie, ma persecuzioni e carceri e morte. (Venerabile Pio XII, Esortazione “Menti Nostræ”, 23 settembre 1950)

[…] questa stessa condizione del sacerdozio cattolico come di milizia agile e valorosa, ne viene la necessità di uno spirito di disciplina, o diciamo con parola più profondamente cristiana, la necessità dell’obbedienza: di quella obbedienza, che bellamente lega tutti i vari gradi della Gerarchia ecclesiatica […] il divino Sommo Sacerdote volle che in modo tutto singolare ci fosse manifesta la sua perfettissima obbedienza all’Eterno Padre […] volendo con ciò dimostrare come anche lo zelo più ardente debba sempre essere pienamente sottomesso alla volontà del Padre, cioè sempre regolato dall’obbedienza a chi per noi tiene le veci del Padre e ci trasmette i suoi voleri, ossia ai legittimi Superiori gerarchici. (Papa Pio XI, Enciclica “Ad Catholici Sacerdotii”, 20 dicembre 1935)

come infatti il Romano Pontefice è il sommo Maestro della Chiesa universale, così i Vescovi sono i reggitori delle singole chiese; ad essi dunque tutti i fedeli, e soprattutto i sacerdoti, devono ascolto e obbedienza. (Papa Benedetto XV, Epistola “Cum semper, ut ipsi”, 10 febbraio 1921)

[scrivendo ai vescovi] Esigete severamente dai sacerdoti e dai chierici quella obbedienza che, se per tutti i fedeli è assolutamente obbligatoria, pei sacerdoti costituisce parte precipua del loro sacro dovere. […] Il sacerdozio, istituito da Gesù Cristo per la salvezza eterna delle anime, non è per fermo un mestiere od un uffizio umano qualsiasi, al quale ognun che lo voglia e per qualunque ragione abbia diritto di liberamente dedicarsi. Promuovano adunque i Vescovi, non secondo le brame o le pretese di chi aspira, ma come prescrive il Tridentino, secondo la necessità delle diocesi; e nel promuovere in tal guisa, potranno scegliere solamente coloro che sono veramente idonei, rimandando quelli che mostrassero inclinazioni contrarie alla vocazione sacerdotale, precipua tra esse la indisciplinatezza e ciò che la genera, l’orgoglio della mente. (San Pio X, Enciclica “Pieni l’animo”, 28 luglio 1906)

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L’Apocalisse a Norcia

Di passaggio a Norcia due giorni fa abbiamo avuto la grazia di vedere uomini “di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello” (Apocalisse 7,9). Erano i monaci della basilica di S.Benedetto e cantavano una delle più belle messe “vetus” cui ci sia mai stato dato di assistere. Sul loro blog c’è un file audio (purtroppo solo audio) della celebrazione in onore di S.Alfonso Maria de’ Liguori – che nel calendario “extraordinario” ricorre il 2 agosto. Ora abbiamo un’idea di ciò che ci attende in Paradiso…

Nel tetro e soffocante edificio del mondo, il chiostro è lo spazio aperto al sole e all’aria

(Nicolás Gómez Dávila)

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