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Archive for giugno 2011

Durante il periodo del cosiddetto “illuminismo” settecentesco, numerosi governi europei, ripudiando e rinunciando alle lunghe tradizioni che li volevano sostanziali sostenitori della Chiesa Cattolica e dei diritti della stessa, cambiarono la propria linea politica e cominciarono a mettere seriamente in discussione la libertas Ecclesiae. Alcune decisioni di questo tipo vennero adottate anche dallo Stato francese, suscitando la sconcertata reazione di Clemente XIII (1) il quale, tra gli altri provvedimenti, pubblicò pure l’enciclica Quam Graviter il 25 giugno 1766. 245 anni sono trascorsi da allora, ma riteniamo essa possa ancora essere riletta fruttuosamente – pur tenendo in debito conto il contesto in cui fu prodotta.

Eccone un paio di passaggi con un breve commento (traduzione da qui: http://www.totustuustools.net/magistero/c13quamg.htm):

Che sarà in seguito del divino potere della Chiesa se, quando le occorrerà praticare e valersi del suo diritto, e vorrà richiamare i fedeli all’obbedienza, dovrà soggiacere totalmente al cenno della laica potestà e non potrà esigere dai fedeli obbedienza maggiore di quella che torna a vantaggio del potere secolare?

É chiaro il richiamo del Papa alla libertà della Chiesa, che le proviene direttamente dal Suo divino fondatore. Il Concilio Vaticano II ha richiamato questa dottrina affermando che “La libertà della Chiesa è principio fondamentale nelle relazioni fra la Chiesa e i poteri pubblici e tutto l’ordinamento giuridico della società Civile.” (2)

Quale linea di demarcazione stabiliremo, al fine di riconoscere i limiti di entrambi i poteri, se è nelle mani e nell’arbitrio del potere laico la facoltà di annullare qualunque decreto della Chiesa circa la Fede o la disciplina o le norme di comportamento?

Qui papa Rezzonico riconosce che il potere spirituale e quello temporale hanno dei limiti che sono loro propri e deplora, di conseguenza, le indebite ingerenze laiche negli affari interni della Chiesa. San Pio X nel 1913 ribadiva che “La Chiesa ha la missione di governare le anime e di amministrare i Sacramenti; e quindi, come nessun altro per nessun motivo può pretendere di penetrare nel Santuario, essa ha il dovere d’insorgere contro chiunque con arbitrarie ingerenze o ingiuste usurpazioni pretenda di invadere il suo campo” (3) e il Vaticano II affermava che “Nella società umana e dinanzi a qualsivoglia pubblico potere, la Chiesa rivendica a sé la libertà come autorità spirituale, fondata da Cristo Signore, alla quale per mandato divino incombe l’obbligo di andare nel mondo universo a predicare il Vangelo ad ogni creatura . Parimenti, la Chiesa rivendica a sé la libertà in quanto è una comunità di esseri umani che hanno il diritto di vivere nella società civile secondo i precetti della fede cristiana.” (4).

(1) Al secolo Carlo Rezzonico. Nato a Venezia nel 1693, vescovo di Padova, poi cardinale e infine Sommo Pontefice (dal 1758 sino alla morte nel 1769).

(2) Cfr. Dignitatis Humanæ, 13.

(3) Cfr. Discorso ai fedeli convenuti a Roma in occasione del XVI centenario della promulgazione dell’Editto di Costantino, 23 febbraio 1913.

(4) Cfr. Dignitatis Humanæ, 13.

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Il cardinal Siri ed il Vaticano II

Cardinal Giuseppe SiriPresentiamo alcuni pensieri del cardinal Giuseppe Siri (1906-1989) riguardo al Concilio Vaticano II (grassetto nostro).

“Nel Concilio ho visto agitarsi tutta l’umanità con quanto essa porta con sé; ma ho sentito altrettanto e meglio l’azione dello Spirito Santo, che ha veramente e palesemente deciso.” (1966)

Il Concilio ha rinfrescata la verità che la Chiesa non è solamente occidentale e può marciare attraverso tutti i casi umani e tutte le culture, per una intrinseca immutabile solidità, che consente gli ad adattamenti estrinseci e contingenti. Quanto all’umanità, ritengo che il Concilio abbia compiuto il massimo di quanto avvenuto nella sua storia per la unità del genere umano.” (1966)

La bufera che si scatenò attorno al Concilio non fu voluta da papa Giovanni, che ne soffrì profondamente; ne sono personale testimone.” (Da Renovatio, VI (1970), fasc. 4)

Sempre ho insegnato e predicato che l’edizione tipica, ufficiale di quei decreti va letta in ginocchio. Pochi hanno difeso il Concilio come me. Ciò che ho sempre combattuto sono semmai gli stravolgimenti del Vaticano II. Così, nell’indice ufficiale dei concetti non troverà mai la voce “pluralismo teologico” che pure è uno dei cavalli di battaglia di chi si appella al Concilio” (intervista a Jesus del gennaio 1983)

Il Concilio è stato usato per tanti scopi che erano al di là del suo testo e della sua verità. Rimettere al suo posto il Concilio – che è obbedire al Concilio, e non servirsene per il proprio modo di vedere e di fare – è cosa che deve essere messa nelle mani del Cielo, perché in terra è troppo difficile.” (Intervista a l’Osservatore Romano del 14-15 ottobre 1985, p. 6)

“Quando è iniziato il Concilio ero membro della commissione cardinalizia per gli Affari straordinari, definita da Papa Giovanni “la testa del Concilio”. Durò solo per la prima sessione e fu soppressa da Paolo VI che diede via all’attività di venti cardinali: i dodici componenti il Consiglio di presidenza del Concilio (di cui feci parte anch’io), i quattro moderatori del Concilio stesso e i quattro coordinatori. Questi venti cardinali rappresentavano il nerbo del Concilio, perché le grandi questioni, i grandi dibattiti, le grandi risoluzioni furono prese in questa commissione che si riuniva quasi tutte le settimane. Chi non conosce i verbali di questo Consiglio credo che non possa scrivere la vera storia del Concilio.” (1985)

In occasione di alcune conferenze che tenne a Cannes nel ‘69 lei lanciò una pesantissima accusa: denunciò l’esistenza di una “controimpostazione” del Concilio…
SIRI: Come ha avuto i testi delle due conferenze?
Sono stati pubblicati recentemente nel primo volume delle sue opere.
SIRI: Quelle conferenze non avrebbero dovuto essere divulgate. Erano però tra i miei dattiloscritti. Quando mi chiesero di pubblicare i miei studi sul Concilio, tra gli altri vi erano anche quelli. Io non mi curo delle pubblicazioni, i miei libri neanche li rileggo. Non posso far altro comunque che confermare quanto dissi.
Un gruppo molto potente – lei disse – si era organizzato in…
SIRI: Sì. Si riunì, in un modo non del tutto legittimo, in una certa parte d’Europa. La prova evidente la ebbi quando si dovettero eleggere i due terzi dei membri delle commissioni.
Vuol forse dire che l’elezione dei membri nelle commissioni fu “guidata” da tale gruppo?
SIRI: Sì, ne sono certo. E stata orchestrata da loro, scegliendo in tutto il mondo quelli che più si conformavano ad un certo indirizzo e escludendone gli altri. Io presentai allora una lista alternativa definita “cattolica” perché i membri dovevano essere eletti in numero proporzionale al numero dei cattolici esistenti nei rispettivi paesi. Ma loro la fecero bocciare.
Sono accuse di non poco conto. Ne parlò con Giovanni XXIII?
SIRI: Sì, anche lui si rese conto del pericolo costituito da tale gruppo; in una lunga udienza mi disse chiaramente che non era «affatto contento del Concilio».
Quali erano secondo lei i fini specifici di questo gruppo?
SIRI: Forse avvicinare la Chiesa ai protestanti e rendere in tal modo più facile il loro ritorno. Ma può darsi che li stia giustificando troppo.
Lo definisce un gruppo di “controimpostazione conciliare”. L’aggettivo “contro” che valenza ha? Era “contro” l’impostazione voluta da Giovanni XXIII, “contro” il Magistero tradizionale della Chiesa cattolica o, più semplicemente, “contro” una visione tradizionalista della Chiesa che in Concilio ebbe i suoi leaders oltre che in lei nei cardinali Ruffini e Ottaviani?
SIRI: Contro l’impostazione voluta da Giovanni XXIII. Certo. Contro il Magistero tradizionale della Chiesa. Sicuro. Si formò tra noi un gruppo? Loro erano una corrente, la quale provocò necessariamente una controcorrente.
Il teologo Schillebeeckx ha affermato in un’intervista al settimanale spagnolo Vida Nueva che l’orientamento di cui lei fece parte era minoritario, ma riuscì ad influenzare il Concilio perché molto agguerrito, e soprattutto perché assecondato da Paolo VI.
SIRI: Una minoranza la nostra? Ma il Concilio erano i 2500 Padri che vi hanno partecipato e che votavano. E votavano bene. Di questi, solo 500 presero la parola almeno una volta. Tutti gli altri, ed erano i quattro quinti, erano lì, attenti, e giudicavano. Ed erano loro la maggioranza. La maggioranza silenziosa, ma che faceva il Concilio. E i documenti del Concilio furono tutti approvati quasi all’unanimità. Non si comprende il Concilio se non si comprende questo. Schillebeeckx faceva parte del Concilio come esperto dell’episcopato olandese. Io ero alla tribuna della presidenza e gli esperti erano nella tribuna alla mia destra. Li vedevo bene. Anzi, non li vedevo affatto: non c’erano quasi mai. Erano sempre in giro per Roma a tenere conferenze, dibattiti, assemblee. A parlare di tutto. A tentare di influenzare i Padri conciliari.” (1985)

“[...] quando vidi la ferocia dell’attacco al Primato di Pietro, preparai un intervento. Allora ero ammalato, soffrivo di labirintite, non riuscivo contemporaneamente a leggere e a parlare. Appena cominciavo sopraggiungeva una crisi e mi accasciavo al suolo. Era un lunedì. Il termine del dibattito era previsto per mercoledì mattina. Mi rivolsi ai “quattro cavalieri dell’Apocalisse”, i quattro moderatori che sedevano proprio sotto di noi, e mi feci iscrivere a parlare per ultimo: chi parla per ultimo ha “più ragione”. Preparai un testo di 10-15 righe. Mi rivolsi a Ruffini, che sedeva alla mia sinistra, dicendogli: «Mercoledì prenderò la parola, non riuscirò a terminare perché cadrò prima. Non curarti di me, ho già il mio segretario che mi sorreggerà, ma prendi i fogli e finisci tu il discorso». Il giorno seguente, il martedì mattina, entrò in aula il Segretario generale del Concilio, Pericle Felici: lesse un discorso a nome del Papa. Era l’intervento che avrei voluto fare io. Dissi a Ruffini: «Oggi ho visto l’intervento dello Spirito Santo sul Concilio».” (1985)

(citazioni da http://www.cardinalsiri.it)

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Liturgie papali

L’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice ha inaugurato una nuova pagina che raccoglierà gli “Insegnamenti sulla liturgia del Santo Padre Benedetto XVI

 

 

 

 

 

Sempre del medesimo Ufficio segnaliamo le sezioni “Approfondimenti”  e “Studi” dedicati ad entrambe le forme (ordinaria  e straordinaria) del Rito Romano

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Mons. Pozzo e la continuità

Riportiamo (in nostra traduzione) alcune parole di mons. Guido Pozzo, segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, tratte da un’intervista al portale francese Nouvelles de France (grassetto nostro):

[...] Si tratta – ed è un dovere – di recuperare il principio dell’unità della Liturgia, il quale giustifica esattamente l’esistenza di due forme, tutte e due legittime, che non devono mai essere viste in opposizione o in alternativa. La forma straordinaria non è un ritorno al passato e non deve essere intesa come una messa in discussione della riforma liturgica voluta dal Vaticano II. Allo stesso modo, la forma ordinaria non è una rottura con il passato, ma uno sviluppo dello stesso, almeno per quanto riguarda alcuni aspetti. [...]
Il termine “tradizionalista” può anche [...] designare colui che fa’ un uso ideologico della Tradizione, per opporre la Chiesa di prima del Concilio Vaticano II e la Chiesa del Vaticano II, che si sarebbe allontanata dalla Tradizione. Questa opinione è una maniera deformata di comprendere la fedeltà alla Tradizione, perché il Concilio Vaticano II fa parte, lui pure, della Tradizione. Le deviazioni dottrinali e le deformazioni liturgiche che si sono prodotte dopo la fine del Concilio Vaticano II non hanno alcun fondamento obiettivo nei documenti conciliari, compresi nell’insieme della dottrina cattolica. [...] E’ chiaro che al giorno d’oggi non è più sufficiente ripetere ciò che ha stabilito il Concilio, ma allo stesso tempo è necessario confutare e respingere le deviazioni e le interpretazioni erronee che pretendono di fondarsi sull’insegnamento conciliare. [...]
L’articolo dell’Istruzione [Universae Ecclesiae, ndr] alla quale voi vi riferite [art. 19: "I fedeli che chiedono la celebrazione della forma extraordinaria non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria e/o al Romano Pontefice come Pastore Supremo della Chiesa universale.", ndr] riguarda certi gruppi di fedeli che considerano o postulano un’antitesi tra il Messale del 1962 e quello di Paolo VI e che pensano che il rito promulgato da Paolo VI per la celebrazione del Sacrificio della Santa Messa è nocivo per i fedeli. [...]

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C’è discontinuità nella liturgia?

Non di rado accade di sentire l’opinione di alcuni cattolici, i quali sostengono che il Messale di Paolo VI rappresenti una “nuova Messa”. Questa lettura è vista da due lati diversi: in uno questa discontinuità viene intesa in maniera positiva, quasi che la Chiesa si sia finalmente liberata di una Messa (quella detta “di san Pio V”) “vecchia”, “ammuffita”, “fuori dal tempo”, “incomprensibile”, forse persino “inefficace”. Dall’altro lato la discontinuità è intesa in maniera negativa: la Chiesa avrebbe abbandonato un rito sommamente sacro, bello, efficace (cose che, peraltro, non si possono negare), per comporre invece una Messa diversa, “nuova” in senso deteriore, brutta, financo “inefficace” e della quale viene addirittura, in alcuni casi, messa in dubbio la validità.
Quest’opinione relativa alla discontinuità merita di essere brevemente commentata e, soprattutto precisata. É fondamentale infatti comprendere bene come si intenda questa mancanza di continuità.
Il punto fermo principale che dobbiamo porre è che nella liturgia cattolica esistono parti imperiture e parti caduche. Questa verità è stata stupendamente descritta dal venerabile Pio XII: “La sacra Liturgia […] consta di elementi umani e di elementi divini: questi, essendo stati istituiti dal Divin Redentore, non possono, evidentemente, esser mutati dagli uomini; quelli, invece, possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime.” (1) In questo senso, possiamo chiederci: la riforma liturgica che è seguita al Concilio Vaticano II ha toccato elementi del primo tipo, cioè divini? Li ha modificati? Taluni hanno inteso sostenere, almeno in parte od implicitamente, qualcosa di simile. Tuttavia quest’opinione pare davvero doversi destituire da qualsiasi fondamento (2). Ne consegue che, nei punti essenziali, non vi è, tra la forma ordinaria e quella straordinaria, alcuna discontinuità. La retta ecclesiologia, del resto, non può giungere a comprendere diversamente. Come si può pensare che in un momento tanto alto e sacro qual è la celebrazione della Santissima Eucarestia vi sia stata una rottura insanabile e radicale, che comporterebbe l’agghiacciante conseguenza per cui la forma rituale che viene celebrata nella quasi totalità delle chiese cattoliche mondiali sia sostanzialmente diversa da quella precedente, la quale indubbiamente aveva conservato gli elementi tradizionali irrinunciabili? Per parlar chiaro: se vi fosse reale e sostanziale discontinuità, la forma ordinaria non sarebbe più realmente una Messa cattolica. Con le gravissime conseguenze del caso, per cui tale Messa non sarebbe più un vero e proprio Sacramento, ma persino un qualcosa di dannoso, da cui tenersi lontano. É evidente che quest’idea stride e collide in maniera diretta con la verità cattolica per cui la Chiesa è stata costituita “al fine di rendere perenne l’opera salutare della redenzione” (3).
Questo non significa che, qualora lo si reputi utile e necessario, non si possano, con il necessario rispetto, fare quei rilievi che si ritengano necessari al fine di migliorare la forma ordinaria del rito romano. Né significa che non si possa legittimamente preferire la forma straordinaria, “ricchezza della Liturgia Romana” (4), pur senza mettere in dubbio “validità o legittimità” del nuovo Messale (5).

(1) Cfr. Mediator Dei, 20/11/1947.

(2) Per un’analisi approfondita della questione, si rimanda a Pietro Cantoni, Novus Ordo Missæ e fede cattolica, disponibile online all’indirizzo http://www.opusmariae.it/libro_novusordo.pdf .

(3) “ut salutiferum redemptionis opus perenne redderet” (Concilio Vaticano I, Pastor Aeternus, DS 3050).

(4) Cfr. Istruzione Universæ Ecclesiæ, 1.

(5) Cfr. Istruzione Universæ Ecclesiæ, 19. A tal riguardo, alcuni hanno cercato – ingiustamente – di sottovalutare e quasi denigrare questa disposizione. É però evidente che l’opera del regnante Pontefice si svolge in una direzione di pacificazione interna della Chiesa, che passa anche per una ricomposizione dei dissidi in materia liturgica. Di conseguenza le opinioni sbagliate segnalate in questo punto dell’Universæ Ecclesiæ non possono essere ricondotte in quest’ottica e sono quindi giustamente riprovate.

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Accogli la parola del Papa, con un’adesione religiosa, umile, interna ed efficace: fagli eco! (n. 131)

Non può esservi altra disposizione in un cattolico: difendere “sempre” l’autorità del Papa; ed essere “sempre” docilmente deciso a rettificare la propria opinione, di fronte al Magistero della Chiesa. (n. 581)

Non ti spaventare — e, nella misura del possibile, reagisci — di fronte alla congiura del silenzio, con cui vogliono imbavagliare la Chiesa. Alcuni impediscono che si oda la sua voce; altri non permettono che si veda l’esempio di coloro che predicano con le opere; altri cancellano ogni traccia di buona dottrina…, e moltissimi non la sopportano.
Non ti spaventare, ripeto, ma non stancarti di fare da altoparlante agli insegnamenti del Magistero.  (n. 585)

La fedeltà al Romano Pontefice implica un obbligo chiaro e determinato: conoscere il pensiero del Papa, espresso nelle Encicliche o in altri documenti, e fare quanto è in noi perché tutti i cattolici diano ascolto al magistero del Santo Padre, e adeguino a questi insegnamenti il loro agire nella vita. (n. 633)

(Pensiero tratti da San Josemaría Escrivá de Balaguer, Forgia)

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Pio XII: bisogna ascoltare il Magistero

Venerabile Pio XII[...] voi avete, dilettissimi figli, una chiave per la comprensione e l’apprezzamento della predicazione della Chiesa; predicazione della dottrina di Cristo mediante i maestri della Chiesa, il Papa, e i Vescovi in comunione con lui. È il Dio uno e trino, che attraverso il magistero ecclesiastico comunica verità, luce e vita. [...] Decisiva dunque per la conoscenza della verità è non già la « opinio theologorum », ma il « sensus Ecclesiae ». Altrimenti sarebbe un fare i Teologi quasi « magistri Magisterii »; il che è un evidente errore. [...]

(Venerabile Pio XII, dal Discorso per la VI settimana nazionale di aggiornamento pastorale, 14 settembre 1946)

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Essa deriva sì storicamente dal Vaticano II e dal suo magistero, ma attraverso un processo di “distillazione fraudolenta” immediatamente posto in atto all’indomani dell’assise ecumenica.

L’operazione potrebbe schematicamente essere descritta così:

- la prima fase sta nella lettura discriminatoria dei passi conciliari, che distingue tra quelli accolti e citabili, e quelli da passare sotto silenzio;

- nella seconda fase si riconosce come vero insegnamento del concilio non quello effettivamente formulato, ma quello che la santa assemblea ci avrebbe dato se non fosse stata afflitta dalla presenza di molti padri retrogradi e insensibili al soffio dello Spirito;

- con la terza fase si arriva a dire che la vera dottrina del concilio non è quella di fatto canonicamente approvata ma quella che avrebbe dovuto essere approvata se i padri fossero stati più illuminati, più coraggiosi, più coerenti.

Con un metodo esegetico siffatto – non enunciato mai in modo esplicito, ma non per questo meno implacabilmente applicato – è facile immaginare i risultati.

I quali, per quanto remoti siano dalla verità cattolica, vengono sempre messi in conto al Vaticano II; e chi si azzarda anche timidamente a dissentire è segnato col marchio infamante di “preconciliare”, quando non addirittura classificato coi tradizionalisti ribelli o con gli esecrati integralisti.

E poiché tra i “distillati di frodo” dal Vaticano II c’è anche il principio che nessun errore puo’ essere condannato nella Chiesa a meno di peccare contro il dovere della comprensione e del dialogo, nessuno osa più denunciare con vigore e con tenacia i veleni che stanno progressivamente intossicando il popolo di Dio.

Concilio e «postconcilio»

Credo che il lavoro preliminare da compiere sia di distinguere accuratamente il concilio dal «postconcilio» in modo che si possa accogliere il primo con totale cordialità e valutare il secondo alla kuce del primo e di tutto l’insegnamento rivelato con animo libero da qualunque intimidazione e da qualunque ricatto culturale.

Questa distinzione non deve turbare un cuore credente. Chi alla luce della fede riflette sulla storia della salvezza, sa benissimo che nella nostra vicenda non c’è un evento nefasto dal quale Dio non ricavi qualche bene per i suoi figli, così non c’è divino capolavoro che il demonio non tenti di tramutare per qualche aspetto in occasione di malessere e di rovina. Il che vale anche per il Vaticano II, opera senza dubbio provvidenziale e supernamente ispirata.

(Giacomo Biffi, La Bella, la Bestia e il Cavaliere. Jaca Book, Milano 1984, pp. 20-21)

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Paolo VI: Nova et vetera

Nova et vetera: fermiamoci a questa ben nota espressione, in cui si condensa la soluzione del rapporto fra la nostra conoscenza religiosa e la storia; e la soluzione ha un nome che racchiude un grande capitolo della nostra fede e della nostra cultura religiosa; e questo nome è, voi lo sapete, la tradizione.
Nome, a prima vista, non gradito all’orecchio moderno, perché è nome che obbliga a raccogliere un’eredità del passato, la quale nell’opinione superficiale di tanti figli del nostro secolo sembra una catena al piede, che vorrebbe correre liberamente verso i nuovi sentieri dell’avvenire, senza sentirsi vincolato ad una tradizione, reputata valore senza valore, antiquato, anacronistico, superato.
Questo orientamento così spiccato dello spirito umano verso il nuovo, che ha la sua patria nell’avvenire, pervade non soltanto il pensiero filosofico e religioso, di cui ora soltanto ci occupiamo, ma invade tutta la mentalità moderna, la quale sembra presa dall’insofferenza talvolta inquieta e perfino furiosa, rivoluzionaria, per tutto quanto la tocca col segno del tempo passato. [...]
La tradizione, quella vera, è una radice, non un vincolo; è un patrimonio insostituibile, un alimento, una risorsa, una coerenza vitale. Quale sia questo tesoro, dal quale il cristiano sapiente estrae le cose antiche e le cose nuove, come c’insegna il Signore, non è cosa facile e breve a dirsi; apposta occorre un carisma speciale, il magistero ecclesiastico, al quale è assicurata, specialmente nei momenti decisivi, l’assistenza dello «Spirito di verità» (Io. 14, 17; 16, 13); esso avrà la missione d’insegnare, di custodire, d’interpretare la dottrina della fede e di precisarne le applicazioni alla vita vissuta (Cfr. DENZ-SCHÖN. 1501, 3006; Cost. Dei Verbum, 8-10).

(dall’Udienza Generale del 7 agosto 1974 del Servo di Dio Paolo VI)

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Noi Vi benediciamo, noi Vi rendiamo grazie, o nostro divino Pastore! E’ grazie a Voi che ella [la Chiesa, ndr] sussiste e che attraversa i secoli, radunando e salvando tutte le anime di coloro che si affidano a lei, Chiesa che Voi avete fondato in quei giorni. La sua legittimità, la sua forza, la sua unità, provengono da Voi, Pastore suo onnipotente e misericordioso. Noi Vi benediciamo e Vi rendiamo grazie, o Gesù, anche per la preveggenza con la quale avete provveduto a mantenere questa legittimità, questa forza, quest’unità: donandoci Pietro come Vostro vicario, Pietro pastore nostro in Voi e per Voi; Pietro a cui pecore ed agnelli devono obbedienza, Pietro in cui Voi dimorate visibilmente, o nostro divino Capo, fino alla consumazione dei secoli.

Nous vous bénissons, nous vous rendons grâces, ô notre divin Pasteur ! C’est par vous qu’elle subsiste et qu’elle traverse les siècles, recueillant et sauvant toutes les âmes qui se confient à elle, cette Eglise que vous fondez en ces jours. Sa légitimité, sa force, son unité, lui viennent de vous, son Pasteur tout-puissant et tout miséricordieux. Nous vous bénissons aussi et nous vous rendons grâces, ô Jésus, pour la prévoyance avec laquelle vous avez pourvu au maintien de cette légitimité, de cette force, de cette unité, en nous donnant Pierre votre vicaire, Pierre notre Pasteur en vous et par vous, Pierre à qui brebis et agneaux doivent obéissance, Pierre en qui vous demeurez visible, ô notre divin Chef, jusqu’à la consommation des siècles. (Servo di Dio Prosper Guéranger, L’année liturgique, Le deuxième dimanche après Pâques)

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