La Chiesa rimane immobilmente fedele a se stessa; ma al tempo stesso essa si arricchisce continuamente. Di qui si dimostra la fecondità, la necessità, il ruolo del Concilio Vaticano II, che, non meno di tutte le altre assise ecumeniche, ha dato una risposta chiara, dogmaticamente ineccepibile, pastoralmente prudente e innovatrice, alle istanze degli uomini del nostro tempo. Non si potrebbero ragionevolmente mettere in dubbio i suoi risultati positivi, anche se, com’è sempre avvenuto nella vita della Chiesa, vi sono state e vi sono penose deviazioni, che, pur procedendo forse da sentimenti nobili, provocano nella Chiesa conseguenze assai gravi: da una parte, lo sviluppo della Chiesa è inteso in un senso tale che non si riesce più a scorgerne i confini, tanto che se n’è persa la stessa nozione; dall’altra, invece, un malinteso motivo di fedeltà porta a negare e a rifiutare ogni sviluppo, contro l’evidenza stessa della tradizione vivente della Chiesa. Nell’uno e nell’altro caso il male nasce fondamentalmente, oltre che da una vera mancanza di umiltà e di obbedienza, dall’ignorare di fatto la garanzia assicurata allo sviluppo, nella continuità, dall’Autore medesimo della Chiesa: si pretende di farla da giudici, da soli, di ciò che sembra essere o meno nella linea autentica della tradizione.
(grassetto nostro)
(dall’Allocuzione di Paolo VI del 20 dicembre 1976)