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Thibon: Vera e falsa Tradizione

giugno 2, 2011 di continuitas

Gauche et droite dans l’Église et la spiritualité: le progressiste avance sans tenir compte des garde-fous et tombe dans l’abîme; l’integriste, de peur de tomber, s’accroche aux garde-fous et n’avance plus… — Sinistra e destra nella Chiesa e la spiritualità: il progressista avanza senza tener conto dei parapetti e cade nell’abisso; l’integrista, per paura di cadere, si aggrappa ai parapetti e non avanza più…

(Gustave Thibon, L’illusion féconde, Fayard, 1995, p. 83)

La vera fedeltà non consiste [...] nell’impedire ogni cambiamento, ma più precisamente nell’impregnare ogni cambiamento di eterno.

(Gustave Thibon, Crisi moderna dell’amore, Marietti, Torino 1957, p. 8 )

Fedeltà e disponibilità — L’incapacità di legarsi a nuovi affetti appare ai vecchi amici come un pegno di fedeltà. Dovrebbero piuttosto dolersene, perché è quello un segno di esaurimento affettivo che non risparmia neppure il nostro attaccamento per essi. L’individuo impotente a creare nuovi vincoli non si trova in grado di mantenere vive le antiche affezioni e la sua fedeltà somiglia molto a quella dello scheletro per la bara o della pietra per il luogo ove giace. Cosi, una terra troppo esausta per dar vita a nuovo seme, non ha più neppur la forza di nutrire le piante che già regge. La grande illusione degli idolatri del passato sta nel disconoscere che il nostro potere di conservazione è rigorosamente proporzionato al nostro potere di rinnovamento e di creazione, sia nel campo della spirito che in quello del cuore. Quindi la loro fedeltà non è che saggezza e virtù da imbalsamatore.

(Gustave Thibon, Il pane di ogni giorno, Morcelliana, Brescia 1949, pp. 16-17)

Lo spirito conservatore. — Mi hanno dato del conservatore. «Eppure le conserve non mi piacciono proprio per niente», ho risposto. Preferisco consumare un cibo corruttibile a luogo e stagione e privarmene poi finché il ciclo dei giorni o i casi d’un viaggio me lo riportino sulla tavola piuttosto che averlo sempre a mia disposizione, artificialmente sottratto ai rischi della corruzione ed alle promesse della vita. Ma è pur giocoforza confessare che molte delle virtù conservatrici si richiamano a tecniche analoghe a quelle che presiedono alla fabbricazione dei prodotti conservati: l’impregnazione con lo zucchero, il sale o l’aceto (esistono virtù zuccherate e virtù acidule), e, più ancora, la sterilizzazione che uccide i germi vitali e l’imbottigliamento che sopprime gli scambi col mondo esteriore. Senza contare che non si tratta che di una fedeltà provvisoria, perché le conserve cosi ottenute finiscono sempre per alterarsi; la loro decomposizione infeconda e allora la peggiore di tutte… Non conosco che due forme sane dello spirito conservatore: la fedeltà viva che consiste nel prolungare il passato nel presente come le radici si prolungano nel fiori, e l’amore contemplativo che consiste nel proiettarlo nell’eternità: quella che fa rinascere le cose nel tempo e quella che le solleva al di sopra del tempo. Ma che importanza hanno le fedeltà senza rinnovamento, ed i sussulti che la morte accorda a moribondi che già possiede? E le virtù allo sciroppo, alla salamoia o al bagno-maria che uccidono la fecondità al fine di ritardare un poco la corruzione?

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 249)

La tradizione e l’avvenire – Laudator temporis acti?  — Che m’importa dunque il passato in quanto passato? Non vi accorgete che quando piango sulla rottura di una tradizione, è soprattutto all’avvenire che penso. Quando vedo marcire una radice, ho pietà dei fiori che seccheranno domani per mancanza di linfa.

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 258)

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