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Archive for giugno 2011

Pio XII: amare la Chiesa

“Né dobbiamo limitarci ad amare questo Corpo mistico perché insigne per la divinità del suo Capo e per le sue doti celesti, ma dobbiamo amarlo con amore operoso anche quale si manifesta in questa nostra carne mortale, composta talvolta di membra che hanno tutte le debolezze dell’umana natura, anche se esse siano meno degne del posto che occupano in quel venerando Corpo”
(Pio XII, lettera enciclica Mystici Corporis)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“I vostri capi sono senza dubbio imperfetti; possono avere, come tutti gli uomini, le loro debolezze e i loro errori; ma il più umile buon senso vi insegna che vi salverete in modo infinitamente più certo restando uniti sotto dei capi imperfetti che se, cercando la perfezione, create l’anarchia” (Gustave Thibon)

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Leone XIII

Leone XIIILeone XIII (nota 1) ha prodotto un gran numero di encicliche: ben 86 in appena un quarto di secolo. Cade oggi l’anniversario dei 120 anni dalla promulgazione di una di queste, la Pastoralis Vigilantiæ (25 giugno 1891). In essa papa Pecci affronta diverse tematiche, riconducibili in generale alla tematica della Chiesa nel mondo moderno. L’enciclica fu scritta in seguito al congresso cattolico portoghese tenutosi a Braga nel 1891 e del quale il Pontefice si compiace. Ecco alcuni passaggi (traduzione da qui: http://www.totustuustools.net/magistero/l13pastv.htm).

 

“si è giunti al punto in cui la fede stessa è messa in pericolo presso molti, e s’impone quindi l’obbligo di impedire, per quanto è possibile, che l’ignoranza e la rilassatezza la estirpino dagli animi o la lascino illanguidire, ma occorre impegnarsi perché resti ben fissa nei cuori e dia vita ad una consolante quantità di opere buone e di perfetta virtù, nonché alla dolcezza dei frutti più eccelsi. Ci si deve opporre ai tentativi dei nemici della verità, perché non abbia a diffondersi il malefico contagio che si sprigiona dai loro cattivi esempi e dalle loro idee disseminate per ogni dove. Ci sono da sanare molte ferite che il loro nefasto operare e la malvagità dei tempi hanno inferto nei greggi affidati alle vostre cure; molte sono le cose che giacciono inerti da far rivivere; molti sono ancora i bisogni che assillano le anime e che, se non possono essere del tutto rimossi, occorre almeno lenire.”

E’ questo un richiamo attualissimo a tutti i cattolici: non bisogna languire, non bisogna lasciarsi scoraggiare, non bisogna scadere nella noia, nel torpore: il fuoco di Cristo (Lc 12,49) deve invece infiammare i cattolici, pur tenendo in debito conto la debolezza della natura umana.

“I laici infatti, spinti da nuovi stimoli, si sforzeranno di proseguire con più decisione sulla strada intrapresa; si riuniranno a loro volta in assemblee; confronteranno le loro idee e, facendo leva sulle energie collegate, si adopereranno per difendere la comune causa della religione e, seguendo le indicazioni dei loro Pastori, metteranno in pratica gl’insegnamenti e gl’incoraggiamenti ricevuti.”

Il senso profondo di queste parole è stato fatto proprio, proclamato, ribadito, dal Concilio Vaticano II (nota 2).

Ai vescovi il Papa ricorda (e pensiamo che, in linea generale, questo avvertimento sia tutt’oggi estremamente attuale):

“La vostra paterna vigilanza si farà anche carico di una meticolosa ricerca su tutto ciò che è sommamente utile per trasmettere correttamente al popolo i rudimenti della fede, per correggerne i costumi, per divulgare scritti atti a seminare la sana dottrina e a inculcare i principi della virtù, per dar vita ad istituzioni che diffondano i benefìci della carità e per rendere ancor più fiorenti quelle già istituite.”

Un altro passaggio interessante è il seguente:

“È per questo motivo che si provvede in modo saggio e accorto al bene dello Stato quando si permette alla Chiesa di avvalersi di quella libertà d’azione che essa rivendica a buon diritto, e le si apre benevolmente la strada perché possa ampiamente far valere la sua benefica influenza e mettere a disposizione del bene comune tutti i mezzi di cui è dotata.”

La libertas Ecclesiæ, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo sulla Quam Graviter di Clemente XIII, viene qui non solo enunciata, ma ne viene anche ricordato che questa libertà è largamente salutare e foriera di vantaggi per tutta la comunità umana.

 

(nota 1) Al secolo Gioacchino Pecci, nato nel 1810. Fu nunzio in Belgio, arcivescovo di Perugia, cardinale e camerlengo. Eletto Papa nel 1878 alla morte di Pio IX, fu Pontefice sino alla sua morte, occorsa nel 1903.

(nota 2) Cfr. Lumen Gentium, 30-38.

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Thibon: Les Fleurs du Ciel

Non cercare di stringere l’astro che brilla solo per guidarti. Restagli fedele, a dispetto di tutto. E troverai l’ideale incorporato al reale: la stella del cielo t’insegnerà il vero senso della terra. Le cose supreme non fioriscono che al di là della tomba. Ma esse cominciano quaggiù e la loro fragile semenza è nei nostri cuori, e niente fiorisce nel cielo, che non sia prima germogliato sulla terra.

(Gustave Thibon, La scala di Giacobbe, AVE, Roma 1947, p. 102)

 *    *    *

Paradiso. — Bisogna, quaggiù, che i fiori muoiano ed il loro profumo svanisca perché diventino frutto e nutrimento. Lassù, respireremo un fiore eterno. Ed il suo profumo ci nutrirà.
Solo ciò che muore si riproduce. La fecondità è un perpetuo compromesso tra l’essere ed il nulla. L’eternità è sterile: dove i fiori non appassiscono, i semi sono inutili.
L’inflessione unica della tua voce, la luce fuggitiva del tuo sguardo, la freschezza delle tue mani sulla mia fronte, l’ora eletta in cui la preghiera aveva il sapore del pane terreno spezzato dopo la rude fatica d’un giorno d’estate: questo, questo solo, ritroverò in Dio. Ma senza limiti, ed al di là del filtro avaro del momento e del luogo. Qui, ho vissuto solo di queste briciole, ho camminato solo alla luce rapida di questi lampi. Ma queste briciole saranno lassù un pane inesauribile, questi lampi un’alba senza tramonto.L’abitudine sarà scomparsa: tutto sarà stupefacente sorpresa. L’uniformità, la separazione — il triste destino dei granelli di sabbia tutti eguali e tutti solitari — non getteranno più la loro ombra: niente sarà simile a niente, e tutto sarà immerso nell’unità. La resurrezione sarà più vergine di una nascita; la certezza e l’imprevisto fioriranno insieme. «Amate quel che non potrà mai essere visto due volte». Tutto ciò che merita di essere contemplato non si lascia guardare impunemente due volte. Bisogna desiderare vederlo eternamente.
L’inferno è ripetizione; il cielo, rinnovamento. 

(Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 80)

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Summorum Pontificum bishops

Quanti e quali sono i vescovi italiani che, in seguito alla promulgazione del motuproprio Summorum Pontificum hanno celebrato o assistito alla liturgia romana antica? Non moltissimi ma neanche pochi -un numero decisamente impensabile fino a pochi anni fa:

 

Hanno celebrato personalmente:

S.Em. Card. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna

S.E. mons. Mario Ceccobelli, vescovo di Gubbio

S.E. mons. Rino Fisichella, già vescovo ausiliare di Roma

S.E. mons. Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini

S.E. mons. Mario Oliveri, vescovo di Albenga-Imperia

S.E. mons. Paolo Rabitti, vescovo di Ferrara

S.E. mons. Arduino Bertoldo, vescovo emerito di Foligno

S.E. mons. Luciano Giovannetti, vescovo emerito di Fiesole

S.E. mons. Ennio Appignanesi, vescovo emerito di Potenza

 

Hanno assistito pubblicamente alla Messa celebrata in forma straordinaria:

S.Em. Card. Angelo Scola, patriarca di Venezia

S.Em. Card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova

S.E. mons. Simone Giusti, vescovo di Livorno

S.E. mons. Ernesto Mandara, ausiliare di Roma

S.E. mons. Gino Reali, vescovo di Porto Santa Rufina

 

Altre funzioni liturgiche:

S.Em. Card. Ennio Antonelli, già arcivescovo di Firenze (Te Deum)

S.E. mons. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze (Te Deum)

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E qualcuno prende esempio…

Cercando notizie per il precedente post sulla comunione in ginocchio ci siamo imbattuti in questa bella notizia, particolarmente significativa perché si tratta di una Cattedrale (quella di Taranto).  “Sull’esempio di quanto accade a Roma, nelle messe celebrate dal Santo Padre Benedetto XVI feliciter regnans, anche nella nostra Cattedrale, il parroco mons. Marco Morrone, distribuisce la santa Comunione ai fedeli in ginocchio. La Comunione in ginocchio ha sempre caratterizzato tutti i riti cattolici occidentali, sin dai primissimi secoli della storia della Chiesa. Dopo l’ultimo concilio, con l’introduzione del novus ordo, la cosiddetta Messa di Paolo VI, l’uso della suprema riverenza di fronte alle Sacre Specie consacrate è caduto in disuso, affermandosi la singolare consuetudine di distribuire la Comunione ai fedeli che stanno in fila, come davanti al gabinetto di un’area di servizio in autostrada! Non si capisce perchè, visto che in NESSUN testo del concilio, e in NESSUN testo del post concilio, è scritto che la Comunione non si deve più prendere in ginocchio! Senza bisogno di azioni coercitive (che pure talvolta sarebbero necessarie), ma col solo amorevole e paterno utilizzo del buon esempio, il Papa sta lentamente restituendo al popolo di Dio il patrimonio cultuale di 2 millenni, troppo frettolosamente accantonato nel giro di appena un quarantennio. Il Signore Gli doni un regno ancora lungo e così fecondo!” (fonte: Portodimare)

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Kneeling is better!

Nell’imminenza del Corpus Domini riproponiamo le parole di Benedetto XVI, nella medesima solennità del 2008, giorno in cui nelle messe papali si ripristinava la prassi di amministrare la S.Comunione in ginocchio, sperando che si possa fare lo stesso anche nelle nostre parrocchie. Basterebbe poco: un piccolo inginocchiatoio faciliterebbe chi vuole inginocchiarsi; o almeno spiegare il gesto, affinché chi si inginocchia non venga preso per un extraterrestre.

Adorare il Dio di Gesù Cristo, fattosi pane spezzato per amore, è il rimedio più valido e radicale contro le idolatrie di ieri e di oggi. Inginocchiarsi davanti all’Eucaristia è professione di libertà: chi si inchina a Gesù non può e non deve prostrarsi davanti a nessun potere terreno, per quanto forte. Noi cristiani ci inginocchiamo solo davanti al Santissimo Sacramento, perché in esso sappiamo e crediamo essere presente l’unico vero Dio, che ha creato il mondo e lo ha tanto amato da dare il suo Figlio unigenito (cfr Gv 3,16). Ci prostriamo dinanzi a un Dio che per primo si è chinato verso l’uomo, come Buon Samaritano, per soccorrerlo e ridargli vita, e si è inginocchiato davanti a noi per lavare i nostri piedi sporchi. Adorare il Corpo di Cristo vuol dire credere che lì, in quel pezzo di pane, c’è realmente Cristo, che dà vero senso alla vita, all’immenso universo come alla più piccola creatura, all’intera storia umana come alla più breve esistenza.” (Benedetto XVI)

Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10)

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Adeguamenti liturgici

Chi ha detto che gli adeguamenti liturgici devono risolversi sempre in una rottura con la Tradizione? Diamo un’occhiata al sito dell’architetto cattolico DUNCAN G. STROIK. Un esempio è la cappella di Santa Teresa, in una parrocchia del Texas (dal blog “omologo” inglese The hermeneutic of continuity):

PRIMA:

DOPO:

Rispetto al precedente assetto ispirato ad un estremo funzionalismo, il rinnovamento voluto dal parroco e operato dall’arch. Stroik è decisamente più conforme allo spirito della liturgia. E sono ritornate persino le balaustre, spesso vittime di una furia iconoclasta che non si fonda su nessun documento. Al contrario, è tuttora prescritto di distinguere la navata dal presbiterio (OGMR 295)  ed è sempre permessa la comunione in ginocchio (OGMR 160).

Anche questa è ermenutica della riforma nella continuità!

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